Ripensando a Ef 4,1-6 - Comunità del Diaconato in Italia

Vai ai contenuti

Menu principale:

Ripensando a Ef 4,1-6

Il Mio Contributo > 2009
Ripensando a Ef 4,1-6
Posted on by admin
Ripensando a Efesini 4,1-6
Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti. (Ef 4,1-6)
«Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore». Perché Paolo dice prigioniero del Signore. Il prigioniero è uno che non ha libertà né di pensiero né di azione; mi ritorna alla mente il famoso dipinto “La conversione di San Paolo” eseguito da Caravaggio, custodito presso la Chiesa di Santa Maria del Popolo in Roma, all’interno della Cappella Cerasi. Quell’immagine si è scolpita nel mio cuore; Saulo di Tarso raggiunto dalla luce della Grazia viene disarcionato e accecato, sta lì a terra, tra la spada e l’elmo che è rotolato via nella caduta. Sta disteso sul rosso mantello, in un intrigo di gambe e di zampe. Tenuto per le redini da un assorto stalliere, l’ingombrante esotico cavallo pezzato, bagnato anche lui di luce, con la bava ancora schiumante condensata intorno al morso per la corsa improvvisamente interrotta, incombe con la bianca zampa sospesa sopra il ventre di Paolo stramazzato a terra. Saulo in quell’attimo diventa Paolo. Nomen omen, ancora una volta come il nome di Simone era stato cambiato in Cefa, la Pietra, così il nome regale di Saul lascia il posto a Paolo, cioè “piccolo”. Una piccolezza di bambino che nasce di nuovo; un bambino che ha bisogno di tutto e che si affida totalmente, come appare nel gesto delle braccia protese. Un uomo che diventa “prigioniero di Cristo” ma vivrà affermando: «Non c’è più né giudeo né greco, né schiavo, né libero». Noi siamo delle persone libere, prigionieri di Cristo, oppure siamo schiavi degli uomini?: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e il cui cuore si allontana dal Signore» (Ger 17,5). Quindi «Non siate perciò inconsiderati, ma sappiate comprendere la volontà di Dio» (4,17). L’esortazione di Paolo è un invito a “camminare” secondo la “vocazione” ricevuta. Ognuno di noi dovrebbe interrogarsi sul senso e il valore della propria vocazione, dovrebbe chiedersi se è veramente “vocazione” oppure un’autogratificazione solo perché indossiamo una dalmatica, una casula, una fascia da Sindaco o un posto in prima fila. Siamo in piena campagna elettorale nella mia provincia, vedo tanti candidati che parlano di “vocazione” “missione”, peccato che dura solo quaranta giorni quanto dura la campagna elettorale. Invece san Paolo ci ripete che la vocazione deve toccare le radici della nostra esistenza. Un’esistenza che non è fatta di superficialità, di spettacolarità, di esteriorità ma un’esistenza che ci interroga sul senso, il valore, la vocazione e la meta della nostra vita. Quante volte ci riduciamo ad essere cose tra le cose, spinti dai venti degli eventi e non dal soffio dello Spirito di Dio e del nostro spirito interiore. Allora, ripensiamo seriamente alla nostra vocazione, non siamo una specie di muffa dell’universo o un grumo di cellule o un granello di polvere cosmica; siamo, invece, “una realtà unica e irripetibile” voluta da Dio. Perciò nel concreto del mondo e della storia dobbiamo esserci e non solo essere. Ognuno di noi deve essere consapevole di avere non solo un posto nel mondo ma anche una vocazione da attuare, sia pure in un piccolo recinto ove fioriscano le nostre capacità, s’accenda la scintilla d’amore che è in noi. Tutti siamo necessari perché il mondo sia in armonia. Ogni vocazione è grande, se compiuta con dignità, passione e donazione. E allora non lasciamo mancare la nostra parte nella grande vicenda umana. Dio ci ha resi partecipi del suo progetto salvifico: «Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo l’efficacia della sua forza» (Ef 1,18-19). Ma la nostra vocazione sia “degna”,cioè: «Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti!» (Col 3,12-15). Ma di quali sentimenti noi siamo rivestiti: Mansuetudine? Umiltà? Pazienza? Amore? «Signore, liberami dal desiderio di essere stimato, di essere amato, di essere innalzato, di essere apprezzato, di essere lodato, di essere scelto, di essere consultato, di essere approvato, di essere famoso… Signore, liberami dalla paura di essere disprezzato, di essere condannato, di essere dimenticato, di essere giudicato male, di essere deriso, di essere sospettato…» (Charles de Foucauld). Avremmo bisogno di ripetere queste parole ogni volta che ci rivolgiamo ad una persona invece, spesso, ci lasciamo prendere dall’ansia di emergere, di essere esaltato, di prevalere attanagliando la vita di tante persone, così come la paura dell’insuccesso e dell’essere dimenticati conduce non di rado alla disperazione. È paradossale, ma spesso accade che la ricerca spasmodica di un gradino più alto faccia ruzzolare in modo clamoroso. Aveva ragione lo scrittore francese Julien Green quando annotava nel suo Diario: «Non potendo fare di noi degli umili, Dio fa di noi degli umiliati». Il grande uomo è colui che segue la via indicata da san Paolo: «Ognuno di voi con tutta umiltà consideri gli altri superiori a se stesso» (Filippesi 2, 3), perché uno solo «è Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti». Clemente ci lascia una commovente lettera dicendo che il vero culto a Dio consiste non in belle parole ma nella retta pratica: «Noi non vogliamo accontentarci di chiamare Gesù Cristo Signore, perché questo non ci salverebbe. Egli dice infatti: Non chiunque mi dice: Signore, Signore, sarà salvato, ma chi fa la giustizia. Perciò, fratelli, noi vogliamo confessarlo con le opere: amandoci a vicenda, non commettendo adulterio, non sparlando degli altri, rinunciando alla gelosia, essendo contenti, misericordiosi e buoni (2 Clem 4,1-3). Dobbiamo ritrovare la fiducia di non essere soli. Quando si stende la notte come un sudario sull’anima e ci sentiamo persi e abbandonati, bisogna avere occhi puri per vedere il Signore. Coraggio, abbandoniamo quella religiosità gretta e meschina che paradossalmente ci allontana da Dio e dal respiro libero e gioioso del suo Spirito. È per questo che dobbiamo senza sosta sorvegliare la nostra interiorità, custodire la purezza della fede, verificarla sul metro dell’amore.
Salvatore Monetti – diacono
(Diocesi Salerno – Campagna – Acerno)
Torna ai contenuti | Torna al menu