Paura di Amare - Comunità del Diaconato in Italia

Vai ai contenuti

Menu principale:

Paura di Amare

Il Mio Contributo > 2009
Paura di Amare
Posted on by admin
La PAURA di
AMARE
Viviamo in un’epoca caratterizzata da grande incertezza e tensione in tutte gli ambiti della vita sociale. In passato la famiglia, la religione e la società offrivano un porto sicuro dove rifugiarsi in caso di tempesta. Oggi anche loro vanno perdendo in loro influsso e in porto sicuro si vanno trasformando in ruderi inaffidabili, mentre l’essere umano si trova sempre più solo di fronte ai suoi problemi. La rapidità in cui si trasforma la società , la crisi del valori etici e del rispetto dell’uomo lo vanno sempre più privando (soprattutto infanzia, adolescenza e vecchiaia) di quei punti di riferimento che lo aiutavano un tempo a superare tensioni e frustrazioni. Ricordo da bambino, sono nato in un piccolo paese di provincia, che il parroco era il punto di riferimento delle famiglie, quando c’era un problema in casa il sacerdote era sempre presente, bastava bussare alla sua porta. Oggi diventa difficile bussare alla porta di un sacerdote perché la maggior parte delle chiese sono diventata veri e propri uffici con orario di apertura e chiusura. Invece i psicologi e psichiatri li hanno rimpiazzati degnamente perché le loro porte sono sempre aperte. Così l’uomo moderno ha perso quei valori fondamentali ( e io dico cristiani) trasformandosi in un nevrotico
[1]
proprio perché ogni volta che viene meno un punto di riferimento la sofferenza si trasforma in tonnellate di psicofarmaci, in migliaia di drogati e suicidi. Questa è la risposta a questo tipo di società dove viviamo; una società che non solo ha perso i valori tradizionali ma non è capace nemmeno di trovarne dei nuovi. Programmi
televisivi come la talpa, il grande fratello, l’isola dei famosi
propinano volti e personaggi più o meno noti come modello da seguire per i nostri giovani (l’ultimo modello il porno star, impensabile che potesse apparire in TV un decennio fa). Inoltre i grandi miti della nostra civiltà occidentale: il potere, il prestigio, il piacere, il soddisfacimento dei desideri principali. Si vorrebbe essere ciò che non si può essere; se la Tv, la società offre illusioni effimeri ai nostri figli saranno solo un’immagine della loro illusione, costruita con la nevrosi e quindi innaturale.
Oggi lo scopo della vita non è l’emotività ma la razionalità; educhiamo i nostri figli fin dall’infanzia a soddisfare solo cose reali e concrete, trascurando di educarli all’immaginazione, alla fantasia, alla creatività e alla emotività. Non li prepariamo a vivere una vita serena, genuina, degna di essere vissuta. Sappiamo che è caduto il mito della scienza onnipotente e continuiamo a formare i ragazzi su calcoli e probabilità. La scienza può fornirci solo soluzioni ai problemi che già precedentemente erano stati analizzati dall’uomo, non la soluzione dei problemi nuovi, perché essa non possiede capacità intuitive
o creative, ma solo deduttive.
