Tobia e Sara. Il cammino di una famiglia - Comunità del Diaconato in Italia

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Tobia e Sara. Il cammino di una famiglia

Il Mio Contributo > 2008
Tobia e Sara. Il cammino di una famiglia
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Tobia e Sara
 
Il cammino di una famiglia
 
 
Tobia – 
Capitolo 1
[1]
Libro della storia di Tobi, figlio di Tòbiel, figlio di Anàniel, figlio di Aduel, figlio di Gàbael, della discendenza di Asiel, della tribù di Nèftali. 
[2]
Al tempo di Salmanàssar, re degli Assiri, egli fu condotto prigioniero da Tisbe, che sta a sud di Kades di Nèftali, nell’alta Galilea, sopra Casor, verso occidente, a nord di Sefet.
 
 
Il libro di Tobia è la storia di una famiglia, la famiglia di Tobi. Vediamo che all’inizio tutti gli antenati di Tobi sono posti, attraverso il loro nome sotto la protezione di Dio, nei loro nomi già è presente il Dio di Israele. Tobi, quindi è un uomo con delle radici storiche, di un popolo e di una terra. Eppure Tobi è un esiliato. Tobi non è diverso da un uomo del nostro tempo, oggi molti uomini vivono una vita che per loro è inconcepibile e si chiedono Dio dov’è? Perché Tobi uomo giusto è sradicato dalla sua terra? Perché Dio permette la sofferenza dei giusti?
 
 
[3]
Io, Tobi, passavo i giorni della mia vita seguendo le vie della verità e della giustizia. Ai miei fratelli e ai miei compatrioti, che erano stati condotti con me in prigionia a Ninive, nel paese degli Assiri, facevo molte elemosine. 
[4]
Mi trovavo ancora al mio paese, la terra d’Israele, ed ero ancora giovane, quando la tribù del mio antenato Nèftali abbandonò la casa di Davide e si staccò da Gerusalemme, la sola città fra tutte le tribù d’Israele scelta per i sacrifici. In essa era stato edificato il tempio, dove abita Dio, ed era stato consacrato per tutte le generazioni future. 
[5]
Tutti i miei fratelli e quelli della tribù del mio antenato Nèftali facevano sacrifici sui monti della Galilea al vitello che Geroboàmo re d’Israele aveva fabbricato in Dan. 
[6]
Io ero il solo che spesso mi recavo a Gerusalemme nelle feste, per obbedienza ad una legge perenne prescritta a tutto Israele. Correvo a Gerusalemme con le primizie dei frutti e degli animali, con le decime del bestiame e con la prima lana che tosavo alle mie pecore. 
[7]
Consegnavo tutto ai sacerdoti, figli di Aronne, per l’altare. Davo anche ai leviti che allora erano in funzione a Gerusalemme le decime del grano, del vino, dell’olio, delle melagrane, dei fichi e degli altri frutti. Per sei anni consecutivi convertivo in danaro la seconda decima e la spendevo ogni anno a Gerusalemme. 
[8]
La terza decima poi era per gli orfani, le vedove e i forestieri che si trovavano con gli Israeliti. La portavo loro ogni tre anni e la si consumava insieme, come vuole la legge di Mosè e secondo le raccomandazioni di Debora moglie di Anàniel, la madre di nostro padre, poiché mio padre, morendo, mi aveva lasciato orfano. 
[9]
Quando divenni adulto, sposai Anna, una donna della mia parentela, e da essa ebbi un figlio che chiamai Tobia.
 
Tobia è un uomo capace di custodire il proprio passato: la memoria e il ricordo non lo spaventano. Tobi è diverso dall’uomo di oggi che preferisce vivere nell’immediato, rinnegando il passato e facendo morire il futuro e la speranza. Tobi ci vuole dire che bisogna sempre riconciliarsi con la propria storia; bella o brutta che sia, essa ha comunque un senso e non può ignorata e calpestata. Il brano ci presenta Tobi come un uomo fedele a Dio e alla sua legge, malgrado si trova in una situazione di deportato in una città nemica per eccellenza, Ninive
1
. Al primo posto nella vita di Tobia c’è il Signore, dalla quale emergono tre priorità: la carità verso i connazionali, il culto e i valori familiari. Eppure Tobi vive in Esilio, ed è orfano. Allora la domanda diventa sempre più pressante: a che serve essere giusti, fedeli a Dio, se poi la felicità sembra non essere garantita?
 
10]
Dopo la deportazione in Assiria, quando fui condotto prigioniero e arrivai a Ninive, tutti i miei fratelli e quelli della mia gente mangiavano i cibi dei pagani; 
[11]
ma io mi guardai bene dal farlo. 
[12]
Poiché restai fedele a Dio con tutto il cuore, 
[13]
l’Altissimo mi fece trovare il favore di Salmanàssar, del quale presi a trattare gli affari. 
[14]
Venni così nella Media, dove, finché egli visse, conclusi affari per conto suo. Fu allora che a Rage di Media, presso Gabael, un mio parente figlio di Gabri, depositai in sacchetti la somma di dieci talenti d’argento. 
[15]
Quando Salmanàssar morì, gli successe il figlio Sennàcherib. Allora le strade della Media divennero impraticabili e non potei più tornarvi. 
[16]
Al tempo di Salmanàssar facevo spesso l’elemosina a quelli della mia gente; 
[17]
donavo il pane agli affamati, gli abiti agli ignudi e, se vedevo qualcuno dei miei connazionali morto e gettato dietro le mura di Ninive, io lo seppellivo. 
[18]
Seppellii anche quelli che aveva uccisi Sennàcherib, quando tornò fuggendo dalla Giudea, al tempo del castigo mandato dal re del cielo sui bestemmiatori. Nella sua collera egli ne uccise molti; io sottraevo i loro corpi per la sepoltura e Sennàcherib invano li cercava.
[19]
Ma un cittadino di Ninive andò ad informare il re che io li seppellivo di nascosto. Quando seppi che il re conosceva il fatto e che mi si cercava per essere messo a morte, colto da paura, mi diedi alla fuga. 
[20]
I miei beni furono confiscati e passarono tutti al tesoro del re. Mi restò solo la moglie Anna con il figlio Tobia. 
[21]
Neanche quaranta giorni dopo, il re fu ucciso da due suoi figli, i quali poi fuggirono sui monti dell’Ararat. Gli successe allora il figlio Assarhaddon. Egli nominò Achikar, figlio di mio fratello Anael, incaricato della contabilità del regno ed ebbe la direzione generale degli affari. 
[22]
Allora Achikar prese a cuore la mia causa e potei così ritornare a Ninive. Al tempo di Sennàcherib re degli Assiri, Achik.
 
Tobi è un uomo molto religioso e si vanta anche di esserlo; confidando solo in se stesso e in Dio in cui crede fermamente. Però Tobi vive una vita in realtà ambivalente: da un lato è un santo, con tratti davvero eroici, dall’altro è un uomo in continua lotta con il mondo intero, con gli altri con i suoi stessi connazionali, probabilmente inferiori a lui nella fede e nel modo di praticarla. Tobi così rischia di isolarsi dal mondo disprezzandolo può, infatti, generare quella superbia che considera gli altri irredimibili, È quel fariseismo che Gesù aveva bollato, non esitando a incrociare per le strade pubblicani, miserabili, prostitute e peccatori, proprio per «salvare chi era perduto». Sarà proprio questa sua osservanza della Legge e il suo orgoglio a far nascere l’angoscia nella quale Tobi scoprirà di dover vivere, nonostante la sua rettitudine. Forse a lui si potrebbe applicare il detto del Qoelet: “
Non essere troppo giusto, né eccessivamente saggio: perché ti potrebbe rovinare?
2
. Un ulteriore prova di fedeltà, appare nel gesto coraggioso di seppellire i cadaveri delle persone fatte uccidere dal re. Qui si nota una comunità disgregata incapace persino di seppellire i loro morti. Il vecchio Tobi compiendo questo gesto è convinto di preservare l’identità del suo popolo ed evitare la distruzione. Tobi non comprende che è impossibile costruire il futuro su una tomba: “
Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”
3
.
 
Sicuramente Tobi è buono, fedele, coraggioso ma dovrà comprendere che la fede non apre prospettive di tombe e di morte; apre invece un cammino verso la vita, quel cammino che suo figlio Tobia percorrerà. Notiamo anche che il narratore insiste sulle vicende politiche del tempo, questo per far comprendere che la storia di ogni credente non è mai slegata dalla storia del mondo che lo circonda. Nella vita di Tobi i cambiamenti politici sono l’occasione per svolte importanti della sua vita; l’azione di Dio segue così vie più impensate. Anche oggi il credente è chiamato a riflettere sui “segni dei tempi”: Dio non è assente dalla storia di ognuno di noi, la fede in Lui non ci deve estraniare dal mondo, ma la fede ci colloca ancora più profondamente nel mondo.
 
 
Tobia – 
Capitolo 2
 
2,1]
Sotto il regno di Assarhaddon ritornai dunque a casa mia e mi fu restituita la compagnia della moglie Anna e del figlio Tobia. Per la nostra festa di pentecoste, cioè la festa delle settimane, avevo fatto preparare un buon pranzo e mi posi a tavola: 
[2]
la tavola era imbandita di molte vivande. Dissi al figlio Tobia: «Figlio mio, và, e se trovi tra i nostri fratelli deportati a Ninive qualche povero, che sia però di cuore fedele, portalo a pranzo insieme con noi. Io resto ad aspettare che tu ritorni». 
[3]
Tobia uscì in cerca di un povero tra i nostri fratelli. Di ritorno disse: «Padre!». Gli risposi: «Ebbene, figlio mio». «Padre – riprese – uno della nostra gente è stato strangolato e gettato nella piazza, dove ancora si trova». 
[4]
Io allora mi alzai, lasciando intatto il pranzo; tolsi l’uomo dalla piazza e lo posi in una camera in attesa del tramonto del sole, per poterlo seppellire.
[5]
Ritornai e, lavatomi, presi il pasto con tristezza, 
[6]
ricordando le parole del profeta Amos su Betel: «Si cambieranno le vostre feste in lutto, tutti i vostri canti in lamento».
[7]
E piansi. Quando poi calò il sole, andai a scavare una fossa e ve lo seppellii. 
[8]
I miei vicini mi deridevano dicendo: «Non ha più paura! Proprio per questo motivo è già stato ricercato per essere ucciso. E’ dovuto fuggire ed ora eccolo di nuovo a seppellire i morti».
 
 
La reazione dei vicini di Tobi è davvero emblematica, secondo loro Tobi dovrebbe farsi furbo, pensare di più a se stesso, e non perder tempo a seppellire i morti. Tobi è ancorato alla Legge e questo suscita nella gente il sospetto che la sua osservanza è troppo idealistica e, quindi, con la ricerca di un’ autosoddisfazione quasi egocentrica. Quindi, il seppellire i morti può diventare il segno di una religiosità ancorata al passato, tipica di persone in crisi, preoccupate soltanto di salvare la propria identità attraverso un devozionismo infecondo. Una religione dei morti. Il testo ci presenta per la prima volta la figura di Tobia, un ragazzo che dipende interamente dai voleri del padre. Per il momento la sua figura è passiva.
[9]Quella notte, dopo aver seppellito il morto, mi lavai, entrai nel mio cortile e mi addormentai sotto il muro del cortile. Per il caldo che c’era tenevo la faccia scoperta, [10]ignorando che sopra di me, nel muro, stavano dei passeri. Caddero sui miei occhi i loro escrementi ancora caldi, che mi produssero macchie bianche, e dovetti andare dai medici per la cura. Più essi però mi applicavano farmachi, più mi si oscuravano gli occhi per le macchie bianche, finché divenni cieco del tutto. Per quattro anni fui cieco e ne soffersero tutti i miei fratelli. Achikar, nei due anni che precedettero la sua partenza per l’Elimaide, provvide al mio sostentamento. [11]In quel tempo mia moglie Anna lavorava nelle sue stanze a pagamento, [12]tessendo la lana che rimandava poi ai padroni e ricevendone la paga. Ora nel settimo giorno del mese di Distro, quando essa tagliò il pezzo che aveva tessuto e lo mandò ai padroni, essi, oltre la mercede completa, le fecero dono di un capretto per il desinare.[13]Quando il capretto entrò in casa mia, si mise a belare. Chiamai allora mia moglie e le dissi: «Da dove viene questo capretto? Non sarà stato rubato? Restituiscilo ai padroni, poiché non abbiamo il diritto di mangiare cosa alcuna rubata». [14]Ella mi disse: «Mi è stato dato in più del salario». Ma io non le credevo e le ripetevo di restituirlo ai padroni e a causa di ciò arrossivo di lei. Allora per tutta risposta mi disse: «Dove sono le tue elemosine? Dove sono le tue buone opere? Ecco, lo si vede bene dal come sei ridotto!».
 
Spesso la vita ci riserva amare sorprese e la fede viene messa seriamente alla prova. Che fare quando tutto quello che rappresenta il fondamento della nostra vita, la ragione della nostra esistenza sembra miseramente crollare? A che serve tanta fede e tanta pratica religiosa di fronte alle disgrazie? Perché Dio punisce il giusto? Tobi dal racconto sembra un uomo solo ed angosciato e molte volte questa solitudine nasce proprio dall’aver cercato di incontrare Dio, dall’aver cercato di mettersi al servizio dei fratelli. Questo tipo di solitudine è molto comune nei credenti. Ma la disgrazia può essere anche il luogo dove è possibile riscoprire la presenza di Dio. L’osservanza rigida di Tobi rischia di trasformarsi in una gabbia di precetti osservati rigidamente che alla fine ne fanno una prigione dalla quale si è incapaci di uscirne. Tobi è bloccato dalla sua stessa osservanza religiosa ed è persino incapace di cogliere il valore di un dono: chiuso nella sua cecità peggiore di quella fisica e sordo agli affetti e alle gioie della vita, per lui tutto è male. È questo è un rischio dal quale i cristiani di oggi non sono esenti, specialmente quando si illudono di difendere la fede insistendo sulla rigida osservanza di precetti religiosi, a scapito della libertà e del valore delle persone incapaci di cogliere la gioia della vita quotidiana, e si chiudono così, tragicamente, all’amore per gli altri proprio quando affermano di volerlo difendere. Infatti, l’intervento della moglie: rimproverando il marito, Anna non fa altro che scoprirne i pensieri più profondi e rendere esplicito un interrogativo che mette a nudo la vita di Tobi; tutto ciò che sembra un bene adesso appare un male. Ma nelle parole di Anna c’è una velata accusa a Dio.
 
Tobia – Capitolo 3
[1]Con l’animo affranto dal dolore, sospirai e piansi. Poi presi a dire questa preghiera di lamento: [2]«Tu sei giusto, Signore, e giuste sono tutte le tue opere. Ogni tua via è misericordia e verità. Tu sei il giudice del mondo. [3]Ora, Signore, ricordati di me e guardami. Non punirmi per i miei peccati e per gli errori miei e dei miei padri. [4]Violando i tuoi comandi, abbiamo peccato davanti a te. Tu hai lasciato che ci spogliassero dei beni; ci hai abbandonati alla prigionia, alla morte e ad essere la favola, lo scherno, il disprezzo di tutte le genti, tra le quali ci hai dispersi. [5]Ora, nel trattarmi secondo le colpe mie e dei miei padri, veri sono tutti i tuoi giudizi, perché non abbiamo osservato i tuoi decreti, camminando davanti a te nella verità. [6]Agisci pure ora come meglio ti piace; dà ordine che venga presa la mia vita, in modo che io sia tolto dalla terra e divenga terra, poiché per me è preferibile la morte alla vita. I rimproveri che mi tocca sentire destano in me grande dolore. Signore, comanda che sia tolto da questa prova; fa che io parta verso l’eterno soggiorno; Signore, non distogliere da me il volto. Per me infatti è meglio morire che vedermi davanti questa grande angoscia e così non sentirmi più insultare!».
 
