Riflessioni sui Convegni Nazionali del CoDI e sull’impegno della nuova evangelizzazione di Francesco Giglio - Comunità del Diaconato in Italia

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Riflessioni sui Convegni Nazionali del CoDI e sull’impegno della nuova evangelizzazione di Francesco Giglio

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Riflessioni sui Convegni Nazionali del CoDI e sull’impegno della nuova evangelizzazione di Francesco Giglio



Posted on  by Vincenzo Testa
Sembra ieri quando cominciò l’avventura stupenda del ripristino del Diaconato permanente; dal mio punto di vista, poiché non da spettatore ma da protagonista, ho vissuto questa meravigliosa esperienza e non posso fare a meno di elevare la mia lode ed il mio
 
grazie al Datore di ogni dono.

Ormai possiamo dire che siamo diventati molti e soprattutto più adulti e spero anche più maturi e consapevoli del nostro essere Diaconi. Questa crescita la si può constatare dalla partecipazione ai Convegni Nazionali, dai tantissimi contributi apportati in questi anni alla crescita del Diaconato in Italia e soprattutto dai tanti spunti di riflessioni offerti alle Chiese locali e a quella nazionale.

Suggerimenti, consigli, esortazioni, inviti e anche tante aspettative e speranze sono nate in questi anni, oltre ad avere aiutato tantissimi confratelli a superare le difficoltà dell’essere servi della Parola e della carità, stretti collaboratori dei vescovi e del loro presbiterio.

Con il lavoro silenzioso e spesso oscuro e nascosto di tanti Diaconi, abbiamo contribuito a far nascere e sviluppare il senso della ministerialità e del servizio. Molto è stato fatto, moltissimo resta ancora da fare.

Tra le tante aspettative vi è quella di una più fattiva e fraterna comunione tra vescovi, presbiteri e diaconi. Quando questa si realizzerà, sono certo che la Chiesa potrà mostrare realmente il suo volto di “madre e maestra esperta in accoglienza e solidarietà”. Ma affinché ciò avvenga bisogna guardare con attenzione ai nuovi scenari della evangelizzazione che la Chiesa deve affrontare, scoprire, capire ed accogliere.

Si possono individuare alcuni scenari che mettono a dura prova l’annuncio del Vangelo:

a) quello culturale; poiché viviamo in un’epoca profondamente secolarizzata in cui ci troviamo spesso ad agire in un contesto di totale diffidenza nei confronti del Vangelo;

b) quello sociale; dove il grande fenomeno migratorio che spinge le persone a lasciare il loro paese sta modificando la geografia etnica delle nostre città;

c) quello economico; che in considerazione della grande crisi economica che attraversiamo fatica a trovare le regole di un mercato globale capace di tutelare una convivenza più giusta;

d) quello politico; che dopo la fine della divisione del mondo occidentale in due blocchi e la crisi dell’ideologia comunista, richiede un grande impegno per la pace, lo sviluppo e la liberazione dei popoli e la necessità che questi temi vengano illuminati dalla luce e dalla forza  del Vangelo;

e) quello che riguarda i mezzi della comunicazione sociale; che non solo crea enormi possibilità ma offre grandi sfide alla Chiesa nell’annuncio del Vangelo;

f) quello che riguarda la ricerca scientifica e tecnologica; che pur costatando i tanti benefici arrecati  rischia di diventare il nuovo idolo del presente.
Oggi più che mai è urgente che i credenti ed in modo particolare i ministri della Chiesa, Vescovi, Presbiteri e Diaconi, annunzino con forza che solo Cristo è “la luce delle genti”
In quest’anno della Fede, siamo chiamati a riscoprire il Concilio Vaticano II e soprattutto a rileggere ed attuare la Costituzione dogmatica sulla Chiesa “Lumen gentium”, il cui titolo –Lumen gentium- si riferisce proprio a “Cristo luce delle genti”.

Annunciando il Vangelo a ogni creatura, il Concilio “desidera illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa. E siccome la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano, continuando il tema dei precedenti Concili, intende con maggiore chiarezza illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero la propria natura e la propria missione universale”(Lumen gentium, n. 1).

Il n. 5 della “Lumen gentium” afferma che “la Chiesa è l’inizio del regno di Dio” e, quindi, riceve da Lui la missione di annunciare il Vangelo e di instaurare in tutte le genti il suo regno.

Da qui noi Diaconi dovremmo ritrovare l’entusiasmo e la gioia di “annunciare Cristo”.

Papa Benedetto XVI nella Lettera apostolica Porta fidei al n° 7 ci ricorda che  “è l’amore di Cristo che colma i nostri cuori e ci spinge ad evangelizzare. Egli, oggi come allora, ci invia per le strade del mondo per proclamare il suo Vangelo a tutti i popoli della terra ( cf. Mt 28,19).

Gesù Cristo, attira a sé tutti gli uomini con il suo amore e li unisce nella sua Chiesa alla quale ha affidato il mandato di annunciare, in perfetta letizia, il Vangelo. Per questo oggi è più che mai  necessario un più convinto ed incisivo impegno ecclesiale a favore di una “nuova evangelizzazione”, che aiuti tutti a riscoprire la gioia di credere e ritrovare un nuovo entusiasmo nel comunicare la fede, per far  rinascere nei cuori dei credenti un rinnovato impegno missionario.