Non dobbiamo pensare di essere antiquati, ma la scienza non risolverà mai il problema ultimo dell’uomo, nemmeno tra duemila anni. L’uomo solo analizzandosi profondamente e scoprendo quella felicità interiore che tiene da sempre, potrà capire e valutare il significato di una situazione e agire di conseguenza. Invece, oggi la felicità viene presentata come qualcosa di inafferrabile, l’amore come qualcosa di irraggiungibile e transitorio. Abbiamo superato la peste, la stregoneria, l’analfabetismo, stiamo sconfiggendo il cancro e l’AIDS, ma non riusciamo a sconfiggere l’angoscia, mai come adesso è stata così immensa. E le conseguenze sono l’ansia, il panico, il disagio psichico che compromettono
la possibilità stessa di provare amore, gioia, serenità nella propria vita. Il compito che spetta non solo a psicologi e psichiatri, ma anche a sacerdoti e tutti coloro che portano un messaggio d’amore, e che l’amore rende gradita la vita, che non è solo durata ma qualità. È il modo di vivere che conta e non il tempo che essa può durare. L’uomo non è altro che una piccola creatura sperduta in universo immenso e ancora misterioso e in questo mistero è racchiusa anche la sua umanità. L’uomo può raggiungere mete infinite se impara a fruire dell’amore che gli viene offerto e attraverso quest’amore, può infatti, diventare giorno dopo giorno più umano, acquista quella vitalità che lo aiuta ad accettarsi ed a voler bene prima di tutto a se stesso; inoltre è spronato nei rapporti interpersonali, impara a voler bene anche agli altri e quindi ad una maggiore integrazione sociale. Purtroppo non sempre l’uomo riesce a raggiungere l’amore, il fatto di aver preso coscienza che l’amore è gioia e felicità non basta per poterlo vivere serenamente. Siamo stati educati ed educhiamo i nostri figli a superare le difficoltà della vita, a sopportare il dolore morale e fisico, ma nessuno insegna e ci insegna che prima di tutto dobbiamo amare noi stessi. Molti curatori di anime sanno alleviare il dolore della gente ma non sanno promuovere l’amore. Eppure scientificamente è provato che l’amore contribuisce alla salute fisica e psichica dell’individuo. La vocazione umana non è diventare un superuomo, ma essere veramente uomo, poiché “l’uomo passa attraverso l’uomo e passando attraverso se stesso e scopre l’Amore”. Non conosciamo tutte le dinamiche psicologiche che ci spingono alla
comprensione di un evento pur vivendolo emotivamente,
e quindi incapaci di risolverlo, ma ciò non ci esime dal lavorare per fare più luce in noi stessi, ben convinti che l’importante non è tanto “capirsi”
quanto “accettarsi”.
La maturazione porta l’individuo ad accettarsi, a volersi bene e a capire che l’amore non è qualcosa che giunge dall’esterno, ma è qualcosa che possediamo già, ci da la possibilità di costruire una buona immagine di noi stessi e di una vera fisionomia. Crescere nell’amore significa quindi, acquistare fiducia in se stessi, guadagnando il diritto di essere se stessi. Il cammino verso la strutturazione di una valida identità, può essere percorso solo se ci sentiremo delle persone attive ed autonome nel pensare e nell’agire. Se gli altri avranno una buona considerazione di noi, ci sentiremo amati e rispettati e avremo la possibilità di sperimentarci attivi ed autonomi di fronte alle difficoltà della realtà, acquistando autostima ed autofiducia. L’autostima e l’autofiducia non sono qualcosa che ci viene trasmessa per via teorica, ma soltanto attraverso l’esperienza di relazioni positive con gli altri.
Ma la conquista della propria identità, nel senso di autonomia ed emancipazione interiore, è faticosa, poiché essa si raggiunge attraverso numerose prove. Tra queste ne vogliano citare una: “la crisi di identità” è una caratteristica dell’adolescenza che un adulto dovrebbe già aver superato. Purtroppo questa identità che doveva essere frutto di uno sforzo prolungato di individuazione e di differenziazione rispetto ai modelli della famiglia e l’ambiente in cui è vissuto non sempre si realizzato. Anche se qualcuno pensa che sia impossibile recuperare questo fase, credo che l’individuo dovrebbe rivedere e ristrutturare il proprio passato in modo autonomo, rifiutando quanto ha accettato passivamente negli anni precedenti, solo così potrà avviare il processo di individualizzazione, che lo porterà alla definitiva distinzione tra “se stesso” e gli “altri” guadagnando indipendenza e autonomia. L’individuo che ricerca la propria identità, la può realizzare soltanto mettendo in crisi i modelli introiettati dalla famiglia e dall’ambiente circostante. Quando non si raggiunge la piena maturità si resta sempre vittima di qualcuno o di qualcosa, se non si ha una propria dipendenza si rischia di soccombere sotto l’influenza di qualche altro, limitando la propria conoscenza e azione. La mancanza di autonomia nell’uomo gli impedisce non solo di realizzarsi ma crescere e di strutturare una salda identità, così l’individuo rinuncia a qualsiasi autoaffermazione pensando che sia un errore. Quando una persona respira aria di rimproveri, di