La preghiera di Tobi e la prima di una serie di cinque preghiere presenti nel libro di Tobia: 0ltre a questa, la preghiera di Sara (Tb 3,10-1 5); la preghiera comune di Tobia e Sara (Tb 8,2-9); la preghiera dei genitori di Sara (Tb 8,15-17); e, infine, la grande preghiera di lode del capitolo 13. Nel libro di Tobia le preghiere servono, prima di tutto, a sottolineare i momenti chiave della narrazione. Nelle cinque preghiere offerteci dal libro, il narratore e in grado di anticipare, all’interno di un’ottica di fede, il corso degli eventi. La preghiera e per lui il momento nel quale il credente, posto a contatto con Dio, comprende il senso di ciò che e accaduto e anticipa addirittura quel che accadrà, come avviene nella grande preghiera del capitolo 13. Nei testi di epoca ellenistica, come è il libro di Tobia, la preghiera prende infatti il posto che hanno gli oracoli profetici nei testi biblici più antichi: la fede in Dio e la speranza nel futuro non sono più affidate a dirette rivelazioni divine per il tramite dei profeti, ma alla preghiera dei credenti. Quanto alla preghiera di Tobi che abbiamo appena ascoltato, essa sembra essere per molti aspetti una preghiera realmente sincera; Tobi si rivolge a Dio lodandone la giustizia e riconoscendosi colpevole, insieme a tutto il suo popolo. Ogni mostra preghiera dovrebbe contenere questi due elementi: la lode di Dio e il riconoscimento della sua presenza e della sua azione nel mondo, e la richiesta di perdono per i nostri peccati. La preghiera è infatti sia il riconoscimento della presenza divina che la confessione delle colpe umane. Non solo questo, però: la preghiera dell’uomo non può non nascere dalla situazione concreta nella quale egli vive; nella sua situazione disperata Tobi non chiede altro se non di morire. Tobi non è il primo personaggio biblico che trovandosi in una situazione difficile chiede a Dio di morire “
Sono pieno di tristezza
” (v. 6)
4
; la preghiera di Tobi e segno della disperazione in cui c caduto un uomo pio: il quale tutto sembrava risolto nell’obbedienza a valori ritenuti incrollabili; ma le certezze di Tobi sono franate e persino davanti a Dio non resta altro che la prospettiva della morte. Il narratore vuole presentarci un Tobi dal volto umano, la cui reazione alle disgrazie e, in particolare, alle grandi domande che proprio sua moglie ha fatto nascere in lui, è una reazione davvero molto umana, un miscuglio di fede e di disperazione che lo porta paradossalmente a chiedere la morte propria a quel Dio che ha appena benedetto e di fronte al quale si è riconosciuto peccatore. Tobi rappresenta quel tipo di credenti che, di fronte alle difficoltà, non sanno più davvero che fare se non attaccarsi a quelle forme tradizionali che hanno caratterizzato la loro religiosità. Una preghiera giusta e sbagliata insieme, quella di Tobi, come spesso sono le nostre preghiere. Una preghiera tra disperazione e speranza, che tuttavia sarà ugualmente gradita al Signore per un motivo soltanto: è una preghiera sincera.
7]Nello stesso giorno capitò a Sara figlia di Raguele, abitante di Ecbàtana, nella Media, di sentire insulti da parte di una serva di suo padre. [8]Bisogna sapere che essa era stata data in moglie a sette uomini e che Asmodeo, il cattivo demonio, glieli aveva uccisi, prima che potessero unirsi con lei come si fa con le mogli. A lei appunto disse la serva: «Sei proprio tu che uccidi i tuoi mariti. Ecco, sei già stata data a sette mariti e neppure di uno hai potuto godere. [9]Perché vuoi battere noi, se i tuoi mariti sono morti? Vattene con loro e che da te non abbiamo mai a vedere né figlio né figlia». [10]In quel giorno dunque essa soffrì molto, pianse e salì nella stanza del padre con l’intenzione di impiccarsi. Ma tornando a riflettere pensava: «Che non abbiano ad insultare mio padre e non gli dicano: La sola figlia che avevi, a te assai cara, si è impiccata per le sue sventure. Così farei precipitare la vecchiaia di mio padre con angoscia negli inferi. Farò meglio a non impiccarmi e a supplicare il Signore che mi sia concesso di morire, in modo da non sentire più insulti nella mia vita». [11]In quel momento stese le mani verso la finestra e pregò: «Benedetto sei tu, Dio misericordioso, e benedetto è il tuo nome nei secoli. Ti benedicano tutte le tue opere per sempre. [12]Ora a te alzo la faccia e gli occhi.[13]Dì che io sia tolta dalla terra, perché non abbia a sentire più insulti. [14]Tu sai, Signore, che sono pura da ogni disonestà con uomo [15]e che non ho disonorato il mio nome, né quello di mio padre nella terra dell’esilio. Io sono l’unica figlia di mio padre. Egli non ha altri figli che possano ereditare, né un fratello vicino, né un parente, per il quale io possa serbarmi come sposa. Già sette mariti ho perduto: perché dovrei vivere ancora? Se tu non vuoi che io muoia, guardami con benevolenza: che io non senta più insulti».
 
Adesso il narratore ci presenta un altro episodio contemporaneo a quello di Tobi: questa contemporaneità è importante perché sottolinea la straordinarietà dell’agire divino, che lega persone così lontane tra loro. Fin ora ci è stata presentata la storia di un uomo anziano, Tobi, uomo molto religioso, ma incapace di aprirsi al futuro e chiuso in un passato che lo opprime. La cecità di Tobi è come un simbolo della gabbia di osservanze religiose che, invece di liberarlo, rischiano di soffocarlo. Adesso la storia cambia decisamente e ci mette di fronte alla figura di una ragazza; se per il vecchio Tobi è rimasto solo il passato, per la giovane Sara non solo non c’è alcun passato, ma non c’è neppure l’unico futuro che una donna israelita del tempo poteva sperare: l’essere moglie e madre. Il problema di Tobi e quello di una religiosità scrupolosa, ma angosciante, pur se sincera. Quello di Sara e l’incapacità di gestire la propria sessualità proprio a causa della sua religiosità; si pensi a come Sara, nella sua preghiera, difenda davanti a Dio la propria purezza in campo sessuale, nel momento stesso in cui si lamenta di non essersi potuta sposare, perché i suoi mariti sono morti. Sara e qui una figura tragica, che ci ricorda tanti uomini e donne del nostro tempo ai quali i una travisata “educazione cattolica” ha tagliato le ali, creando in loro infiniti sensi di colpa che li hanno portati troppe volte a dover scegliere tra una sessualità negata, cosi com’e stato loro insegnato, o la tentazione di abbandonare una chiesa che ha loro impedito di vivere con gioia la propria sessualità. Dovremo chiederci, a questo punto, come mai il narratore scelga di descriverci una storia cosi curiosa; tutti i pretendenti di Sara muoiono nel preciso momento in cui stanno per unirsi sessualmente a lei per la prima Volta. Che cosa c’entra in tutto questo il demone Asmodeo, il “distruttore”? Non si tratta di condannare relazioni illecite o di stigmatizzare un atto di violenza sessuale: gli uomini che muoiono erano tutti legittimi mariti di Sara. L’accusa della serva rivolta a Sara, accusa volutamente violenta e crudele, ha in sé un fondo di verità: “Sei tu che uccidi i tuoi mariti!”. Esiste un problema relativo alla sessualità di Sara, che non riguarda solo gli uomini che avrebbero voluto sposarla, ma anche lei. Non c’e bisogno di perderci in analisi di tipo psicanalitico per comprendere che il problema di Sara e legato, almeno in buona parte, alla sua dipendenza dal padre. Con fine intuito psicologico il narratore osserva che Sara vuole impiccarsi nella stanza del padre, come estremo atto di disperazione e di accusa insieme, e che e proprio il pensiero del dolore che al padre essa avrebbe causato con la sua morte a distoglierla da questo intento. L’amore per il padre e paradossale: impedisce a Sara di crescere, di diventare donna e di amare un altro uomo, ma anche la salva dalla morte. La tragedia sta nel fatto che tale amore per il padre e unito, come si e detto, a motivazioni di tipo religioso, che contribuiscono a creare in Sara una serie di gravi sensi di colpa e la rendono cosi incapace di un vero amore di coppia. Come nel caso di Tobi, e la preghiera che cambia la situazione. Anche per Sara la preghiera e un miscuglio di disperazione e di speranza, e valgono per lei le cose che abbiamo osservato in precedenza riguardo a Tobi. Aggiungiamo tuttavia ancora una nota: la preghiera non e una formula magica, grazie alla quale l’uomo ottiene da Dio tutto ciò che vuole. Il narratore lo sa molto bene: la preghiera e prima di tutto la capacità di affidarci a Dio, di porre la nostra vita nelle sue mani. La preghiera, poi, e capace di modificare il nostro atteggiamento verso la vita e di aprirci strade che non avevamo mai pensato di percorrere. La storia della coppia di cui ci occuperemo, Tobia e Sara, nasce dalla preghiera imperfetta, ma sincera, di uno dei protagonisti, la giovane Sara, che non ha ancora perduto tutta la sua speranza.
 
16]In quel medesimo momento la preghiera di tutti e due fu accolta davanti alla gloria di Dio [17]e fu mandato Raffaele a guarire i due: a togliere le macchie bianche dagli occhi di Tobi, perché con gli occhi vedesse la luce di Dio; a dare Sara, figlia di Raguele, in sposa a Tobia, figlio di Tobi, e a liberarla dal cattivo demonio Asmodeo. Di diritto, infatti, spettava a Tobia di sposarla, prima che a tutti gli altri pretendenti. Proprio allora Tobi rientrava dal cortile in casa e Sara, figlia di Raguele, stava scendendo dalla camera.
Il testo ci invita a riflettere sulla realtà di una presenza divina ( l’angelo Raffaele) che accompagna gli uomini facendosi uno di loro, senza che essi se ne accorgano. Presenza delicata e discreta, che non forza mai la libertà degli uomini. La preghiera di Sara e quella di Tobi avvengono contemporaneamente e, proprio in quel momento, il Signore ascolta le preghiere di entrambi. Ciò che agli occhi di qualcuno potrebbe sembrare soltanto una coincidenza, sotto lo sguardo del narratore è invece il segno di una precisa azione di Dio. Il Dio di Israele ascolta le preghiere dei poveri e dei sofferenti nel momento stesso in cui sono pronunciate5 e interviene per salvarli. La preghiera così, acquista alla luce di questi versetti un’ulteriore dimensione: diviene espressione della fiducia di uomini che credono fermamente nell’intervento divino nella loro storia. Un intervento che seguirà vie diverse da quelle che noi possiamo immaginare: Tobi sarà salvato dal figlio.
Tobia – Capitolo 4
1]In quel giorno Tobi si ricordò del denaro che aveva depositato presso Gabael in Rage di Media [2]e pensò: «Ho invocato la morte. Perché dunque non dovrei chiamare mio figlio Tobia e informarlo, prima di morire, di questa somma di denaro?». [3]Chiamò il figlio e gli disse: «Qualora io muoia, dammi una sepoltura decorosa; onora tua madre e non abbandonarla per tutti i giorni della sua vita; fa ciò che è di suo gradimento e non procurarle nessun motivo di tristezza. [4]Ricordati, figlio, che ha corso tanti pericoli per te, quando eri nel suo seno. Quando morirà, dalle sepoltura presso di me in una medesima tomba. [5]Ogni giorno, o figlio, ricordati del Signore; non peccare né trasgredire i suoi comandi. Compi opere buone in tutti i giorni della tua vita e non metterti per la strada dell’ingiustizia. [6]Se agirai con rettitudine, riusciranno le tue azioni, come quelle di chiunque pratichi la giustizia. [7]Dei tuoi beni fa elemosina. Non distogliere mai lo sguardo dal povero, così non si leverà da te lo sguardo di Dio. [8]La tua elemosina sia proporzionata ai beni che possiedi: se hai molto, dà molto; se poco, non esitare a dare secondo quel poco. [9]Così ti preparerai un bel tesoro per il giorno del bisogno, [10]poiché l’elemosina libera dalla morte e salva dall’andare tra le tenebre. [11]Per tutti quelli che la compiono, l’elemosina è un dono prezioso davanti all’Altissimo. [12]Guardati, o figlio, da ogni sorta di fornicazione; anzitutto prenditi una moglie dalla stirpe dei tuoi padri e non una donna straniera, che cioè non sia della stirpe di tuo padre, perché noi siamo figli di profeti. Ricordati di Noè, di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, nostri padri fin da principio. Essi sposarono tutti una donna della loro parentela e furono benedetti nei loro figli e la loro discendenza avrà in eredità la terra. [13]Ama, o figlio, i tuoi fratelli; nel tuo cuore non concepire disprezzo per i tuoi fratelli, figli e figlie del tuo popolo, e tra di loro scegliti la moglie. L’orgoglio infatti è causa di rovina e di grande inquietudine. Nella pigrizia vi è povertà e miseria, perché l’ignavia è madre della fame. [14]Non rimandare la paga di chi lavora per te, ma a lui consegnala subito; se così avrai servito Dio, ti sarà data la ricompensa. Poni attenzione, o figlio, in quanto fai e sii ben educato in ogni tuo comportamento. [15]Non fare a nessuno ciò che non piace a te. Non bere vino fino all’ebbrezza e non avere per compagna del tuo viaggio l’ubriachezza. [16]Dà il tuo pane a chi ha fame e fà parte dei tuoi vestiti agli ignudi. Dà in elemosina quanto ti sopravanza e il tuo occhio non guardi con malevolenza, quando fai l’elemosina. [17]Versa il tuo vino e deponi il tuo pane sulla tomba dei giusti, non darne invece ai peccatori. [18]Chiedi il parere ad ogni persona che sia saggia e non disprezzare nessun buon consiglio. [19]In ogni circostanza benedici il Signore e domanda che ti sia guida nelle tue vie e che i tuoi sentieri e i tuoi desideri giungano a buon fine, poiché nessun popolo possiede la saggezza, ma è il Signore che elargisce ogni bene. Il Signore esalta o umilia chi vuole fino nella regione sotterranea. Infine, o figlio, conserva nella mente questi comandamenti, non lasciare che si cancellino dal tuo cuore. [20]Ora, figlio, ti faccio sapere che ho depositato dieci talenti d’argento presso Gabael figlio di Gabri, a Rage di Media. [21]Non temere se siamo diventati poveri. Tu avrai una grande ricchezza se avrai il timor di Dio, se rifuggirai da ogni peccato e farai ciò che piace al Signore Dio tuo».
 