Mi piace aprire una parentesi e riportare quanto ebbi a leggere tempo fa su questo argomento: “la fede, infatti, cresce quando è vissuta come esperienza di un amore ricevuto e quando viene comunicata come esperienza di grazia e di gioia. Essa rende fecondi, perché allarga il cuore nella speranza e consente di offrire una testimonianza capace di generare perché apre il cuore e la mente di quanti ascoltano e sono pronti ad accogliere l’invito del Signore di aderire alla sua Parola per diventare suoi discepoli”…

Ritengo che noi Diaconi dovremmo meditare più spesso – nella nostra vita quotidiana caratterizzata da problemi e situazioni a volte drammatiche – sul fatto che credere cristianamente significa “dover affidarsi con fiducia a questo Dio che si è fatto uomo come noi, divenuto <<Uno>> al quale dobbiamo rivolgerci con il <<tu>> e ringraziarlo per il dono che ci ha fatto”.  E’ con questa certezza liberante e rassicurante che dobbiamo essere capaci di annunciare la nostra fede.

La fede non è solo un  assenso intellettuale è un atto con cui ci dobbiamo affidare liberamente a Colui che prima di essere Dio è il Padre che ci ama e ci dona speranza e fiducia. Il suo è un amore così grande che non svanisce nemmeno di fronte alle malvagità dell’uomo, al male , alla morte, al dolore, alle incomprensioni ed è capace di trasformarci da schiavi del peccato ad uomini liberi fino ad elevarci alla dignità di “figli di Dio” e quindi eredi della Sua salvezza.

Dio non solo ci offre  la salvezza ma ci invita ed esorta a diventare santi”.

Potrebbe sembrare strano, ma tutto questo può considerarsi anche come il frutto dei nostri Convegni Nazionali, che attraverso la lettura attenta dei fatti, delle situazioni, delle realtà nelle quali come credenti e come ministri ordinati siamo quotidianamente immersi, con l’ausilio di persone altamente qualificate e l’approfondimento dei documenti della Chiesa, ci siamo sforzati di portare all’attenzione dei singoli, delle Comunità e della Chiesa.

I nostri momenti di formazione a livello nazionale, in questi anni, sono sicuramente serviti a farci comprendere il progetto che Dio ha su di noi e ad invitarci a porre attenzione, passione, dedizione, impegno per far crescere intorno e dentro di noi il senso di una Chiesa maggiormente impegnata a trasformare il mondo, per renderlo sempre più accogliente e umano, e farlo sembrare quanto più possibile simile al “Paradiso terrestre”. Un luogo in cui tutti si sentano fratelli con gli stessi diritti nel rispetto della individuale dignità umana.

Siamo invitati a superare la logica del mondo che è quella di dominare, di possedere, di sfruttare, di massificare e mistificare. Dobbiamo invece adoperaci affinché cresca e prevalga la “cultura dell’accoglienza”, facendoci comprendere meglio il messaggio universale di salvezza che la Chiesa del post-concilio ci ha lasciato nei suoi stupendi documenti.

Una Comunità Diaconale che non si sforza di presentare al mondo l’impegno di superare i pregiudizi e le chiusure mentali nei confronti di tanti nostri fratelli e sorelle che sono lontani, o si sono allontanati dalla Chiesa, o che hanno scelto altre forme di  fedi e di religiosità o che non sono stati ancora raggiunti dal messaggio di salvezza di Cristo e che non si senta fortemente impegnata nel campo di una nuova evangelizzazione e non  faccia propria  l’impellente necessità di diffondere con la vita, le parole e le opere il Vangelo di Cristo, penso che tradisca lo spirito del proprio “ministero diaconale”.

Proprio l’ultimo Convegno ci ha fatto riflettere sull’importanza di non alimentare, come dice Papa Francesco, “la cultura dello scarto che ci ha resi insensibili anche agli sprechi e agli scarti alimentari”.

Alla luce di quanto detto, credo si possa concludere dicendo che  in questi anni ,da dopo il Concilio Vaticano II ad oggi, La Comunità del Diaconato in Italia, prima da Reggio Emilia con don Alberto Altana e poi con il CoDI, si è sforzata di far crescere  nella società civile, nelle Comunità diocesane e parrocchiali, nei Coordinamenti regionali e nei singoli Diaconi, il senso dell’appartenenza ad una Chiesa che deve mettere al primo posto il valore del rispetto e della tutela della vita umana e che,  indossato il “grembiule”, si china a lavare i piedi ai più poveri, ai disabili, agli anziani e a quanti, come fratelli e sorelle, hanno bisogno della nostra accoglienza, del nostro sorriso e delle nostre amorevoli cure.

Noi Diaconi, oggi più che mai, siamo chiamati ad essere l’immagine di Cristo “il Buon Samaritano dei nostri tempi” e i ministri della gioia e della speranza.

Siamo chiamati a costruire “ponti” e ad abbattere le “barriere, gli steccati e colmare i fossi” per divenire autentici “ministri della soglia e dell’accoglienza”.
Diac.   Francesco  Giglio
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