Omelia di S.E. Mons. Adriano Caprioli - Comunità del Diaconato in Italia

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Omelia di S.E. Mons. Adriano Caprioli

Diaconato > Interventi dei Vescovi sul diaconato
Omelia di S.E. Mons. Adriano Caprioli
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Diocesi di REGGIO EMILIA – GUASTALLA – 
S.E. Rev.ma Mons. ADRIANO CAPRIOLI – 
 
IL CORAGGIO DI CREDERE
Omelia nella XIX domenica anno A e nel ricordo di S. Lorenzo
 
Questa pagina del Vangelo di Matteo (14,22–33) viene subito dopo quella della moltiplicazione dei pani. Il miracolo della moltiplicazione avrebbe potuto suggerire ai discepoli sogni e illusioni pericolose: quella di risolvere qui su questa terra il senso della intera esistenza. Ma Gesù obbliga i suoi discepoli ad attraversare il mare, e a passare all’altra sponda. Gesù anticipa qui il senso stesso della sua esistenza, invitando i suoi discepoli presenti e futuri a condividerla, mettendo in conto la sua stessa morte.
 
“Sono io, non abbiate paura
 
Diamo uno sguardo ai diversi particolari del racconto evangelico: sono il mare, la notte, un vento selvaggio che gonfia le onde. Tutti questi elementi suggeriscono un pericolo mortale, in modo particolare il mare che per gli Ebrei era come l’abisso oscuro della morte, non certo l’attuale luogo di vacanza. I discepoli si trovano dunque in una condizione, in cui le forze che congiurano a favore della morte sembrano prevalere.
 
Gesù ancora una volta compie il miracolo: non la moltiplicazione dei pani per continuare a vivere al tramonto di una giornata terrena, ma il miracolo di annunciare a tutti l’evento della vita che non muore, camminando sulle acque della morte. E la verità vitale, rivelata dal miracolo, è questa: c’è qualcuno che è più forte di tutte le forze di morte. Come Mosè un giorno aveva separato le acque del Mar Rosso (cf. Es 14,15–23), così Gesù apre un passaggio perfino sulle acque della morte, pronte a inghiottire quella fragile imbarcazione che è la nostra vita.
 
È un fantasma!”, gridano i discepoli. La stessa cosa sarà detta anche all’indomani della Pasqua (cf Lc 24,37ss). E la risposta non si fa attendere: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!” E la stessa risposta che Gesù Risorto darà ai discepoli riuniti nel cenacolo a porte chiuse per paura. C’è un particolare che merita un’attenzione. Pietro, il futuro “primo Papa”, quasi per mettere alla prova Gesù, gli chiede di andargli incontro camminando sulle acque. E Gesù: “Vieni!”. Pietro pensava di avere una fede grande, ma, messo alla prova, anche Pietro sperimenta la paura di soccombere. E Gesù: “Uomo di poca fede, perché hai avuto paura?”.
 
Ho letto una volta, a commento di questa pagina di Vangelo, questo messaggio: “La paura picchiò alla mia porta… la Fede andò ad aprire… Non c’era più nessuno!”. Come a dire che, fede e paura, non possono convivere. Se c’è la paura non c’è la fede, o almeno la fede è una piccola fede. Perché si crede? C’è chi crede, perché il credere “fa bene”: al cristianesimo si chiede di star bene, di sentirsi gratificati e consolati. “Pregare — si sente dire — mi fa sentire più rilassato!”: dire che un’esperienza è rilassante sembra oggi l’apprezzamento migliore. Ma questa è una fede appiattita sul presente, senza più un vero futuro, una vera speranza.
 
Credere nel diaconato
 
Celebriamo oggi, 10 agosto, la memoria di S. Lorenzo, diacono, a cui è intitolata questa chiesa di Montalto. Sono ben 9 in diocesi le chiese intitolate al Santo Diacono della Chiesa di Roma, ma questa è particolarmente legata alla figura del diacono grazie a don Altana, che qui era di casa per gli anni trascorsi nella vicina villa materna, diventando poi animatore del diaconato in Italia per oltre 30 anni.
 
Diversi anni sono passati dai primi passi del cammino di ripristino di questa figura ecclesiale, e diversi secoli dai primi diaconi della storia presso le primitive comunità degli Apostoli. Anche il diaconato è nella storia: entra, esce e poi ritorna, come del resto i Santi nel calendario della Chiesa: alcuni più tradizionali restano per secoli, altri scompaiono e poi ritornano. Perché?
 
Mi ha colpito leggere in questi giorni un articolo appena uscito sulla Rivista del Clero dal titolo: “Il diaconato, vittima della sua stessa novità?”. L’articolo non è un gran che, anche se presentato in un corso di formazione per diaconi di Milano. Ha però il merito di provocare una attenzione alla vera novità della figura del diacono, di cui il diacono sarebbe portatore, non vittima.
 
Il Vaticano II ha ricuperato con forza che il diacono è “ordinato per il ministero, non per il sacerdozio” (Lumen Gentium 29). Vuol dire che il ministero ha un riferimento anzitutto al ministero apostolico del vescovo, successore degli Apostoli. Non è un caso che ad imporre le mani per l’ordinazione diaconale sia solo il vescovo, a differenza di quella presbiterale condivisa dagli altri presbiteri, e che “sacramentalità del diaconato” e “sacramentalità dell’episcopato” siano le due grandi riscoperte del Concilio.
 
Sì, riscoprire così la novità della figura del diacono vuol dire renderlo portatore veramente di qualcosa di nuovo per la Chiesa. Continuare invece a pensarlo come centrato sulla figura del sacerdozio per la celebrazione del culto, come in un contesto di società cristiana, dunque un po’ surrogato dei sacerdoti e un po’ super–laico, vuol dire renderlo, nonostante le migliori intenzioni, veramente vittima della sua novità, che non tiene conto della vera novità della figura del diacono.
 
Ha ragione G. COLOMBO in “Quale diacono in quale Chiesa”, quando afferma che “occorre evitare il rischio di mortificare il diaconato permanente, costringendolo a stare negli spazi dell’attuale situazione ecclesiale. Operando in questo modo, infatti, la figura e il ministero del diacono, nascerebbero in una forma scontata, perché la situazione attuale della Chiesa è precisamente quella che si intende superare”.
 
Anche il diaconato è nella storia della Chiesa: non tanto delle cose da fare e da far fare, ma più profondamente nella storia della fede, cioè di ciò che il Signore vuole dalla sua Chiesa, anche se questo dovesse comportare come per gli apostoli sul mare agitato qualche forma di paura, e quindi un supplemento di fede. 
 
Il Signore che non abbandona mai la barca della sua Chiesa, anche se talvolta “flagellata dalle onde, ma mai sconquassata” (S. Ambrogio), per intercessione del diacono S. Lorenzo, guidi questo nostro cammino.
 
+ Adriano VESCOVO
 
Montalto di Vezzano, domenica 10 agosto 2008
Sagra di San Lorenzo nel 1750° del suo martirio
Festa con il Vicario per il diaconato e con i Diaconi permanenti della Diocesi nella chiesa che fu di Don Alberto Altana, “pioniere” dopo il Concilio a Reggio e in Italia del Diaconato permanente

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