 
Nei consigli che Tobi da al figlio vi sono molte cose davvero valide per il credente di oggi, cose che ognuno di noi è in grado di scoprire da sé; prima di mettersi in viaggio, di interpretare quel cammino che farà di lui un adulto, il giovane Tobia deve accettare il suo passato e i valori della sua famiglia, e con questi valori partire. Il vecchio Tobi sta consegnando nelle mani del figlio le tradizioni della propria famiglia e del proprio popolo, e nessuno può iniziare un nuovo cammino dimenticando le proprie radici. In questo capitolo emergono due valori che costituiscono una costante nell’intero libro. Il primo valore è l’elemosina, pur se limitato ai “fratelli buoni”. Mettendosi in viaggio, Tobia diviene un pellegrino e dipendendo dall’ospitalità altrui, deve imparare il valore primario del dono. Solo un povero lo può capire; lo ha capito Tobi, perché vive in esilio, e lo capirà Tobia, perché si trova in viaggio. L’elemosina di cui si parla non è il denaro benignamente elargito da un ricco al quale quell’elemosina non costa nulla, anche se, quando Tobi invita a dare in elemosina “ciò che avanza”, è ancora lontano dallo spicciolo della vedova del Vangelo. Il secondo valore è la famiglia; al di là delle regole endogamiche che per noi non hanno più senso, Tobi è preoccupato che il figlio costituisca una solida realtà familiare sulla scia del progetto divino verso l’uomo
6
. A questo punto non si deve trascurare il legame tra le raccomandazioni relative al matrimonio e l’essere “figli di profeti”. Ciò significa che il matrimonio è concepito come una sorta di carisma profetico: nella coppia si realizzano le promesse fatte da Dio agli uomini, e la coppia è chiamata a vivere e annunciare queste promesse agli uomini. La coppia è profezia vivente nei confronti dell’intera umanità. Abbiamo poi a causa dell’insistenza sul denaro di cui Tobi parla all’inizio e alla fine del suo discorso: è bene comportarsi secondo la legge di Dio, ma non dobbiamo dimenticare i soldi! Sembra di sentire i discorsi di alcuni cattolici che credono di poter tranquillamente abbinare alla loro fede nella provvidenza divina una vita vissuta alla luce delle preoccupazioni per il denaro. D’altra parte, qui sta la grandezza della storia di Tobia: nella sua apparente banalità. Quando tutto sembra perduto, un fatto esterno ed estraneo come il ricordo del denaro muove la storia dell’uomo verso la sua salvezza. Tobi si ricorda di un tesoro nascosto, e Dio gli farà scoprire qual è, in realtà, questo tesoro! Anche le nostre azioni apparentemente più irrilevanti possono divenire occasioni per un intervento di Dio. Dobbiamo notare, infine, come Tobi raccomandi al figlio Tobia di comportarsi in un modo che a lui non ha portato successo. L’aver osservato quelle norme etiche che egli adesso tramanda al figlio è stata, anzi, la causa della sua infelicità. Eppure Tobi e cieco padre vorrebbe che il figlio seguisse in tutto e per tutto le sue orme, ed è ancora ciecamente convinto della propria ragione. Tobi vive così animato da un vero e proprio meccanismo di negazione della realtà; non si accorge di ciò che agli altri appare così evidente: che non basta osservare la legge di Dio per essere felici. Tobi è un uomo di fede e certamente è in grado di accogliere valori che pure gli hanno garantito la felicità. Tuttavia resta viva l’impressione che attraverso il lungo discorso di Tobi il narratore abbia voluto suggerire anche questo ai suoi ascoltatori e quindi anche a noi: di fronte ai consigli del padre, il giovane Tobia accetterà i valori in essi contenuti, ma dovrà staccarsi dal padre e vivere autonomamente e in piena libertà la sua vita. Non sarà grazie all’insistenza di Tobi sul comportamento corretto da seguire che Tobia troverà la propria strada. Qui, Tobia più che ascoltare, subisce la predica paterna. Troppe volte la comunità cristiana rischia di comportarsi come il vecchio Tobi: prodiga di buoni consigli per l’umanità, di valori da seguire certamente positivi. Ma l’uomo di oggi, come ricordava Paolo VI nella
 
Evangelii nuntiandi
, non ha bisogno di maestri, bensì di testimoni. Non ha bisogno di una chiesa chiusa nella difesa della propria identità, fino a rischiare di diventare cieca e persino disumana, come il vecchio Tobi. Ha bisogno di una chiesa che lo accompagni in un cammino di vera libertà, come farà l’angelo Raffaele, un cammino nel quale la morale è il frutto stesso del cammino percorso, piuttosto che esserne il fondamento.
 
 
Tobia – 
Capitolo 5
 
1]
Allora Tobia rispose al padre: «Quanto mi hai comandato io farò, o padre. 
[2]
Ma come potrò riprendere la somma, dal momento che lui non conosce me, né io conosco lui? Che segno posso dargli, perché mi riconosca, mi creda e mi consegni il denaro? Inoltre non sono pratico delle strade della Media per andarvi». 
[3]
Rispose Tobi al figlio: «Mi ha dato un documento autografo e anch’io gli ho consegnato un documento scritto; lo divisi in due parti e ne prendemmo ciascuno una parte; l’altra parte la lasciai presso di lui con il denaro. Sono ora vent’anni da quando ho depositato quella somma. Cercati dunque, o figlio, un uomo di fiducia che ti faccia da guida. Lo pagheremo per tutto il tempo fino al tuo ritorno. Và dunque da Gabael a ritirare il denaro». 
[4]
Uscì Tobia in cerca di uno pratico della strada che lo accompagnasse nella Media. Uscì e si trovò davanti l’angelo Raffaele, non sospettando minimamente che fosse un angelo di Dio. 
[5]
Gli disse: «Di dove sei, o giovane?». Rispose: «Sono uno dei tuoi fratelli Israeliti, venuto a cercare lavoro». Riprese Tobia: «Conosci la strada per andare nella Media?». 
[6]
Gli disse: «Certo, parecchie volte sono stato là e conosco bene tutte le strade. Spesso mi recai nella Media e alloggiai presso Gabael, un nostro fratello che abita a Rage di Media. Ci sono due giorni di cammino da Ecbàtana a Rage. Rage è sulle montagne ed Ecbàtana è nella pianura». 
[7]
E Tobia a lui: «Aspetta, o giovane, che vada ad avvertire mio padre. Ho bisogno che tu venga con me e ti pagherò il tuo salario». 
[8]
Gli rispose: «Ecco, ti attendo; soltanto non tardare». 
[9]
Tobia andò ad informare suo padre Tobi dicendogli: «Ecco, ho trovato un uomo tra i nostri fratelli Israeliti». Gli rispose: «Chiamalo, perché io sappia di che famiglia e di che tribù è e se è persona fidata per venire con te, o figlio». 
[10]
Tobia uscì a chiamarlo: «Quel giovane, mio padre ti chiama». Entrò da lui. Tobi lo salutò per primo e l’altro gli disse: «Possa tu avere molta gioia!». Tobi rispose: «Che gioia posso ancora avere? Sono un uomo cieco; non vedo la luce del cielo; mi trovo nella oscurità come i morti che non contemplano più la luce. Anche se vivo, dimoro con i morti; sento la voce degli uomini, ma non li vedo». Gli rispose: «Fatti coraggio, Dio non tarderà a guarirti, coraggio!». E Tobi: «Mio figlio Tobia vuole andare nella Media. Non potresti accompagnarlo? Io ti pagherò, fratello!». Rispose: «Sì, posso accompagnarlo; conosco tutte le strade. Mi sono recato spesso nella Media. Ho attraversato tutte le sue pianure e i suoi monti e ne conosco tutte le strade». 
[11]
Tobi a lui: «Fratello, di che famiglia e di che tribù sei? Indicamelo, fratello». 
[12]
Ed egli: «Che ti serve la famiglia e la tribù? Cerchi una famiglia e una tribù o un mercenario che accompagni tuo figlio nel viaggio?». L’altro gli disse: «Voglio sapere con verità di chi tu sei figlio e il tuo vero nome». 
[13]
Rispose: «Sono Azaria, figlio di Anania il grande, uno dei tuoi fratelli». 
[14]
Gli disse allora: «Sii benvenuto e in buona salute, o fratello! Non avertene a male, fratello, se ho voluto sapere la verità sulla tua famiglia. Tu dunque sei mio parente, di bella e buona discendenza! Conoscevo Anania e Natan, i due figli di Semeia il grande. Venivano con me a Gerusalemme e là facevano adorazione insieme con me; non hanno abbandonato la retta via. I tuoi fratelli sono brava gente; tu sei di buona radice: sii benvenuto!». 
[15]
Continuò: «Ti do una dramma al giorno, oltre quello che occorre a te e a mio figlio insieme. Fa dunque il viaggio con mio figlio e poi ti darò ancora di più». 
[16]
Gli disse: «Farò il viaggio con lui. Non temere; partiremo sani e sani ritorneremo, perché la strada è sicura». 
[17]
Tobi gli disse: «Sia con te la benedizione, o fratello!». Si rivolse poi al figlio e gli disse: «Figlio, prepara quanto occorre per il viaggio e parti con questo tuo fratello. Dio, che è nei cieli, vi conservi sani fin là e vi restituisca a me sani e salvi; il suo angelo vi accompagni con la sua protezione, o figliuolo!».
[18]
Tobia si preparò per il viaggio e, uscito per mettersi in cammino, baciò il padre e la madre. E Tobi gli disse: «Fà buon viaggio!». 
[19]
Allora la madre si mise a piangere e disse a Tobi: «Perché hai voluto che mio figlio partisse? Non è lui il bastone della nostra mano, lui, la guida dei nostri passi? Si lasci perdere il denaro e vada in cambio di nostro figlio. 
[20]
Quel genere di vita che ci è stato dato dal Signore è abbastanza per noi». 
[21]
Le disse: «Non stare in pensiero: nostro figlio farà buon viaggio e tornerà in buona salute da noi. I tuoi occhi lo vedranno il giorno in cui tornerà sano e salvo da te.
[22]
Non stare in pensiero, non temere per loro, o sorella. Un buon angelo infatti lo accompagnerà, riuscirà bene il suo viaggio e tornerà sano e salvo». 
[23]
Essa cessò di piangere.
 
 
In questo capitolo inizia a emergere con vigore il tema del viaggio. Viaggiare in quell’epoca era qualcosa di faticoso e pericoloso. Il viaggio di Tobia è il simbolo della sua crescita e del suo passaggio alla vita adulta. Tobia come avviene a ognuno di noi, deve partire, staccarsi dalla famiglia di origine e gettarsi nella pericolosa e rischiosa, ma anche affascinante avventura della vita. Il viaggio di ognuno di noi è dettato sempre da uno scopo, e n Tobia è uno scopo materiale, recupero dei soldi che serviranno al padre per la sua vecchiaia. Ma, per il credente, al di là dei nostri scopi c’è sempre una meta diversa, che molte volte ci è perfino oscura, come accadde ad Abramo (Gen 12,1-3), anche Tobia deve partire per un viaggio il cui esito è incerto. Così succede ad ognuno di noi. La vita da un lato è un viaggio verso l’ignoto, dall’altro è un viaggio verso una meta che è possibile scoprire solo accettando di lasciarsi guidare da Dio. Tobia si incammina, scoprendo così la propria strada, di salvare due vite: quella del padre e quella della futura moglie. Ma Tobia questo ancora non lo sa. Occorre partire, ma da soli diventa difficile, la presenza di un compagno diventa essenziale. Allora al suo fianco ci sarà Dio stesso che si pone con grande discrezione accanto all’uomo e lo accompagna nel suo cammino. Tobia sperimenta una presenza amica ma non sa che quella presenza è divina. L’amico – angelo Azaria – Raffaele è un segno ambiguo: è un essere divino che ci accompagna, o è un uomo che diviene presenza di Dio? L’angelo deve per forza manifestarsi come un vero uomo, perché solo un altro uomo può diventare per noi la via per riscoprire Dio. L’angelo è così segno di ogni persona che ha l’amore e il coraggio di mettersi a camminare a fianco di un altro, rispettandone i tempi e guidandolo così alla propria libertà. Così accade a ciascuno di noi: Dio si rende presente attraverso uomini e donne che ci guidano senza pretendere mai di dominarci. La storia di Tobia riesce, in modo esemplare, a far nascere in noi la convinzione che credere alla provvidenza divina non significa rinunciare alla propria libertà. L’azione provvidenziale di Dio presuppone la libertà dell’uomo. Soltanto Dio, poi, può liberare l’uomo da una devozione “buona”, ma alienante. Il nome dell’angelo è Raffaele (Dio guarisce).
Il viaggio di Tobia avrebbe potuto essere una fuga dalle sue radici, come il figlio prodigo, narrato da San Luca. Ma Tobia si fida e sceglie di obbedire a un Dio che conosce appena, però si fida e affida.
Notiamo anche in questo capitolo la figura dei genitori di Tobia. Il padre cieco proclama di non avere più gioia della vita, visto che è condannato a vivere cieco. Abbiamo visto che la sua religiosità è servita a ben poco, visto che non è riuscita a dargli veramente ciò che voleva: la gioia di vivere. Una fede come quella di Tobi che non riesce a comunicare tale gioia è davvero una fede morta, addirittura nemica dell’uomo. Forse è per questo che tante nostre “catechesi” e “insegnamenti” , forse piene di sante parole non riescono a smuovere il cuore degli uomini del nostro tempo, che, non trovando esse la gioia di vivere, vanno a cercarle da altre parti. Infine Anna, la madre di Tobia: preoccupata del denaro all’inizio della storia, ora è preoccupata per la sorte del figlio, il bastone della sua vecchiaia. L’amore dei genitori confina spesso con l’egoismo: entrambi, Tobi e Anna, dovranno imparare che i figli non sono di loro proprietà e che il dono più grande che essi possono dare a loro è prima di tutto il dono della libertà. Tobia comincia a capire che deve recidere definitivamente il cordone ombelicale, altrimenti non sarà mai adulto.
 
Tobia – 
Capitolo 6
[1]
Il giovane partì insieme con l’angelo e anche il cane li seguì e s’avviò con loro. Camminarono insieme finché li sorprese la prima sera; allora si fermarono a passare la notte sul fiume Tigri. 
[2]
Il giovane scese nel fiume per lavarsi i piedi, quand’ecco un grosso pesce balzò dall’acqua e tentò di divorare il piede del ragazzo, che si mise a gridare. 
[3]
Ma l’angelo gli disse: «Afferra il pesce e non lasciarlo fuggire». Il ragazzo riuscì ad afferrare il pesce e a tirarlo a riva. 
[4]
Gli disse allora l’angelo: «Aprilo e togline il fiele, il cuore e il fegato; mettili in disparte e getta via invece gli intestini. Il fiele, il cuore e il fegato possono essere utili medicamenti». 
[5]
Il ragazzo squartò il pesce, ne tolse il fiele, il cuore e il fegato; arrostì una porzione del pesce e la mangiò; l’altra parte la mise in serbo dopo averla salata. 
[6]
Poi tutti e due insieme ripresero il viaggio, finché non furono vicini alla Media. 
[7]
Allora il ragazzo rivolse all’angelo questa domanda: «Azaria, fratello, che rimedio può esserci nel cuore, nel fegato e nel fiele del pesce?». 
[8]
Gli rispose: «Quanto al cuore e al fegato, ne puoi fare suffumigi in presenza di una persona, uomo o donna, invasata dal demonio o da uno spirito cattivo e cesserà in essa ogni vessazione e non ne resterà più traccia alcuna. 
[9]
Il fiele invece serve per spalmarlo sugli occhi di uno affetto da albugine; si soffia su quelle macchie e gli occhi guariscono». 
[10]
Erano entrati nella Media e già erano vicini a Ecbàtana, 
[11]
quando Raffaele disse al ragazzo: «Fratello Tobia!». Gli rispose: «Eccomi». Riprese: «Questa notte dobbiamo alloggiare presso Raguele, che è tuo parente. Egli ha una figlia chiamata Sara 
[12]
e all’infuori di Sara nessun altro figlio o figlia. Tu, come il parente più stretto, hai diritto di sposarla più di qualunque altro uomo e di avere in eredità i beni di suo padre. E’ una ragazza seria, coraggiosa, molto graziosa e suo padre è una brava persona». 
[13]
E aggiunse: «Tu hai il diritto di sposarla. Ascoltami, fratello; io parlerò della fanciulla al padre questa sera, perché la serbi come tua fidanzata. Quando torneremo da Rage, faremo il matrimonio. So che Raguele non potrà rifiutarla a te o prometterla ad altri; egli incorrerebbe nella morte secondo la prescrizione della legge di Mosè, poiché egli sa che prima di ogni altro spetta a te avere sua figlia. Ascoltami, dunque, fratello. Questa sera parleremo della fanciulla e ne domanderemo la mano. Al nostro ritorno da Rage la prenderemo e la condurremo con noi a casa tua». 
[14]
Allora Tobia rispose a Raffaele: «Fratello Azaria, ho sentito dire che essa è già stata data in moglie a sette uomini ed essi sono morti nella stanza nuziale la notte stessa in cui dovevano unirsi a lei. Ho sentito inoltre dire che un demonio le uccide i mariti. 
[15]
Per questo ho paura: il demonio è geloso di lei, a lei non fa del male, ma se qualcuno le si vuole accostare, egli lo uccide. Io sono l’unico figlio di mio padre. Ho paura di morire e di condurre così alla tomba la vita di mio padre e di mia madre per l’angoscia della mia perdita. Non hanno un altro figlio che li possa seppellire». 
[16]
Ma quello gli disse: «Hai forse dimenticato i moniti di tuo padre, che ti ha raccomandato di prendere in moglie una donna del tuo casato? Ascoltami, dunque, o fratello: non preoccuparti di questo demonio e sposala. Sono certo che questa sera ti verrà data in moglie. 
[17]
Quando però entri nella camera nuziale, prendi il cuore e il fegato del pesce e mettine un poco sulla brace degli incensi. L’odore si spanderà, il demonio lo dovrà annusare e fuggirà e non comparirà più intorno a lei. 
[18]
Poi, prima di unirti con essa, alzatevi tutti e due a pregare. Supplicate il Signore del cielo perché venga su di voi la sua grazia e la sua salvezza. Non temere: essa ti è stata destinata fin dall’eternità. Sarai tu a salvarla. Ti seguirà e penso che da lei avrai figli che saranno per te come fratelli. Non stare in pensiero». 
[19]
Quando Tobia sentì le parole di Raffaele e seppe che Sara era sua consanguinea della stirpe della famiglia di suo padre, l’amò al punto da non saper più distogliere il cuore da lei.
 