critiche, di svalutazioni e ironie sia nel campo lavorativo, sia nell’ambiente ecclesiale, sia nella propria famiglia esso costruirà di sé un’immagine negativa che si rifletterà nelle sue relazioni con gli altri, causando disadattamento e incomunicazione. Purtroppo mi capita sempre più spesso di conoscere gente che non avendo raggiunto una solida e completa integrazione della propria personalità, vivono una vita ansiosa, insicura, vivono profondi sensi di colpa e soffrono di depressione, compromettendo seriamente la relazione con loro stessi e con gli altri. Questa mancanza di fiducia in se stessi, nelle proprie azioni e nello loro capacità fan sì che gli altri non soltanto non li stimolano ad agire ma non li incoraggiano nemmeno a perseguire ciò che hanno deciso. Purtroppo l’egoismo umano ha paura che l’altro crescendo psicologicamente possa allontanarsi dai loro desideri e richieste. Questo succede in tutti gli ambiti. Ho guidato un Gruppo carismatico per tre anni e ho dovuto faticare per fargli comprendere che la Parola di Dio affermava cose diverse dal loro modo di pensare e di pregare e pian piano insieme abbiamo cominciato a meditare la Sacra Scrittura, a parlarci e confrontarci, abbiamo creato quello che noi chiamiamo “Agape”. Col tempo il loro modo di pregare era migliorato non più “Signore, Signore” e nemmeno quella paura di vivere nel peccato continuamente, si affrontava tutto con più serenità, con più amore; ma sono stato allontanato dai loro Capi perché quella “conoscenza” che stavano acquisendo era troppo ardua per il loro e sono ritornati a gridare “Signore, Signore” – “miracolo, miracolo”. Ecco la paura di “amare”. L’amore rende liberi e ci fa percorrere strade fino a ieri inconoscibili. Amando si acquista una libertà di mente e di cuore ma ai molti “potenti” questo non va bene. Purtroppo questa gente soffre di narcisismo ipertrofico, megalomani e maniaci, indifferenti verso gli altri; si sentono straordinariamente onnipotenti e sicuri e quindi fin troppo in pace con se stessi. Sono persone che non ammettono mai di poter sbagliare e di aver sbagliato; non si sentono mai in colpa e credono di possedere la verità assoluta. Non vedono la trave che hanno nell’occhio, ma solo la pagliuzza negli occhi degli altri. Ricordano certi eretici del medioevo che si facevano bruciare sul rogo con il sorriso sulle labbra senza riconoscere i loro errori o anche certi capi politici che hanno trascinato interi popoli alla rovina. Invece non sanno che il dubbio, l’autocritica, il sentirsi bisognoso sono alla base del perdono e della carità reciproca.
L’assenza di una identità personale in un individuo diminuisce la possibilità di affermazione da parte dell’Io e quindi catapulta in una frequente condizione di confusione, d’incertezza di fragilità angosciosa. La persona non sa verso quale meta camminare, manca di una precisa connotazione ai propri progetti e alle proprie realizzazioni. Proprio perché questi che si credono “potenti” impongono il loro comportamento. Chi difetta di identità personale presenta incertezze di fondo circa le scelte e lo stile di vita (lavoro, relazioni affettive, identità sessuale, comportamenti morali, religiosi e politici). Chi non conosce e quindi non possiede se stesso è continuamente esposto al rischio di cadere nella depressione, nell’insicurezza, nell’insignificanza. Quando poi un individuo non ha accettato se stesso e si rifiuta, vive una sensazione vaga d’incapacità, di inadeguatezza, di inferiorità, di disistima, di svalutazione. Questi sentimenti portano all’autodistruzione e fanno perdere il senso della vita. Affiora così spesso un impellente bisogno di espiazione e di autopunizione; quando va bene molti si rifugiano nella religione, altri nell’alcolismo, eroina, psicofarmaci. Altre volte la mancata realizzazione della propria identità ha come conseguenza non soltanto il rifiuto di se stessi, ma anche la non accettazione degli altri. La persona rinuncia alle relazioni con il prossimo e alla comunicazione con il mondo esterno, ripiegandosi su di sé in un isolamento nevrotico che lo costringe ad una progettazione immaginativa. Il suo Io debole non osa protestare contro il ruolo e gli schemi che gli vengono forzatamente imposti, temendo di perdere l’approvazione e il sostegno; né diventa perciò succube. Una persona che difetti nella stima di sé, tende infatti a mettersi in seconda linea, senza più far valere le proprie esigenze ed i propri diritti; assume cioè il ruolo di una “non-persona” rinunciando a quello che dovrebbe essere, per assumere un ruolo che non gli appartiene solo per soddisfare le aspettative degli altri. Proprio perché senza un’i­
dentità, tende inoltre a copiare l’identità degli altri, trascurando del tutto la propria con il risultato di perdere sempre più autosti­ma e autofiducia. Chi non ha realizzato la propria identità, non ha una chiara idea di sé, né può di conseguenza offrirla agli altri. Proprio perché manca della debita conoscenza di sé, non ha radici nel proprio passato, né rapporti con il presente.
L’identità di ogni individuo è basata sulla sua storia personale e quindi sulla realtà interna ed esterna. Una identità ottimale per­mette il rispetto verso di sé e verso gli altri; cioè non si lascia diven­tare uno specchio del mondo esterno, ma si mantiene coerente con se stesso, salvando le proprie convinzioni e le proprie tendenze. Questo comporta la certezza di valere anche in assenza di rassicurazioni gratificanti.
« … L’uomo spesso diventa quel che crede di essere. Se io continuo a ripetere a me stesso che non riuscirò mai a fare una data cosa, può darsi che finisca per esserne davve­ro incapace. Al contrario, se ho la convinzione di riuscirei, acqui­sterò senz’altro la capacità di farla, anche qualora all’inizio non la possedessi» (M. K. Gandhi).
Nella vita di ogni giorno, spesso esercitiamo e soprattutto su­biamo senza nemmeno rendercene conto varie e pesanti pressioni dell’ambiente che tende a manipolarci, a spersonalizzarci, a ridefi­nirci. Ci riferiamo alla propaganda politica, alla pubblicità com­merciale, alle varie ideologie e interessi connessi. Esse operano at­traverso i mezzi di comunicazione (televisione, radio, stampa, ecc.), un continuo “lavaggio” del nostro cervello impedendoci di realizzare e di vivere la nostra propria individualità. Si vuole to­gliere all’uomo persino la libertà di pensare autonomamente.
Quando l’individuo raggiunge la vera maturità affettiva non ha vita facile se intende restare fedele alla propria identità. Infatti se rifiuta la collocazione impostagli dall’esterno, non adeguandosi al ruolo de­stinatogli dagli altri, non trova nella società l’aiuto e lo spazio per realizzare il proprio progetto. L’affermazione del singolo è contra­ria al collettivismo. Non è quindi facile strutturare un proprio comportamento, di­verso da quello degli altri. Spesso si suscitano diffidenza e accuse di superbia, alterigia, saccenteria. Il “comune” non accetta il “di­verso” e molte volte il nostro bisogno di approvazione, di affetto da parte degli altri ci costringe al conformismo e alla dipendenza e quindi a mortificare la nostra identità personale confondendoci nel gruppo, nella fazione, nel partito, nell’istituzione, con perdita di autocritica e di responsabilità.
Vivendo da qualche anno con uomini di chiesa che non è la “Chiesa di Dio” mi è capitato di non assecondare alcune scelte di qualche sacerdote e purtroppo sono stato delicatamente emarginato, ma li ringrazio sinceramente perché ho capito che solo la libertà intima, di dialogo, di donazione rende piena l’esistenza. Il confronto delle idee, l’abbraccio nell’amore, la conversazione intelligente sono riuscite a trasformare la mia anima rendendola ben più ricca rispetto a una relazione freddamente regolata dai reciproci vantaggi economici e personali. È questa la via da imboccare se si vuole gustare la vera bellezza della vita. Inoltre San Paolo dice che la carità «non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità»
[2]
. Riuscire a mantenere la propria identità di fronte a tante ten­sioni centrifughe, a così numerose suggestioni e influenze repressi­ve, significa percorrere un cammino faticoso e difficile. Ma non è cosa impossibile per una persona psicologicamente matura, aper­ta ad accettare quanto cambia (l’essere umano è, per evoluzione, modificabile), che ha acquisito la capacità di non perdere la propria identità interiore e possiede il coraggio per difenderla con pazienza e tenacia contrastando, con impegno coerente, quanto sem­bra ingiusto e inaccettabile. Occorre avere “pazienza senza timore
[3]