 
Iniziamo la nostra riflessione sull’episodio del pesce. È chiaro che il fiume e il pesce rappresentano le difficoltà, le forze negative che Tobia deve superare nel cammino della sua vita, nel momento in cui cala improvvisa la notte. Tali difficoltà devono essere superate con le proprie forze; l’amico angelo se ne sta sulla riva e Tobia deve riuscire da solo a liberarsi del pesce che lo vuole tirare sotto. In questo modo, proprio ciò che era stato per lui un pericolo (il pesce) diventerà fonte di sal­vezza per sé e per gli altri; il fegato, il cuore, il fiele del pesce si riveleranno utili in futuro.
Nel cammino della vita, ognuno di noi incontra la paura e l’angoscia, e la prima reazione è quella del gri­do e dello sconforto; ma, guardandoci attorno, sco­priamo di non essere soli: la presenza amica di Dio non ci abbandona, come avviene per Tobia. Eppure Dio non è un mago che improvvisamente risolve tutti i no­stri problemi; la paura dovrà essere vinta da noi stes­si, fidandoci della parola del Signore. Tobia non vince con il suo coraggio, ma con la sua fiducia. Spesso questo brano spesso è stato letto, alla lu­ce del Nuovo Testamento e nella tradizione patristica, in chiave battesimale: l’acqua, il pericolo, la presenza di Dio, la fede-fiducia di Tobia, la nascita a una nuova vita…
Da un la­to, Tobia utilizzerà parte del pesce da lui catturato per scacciare il demonio che tormenta Sara; dall’altro, Aza­ria comincia a parlare a Tobia di Sara proprio subito dopo l’episodio del pesce: in questo modo, Azaria cer­ca di vincere le paure di Tobia relative alla sua vita ses­suale e al suo rapporto di coppia. Il pesce che minaccia il “piede” del ragazzo rappresenta così anche la sessua­lità, della quale il ragazzo ha paura e dalla quale si la­scia dominare e divorare. Tobia dovrà affrontare a viso aperto la propria sessualità, farla propria e non lasciar­si dominare da essa come se fosse una realtà estranea che in qualche modo lo intimorisce e lo spaventa. Solo così egli potrà diventare un uomo capace di amare una donna, e non più un adolescente chiuso in se stesso. La sicurezza con la quale Azaria parla a Tobia di matrimonio sconvolge il ragazzo: egli da un lato vede aprirsi davanti a sé un futuro straordinario, dall’altro ne ha ancora paura. La scusa che egli porta è un segno della sua non ancora piena maturità: e se il demonio uccidesse anche me, mio padre che farebbe? Certamente ne morirebbe di dolore! In realtà, Tobia ha paura per se stesso, perché, nonostante la vittoria sul pesce, non si sente ancora in grado di affrontare le difficoltà della vita né di accettare serenamente la propria sessualità, che pure ha iniziato a scoprire. Con simpatica ironia il narratore ce lo presenta nell’atto di dichiarare candidamente di aver timore di fare la stes­sa fine di coloro che sono rimasti uccisi proprio nell’attimo in cui stavano per unirsi a Sara! Il demonio Asmodeo, che sta sullo sfondo, incarna tutte le pos­sibili paure di Tobia di fronte alla prospettiva di un matrimonio imminente. “Ho sentito dire…”: le pau­re di Tobia sono allo stesso tempo fragili e profon­de; profonde, perché radicate in lui, ma fragili, perché dipendono in realtà soltanto da un “sentito dire”. To­bia crede alle apparenze e alle dicerie quando queste gli servono da paravento e da scusa; l’unica cosa certa è proprio la sua paura. E vero: il matrimonio può mettere paura, e così pu­re la scoperta della propria sessualità; impegnarsi per sempre ad amare un’altra persona, dividere con essa l’intera vita crea preoccupazioni e suscita timori. E facile trovare molte scuse per non impegnarsi, quelle che non di rado possono oggi servire a giustificare scelte di convivenza o fidanzamenti prolungati per troppi an­ni: manca la casa, manca il lavoro, non ci sentiamo pronti… E vero: la casa manca e il lavoro pure; spesso, però, mancano anche il coraggio e la voglia di decide­re, soffocati dalla paura di buttarsi in una avventura che sembra troppo, troppo grande per noi. Non basta aver “pescato il pesce”, aver scoperto che la sessualità non è un pericolo; ci vuole qualcos’altro per superare la paura.
La risposta di Azaria ai dubbi e alle paure del ragazzo gioca, come si è visto, su diversi fattori; con molta abilità Azaria richiama alla mente del ragazzo i desideri del padre, la cui figura resta sullo sfondo delle preoccupazioni di Tobia, ancora non pienamente sgan­ciato dai legami familiari. L’autonomia e la libertà non escludono il rispetto dei valori nei quali siamo stati educati; Azaria, con delicatezza, li ricorda a Tobia, ma lo guida a farli propri con una decisione più libera e matura. La seconda raccomandazione dell’angelo è di non aver paura del demonio. Esso fuggirà, ed è così poco potente che sarà sufficiente un po’ di pesce arrostito, un piccolo rituale domestico, per scacciarlo. Noi non crediamo più a questo tipo di gesti, che per il narratore di Tobia sono del tutto normali; ma resta il fatto che le paure di Tobia di fronte al matrimonio spariranno da sole, non appena egli si ricorderà di aver già vinto le difficoltà incontrate nel suo cammino e di aver già af­frontato il problema legato alla propria sessualità. Sarà proprio quel pesce da lui stesso catturato a salvarlo. Di fronte alle proprie paure l’uomo deve reagire e combat­tere; già con le sue forze può ottenere buoni risultati. Dio non ci toglie, infatti, dai pericoli e dalle tentazio­ni, ma ci dona la forza e la volontà per combatterli. Ma c’è di più: ciò che sblocca definitivamente To­bia è l’invito di Azaria a pensare al Signore. Prima di unirsi a Sara, infatti, Tobia deve pregare e comprende­re così che Sara
 
gli è stata destinata da sempre. 
Questo è forse il punto più importante di tutto il libro, alme­no per quanto riguarda le idee che il narratore ci offre sul matrimonio. L’unione di un uomo e di una donna non è per lui un fatto accidentale, ma il compiersi di un preciso progetto di Dio, un progetto che nasce nell’eternità. Il matrimonio è l’incontro profondo e vitale di due persone che all’inizio sono estranee l’una all’al­tra; è l’accoglienza dell’alterità che entra nella mia vita e le dà senso. Questo, per il credente, non può avveni­re se non come l’accoglienza di un dono ricevuto da Dio. E Dio che pone una donna di fronte a un uomo (Cf. Gen 2,18-25), e viceversa, donando l’uno all’altra. L’altro resta sempre un mistero, ma tale mistero diventa, nella coppia, continua scoperta di una persona che non è da possedere, ma è qualcuno che ci è stato donato, al quale donarsi senza riserve. Forse è proprio ciò che mancava ai sette precedenti mariti di Sara: la consapevolezza che essi stavano rispondendo a una chiamata divina, di cui invece non si accorgono. Il matrimonio conosce, purtroppo, anche i fallimenti e le cadute; non di rado tali fallimenti erano presenti in germe fin dall’inizio. I germi della separazione erano già vivi in un rapporto in cui c’era senz’altro un amo­re sincero, ma non la certezza che l’altro è sempre un dono, e mai una conquista, un mistero da rispettare e da accogliere, non semplicemente un aiuto al quale ap­poggiarsi e dal quale aspettarsi qualcosa che, invece, non sempre arriva. Accogliendo le parole di Azaria, Tobia compren­de che il matrimonio è veramente una
 
vocazione 
e che l’atto di amare e di sposarsi è la risposta che l’uomo e la donna danno alla chiamata divina. Il
 
partner 
è co­lui/colei attraverso il quale/la quale Dio concretamente ti ama, una persona concreta che Dio ti pone accan­to, come avviene per Tobia con Sara, che ti svela come d’ora in poi, attraverso quella persona, ti amerà lo stes­so Signore.
Adesso, tutto il desiderio di Tobia è orientato verso Sara, e sposarla è diventata la cosa più importante per lui. Nel cammino dei fidanzati giunge alla fine il momento nel quale si è ormai certi che il matrimonio ci sta di fronte e che non può, non deve più essere ritar­dato; tutto è ormai orientato alla vita in due. “
La amò così tanto che il suo cuore si unì a lei
“: l’amore fiorisce là dove gli uomini hanno riconquistato la propria liber­tà, dove hanno scacciato le proprie paure, dove il sesso non incute più timore, ma è fonte di gioia, dove la fe­de ha aperto la certezza che l’amore di coppia è una realtà alla quale gli uomini sono chiamati da Dio. Par­lando di matrimonio, troppo a lungo la chiesa cattolica ha insistito sul tema della superiorità della verginità consacrata sul matrimonio; eppure è ormai chiaro che il matrimonio è anch’esso una grazia e una vocazione (cf.
Familiaris consortio 
13), non meno grande e non meno impegnativa da vivere davanti a Dio.
Tutto questo è senz’altro molto bello, ma, come sem­pre avviene in questi casi, rischia di essere
 
troppo 
bel­lo, fino al punto di apparire persino irreale. In ogni coppia l’uno è destinato all’altra “da sempre”; ma ta­le vocazione si realizza nella vita quotidiana, con le sue difficoltà, le sue gioie e le sue speranze. Non dimentichiamoci che ciò che ci viene narrato nel libro di To­bia è una storia di famiglia davvero molto semplice. Il narratore non vuole proporci principi elevati e astrat­ti che rischierebbero di non aver corrispondenza nella realtà; egli vuole piuttosto raccontarci una storia che, in qualche modo, può diventare, nella sua normalità e familiarità, la storia di ogni coppia che, in modi di­versi, può arrivare a comprendere, come Tobia e Sara, la propria vocazione. Si tratta di accettare di mettere in gioco la propria storia di coppia, alla luce di questa narrazione biblica.
 
 
 
Tobia – 
Capitolo 7
 
[1]
Quando fu entrato in Ecbàtana, Tobia disse: «Fratello Azaria, conducimi diritto da nostro fratello Raguele». Egli lo condusse alla casa di Raguele, che trovarono seduto presso la porta del cortile. Lo salutarono per primi ed egli rispose: «Salute fratelli, siate i benvenuti!». Li fece entrare in casa. 
[2]
Disse alla moglie Edna: «Quanto somiglia questo giovane a mio fratello Tobi!». 
[3]
Edna domandò loro: «Di dove siete, fratelli?», ed essi risposero: «Siamo dei figli di Nèftali, deportati a Ninive». 
[4]
Disse allora: «Conoscete nostro fratello Tobi?». Le dissero: «Lo conosciamo». Riprese: «Come sta?». 
[5]
Risposero: «Vive e sta bene». E Tobia aggiunse: «E’ mio padre». 
[6]
Raguele allora balzò in piedi, l’abbracciò e pianse. Poi gli disse: «Sii benedetto, figliolo! Sei il figlio di un ottimo padre. Che sventura per un uomo giusto e largo di elemosine essere diventato cieco!». Si gettò al collo del parente Tobia e pianse. 
[7]
Pianse anche la moglie Edna e pianse anche la loro figlia Sara. 
[8]
Poi egli macellò un montone del gregge e fece loro una calorosa accoglienza. 
[9]
Si lavarono, fecero le abluzioni e, quando si furono messi a tavola, Tobia disse a Raffaele: «Fratello Azaria, domanda a Raguele che mi dia in moglie mia cugina Sara». 
[10]
Raguele udì queste parole e disse al giovane: «Mangia, bevi e sta allegro per questa sera, poiché nessuno all’infuori di te, mio parente, ha il diritto di prendere mia figlia Sara, come del resto neppure io ho la facoltà di darla ad un altro uomo all’infuori di te, poiché tu sei il mio parente più stretto. Però, figlio, vogliono dirti con franchezza la verità. 
[11]
L’ho data a sette mariti, scelti tra i nostri fratelli, e tutti sono morti la notte stessa delle nozze. Ora mangia e bevi, figliolo; il Signore provvederà». 
[12]
Ma Tobia disse: «Non mangerò affatto né berrò, prima che tu abbia preso una decisione a mio riguardo». Rispose Raguele: «Lo farò! Essa ti viene data secondo il decreto del libro di Mosè e come dal cielo è stato stabilito che ti sia data. Prendi dunque tua cugina, d’ora in poi tu sei suo fratello e lei tua sorella. Ti viene concessa da oggi per sempre. Il Signore del cielo vi assista questa notte, figlio mio, e vi conceda la sua misericordia e la sua pace». 
[13]
Raguele chiamò la figlia Sara e quando essa venne la prese per mano e l’affidò a Tobia con queste parole: «Prendila; secondo la legge e il decreto scritto nel libro di Mosè ti viene concessa in moglie. Tienila e sana e salva conducila da tuo padre. Il Dio del cielo vi assista con la sua pace». 
[14]
Chiamò poi la madre di lei e le disse di portare un foglio e stese il documento di matrimonio, secondo il quale concedeva in moglie a Tobia la propria figlia, in base al decreto della legge di Mosè. Dopo di ciò cominciarono a mangiare e a bere. 
[15]
Poi Raguele chiamò la moglie Edna e le disse: «Sorella mia, prepara l’altra camera e conducila dentro».
[16]
Essa andò a preparare il letto della camera, come le aveva ordinato, e vi condusse la figlia. Pianse per lei, poi si asciugò le lacrime e disse: 
[17]
«Coraggio, figlia, il Signore del cielo cambi in gioia il tuo dolore. Coraggio, figlia!». E uscì.
 
Questo capitolo è una finestra sulle usanze fami­liari giudaiche e sull’importanza che, nel mondo anti­co, aveva il dovere dell’ospitalità. L’ospite è Dio stesso che viene a visitarci ed è accolto prima ancora di sa­pere chi è. Un valore sul quale il nostro mondo, chiuso in se stesso, forse non è più neppure in grado di riflet­tere…
Nello spiegare il testo abbiamo notato come il rac­conto delle nozze di Tobia e Sara sia intessuto di ri­chiami biblici che culminano nella frase rivolta da Raguel ai due novelli sposi, in una situazione molto dif­ficile (vista la fine dei sette precedenti matrimoni!): “
Il Signore provvederà per voi
”, frase che ricorda ciò che Abramo risponde al figlio Isacco (cf. Gen 22,8), di fronte allo stupore di quest’ultimo per un sacrificio per il quale manca la vittima. Nella frase di Raguel è contenuto appunto uno dei temi chiave del libro: “
Il Signore provvederà per voi
“. I personaggi della storia, nonostante le difficoltà nelle quali si trovano a vive­re, ripongono la loro fiducia in questa presenza amica. Tale convinzione non si basa su astratti presupposti di carattere fideistico: è fondata piuttosto sull’assidua frequentazione delle Scritture, alle quali il nostro capi­tolo fa volentieri riferimento. La celebrazione del ma­trimonio, pur seguendo usanze proprie del tempo nel quale il libro è stato scritto, è radicata nella tradizione di Israele; questo è anche il senso dei riferimenti alla legge mosaica che i personaggi seguono fedelmente.
In questo modo, la storia di Tobia intende suggerirci come la provvidenza divina vada di pari passo con la meditazione sulla parola del Signore e l’ubbidienza alla sua legge. Anche all’interno di un rapporto di cop­pia, credere alla provvidenza non significa pensare a un Dio che automaticamente eliminerà i nostri proble­mi. Significa piuttosto continuare a camminare anche nei momenti difficili, come Abramo, e collaborare così con l’azione divina.
La celebrazione delle nozze, tra gli israeliti di quel tempo, non è un rito che presenti, almeno esteriormen­te, spiccate caratteristiche religiose: è una festa con tratti molto profani, che si svolge nella casa della spo­sa e che è celebrata dai genitori, dal padre della sposa, come in questo caso. La provvidenza passa così attra­verso la quotidianità e l’ordinarietà della vita; il ma­trimonio, pur tenendo conto dell’aspetto sacramentale che esso ha per la chiesa cattolica, ha infatti anche un valore sul piano umano; ed è partendo da questa di­mensione umana che gli sposi israeliti vi scoprono una dimensione divina.
Un’ultima osservazione. Questo capitolo ha un tono agrodolce: la gioia per la festa di nozze è velata dalla tristezza dei genitori di Sara che temono per lei ancora il peggio. Il lettore intuisce che tutto andrà a finire per il meglio, ma i personaggi ancora non lo sanno. Anche a noi accade di non sapere come la storia di una coppia andrà a finire; in un’epoca di separazioni, rotture e di­vorzi, molti si aspettano non certo che il marito muoia, come era accaduto ai mariti di Sara, ma che uno dei due (o tutti e due insieme) rompa l’unità della coppia. Come andrà a finire? Non dimentichiamo i consigli dati dall’angelo a Tobia nel capitolo precedente: il ma­trimonio riuscirà se i due porranno alla base di esso i valori della vita familiare, se saranno in grado di vivere con maturità la propria vita e, in essa, la propria sessualità (l’episodio del pesce!), se si ricorderanno che il matrimonio è un dono e una vocazione e non una con­quista, se porranno il Signore al cuore del loro cammi­no di coppia. E ciò che farà Tobia nel capitolo ottavo, che stiamo per affrontare.
 
Tobia – 
Capitolo 8
[1]
Quando ebbero finito di mangiare e di bere, decisero di andare a dormire. Accompagnarono il giovane e lo introdussero nella camera da letto. 
[2]
Tobia allora si ricordò delle parole di Raffaele: prese dal suo sacco il fegato e il cuore del pesce e li pose sulla brace dell’incenso. 
[3]
L’odore del pesce respinse il demonio, che fuggì nelle regioni dell’alto Egitto. Raffaele vi si recò all’istante e in quel luogo lo incatenò e lo mise in ceppi. 
[4]
Gli altri intanto erano usciti e avevano chiuso la porta della camera. Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza». 
[5]
Essa si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo: «Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! 
[6]
Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui. 
[7]
Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Dègnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia». 
[8]
E dissero insieme: «Amen, amen!». 
[9]
Poi dormirono per tutta la notte.
 
Ora ci troviamo nel cuore della vita di coppia. La prima notte di nozze di Tobia e Sara si apre, come si è visto, con un episodio strano, il rito che Tobia compie per scacciare il demone Asmodeo con il fegato e il cuore del pesce. Alla luce di quanto abbiamo cercato di spiegare, la fuga del demonio va letta come la sconfitta di una sessualità vissuta soltan­to come oggetto. Asmodeo è il segno che la coppia non può reggersi unicamente sul desiderio dell’altro o, peg­gio, del corpo dell’altro, desiderio sottile e insistente, che si insinua anche là dove sembrerebbe esserci sol­tanto amore. Il rito compiuto da Tobia è il segno che egli ha superato questo rischio ed è anche un modo per far comprendere a Sara che egli non vuole da lei sol­tanto il sesso.
C’è di più. Il rito compiuto da Tobia è inserito in un contesto religioso che non deve essere sottovalutato e che emerge prima ancora della preghiera comune dei due sposi novelli. Nel mondo antico, e nel mondo gre­co in modo tutto particolare, l’amore è qualcosa che sta a mezzo tra un demone e un dio, l’Eros greco che gioca con gli uomini, si impadronisce di loro ed è ca­pace di portarli persino alla rovina.
Come avviene nel Cantico dei cantici, sarà il mo­noteismo giudaico a salvare l’uomo da questa visione dell’amore, nella quale il mondo moderno sembra, ahimè, essere ripiombato: un amore che alla fine è oggetto da idolatrare e non un dono di sé fatto all’altro. La fede di Israele in un unico Dio fa sì che l’amore diventi una realtà davvero umana, della quale non si deve più aver paura. La ridicola fuga di Asmodeo, incatenato “in Egitto” da Raffaele, è il segno che l’amore non è più una potenza demoniaca che schiaccia l’essere uma­no del quale si è impadronito, né una forza divina con­tro la quale gli uomini non possono resistere. L’amo­re è invece un dono fatto da Dio agli uomini; proprio per questo, lo ripeto, è una realtà profondamente uma­na, pur se proviene da Dio stesso. E perciò – para­dossalmente per chi non conosce le Scritture – il fat­tore “fede” l’elemento determinante che permette a Tobia e Sara di vivere in modo umano il proprio rap­porto di coppia. La loro preghiera è il segno che il di­vino non cancella l’umano, ma anzi lo presuppone e lo fa crescere.
La preghiera di Tobia e Sara è, come si è visto, un caso singolare nella Scrittura di preghiera di coppia, e resta tale anche se il narratore, che a Sara non concede molta autonomia, la pone in realtà solo sulle labbra di Tobia.
Il punto di partenza della preghiera, la benedizio­ne, è ormai ben noto a chi ha seguito fin qui il libro di Tobia. Ma tale benedizione acquista, in questa pri­ma notte di nozze, un significato del tutto particolare. Due ragazzi si trovano insieme per la prima volta come marito e moglie; il loro primo pensiero, nel momento in cui due corpi e due persone stanno per incontrarsi, è il “grazie” che essi rivolgono al Signore. Il senso del­la benedizione è proprio questo: riconoscere che Dio è all’origine di ogni realtà della nostra vita. Siamo qui insieme, è come se dicessero Tobia e Sara, ed è così bello; ma ciò avviene perché tu, Signore, ce lo hai do­nato; grazie, sii benedetto per questo! Solo così è pos­sibile passare dal “regime del possesso” al “regime del dono”; la coppia è dono reciproco perché a sua volta la coppia è realizzazione di un dono più grande.
La preghiera di Tobia e Sara prosegue poi con il ri­chiamo del testo della Genesi; ciò significa che la vita di ogni coppia si fonda sulla parola di Dio, letta e me­ditata insieme. E alla luce di questa Parola che la cop­pia è in grado di scoprire la propria identità più pro­fonda e la propria vocazione. Il progetto di vita che ogni coppia si propone di vivere e realizzare si dispiega davanti alla coppia stessa alla luce del progetto di Dio. Inoltre, il richiamo alle origini fatto attraverso il libro della Genesi, rende la coppia consapevole che nessuno nel mondo è un’isola. A ogni coppia è chiesto di essere il segno di un amore di Dio che ha origine con la sto­ria stessa dell’umanità. Ogni coppia, semplicemente at­traverso la propria vita coniugale e familiare, parla al mondo dell’amore di Dio per l’uomo che, fin dalle ori­gini, proprio nella coppia si è per primo manifestato.
“Non per passione, ma con verità”: non basta il sentimento per far nascere l’amore. Il rischio dell’egoi­smo è sempre in agguato nelle cose umane e, come tut­ti ben sanno, non è certo assente dalla vita di coppia. Anche la tentazione di eliminare Dio e fare da soli è sempre presente. Tobia e Sara riconoscono che il loro amore si fonda sulla “verità”; verità che è il rispetto dell’altro nella sua alterità, il dono che io faccio di me
stesso all’altro, il dono che prima di tutto ciascuno di noi due ha ricevuto da Dio. In questo modo anche la sessualità diventa liberante e fonte di gioia. Non c’è più alcun “Asmodeo” del quale aver paura! La preghie­ra è così un atto di fiducia attraverso il quale la coppia è in grado di rinnovare, giorno dopo giorno, il suo “sì” iniziale.
E la preghiera termina con una prospettiva a lungo termine: “Degnati di aver misericordia … e di farci giungere insieme alla vecchiaia”. Il matrimonio ha bi­sogno della misericordia di Dio. A maggior ragione, per un cristiano che crede nella sacramentalità del ma­trimonio, esso è segno efficace di una vera grazia divi­na. Dio non è assente dalla coppia, ed è questa sua pre­senza che Tobia e Sara appunto invocano. Una presen­za che può aprire al matrimonio orizzonti grandiosi: insieme sino alla vecchiaia e alla morte, non per nostro merito, ma ancora una volta per dono di Dio al quale, con la nostra preghiera, chiediamo di saper rispondere. L”Amen” conclusivo è il segno della nostra volontà di vivere quanto nella preghiera abbiamo chiesto.
Un punto ancora deve essere sottolineato: ai com­mentatori sfugge per lo più il fatto che la preghiera di Tobia e Sara sia recitata quando
 
i 
due sono già a letto insieme (“sorella,
alzati]”); 
alla preghiera, senza che il narratore ce lo dica esplicitamente, segue così la con­sumazione del matrimonio. I commentatori cristiani trovano grandi difficoltà nel cogliere questa connessio­ne, a causa soprattutto della visione negativa della ses­sualità che, direttamente
 
o 
indirettamente, pesa su di loro. Si tratta, invece, di un punto particolarmente significativo: Tobia e Sara hanno superato
 
i 
rischi con­nessi con il demone della sessualità (vedi il rito del fegato e del cuore del pesce che mette in fuga Asmodeo) e non ne hanno più timore; ma una tale conquista non è ancora sufficiente. La sessualità nella coppia non è, infatti, disgiunta dalla preghiera. Ciò significa, prima di tutto, che il rapporto sessuale, all’interno della coppia o, più in ge­nerale, l’esercizio della sessualità, è anche uno dei mo­di con il quale la coppia vive la sua unione con il Si­gnore e riesce a pregare. Scoperta incredibile e liberan­te, in una chiesa che quasi sempre presenta il sesso solo in relazione a ciò che
 
non 
si deve fare!
Ma che cosa significa tutto questo? Una prima, ov­via conclusione, è che il sesso, nella coppia, non ha una funzione unicamente procreativa; anzi, esso è pri­ma di tutto l’espressione dell’unità della coppia e, allo stesso tempo, prolunga e completa la vita di preghie­ra della coppia stessa. L’esercizio della sessualità, so­lo in apparenza materiale ed esteriore, diviene infatti, nel rapporto di amore che la coppia vive, un’espressio­ne di interiorità, e persino di spiritualità. Quello che io realmente sono – che l’altro è – nell’unitarietà del mio essere, spirituale e corporeo insieme, è nello stes­so istante ricevuto e donato: io dono all’altro tutto il mio essere, senza limiti, e allo stesso modo lo accolgo; l’unione sessuale, nella sua intimità, racconta all’altro ciò che io sono: emozioni, impegno, paure, limiti, lo­de, sentimento, persino fede e preghiera. Da questo punto di vista (cf. nella preghiera di Tobia e Sara l’e­splicito richiamo a Gen 2,18) la sessualità nella coppia potrebbe essere descritta addirittura come una sorta di liturgia della creazione, una celebrazione del corpo dell’altro ricevuto in dono da Dio, liturgia che, nell’at­to del concepimento, prolunga l’opera stessa di Dio, aprendosi a una nuova vita.
Non insisto su temi dei quali è possibile parlare solo dopo averne vissuto direttamente e con gioia l’espe­rienza all’interno di una vita di coppia. Mi è sufficien­te far notare, senza scadere troppo nella poesia, come una tale riflessione permetta alle coppie cristiane di re­cuperare, all’interno del loro cammino di spiritualità e di fede, una dimensione che per lo più ne rimane ai margini: la propria sessualità.
 
[10]Ma Raguele si alzò; chiamò i servi e andò con loro a scavare una fossa. Diceva infatti: «Caso mai sia morto, non abbiamo a diventare oggetto di scherno e di ribrezzo». [11]Quando ebbero terminato di scavare la tomba, Raguele tornò in casa; chiamò la moglie [12]e le disse: «Manda in camera una delle serve a vedere se è vivo; così, se è morto, lo seppelliremo senza che nessuno lo sappia». [13]Mandarono avanti la serva, accesero la lampada e aprirono la porta; essa entrò e li trovò che dormivano insieme, immersi in un sonno profondo. [14]La serva uscì e riferì loro che era vivo e che non era successo nulla di male. [15]Benedissero allora il Dio del cielo: «Tu sei benedetto, o Dio, con ogni pura benedizione. Ti benedicano per tutti i secoli![16]Tu sei benedetto, perché mi hai rallegrato e non è avvenuto ciò che temevo, ma ci hai trattato secondo la tua grande misericordia. [17]Tu sei benedetto, perché hai avuto compassione dei due figli unici. Concedi loro, Signore, grazia e salvezza e falli giungere fino al termine della loro vita in mezzo alla gioia e alla grazia». [18]Allora ordinò ai servi di riempire la fossa prima che si facesse giorno. [19]Raguele ordinò alla moglie di fare il pane in abbondanza; andò a prendere dalla mandria due vitelli e quattro montoni; li fece macellare e cominciarono così a preparare il banchetto. [20]Poi chiamò Tobia e sotto giuramento gli disse: «Per quattordici giorni non te ne andrai di qui, ma ti fermerai da me a mangiare e a bere e così allieterai l’anima già tanto afflitta di mia figlia. [21]Di quanto possiedo prenditi la metà e torna sano e salvo da tuo padre. Quando io e mia moglie saremo morti, anche l’altra metà sarà vostra. Coraggio, figlio! Io sono tuo padre ed Edna è tua madre; noi apparteniamo a te come a questa tua sorella da ora per sempre. Coraggio, figlio!».
La scena notturna dei genitori di Sara che scavano la fossa per Tobia è davvero singolare e stimola la nostra riflessione. Raguel e Edna già temono che il matrimo­nio fallisca e hanno subito messo le mani avanti: Tobia deve essere sepolto prima che faccia giorno. Questo episodio è in realtà il riflesso delle paure che spesso animano i genitori degli sposi. Il narratore ritorna su un tema che ha animato l’intera sua storia: la morte. Raguel e Edna divengono il simbolo di quei genitori che, nel momento stesso del matrimonio di uno dei lo­ro figli, già ne prevedono la rovina. Forse per troppo amore, forse per un sottile senso di possesso, i genitori non credono che i loro figli possano vivere una vita di coppia separati dai genitori stessi; già preparano per loro la fossa!
Occhieggia in questo episodio il celebre testo genesiaco: “
l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due diverranno una sola carne”
 
(Gen 2,24). Senza un movimento di distacco dalla famiglia di origine, senza il taglio deciso dei cordoni ombelica­li, un uomo e una donna non riescono a diventare vera­mente “sposi”.
Nel nostro caso, la grandezza di Raguel e di Edna emerge nella preghiera pronunziata da Raguel, non appena egli si accorge che i suoi timori erano infondati. I due genitori si rendono conto, adesso, che la vita dei loro figli non appartiene più al padre e alla madre, ma è nelle mani stesse dei figli, e in quelle di Dio. La pre­ghiera di Raguel è uno splendido esempio di come pos­sa pregare un genitore. Si tratta di ringraziare Dio, prima di tutto; come sempre avviene nel libro di To­bia, la preghiera si apre così con la benedizione. Rin­graziare Dio che ha tolto le nostre paure e ci ha fatto vedere come i pericoli che temevamo fossero inesisten­ti. Dopo il ringraziamento, i due figli vengono affidati alla misericordia e all’amore di Dio; essi sono nostri, ma allo stesso tempo non sono più nostri. La loro vita di coppia non ci appartiene: ne possiamo soltanto rin­graziare il Signore, e a lui affidarli. Gli uomini della Bibbia sono uomini che sanno gustare e apprezzare la libertà che Dio ci ha donato e sanno educare i propri figli ad essere a loro volta davvero liberi. Così in Tobia e Sara il distacco dalla famiglia si è consumato: è un distacco che non ha prodotto rottura, ma che anzi ha creato una nuova forma di rapporto con i genitori. La grande festa di nozze è il segno della gioia che crea questa scoperta. Tobia e Sara sono diventati adulti, ma non hanno perso i loro genitori; piuttosto, nel caso di Tobia, egli ne ha guadagnati due in più.
Tobia – Capitolo 9
[1]Allora Tobia chiamò Raffaele e gli disse: [2]«Fratello Azaria, prendi con te quattro servi e due cammelli e mettiti in viaggio per Rage. [3]Và da Gabael, consegnagli il documento, riporta il denaro e conduci anche lui con te alle feste nuziali. [4]Tu sai infatti che mio padre starà a contare i giorni e, se tarderò anche di un solo giorno, lo farò soffrire troppo. Vedi bene che cosa ha giurato Raguele e io non posso trasgredire il suo giuramento». [5]Partì dunque Raffaele per Rage di Media con quattro servi e due cammelli. Alloggiarono da Gabael. Raffaele gli presentò il documento e insieme lo informò che Tobia, figlio di Tobi, aveva preso moglie e lo invitava alle nozze. Gabael andò subito a prendere i sacchetti, ancora con i loro sigilli e li contò in sua presenza; poi li caricarono sui cammelli. [6]Partirono insieme di buon mattino per andare alle nozze. Giunti da Raguele, trovarono Tobia adagiato a tavola. Egli saltò in piedi a salutarlo e Gabael pianse e lo benedisse: «Figlio ottimo di un uomo ottimo, giusto e largo di elemosine, conceda il Signore la benedizione del cielo a te, a tua moglie, al padre e alla madre di tua moglie. Benedetto Dio, poiché ho visto mio cugino Tobi, vedendo te che tanto gli somigli!».
 