che non equivale alla rassegnazione fatalistica o al ripiegamento passivo, oppure all’iso­lamento sterile, ma coincide con la perseveranza attiva e impegna­ta per salvare la propria identità e autonomia nella coscienza e nel rispetto della propria personalità. Questa “pazienza” sa anche farsi aiutare dalla propria “aggressività”; infatti per mantenere fede alla propria identità, è necessario talvolta difenderla a denti stretti servendosi appunto di questo nostro istinto provvidenziale, debitamente controllato e sublimato. Acquisire una propria identità non significa dunque soltanto sviluppo armonico di sé, ma anche libertà; corrisponde cioè alla sensazione di essere in gra­do di autodeterminarsi, di poter controllare le proprie azioni, diri­gere la propria condotta, scegliere fra le alternative, senza essere travolti da forze esterne. Per questo l’identità è un valore prezio­so che non può essere sacrificato a nessuno, né alla violenza ma neanche all’affettività. Ogni individuo affettivamente maturo de­ve mantenere fedeltà al proprio essere lottando per non perdere quanto fa dell’essere umano una “persona”. L’impegno di ciascuno è quindi quello di autoaffermarsi con le proprie scelte, rimanendo fedele a se stesso, di­fendendo la propria individualità ed evitando la dispersione e l’appiattimento conformista. Certo anche l’adulto maturo gradisce l’approvazione, ma non deve ricer­carla ad ogni costo, a scapito anche della propria identità. Ogni volta infatti che egli si adegua a qualcosa a cui non crede, perde una parte di se stesso, benché possa anche trarne un qualche illu­sorio vantaggio. L’esperienza conferma che quanti non hanno ce­duto a tentazioni centrifughe o devianti, ma sono rimasti fedeli a se stessi facendo scelte consone ai propri ideali, non hanno magari avuto grandi guadagni, successo e potere, ma hanno vissuto da uomini liberi. «Questo affinchè non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore. Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità»
[4]
.
Certo anche la persona psicologicamente matura vive momenti di “perdita dell’identità”; cioè incontra situazioni transitorie in cui si sente “smarrito”, non riconosce più se stesso, si scopre diverso o peggiore di come si credeva. Se è un commerciante, ha la sensa­zione di essere economicamente in crisi; se credente, teme di aver perso la fede; se professionista, non è più sicuro della sua capacità professionale. Non si tratta di rinuncia alla propria identità, né di regressione ad una dipendenza passiva, perdendo convinzioni, progetti e idee. Sono invece quei momenti della vita in cui, per cause interne o esterne, la nostra identità da tempo acquisita viene come posta in crisi e deve ricostruirsi; ci riferiamo cioè a certe “ore di pun­ta” dell’esistenza in cui la tensione si tramuta in ansia o peggio ancora in angoscia.
Proprio perché la vita è passata dentro di noi, proprio perché le fatiche del vivere ci hanno sferzato la faccia (e non solo), conosciamo tutti certi pe­riodi dolorosi e non si ha più forza di continuare a donare bontà, perché ci si sente morire lentamente “dentro“ a causa della diminuzione progressi­va delle energie vitali, dell’incertezza o dell’assenza di riferimenti validi, di desideri e di idee. L’Io sembra come vacillare per il crol­lo improvviso delle proprie convinzioni e dei propri ideali, per la perdita del significato stesso della propria esistenza. La vita emotivamente insignificante; la sensazione di “sabbia mobile” (ci si sente sprofondare e, se ci si muove per fare qualcosa, si sprofonda ancora di più), la perdita della fede (non soltanto quella religiosa, ma anche nel senso di fiducia nella vita), il “non senso”, la disperazione. Sono momenti nei quali non resta neppur più la speranza, non si “sente” più il tempo che passa perché si è come anestetizzati al piacere o al dolore, quando ci si dimentica quasi di essere vivi e si soffre al punto che si teme più la vita che la morte, e pare di non desiderare altro che un gran sonno, che soltanto l’eternità potrebbe smaltire. Sono momenti drammatici in cui non è facile decidere di resta­re “persona”, lottando contro il vuoto che ci attira. Sembra allo­ra quasi impossibile difendersi dalla voglia di lasciarsi andare al degrado psichico e fisico, smarrendo dignità e rispetto per noi, per il nostro corpo e per il nostro spirito.