Già la brevità del capitolo dice come una volta rag­giunta la meta del viaggio tutto si svolga ora con ra­pidità, tutto precipiti verso la fine. Lungo e difficile è raggiungere la meta, ma, una volta raggiunta, tutto di­viene facile e piano. Tutto, ora, sembra compiersi con facilità sorprendente … E difficile l’inizio; sono faticosi i primi passi nella via per la quale il Signore ci intro­duce, poi, quando nell’obbedienza ci siamo realmente impegnati, sembra che Dio faccia tutto da sé”. La speranza che ha animato la vicen­da di Tobia si trasforma ora in gioia e tutto procede verso la conclusione. Davvero nasce l’impressione che, una volta iniziato e percorso il cammino, la fine del viaggio sia un’opera di Dio. La benedizione posta in bocca a Gabael ce lo ricorda esplicitamente.
Dopo aver ascoltato la benedizione di Gabael, una delle tante che si trovano disseminate nel libro di To­bia, vale la pena di fermarsi un poco per riflettere brevemente proprio su questa usanza, tipicamente biblica ed ebraica, che per il libro di Tobia appare così impor­tante.
La benedizione, nell’Antico Testamento, è prima di tutto un dono che viene da Dio. E comunicazione di vita e fecondità che si stabilisce tra chi benedice (il Signore) e chi viene benedetto. Il libro della Genesi si apre con una triplice benedizione donata da Dio alla creazione: sugli animali (1,22), sull’uomo (1,28) e sul sabato (2,3); da allora in poi, la storia del mondo e de­gli uomini sarà, nonostante la tragica presenza del pec­cato, storia di benedizione (9,1) che, attraverso Abra­mo (12,1-3), si estenderà al mondo intero. La benedi­zione divina dona all’uomo la vita (Sal 133,3),la fe­condità (Sal 128), la terra (Sal 37,22).
A lato di questo concetto “discendente” di bene­dizione esiste già nell’Antico Testamento una visione “ascendente”: se Dio benedice l’uomo, anche l’uomo può benedire Dio. Non solo la benedizione stabilisce una comunione con il Signore, ma, molto di più, espri­me l’atteggiamento dell’uomo che loda e ringrazia Dio per i suoi doni, in ogni circostanza della sua vita (cf. Gb 1,21). Così avviene frequentemente nei Salmi e gli esempi sono molto numerosi: Sal 16,7; 26,12; 63,5; 115,18…
Quest’uso diventerà sempre più forte nel giudaismo e lo era già ai tempi di Tobia, se il narratore mette in bocca a Tobi l’invito: “In ogni circostanza, benedici il Signore!” (Tb 4,19). Benedire Dio significa così rico­noscere che tutto proviene da lui e che tutto è buono, secondo una mentalità pienamente accolta anche dal Nuovo Testamento (cf. 1Tm4,4-5). Nel Talmud si ri­corda come resti vietato all’uomo di godere di qualsia­si cosa in questo mondo senza benedizione (Berakhot 35ab).Ecco perché l’ebraismo conosce benedizioni quasi per ogni circostanza della vita umana, anche quelle per noi meno “sacre”. Non di rado infine, come avviene anche nel nostro libro di Tobia, nel benedire Dio, l’uomo ricorda a Dio tutti i benefici già da lui ri­cevuti e si apre a una prospettiva che coinvolge l’intero Israele. Un testo del Nuovo Testamento condensa, in chia­ve cristiana, questa duplice dimensione, ascendente e discendente, della benedizione: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo” (Ef 1,3).
Tobia – Capitolo 10
[1]Ogni giorno intanto Tobi contava le giornate, quante erano necessarie all’andata e quante al ritorno. Quando poi i giorni furono al termine e il figlio non era ancora tornato, [2]pensò: «Forse sarà stato trattenuto là? O sarà morto Gabael e nessuno gli darà il denaro?». [3]Cominciò così a rattristarsi. [4]La moglie Anna diceva: «Mio figlio è perito e non è più tra i vivi, perché troppo è il ritardo». [5]E cominciò a piangere e a lamentarsi sul proprio figlio dicendo: «Ahimè, figlio, perché ho lasciato partire te che eri la luce dei miei occhi!». [6]Le rispondeva Tobi: «Taci, non stare in pensiero, sorella; egli sta bene. Certo li trattiene là qualche fatto imprevisto. Del resto l’uomo che lo accompagnava è sicuro ed è uno dei nostri fratelli. Non affliggerti per lui, sorella; tra poco sarà qui». [7]Ma essa replicava: «Lasciami stare e non ingannarmi! Mio figlio è perito». E subito usciva e osservava la strada per la quale era partito il figlio; così faceva ogni giorno senza lasciarsi persuadere da nessuno. Quando il sole era tramontato, rientrava a piangere e a lamentarsi per tutta la notte e non prendeva sonno. [8]Compiutisi i quattordici giorni delle feste nuziali, che Raguele con giuramento aveva stabilito di fare per la propria figlia, Tobia andò da lui e gli disse: «Lasciami partire. Sono certo che mio padre e mia madre non hanno più speranza di rivedermi. Ti prego dunque, o padre, di volermi congedare: possa così tornare da mio padre. Già ti ho spiegato in quale condizione l’ho lasciato». [9]Rispose Raguele a Tobia: «Resta figlio, resta con me. Manderò messaggeri a tuo padre Tobi, perché lo informino sul tuo conto». Ma quegli disse: «No, ti prego di lasciarmi andare da mio padre». [10]Allora Raguele, alzatosi, consegnò a Tobia la sposa Sara con metà dei suoi beni, servi e serve, buoi e pecore, asini e cammelli, vesti, denaro e masserizie. [11]Li congedò in buona salute. A lui poi rivolse questo saluto: «Sta sano, o figlio, e fa buon viaggio! Il Signore del cielo assista te e Sara tua moglie e possa io vedere i vostri figli prima di morire». [12]Poi abbracciò Sara sua figlia e disse: «Onora tuo suocero e tua suocera, poiché da questo momento essi sono i tuoi genitori, come coloro che ti hanno dato la vita. Và in pace, figlia, e possa sentire buone notizie a tuo riguardo, finché sarò in vita». Dopo averli salutati, li congedò.[13]Da parte sua Edna disse a Tobia: «Figlio e fratello carissimo, il Signore ti riconduca a casa e possa io vedere i figli tuoi e di Sara mia figlia prima di morire, per gioire davanti al Signore. Ti affido mia figlia in custodia. Non farla soffrire in nessun giorno della tua vita. Figlio, và in pace. D’ora in avanti io sono tua madre e Sara è tua sorella. Possiamo tutti insieme avere buona fortuna per tutti i giorni della nostra vita». Li baciò tutti e due e li congedò in buona salute. [14]Allora Tobia partì da Raguele in buona salute e lieto, benedicendo il Signore del cielo e della terra, il re dell’universo, perché aveva dato buon esito al suo viaggio. Benedisse Raguele ed Edna sua moglie con quest’augurio: «Possa io avere la fortuna di onorarvi tutti i giorni della vostra vita».
E il capitolo del desiderato ritorno. I versetti iniziali mettono in rilievo il dolore irra­zionale, ma umanamente profondo di Anna, che ogni giorno spera nel ritorno del figlio, ma che, allo stesso tempo, è ormai convinta che Tobia sia morto. Siamo ormai a un passo dalla conclusione del­la storia, ma il narratore ci ricorda come nel cammino della vita i momenti difficili non siano mai del tutto superati; proprio quando la speranza si fa più forte, in­fatti, la disperazione rischia di prendere il sopravven­to. I giorni della lunga attesa di Anna e di Tobi sono giorni in cui la fede è stata messa a dura prova; lo stes­so Tobi non è più in grado di trovare né per se stesso né per Anna argomenti di natura religiosa per riuscire a sperare nel ritorno del figlio. Tutto ciò renderà la gioia del ritorno ancora più grande e inattesa. Il cammino è stato positivo, ma duro, e diventerà ancora più bello proprio perché è stato faticoso.
Il libro di Tobia non è una fiaba in cui “tutto è bene quel che finisce bene“. Il ritorno non è semplicemente un ritrovare la felicità perduta (“e vissero felici e contenti”). Il ritorno è un nuovo inizio: Tobia è adesso un uomo adulto, capace di decisioni autonome, non più dipendente da­gli altri, neppure dall’amico Azaria. Tobia era un bam­bino poco cresciuto, dipendente in tutto e per tutto dai genitori; adesso è un uomo libero e per questo in grado di amare, anche quegli stessi genitori dai quali si era distaccato. Il capitolo decimo insiste di nuovo sui valori fami­liari; non dimentichiamo che le due famiglie protago­niste della storia sono povere ed esiliate, come erano le famiglie ebree che ascoltavano la narrazione scritta in questo libro. Famiglie che vivevano in un mondo difficile e non di rado apertamente ostile, ma che tro­vavano la loro forza prima di tutto nella solidarietà esistente al loro interno e diffusa poi da una famiglia all’altra. La cortesia e l’ospitalità che percorrono que­sti capitoli non sono soltanto formalismi orientali: so­no soprattutto il segno di un rapporto di solidarietà che consente alle famiglie di sopravvivere, confidando nei solidi legami interni al gruppo familiare, che si ripercuotono anche sulle famiglie vicine. Non si dimen­tichi che la solidarietà si estende anche alle famiglie al­trui; il vecchio Tobi ha insistito a lungo sul valore dell’elemosina. Il valore della solidarietà, che si traduce in rapporti familiari di amore, nell’aiuto concreto fornito alle fa­miglie in difficoltà e nell’ospitalità, si basa a sua volta su un valore ben più alto. Nei momenti importanti del­la vita di famiglia (cf. Tb 8,15-17; 10,14;11,14.17…) emerge, come ormai ben sappiamo, il tema della be­nedizione e della lode; la famiglia che il libro di Tobia ci descrive è una piccola comunità nella quale Dio è sentito come il vertice e la fonte della vita familiare. Non sempre Dio interviene in modo diretto e, anche quando lo fa, sotto le mentite spoglie di Azaria/Raf­faele, lo fa attraverso intermediari umani; eppure egli è sempre presente, e le famiglie protagoniste del libro di Tobia lo sanno molto bene e non si vergognano di ringraziarlo e pregarlo nei momenti lieti e tristi delle loro vicende. Per questo motivo la famiglia – come ci mostrerà il capitolo 13 - allarga i suoi confini e può diventare addirittura fonte di luce e di speranza per il mondo intero.
Il capitolo decimo ci offre un ultimo spunto di ri­flessione: il testo si conclude con la benedizione rivol­ta da Tobia a quel Dio che ha dato buon esito al suo viaggio (cf. 10,14). Ritorna ancora il tema del cammi­no; non vi sono stati segni clamorosi della presenza di Dio nel viaggio di Tobia, miracoli evidenti o rive­lazioni divine. Tobia non ha ancora compreso chi sia veramente l’amico Azaria. Eppure si è reso conto che in questo viaggio egli non è stato solo; Dio non si è sostituito all’uomo, ma l’uomo si è accorto che Dio lo ha accompagnato con la sua presenza discreta, ma effi­cace. Non dobbiamo dimenticare che nella descrizio­ne delle nozze (specialmente nel capitolo settimo) il narratore ha insistito molto sull’osservanza della legge di Mose, cioè della parola di Dio. Essa è la guida nel viaggio della vita; una parola di Dio che il narratore del libro di Tobia si preoccupa di mostrare nella con­cretezza della vita familiare. Così, nel cammino dell’e­breo all’interno di una società ostile, l’osservanza della parola di Dio e quindi della legge di Mose diviene la risposta che il credente riesce a dare per continuare il suo cammino.
Tobia – Capitolo 11
[1]Quando furono nei pressi di Kaserin, di fronte a Ninive, disse Raffaele:[2]«Tu sai in quale condizione abbiamo lasciato tuo padre. [3]Corriamo avanti, prima di tua moglie, e prepariamo la casa, mentre gli altri vengono». [4]Allora s’incamminarono tutti e due insieme. Poi Raffaele gli disse: «Prendi in mano il fiele». Il cane li seguiva. [5]Anna intanto sedeva a scrutare la strada per la quale era partito il figlio. [6]Le parve di vederlo venire e disse al padre di lui: «Ecco viene tuo figlio con l’uomo che l’accompagnava». [7]Raffaele disse a Tobia prima di avvicinarsi al padre: «Io so che i suoi occhi si apriranno.[8]Spalma il fiele del pesce sui suoi occhi; il farmaco intaccherà e asporterà come scaglie le macchie bianche dai suoi occhi. Così tuo padre riavrà la vista e vedrà la luce». [9]Anna corse avanti e si gettò al collo del figlio dicendogli: «Ti rivedo, o figlio. Ora posso morire!». E pianse. [10]Tobi si alzò e, incespicando, uscì dalla porta del cortile. [11]Tobia gli andò incontro, tenendo in mano il fiele del pesce. Soffiò sui suoi occhi e lo trasse vicino, dicendo: «Coraggio, padre!». Spalmò il farmaco che operò come un morso, [12]poi distaccò con le mani le scaglie bianche dai margini degli occhi. [13]Tobi gli si buttò al collo e pianse, dicendo: «Ti vedo, figlio, luce dei miei occhi!». [14]E aggiunse: «Benedetto Dio! Benedetto il suo grande nome! Benedetti tutti i suoi angeli santi! Benedetto il suo grande nome su di noi e benedetti i suoi angeli per tutti i secoli. Perché egli mi ha colpito ma poi ha avuto pietà ed ecco, ora io contemplo mio figlio Tobia».[15]Tobia entrò in casa lieto, benedicendo Dio con quanta voce aveva. Poi Tobia informò suo padre del viaggio che aveva compiuto felicemente, del denaro che aveva riportato, di Sara figlia di Raguele, che aveva presa in moglie e che stava venendo e che si trovava ormai vicina, alla porta di Ninive.[16]Allora Tobi uscì verso la porta di Ninive incontro alla sposa di lui, lieto e benedicendo Dio. Quando la gente di Ninive lo vide passare e camminare con tutto il vigore di un tempo, senza che alcuno lo conducesse per mano, fu presa da meraviglia; Tobi proclamava davanti a loro che Dio aveva avuto pietà di lui e che gli aveva aperto gli occhi. [17]Tobi si avvicinò poi a Sara, la sposa di suo figlio Tobia, e la benedisse: «Sii la benvenuta, figlia! Benedetto sia il tuo Dio, perché ti ha condotta da noi, figlia! Benedetto sia tuo padre, benedetto mio figlio Tobia e benedetta tu, o figlia! Entra nella casa che è tua in buona salute e benedizione e gioia; entra, o figlia!». [18]In quel giorno ci fu una grande festa per tutti i Giudei di Ninive [19]e Achikar e Nadab suoi cugini vennero a congratularsi con Tobi. [20]E si festeggiarono le nozze di Tobia con gioia per sette giorni.
La scena del ritorno è dominata dalla descrizione della guarigione del vecchio Tobi; qui si incrociano tre diversi elementi. A prima vista, l’azione di Tobia nei confronti del padre sembra un normale atto terapeuti­co, condotto secondo i canoni del tempo. Ma il fatto che Tobia segua i consigli di Azaria mette in rilievo la presenza nascosta e discreta di Dio. Infine, il terzo ele­mento è il tema del figlio che cura il padre. Così la gua­rigione del vecchio Tobi è un’opera umana guidata da Dio, ma è anche il frutto della raggiunta maturità del figlio che ora è in grado di rendere la vista al padre. Per questo motivo diviene di grande valore simbolico l’e­sclamazione del v. 14: “
ora vedo mio figlio Tobia!”.
 