E se purtroppo qualche volta non si può evitare di andare a fondo, ciò che conta in que­ste situazioni è il lottare per risalire. Per rinascere, è infatti necessario morire: “se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio
[5]
affermava Gesù, poiché non c’è cresci­ta psicologica e spirituale che non passi attraverso la morte di una parte di noi. È la legge della crescita: una parte deve morire per­ché un’altra possa prendere vita, come si potano gli alberi perché diano frutti più copiosi e migliori. Le persone più ricche di vita sono quelle che più conoscono la morte, che sono morte più volte, in senso interiore ovviamente. Del resto per poter sperare nella vita, bisogna aver avuto grandi delu­sioni, combattuto lunghe battaglie e subito grandi sconfitte; per godere poi delle gioie della vita, bisogna averne sperimentato an­che le amarezze, restandone segnati profondamente. «Non possiamo compiere atti di grande dolcezza e pazienza e preparare il miele delle virtù più eccellenti, finché non mangiamo il pane dell’amarezza e viviamo in mezzo alle angosce. Come il miele ricavato dai fiori di timo, piccola erba amara, è di gran lunga il migliore, così più eccellente tra tutte è la virtù che si esercita nelle amarezze più vili, basse e abiette»
[6]
. Il messaggio è chiaro: come il miele di timo è il più fragrante e dolce, eppure proviene da un’essenza amara, così la virtù più alta non si affina se non attraverso l’esercizio aspro della prova e della sofferenza. Discorso, certo, sgradito soprattutto ai nostri giorni nei quali si vuole che tutto sia facile. C’è, invece, un esercizio che è fondamentale ed è quello della formazione e dell’ascesi: parole quasi dimenticate, mentre dovrebbero essere il punto di riferimento di tutti. Anche perché è la vita stessa a rivelarsi come un impasto di prove e di soddisfazioni. Scriveva ancora s. Francesco di Sales: «La rosa tra le spine è per noi una dimostrazione: le cose più gradevoli in questo mondo sono frammiste a tristezza».
Progredendo negli anni, s’impara ad accettare la vita con tutte le sue dimensioni, senza rifiutare la sofferenza e la vecchiaia. Non si può vivere di memorie, abbarbicati ai propri lamenti, senza spe­ranza; se si deve vivere, bisogna trovare il coraggio per farlo. Si deve andare avanti, anche quando si è stanchi, esauriti, senza en­tusiasmo; si deve andare avanti anche se il buio diventa più fondo e non ci sono più retrovie in cui rifugiarsi. Bisogna allora vivere giorno per giorno poiché la previsione di una settimana o di un mese può spaventare. Tutti siamo in cammino; a volte sappiamo per dove, altre no; a volte sappiamo di andare verso una chiama­ta, altre volte non abbiamo più nessuno a cui rispondere …
…Poi, a poco a poco, torna la fiducia nella vita; l’amarezza è controbilanciata da sprazzi di serenità e dalla voglia di vivere. Talora ci si rende anche conto che quanto ci ha fatto soffrire non era rappresentato solo dagli avvenimenti in se stessi, quanto più dallo stato d’animo con cui li abbiamo vissuti. A volte i problemi non erano più gravi del solito; era però il nostro basso livello di tolleranza a drammatizzarli. Lo sconforto ha spesso le radici nella stanchezza.
Più che depressi, spesso siamo soltanto affaticati. Si accetta così di nuovo di vivere la propria esistenza, di conti­nuare a crescere come persona, di accettare i necessari “compro­messi” (non nel significato negativo di patteggiamenti, conniven­ze o taciti consensi) con la famiglia, il lavoro, la Chiesa, ritor­nando a darsi agli altri, resi più forti, più ricchi, più generosi dalle nostre sofferenze. Ci si ricorda di quello che qualcuno ha detto in India: «La vita è una sfida; affrontala. La vita è amore; condi­vidilo. La vita è sogno; fallo realtà … » (Sai Baba). La realtà umana è difficile, faticosa; è lotta continua. Non esiste serenità gratuita, che non sia frutto di conquista. La serenità si raggiunge superando il dolore, i conflitti e le lacera­zioni e chi lo dimentica, ci pensa la vita a ricordarglielo. È necessario all’uomo toccare le due porte, quel­la della vita e quella della morte. Ci sono sempre momenti in cui si deve smettere quello che si è stati e incominciare a fare nuovi piani per diventa­re diversi. Per tutta la vita si è costantemente in viaggio, sempre disposti a lasciare le méte raggiunte, sempre pronti a ripartire da capo, a sopportare crisi da sradicamento. Solo a questa condizione si può imparare a “vivere” e godere ogni minuto del miracolo di essere vivi.