Il vecchio Tobi, recuperando la vista, ha ritrovato anche il suo ruolo di padre e scopre come tutta la sua vicen­da, compreso il suo dolore, ha avuto un senso. Il vec­chio Tobi non è più un vivo tra i morti: è di nuovo un essere umano capace di amore e di speranza.
Il capitolo insiste di nuovo sull’importanza dei lega­mi familiari, celebrati all’arrivo della sposa novella nel­la sua nuova casa e sottolineati dal particolare apparentemente irrilevante della riconciliazione tra Nadab e Achikar. Ma ciò che appare più importante, in questo capitolo, è la doppia benedizione pronunciata da Tobi: dopo aver recuperato la vista, e poi all’arrivo di Sara. Per ben otto volte ricorre il verbo greco
 
eulogheìn, 
“be­nedire”, che nell’intero libro di Tobia compare addirittura per 42 volte. Il libro di Tobia ci ha ormai abituati a personaggi che sottolineano momenti particolari della loro vita con brevi formule di preghie­ra (Tobi alla partenza di Tobia in 5,17; Raguel a Tobia e Sara in 7,12; Edna a Sara in 7,17; Raguel a Tobia in 10,11; Edna a Tobia in 10,13), soprattutto, ci ha abi­tuati al tema della benedizione, che apre tutte le gran­di preghiere contenute nel libro. In questo caso, le due preghiere di Tobi sono quasi soltanto questo: una benedizione. Non è un caso che tra gli inviti di Tobi a Tobia ci fosse proprio quello di “
benedire il Signore in ogni circostanza
” (Tb 4,19) e che tale invito sia ripreso dall’angelo Raffaele proprio alla fine del libro (cf. Tb 12,6.17-18). La benedizione è in questo contesto il ri­conoscimento che tutto viene da Dio ed è suo dono; è il riconoscimento della sua presenza nella nostra vita.
E pur vero, infine, che la teologia che sta dietro al­le parole di Tobi ci presenta un Dio che “castiga e usa misericordia” (cf. Tb 13,2), una teo­logia tipica del libro del Deuteronomio. Un Dio a due volti? La tensione che il credente sperimenta tra un Dio che castiga e un Dio che usa misericordia si risol­verà, nel Nuovo Testamento, con la scoperta di un Dio che ha un solo volto: quello dell’amore.
Tobia – Capitolo 12
[1]Quando furon terminate le feste nuziali, Tobi chiamò il figlio Tobia e gli disse: «Figlio mio, pensa a dare la ricompensa dovuta a colui che ti ha accompagnato e ad aggiungere qualcosa d’altro alla somma pattuita». [2]Gli disse Tobia: «Padre, quanto potrò dargli come salario? Anche se gli lasciassi la metà dei beni che egli ha portati con me, io non ci perderei. [3]Egli mi ha condotto sano e salvo, mi ha guarito la moglie, è andato a prendere per me il denaro e infine ha guarito te! Quanto posso ancora dargli come salario?».[4]Tobi rispose: «E’ giusto ch’egli riceva la metà di tutti i beni che ha riportati».[5]Fece dunque venire l’angelo e gli disse: «Prendi come tuo salario la metà di tutti i beni che tu hai portati e và in pace». [6]Allora Raffaele li chiamò tutti e due in disparte e disse loro: «Benedite Dio e proclamate davanti a tutti i viventi il bene che vi ha fatto, perché sia benedetto e celebrato il suo nome. Fate conoscere a tutti gli uomini le opere di Dio, come è giusto, e non trascurate di ringraziarlo. [7]E’ bene tener nascosto il segreto del re, ma è cosa gloriosa rivelare e manifestare le opere di Dio. Fate ciò che è bene e non vi colpirà alcun male. [8]Buona cosa è la preghiera con il digiuno e l’elemosina con la giustizia. Meglio il poco con giustizia che la ricchezza con ingiustizia. Meglio è praticare l’elemosina che mettere da parte oro. [9]L’elemosina salva dalla morte e purifica da ogni peccato. Coloro che fanno l’elemosina godranno lunga vita. [10]Coloro che commettono il peccato e l’ingiustizia sono nemici della propria vita. [11]Io vi voglio manifestare tutta la verità, senza nulla nascondervi: vi ho già insegnato che è bene nascondere il segreto del re, mentre è cosa gloriosa rivelare le opere di Dio. [12]Sappiate dunque che, quando tu e Sara eravate in preghiera, io presentavo l’attestato della vostra preghiera davanti alla gloria del Signore. Così anche quando tu seppellivi i morti. [13]Quando poi tu non hai esitato ad alzarti e ad abbandonare il tuo pranzo e sei andato a curare la sepoltura di quel morto, allora io sono stato inviato per provare la tua fede, [14]ma Dio mi ha inviato nel medesimo tempo per guarire te e Sara tua nuora. [15]Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore».[16]Allora furono riempiti di terrore tutti e due; si prostrarono con la faccia a terra ed ebbero una grande paura. [17]Ma l’angelo disse loro: «Non temete; la pace sia con voi. Benedite Dio per tutti i secoli. [18]Quando ero con voi, io non stavo con voi per mia iniziativa, ma per la volontà di Dio: lui dovete benedire sempre, a lui cantate inni. [19]A voi sembrava di vedermi mangiare, ma io non mangiavo nulla: ciò che vedevate era solo apparenza. [20]Ora benedite il Signore sulla terra e rendete grazie a Dio. Io ritorno a colui che mi ha mandato. Scrivete tutte queste cose che vi sono accadute». E salì in alto. [21]Essi si rialzarono, ma non poterono più vederlo. [22]Allora andavano benedicendo e celebrando Dio e lo ringraziavano per queste grandi opere, perché era loro apparso l’angelo di Dio.
Nelle parole di Azaria/Raffaele colpisce l’affer­mazione: “
Fate il bene, e il male non vi colpirà”
 
(v. 7), un’affermazione che sarà ripresa, come si è visto, an­che nel Nuovo Testamento. Ma come è possibile? La storia del vecchio Tobi sembra dimostrare a prima vi­sta proprio il contrario. In realtà, il narratore della no­stra storia è fermamente convinto che una vita condot­ta secondo la legge di Dio non potrà, alla fine, non es­sere ogni giorno sotto la sua protezione. In quest’otti­ca, la sofferenza diviene una prova che purifica l’uomo e ne fa crescere la fede. Si faccia attenzione: si tratta di un’idea non infrequente nei testi biblici, ma non per questo la possiamo considerare una risposta definitiva al problema del do­lore. E certamente vero, infatti, che il dolore e la sof­ferenza possono avere una dimensione educativa: Dio purifica la fede dei credenti con il dolore e ne verifica l’integrità, e questo avviene spesso. Ma è anche vero che non tutto il dolore, specialmente il dolore dell’in­nocente, può essere spiegato in questo modo. Il libro di Giobbe è stato scritto anche per rifiutare questa logica stringente. No, il dolore e la sofferenza, nono­stante le motivazioni senz’altro giuste addotte da Raf­faele, non possono essere visti solo come prova man­data da Dio all’uomo per renderlo migliore. Il mistero della croce resta, certamente almeno per i cristiani, l’unica risposta possibile al problema del dolore.
Ritorniamo però al libro di Tobia: che cosa significa, per il nostro narratore, “
fare il bene”?
 
Dovrebbe esser­ci ormai chiaro: significa credere alla parola del Signo­re e soprattutto ubbidire alla sua legge; significa, più concretamente, mettere al centro della propria vita tre atti che anche nel Vangelo sono considerati i cardini della vita di fede:
 
la preghiera, l’elemosina e il digiu­no
 
(cf. Mt 6,1-18). La preghie­ra, di cui abbiamo ormai ampiamente parlato, esprime il rapporto dell’uomo con Dio. L’elemosina riguarda il rapporto dell’uomo con gli altri; essa ottiene tre effet­ti: la salvezza dalla morte, una vita lunga e serena, il perdono dei peccati (cf. 1Pt 4,8); l’elemosina, in altre parole, è quella sin­cera apertura agli altri, vissuta nell’ottica della gratui­tà, che cambia prima di tutto la nostra esistenza. Su questa linea, il digiuno rinvia al rapporto dell’uomo con se stesso: egli impara a uscire dal regime dell’oralità e della voracità, cioè dell’avere, per passare allo stile dell’essenzialità e della gratuità. La preghiera, in modo particolare, sfocia proprio in questo capitolo nella ripetuta richiesta dell’angelo di benedire e ringraziare il Signore e di fare ciò pubbli­camente, davanti all’intero popolo di Israele. Questa è alla fine la missione del credente e, per noi cristia­ni, quella della chiesa: la lode di Dio fatta conoscere al mondo intero. Così gli atti di culto, la preghiera comune, la liturgia, non servono certo al Signore, ma agli uomini, e divengono segno e testimonianza per il mondo di una reale ed efficace presenza di Dio. Il v. 7 stabilisce un parallelo antitetico tra “il segreto del re”, che deve essere tenuto nascosto, e le opere di Dio, che vanno fatte conoscere agli uomini. Siamo già sulla strada che porterà a riconoscere “i misteri del regno dei cieli” svelati agli uomini da Gesù (Mt 13,11), ov­vero il progetto di Dio sul mondo che i credenti sono invitati a scoprire e annunziare agli uomini.
In questo capitolo è ben chiara la presenza ange­lica, e il narratore si ingegna a dimostrare come Aza­ria/Raffaele non sia veramente un uomo. Emerge qui la difficoltà che molti lettori moderni incontrano quan­do si inizia a parlare di angeli; la teologia contempo­ranea li ha spesso ridotti a puri dati culturali, segno di credenze del tempo sopravvissute nella Scrittura, o li ha declassati, magari con un po’ di ironia, a esseri puramente simbolici, di cui in realtà si potrebbe fare benissimo a meno. Resta il fatto che è difficile negare un’intera tradizione quella biblica, quella ebraica e quella cristiana – che si è trovata concorde nel parlare di “angeli” come di esseri reali. Al di là delle questio­ni dottrinali relative alla natura degli esseri angelici, questioni riflesse persino già nel testo di Tobia, dal no­stro racconto emerge comunque una preoccupazione: far comprendere ai credenti che l’angelo ha un ruolo di mediazione; non ha un’attività autonoma, ma è il segno, per l’uomo, di una presenza reale di Dio. Una presenza molto discreta, che si rivela solo a cose fatte. Credere nell’esistenza degli angeli (si pensi agli angeli custodi) non significa perciò deresponsabilizzare l’uo­mo o sminuirne la libertà, anzi! La vita di fede è opera di Dio, ma è anche opera dell’uomo; Dio rispetta la libertà degli uomini e si rivela senza per questo costrin­gere l’uomo a credere in lui. Così Dio ha fatto con Tobi e Tobia, come se avesse giocato con loro a nascondersi, per poi lasciarsi trovare.
 
Tobia – 
Capitolo 13
[1]
Allora Tobi scrisse questa preghiera di esultanza e disse:
«
[2]
Benedetto Dio che vive in eterno 
il suo regno dura per tutti i secoli; 
Egli castiga e usa misericordia, 
fa scendere negli abissi della terra, 
fa risalire dalla Grande Perdizione 
e nulla sfugge alla sua mano.
[3]
Lodatelo, figli d’Israele, davanti alle genti; 
Egli vi ha disperso in mezzo ad esse 
[4]
per proclamare la sua grandezza.
Esaltatelo davanti ad ogni vivente; 
è lui il Signore, il nostro Dio, 
lui il nostro Padre, il Dio per tutti i secoli.
[5]
Vi castiga per le vostre ingiustizie, 
ma userà misericordia a tutti voi. 
Vi raduna da tutte le genti, 
fra le quali siete stati dispersi.
[6]
Convertitevi a lui con tutto il cuore e con tutta l’anima, 
per fare la giustizia davanti a Lui, 
allora Egli si convertirà a voi 
e non vi nasconderà il suo volto.
[7]
Ora contemplate ciò che ha operato con voi 
e ringraziatelo con tutta la voce; 
benedite il Signore della giustizia 
ed esaltate il re dei secoli.
[8]
Io gli do lode nel paese del mio esilio 
e manifesto la sua forza e grandezza a un popolo di peccatori.
Convertitevi, o peccatori, e operate la giustizia davanti a lui; 
chi sa che non torni ad amarvi e vi usi misericordia?
[9]
Io esalto il mio Dio e celebro il re del cielo 
ed esulto per la sua grandezza.
[10]
Tutti ne parlino 
e diano lode a lui in Gerusalemme. 
Gerusalemme, città santa, 
ti ha castigata per le opere dei tuoi figli, 
e avrà ancora pietà per i figli dei giusti.
[11]
Dà lode degnamente al Signore 
e benedici il re dei secoli; 
egli ricostruirà in te il suo tempio con gioia, 
[12]
per allietare in te tutti i deportati, 
per far contenti in te tutti gli sventurati, 
per tutte le generazioni dei secoli.
[13]
Come luce splendida brillerai sino ai confini della terra; 
nazioni numerose verranno a te da lontano; 
gli abitanti di tutti i confini della terra 
verranno verso la dimora del tuo santo nome, 
portando in mano i doni per il re del cielo.
Generazioni e generazioni esprimeranno in te l’esultanza 
e il nome della città eletta durerà nei secoli.
[14]
Maledetti coloro che ti malediranno, 
maledetti saranno quanti ti distruggono, 
demoliscono le tue mura, 
rovinano le tue torri 
e incendiano le tue abitazioni!
Ma benedetti sempre quelli che ti ricostruiranno. 
[15]
Sorgi ed esulta per i figli dei giusti, 
tutti presso di te si raduneranno 
e benediranno il Signore dei secoli.
Beati coloro che ti amano 
beati coloro che gioiscono per la tua pace.
[16]
Beati coloro che avranno pianto per le tue sventure: 
gioiranno per te e vedranno tutta la tua gioia per sempre.
Anima mia, benedici il Signore, il gran re, 
[17]
Gerusalemme sarà ricostruita 
come città della sua residenza per sempre.
Beato sarò io, se rimarrà un resto della mia discendenza 
per vedere la tua gloria e dar lode al re del cielo.
Le porte di Gerusalemme 
saranno ricostruite di zaffiro e di smeraldo 
e tutte le sue mura di pietre preziose.
Le torri di Gerusalemme si costruiranno con l’oro 
e i loro baluardi con oro finissimo.
Le strade di Gerusalemme saranno lastricate 
con turchese e pietra di Ofir.
[18]
Le porte di Gerusalemme risuoneranno di canti di 
esultanza, e in tutte le sue case canteranno: «Alleluia!
Benedetto il Dio d’Israele 
e benedetti coloro che benedicono il suo santo nome 
per sempre e nei secoli!».
Tobia – 
Capitolo 14
[1]
Qui finirono le parole del canto di Tobi.
Il lettore moderno del libro di Tobia resta certamen­te meravigliato di fronte a questo testo che, almeno in apparenza, sembra del tutto slegato dal resto della sto­ria; abbiamo già visto come, in realtà, non lo sia vera­mente. Due dimensioni, in particolare, voglio qui sot­tolineare: in primo luogo l’atmosfera di lode che pervade l’intero inno. Tobi è ormai uscito da una sorta di incubo: la sua vita ha ritrovato quel significato che egli temeva di aver perduto forse per sempre. Tobi ha recu­perato la vista, ha ritrovato un nuovo rapporto con il figlio, ha ripreso fiducia in Dio, dopo averne sperimentato la lontananza; non solo: nella lode di Tobi è presente anche la gioia di Tobia e Sara, le cui vite so­no uscite rinnovate da un lungo cammino. Il canto e la poesia sono il segno della gioia che ha ormai scacciato l’angoscia. La fede di Tobi era chiusa nel dolore e bloc­cata nel moralismo; si ricordi la celebrazione tristissi­ma della festa di Pentecoste che ha aperto il libro, oltre alla citazione del profeta Amos in Tb 2,6. Eppure la situazione degli ebrei di Ninive non è certo cambiata in meglio, nonostante il ritorno e le nozze di Tobia! E cambiato, però, l’approccio di Tobi verso la vita e verso Dio; Tobi è così entrato nella dimensione della gratitu­dine e della lode.
Un secondo elemento importante è l’improvvisa apertura a una dimensione universale; Tobi può così rivolgersi all’intero popolo di Israele, alla città di Gerusalemme e, in definitiva, al mondo intero. Questa apertura non sorprende il lettore attento; l’interesse verso il popolo di Israele era infatti sempre stato vivo nel corso della storia che abbiamo ascoltato. Adesso, quando la famiglia ha davvero scoperto la presenza di Dio nel cammino dei diversi protagonisti della storia, si comprende anche come tale presenza renda la fami­glia stessa un segno per l’intero popolo dei credenti. Ricordiamo come in precedenza Raffaele avesse invita­to Tobi e Tobia a scrivere la loro esperienza; la famiglia si fa così portavoce di Dio e si apre alla storia del popo­lo di Israele e del mondo intero.
Nel commento al capitolo 13 abbiamo osservato co­me il narratore utilizzi molto spesso un linguaggio di carattere profetico; nelle parole del cantico di Tobi si apre un futuro di speranza e di pace che culmina nel­la visione di una Gerusalemme ideale e ricostruita. L’aver scoperto nella nostra vita la presenza di Dio, in particolar modo nei momenti più difficili, ci rende profeti, uomini e donne capaci di leggere la storia alla luce del progetto di Dio. Nel ringraziamento e nella lode di Tobi si spalanca addirittura la prospettiva dell’eternità. L’importanza di Gerusalemme non deve es­sere sottovalutata: già per la tradizione giudaica, infatti, vi sono due città di Gerusalemme, quella di questo mondo e quella del mondo a venire; l’una è legata all’altra, e la ricostruzione della Gerusalemme terrena, il ritorno in patria, la ricostruzione del tempio, diven­gono segni di una salvezza universale che, da questo punto di vista, ebrei e cristiani (si ricordi l’Apocalisse!) stanno aspettando insieme.
Oltre a questi due temi maggiori, la lode e l’apertu­ra universalistica, è possibile riflettere più brevemente anche su altri aspetti del nostro inno. Di nuovo trovia­mo il tema di un Dio che castiga e usa misericordia (cf. 11,14), qui legato all’esperienza dell’e­silio. L’israelita sa bene di trovarsi in esilio, fuori dalla propria terra e in una situazione di estrema provviso­rietà; ma sa anche che la speranza non è mai morta. Il cantico di Tobi diventa, per i figli di Israele, il segno di come sia possibile lodare Dio anche all’interno della propria, difficile situazione di vita.
L’esilio è, però, soprattutto il tempo della conver­sione (vv. 6-9); compito dell’israelita è perciò quello di “ritornare” a Dio, cambiare vita, accogliere il dono della salvezza che gli viene offerto. In questo modo la speranza di una Gerusalemme rinnovata, del tempio ricostruito, della pace per il mondo intero, diventerà reale. Con la conversione, Gerusalemme potrà davve­ro diventare luce delle nazioni. E ciò vale anche perla chiesa cristiana. Ma “convertirsi” ci sembra spesso una missione impossibile; per questo motivo il v. 6 po­ne una stretta connessione tra il popolo che si rivolge a Dio e Dio che, in conseguenza di ciò, si rivolge al popolo. Il v. 8, poi, aggiunge: “Convertitevi, o pecca­tori, e operate la giustizia davanti a lui: chi sa che egli non vi sia favorevole e sia misericordioso con voi?”. Il tema della conversione, ripreso in questa chiave dalla teologia del Deuteronomio, troverà nei testi stessi dell’Antico Testamento accenti ancora più precisi: come scrive Geremia, “
fammi ritornare, e io ritornerò
” (Ger 31,18). La conversione, che già in Tobia è legata alla misericordia e al ritorno di Dio, diviene allora la
 
con­seguenza 
di un’azione di Dio nei confronti dell’uomo. Non più opera umana, dunque, ma anch’essa opera di Dio: “
Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi ri­conciliare con Dio
!” (2Cor 5,20).
 
Tobia – 
Capitolo 14
[2]
Tobi morì in pace all’età di centododici anni e fu sepolto con onore a Ninive. Egli aveva sessantadue anni quando divenne cieco; dopo la sua guarigione visse nella felicità, praticò l’elemosina e continuò sempre a benedire Dio e a celebrare la sua grandezza. 
[3]
Quando stava per morire, fece venire il figlio Tobia e gli diede queste istruzioni: 
[4]
«Figlio, porta via i tuoi figli e rifugiati in Media, perché io credo alla parola di Dio, che Nahum ha pronunziato su Ninive. Tutto dovrà accadere, tutto si realizzerà sull’Assiria e su Ninive, come hanno predetto i profeti d’Israele, che Dio ha inviati; non una delle loro parole cadrà. Ogni cosa capiterà a suo tempo. Vi sarà maggior sicurezza in Media che in Assiria o in Babilonia. Perché io so e credo che quanto Dio ha detto si compirà e avverrà e non cadrà una sola parola delle profezie. I nostri fratelli che abitano il paese d’Israele saranno tutti dispersi e deportati lontano dal loro bel paese e tutto il paese d’Israele sarà ridotto a un deserto. Anche Samaria e Gerusalemme diventeranno un deserto e il tempio di Dio sarà nell’afflizione e resterà bruciato fino ad un certo tempo. 
[5]
Poi di nuovo Dio avrà pietà di loro e li ricondurrà nel paese d’Israele. Essi ricostruiranno il tempio, ma non uguale al primo, finché sarà completo il computo dei tempi. Dopo, torneranno tutti dall’esilio e ricostruiranno Gerusalemme nella sua magnificenza e il tempio di Dio sarà ricostruito, come hanno preannunziato i profeti di Israele. 
[6]
Tutte le genti che si trovano su tutta la terra si convertiranno e temeranno Dio nella verità. Tutti abbandoneranno i loro idoli, che li hanno fatti errare nella menzogna, e benediranno il Dio dei secoli nella giustizia. 
[7]
Tutti gli Israeliti che saranno scampati in quei giorni e si ricorderanno di Dio con sincerità, si raduneranno e verranno a Gerusalemme e per sempre abiteranno tranquilli il paese di Abramo, che sarà dato in loro possesso. Coloro che amano Dio nella verità gioiranno; coloro invece che commettono il peccato e l’ingiustizia spariranno da tutta la terra. 
[8]
Ora, figli, vi comando: servite Dio nella verità e fate ciò che a lui piace. Anche ai vostri figli insegnate l’obbligo di fare la giustizia e l’elemosina, di ricordarsi di Dio, di benedire il suo nome sempre, nella verità e con tutte le forze. 
[9]
Tu dunque, figlio, parti da Ninive, non restare più qui. Dopo aver sepolto tua madre presso di me, quel giorno stesso non devi più restare entro i confini di Ninive. Vedo infatti trionfare in essa molta ingiustizia e grande perfidia e neppure se ne vergognano. 
[10]
Vedi, figlio, quanto ha fatto Nadab al padre adottivo Achikar. Non è stato egli costretto a scendere vivente sotto terra? Ma Dio ha rigettato l’infamia in faccia al colpevole: Achikar ritornò alla luce mentre invece Nadab entrò nelle tenebre eterne, perché aveva cercato di far morire Achikar. Per aver praticato l’elemosina, Achikar sfuggì al laccio mortale che gli aveva teso Nadab, Nadab invece cadde in quel laccio, che lo fece perire. 
[11]
Così, figli miei, vedete dove conduce l’elemosina e dove conduce l’iniquità: essa conduce alla morte. Ma ecco, mi sfugge il respiro!». Essi lo distesero sul letto; morì e fu sepolto con onore. 
[12]
Quando morì la madre, Tobia la seppellì vicino al padre, poi partì per la Media con la moglie e i figli. Abitò in Ecbàtana, presso Raguele suo suocero. 
[13]
Curò con onore i suoceri nella loro vecchiaia e li seppellì a Ecbàtana in Media. 
[14]
Tobia ereditò il patrimonio di Raguele come ereditò quello del padre Tobi. Morì da tutti stimato all’età di centodiciassette anni.
[15]
Prima di morire sentì parlare della rovina di Ninive e vide i prigionieri che venivano deportati in Media per opera di Achiacar re della Media. Benedisse allora Dio per quanto aveva fatto nei confronti degli abitanti di Ninive e dell’Assiria. Prima di morire poté dunque gioire della sorte di Ninive e benedisse il Signore Dio nei secoli dei secoli.
Siamo giunti al termine della nostra storia. Quali conclusioni ne possiamo trarre? Il narratore ritorna sul personaggio che aveva aperto il libro, il vecchio Tobi. E lui, alla fine, il protagonista principale; questo vecchio ebreo fedele, anche in terra d’esilio, che ha compreso come la presenza di Dio sia fonte di gioia e di libertà. Ha capito che la fede non è soltanto una gabbia di precetti dalla quale, alla fine, non si è più capaci di uscire, una volta che la vita ci colpisce con le sue sventure. Tobi è adesso un uomo libero, guarito proprio da quel figlio che egli voleva “guarire” con i suoi precetti. Il figlio è diventato adulto, ha percorso un lungo cammino e ha aiutato il padre a ritrovare se stesso.
Resta il fatto che il narratore mette in bocca a To­bi una sorta di testamento, nel quale sembra di nuovo ritornare la sua costante preoccupazione per la mora­le. In realtà, le parole di Tobi in quest’ultimo capitolo non sono come le sue precedenti parole nel capitolo 4, le molte raccomandazioni fatte al giovane Tobia prima del suo viaggio. E pur vero che anche in questa sorta di testamento spirituale emergono temi già visti e mol­to cari al nostro narratore: l’idea radicata nel libro che tutto andrà bene a chi opera il bene (cf. il v. 7) e che l’elemosina, come pure il seppellire i morti, costitui­scono i cardini di una vita vissuta secondo la legge di Dio (cf. i vv. 8-9). L’ultima esortazione del libro, fat­ta alla luce della storia di Achikar, è ancora sul valo­re dell’elemosina, che salva l’uomo dalla morte (v. 11). Non si dimentichino le raccomandazioni di Raffaele (12,8-10) e l’insistenza del narratore sul fatto che l’ele­mosina è per i personaggi della sua storia qualcosa di molto concreto e non soltanto un gesto simbolico.
Certamente il libro di Tobia vuole inculcare negli ebrei del suo tempo l’idea che è possibile essere fedeli al Signore anche in terra d’esilio. Anzi, Israele ha nel mondo il compito di testimoniare, con la sua fedeltà alla Legge, la presenza di Dio. Così l’elemosina, la pre­ghiera, il digiuno, i valori familiari, cardini dell’etica del libro di Tobia, non sono comportamenti fine a se stessi, ma espressione di quell’essere “luce splendida” (cf. 13,13) per tutte le nazioni, che è la vocazione pro­pria di Israele e di Gerusalemme.
Israele, specialmente in questo periodo della sua sto­ria, non è un popolo missionario; potremmo anzi dire che Israele offre al mondo, in terra d’esilio, la sua te­stimonianza proprio attraverso una rigorosa fedeltà al­la Legge. Il cristiano, invece, è chiamato a una missio­ne esplicita nei confronti del mondo (“
andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura”
: Mc 16,15), ma in questa sua missione è pur sempre al pri­mo posto la testimonianza della vita: “
risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli
” (Mt 5,16). Per l’ebreo, come per il cristiano, vivere nel mondo è così un’occasione di testimoniare la propria fedeltà alla parola di Dio e alla sua legge.
Il testamento di Tobi è davvero qualcosa di diverso dal precedente discorso del capitolo quarto; in questo capitolo conclusivo si è visto come lo sguardo di Tobi divenga uno sguardo profetico e si allarghi all’intera storia di Israele, spingendosi verso il futuro, come già avevamo notato a proposito del capitolo precedente. Tobi, uomo che ha ritrovato la gioia di vivere e la gioia della propria fede, è divenuto adesso capace di legge­re il futuro con una prospettiva di speranza. Non è più il deportato eroico e fedele che, di fronte a una situa­zione sempre più tragica, tiene duro senza però alcu­na speranza reale. E adesso il credente che è capace di discernere nella storia la presenza di Dio. Una presen­za discreta, ma reale, come lo è stato per la vita stes­sa di Tobi e degli altri protagonisti della storia. Un Dio che cammina accanto all’uomo senza però imporre mai nulla e senza, allo stesso tempo, abbandonare gli uomini.
Il libro di Tobia, che è essenzialmente una sempli­ce e serena storia di famiglia, diviene, alla fine, una storia profetica, alla luce della quale è possibile ritro­vare speranza per il mondo intero. Eppure c’è ancora qualcosa che dobbiamo aggiungere. Il commento ha mostrato come Tobi insista sul compiersi della profezia di Naum, che aveva previsto la rovina di Ninive. E pur vero che il libro di Tobia è stato scritto quando Ninive era stata ormai distrutta da molto, molto tempo. Ma è anche vero che, pur conoscendo il libro di Giona che in altre occasioni Tobia ha utilizzato, il narratore sceglie un’altra prospettiva. Il libro di Giona non accetta, infatti, l’idea di credere a un Dio che vuole davvero distruggere Ninive. Tobia, invece, sceglie la terribile invettiva profetica di Naum e gode apertamente per la distruzione della città nemica. Come abbiamo visto, il libro di Tobia ritorna di nuovo, alla sua conclusio­ne, sull’idea della morte che lo ha dominato sin dall’inizio. Ma se i protagonisti, Tobi e Tobia, accettano la propria morte con molta serenità, come un fatto na­turale della vita, per i nemici ci si augura invece una morte violenta e improvvisa.
E questo, alla fine, l’adempimento delle profezie? Ci sarà sempre, allora, la guerra? Anzi, dovremmo gioi­re e ringraziare Dio quando il nostro nemico viene distrutto? È questo il nuovo ordine mondiale voluto da Dio, basato sulla distruzione siste­matica di ogni possibile oppositore? Il libro di Tobia, con questo finale molto difficile da digerire per un cre­dente, sembra così dar ragione a certi deliri di onni­potenza.
Qui tocchiamo con mano la necessità urgente di in­serire il nostro testo biblico all’interno di un contesto più vasto: già nell’Antico Testamento, l’ideale che i profeti sognano non è la guerra, ma la pace universale cantata da Isaia (Is 2,1-5) gioia per la rovi­na dei nemici è in realtà quella espressa nel capitolo 18 dell’Apocalisse per la caduta di Babilonia: la gioia per l’intervento di Dio che giudica tutto il male che è nel mondo e che ne decreta la fine, una gioia espressa con il linguaggio degli uomini del tempo. Ma, per rimane­re all’interno della tradizione di Israele, è sufficiente ricordare un passo rabbinico contenuto nel Talmud, a commento dell’esodo di Israele dall’Egitto: mentre gli angeli sono contenti e gioiscono della punizione degli egiziani, Dio si volta a rimproverarli: “
Le mie creature stanno annegando nel mare e voi volete cantare davan­ti a me?”
(bMeghillà 
10b). Chi ha sperimentato l’amo­re di Dio, come Tobia, protagonista della nostra sto­ria, giungerà un giorno a comprendere la necessità di amare anche i propri nemici, a immagine di quel Dio “
che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti
” (Mt
 
5,45).
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