Molti subiscono il futuro considerandolo un effetto immodifica­bile, quasi si trattasse di un indiscutibile copione teatrale già scritto. Evi­tano quindi di lavorare al proprio futuro, di inventarlo, di pren­derlo nelle mani; rinunciano all’iniziativa, alla responsabilità, alla creatività. La crisi più grave che possa colpire l’essere umano è la perdita della “speranza”, cioè la perdita di fiducia nelle proprie possibilità di vivere. La carenza più grave è quella di ideali, di traguardi, di obiettivi. Ci si sente vecchi, benché ancora giovane anagraficamente. La condizione per godere del piacere della propria individualità ed entità, è “accettarsi”.
L’“accettar­si” si identifica con la spontaneità (qualcosa di non imposto, non richiesto, ma volontario), coincide con la naturalezza, con l’essere se stessi. Accettarsi significa essere amici di se stessi, essere artefi­ci del proprio futuro, liberandosi dai vari condizionamenti di classe, di ceto, di sesso e persino di una certa etica sociale, per scoprire che oltre ad una verità generale, esiste anche una verità personale, conquistata da soli e quindi attraverso se stessi. Sebbene sia spesso scomodo tentare di “vederci” in maniera diversa da come gli altri desiderano, ognuno ha il dovere di rima­nere fedele a se stesso, di evitare la passività e il conformismo prendendo a prestito l’identità che gli altri ci suggeriscono. Il tra­dimento più grave è quello nei confronti di noi stessi; è tradire la propria concezione di vita, nascondendosi tra le pieghe dell’ anonimato e precipitando nell’insignificanza. L’“accettarsi” significa tuttavia avere coscienza dei propri limi­ti e quindi anche non pretendere di essere quanto si è incapaci di essere. Affermava Erich Fromm che molti uomini spre­cano la loro vita nel tentativo di diventare ciò che non possono essere, dimenticando di essere ciò che potrebbero divenire. Quando sottolineiamo il piacere che dà la propria individualità, non pretendiamo certo privilegiare l’individualismo (che è una posizione esasperata), poiché la comunicazione sociale è indispensa­bile all’equilibrio interiore. Ma la capacità di entrare in rapporto con gli altri suppone, per essere davvero proficua, l’aver prima realizzato la propria identità personale. Non si può amare il prossi­mo se non amiamo prima noi stessi. Infatti chi non ha raggiunto un’integrazione con se stesso, chi non possiede un’identità positiva, chi manca di autostima e autofiducia e quindi non si “accetta” si rifiuta, si distrugge, come può costui amare gli altri? Soltanto il raggiungimento del­la propria individualità ed identità rappresenta la condizione fon­damentale per riuscire ad andare oltre se stesso, ad amare ed essere amato. Del resto solo chi è capace di vivere con se stesso è in grado di comunicare con gli altri. Ognuno di noi porta dentro i suoi fantasmi e, per liberarsene, deve individuarli e cacciarli via. Più si conosce la “nostra verità”, più si è liberi, più si ama, più si è felici; infatti le persone più libere so­no proprio quelle che hanno accettato anche le loro pulsioni nega­tive e, accettandole, hanno potuto controllarle e dominarle. Più si prende coscienza dei propri limiti, più si diventa indulgenti e tolleranti nei confronti di quelli altrui, più si apre il cuore al prossimo. Conoscere meglio se stessi” vuol dunque dire amare meglio anche gli altri.
Salvatore Monetti – diacono
(Diocesi Salerno – Campagna – Acerno)


[1]
Nel linguaggio corrente, che, chi mostra di soffrire di conflitti psichici o anche, semplicemente, si dimostra sempre nervoso, facilmente irritabile.
[2]1Cor 13,6.
[3]
Cf. Is 5,19-16
[4] Ef 4,14-16.
[5]
Gv 3,3.
[6] s. Francesco di Sales, dagli scritti spirituali «Introduzione alla vita devota».
Torna ai contenuti | Torna al menu