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Nel mezzo del cammin

Il Mio Contributo > 2009
Nel mezzo del cammin
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Nel mezzo del cammin
La Divina Commedia
[1]
è un testo che scrive e riscrive ogni lettore paragonando la propria esperienza e quella dell’autore. L’uomo inizia il suo viaggio interiore solo quando è avvolto dalla selva oscura e se saprà discernere ciò che è bene e ciò che è male, avrà la visione finale, la visione beatifica di Dio, cioè troverà quella verità tanto cercata e desiderata. Sant’Agostino scriveva nelle sue Confessioni: «Quanto cammino ho fatto per cercarti, Signore, nella mia memoria. Dove abiti? Quale cella ti sei apprestata? Quale santuario ti sei edificato? Quando mi sforzavo di ricordarmi di Te, trapassavo tutte quelle ragioni della memoria che ho in comune con le bestie, perché non ti trovavo là dove risiedono le immagini corporee. Allora mi recai a quella parte cui ho affidato le passioni dell’animo mio e nemmeno là ti ho trovato. Penetrai nella sede stessa che il mio spirito ha nella memoria (giacché anche lo spirito si ricorda di se stesso), né Tu vi eri: perché come non sei immagine corporea né affezione del principio che vive in noi come gioia, tristezza, desiderio, timore, reminiscenza, oblio, così neanche sei lo spirito, ma il Signore Dio dello spirito. E infatti tutte queste son cose che non hanno stabilità, mentre Tu resti sopra tutto immutabile; e Ti sei degnato di abitare nella mia memoria da quando Ti conobbi. E ancora continuo a domandare in qual luogo di essa dimori, come se in essa fosse luogo alcuno! Tu ci abiti di certo, perché Ti ricordo dopo ch’io ti conobbi, e là Ti trovo quando mi sovvengo di Te ». E più oltre: «Dove dunque Ti ho trovato, se non in Te al di sopra di me stesso? E là non v’è spazio né luogo: ci scostiamo senza muovere passo. Tu sei dappertutto, nessun luogo Ti circoscrive e, solo, sei presente a quelli che vanno lontano da Te. Sei nel loro cuore, nel cuore di chi Ti confessa e si abbandona in Te. E dov’ero io quando Ti cercavo? Tu eri dinanzi a me. Io, poi, anche da me stesso mi ero dipartito, e non mi ritrovavo, e tanto meno ritrovavo Te. Tardi Ti ho amato, beltà sì antica e sì nuova, tardi T’ho amato! Tu eri qui dentro di me, e io ero fuori di me e fuori Ti cercavo; e in queste cose belle che Tu hai fatte mi lanciavo con la mia impurità. Tu eri con me ma io non ero con Te. E che mi teneva lontano da Te? Quelle cose, che, se non fossero in Te, non avrebbero l’essere! Tu mi chiamasti e gridasti forte ed infrangesti la mia sordità»[2].
Un viaggio che consiste in questa terribile, impressionante, straordinaria esperienza per cui l’uomo è chiamato a riconoscere, a guardare in faccia il proprio male (l’Inferno), a superarlo in un cammino di purificazione (Purgatorio) per accedere alla visione beatifica di Dio, che vive nella profondità del cuore dell’uomo. Questo è il viaggio per cui l’uomo riconosciuto il proprio male, arriva a conoscere se stesso, i suoi limiti e le sue vitalità, ritrova la famosa effige: «l’amor che move il sole e l’altre stelle». E nell’amore di Dio che l’uomo ritrova se stesso, vede il proprio volto. Spesso l’uomo per riconoscere il bene deve assaporare il male, riconoscere il male è condizione, per ritrovar le stelle. Dante utilizzando la parola “stelle”, gli da una pregnanza particolare, invita il lettore a capire il perché! Ci invita a comprendere un enigma che bisogna risolvere prima di avventurarsi nel viaggio. Credo che l’uomo comprendendo il rapporto con le stelle è capace di vedere, di capire, cosa guarda, dove guarda e a cosa è affisso il suo sguardo. Dante chiude le tre cantiche con la parola “stelle”. L’Inferno finisce con il verso: «uscimmo fuori a riveder le stelle», il Purgatorio «puro e disposto a salire alle stelle», il Paradiso «l’amor che move il sole e l’altre stelle». Mettere le stelle alla fine delle tre cantiche ha un significato preciso, è un problema di libertà: «Sarai in grado di trovare la verità e terminare il viaggio interiore a secondo di ciò che guardi. Se guardi le stelle, se guardi la realtà che tieni davanti puoi cominciare il viaggio, altrimenti non iniziare». L’imperativo è alzare lo sguardo, guardarsi intorno perché ciò che ti circonda aspetta una risposta da te. La realtà è fatta di simboli, gesti, sguardi che vanno letti, capiti e interpretati. La libertà dell’uomo si gioca in questo atto di vedere, di luci e di ombre, di selve oscure e di candide rose, la realtà chiama (vocazione) e ognuno di noi è chiamato a rispondere (responsabilità). Le stelle di cui parla Dante non sono altro che il grande simbolo, il grande segno che la natura ci offre come evocazione di Dio, dell’Infinito, dell’Assoluto. Ricordo il Canto notturno di un altro grande poeta: «quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando: A che tante facelle? Che fa l’aria infinita, e quel profondo Infinito seren? che vuol dir questa Solitudine immensa? ed io che sono?
»[3].
Quando alzo lo sguardo e guardo il cielo che divento consapevole di me, del mio rapporto con l’Assoluto e perciò mi avventuro nella ricerca di chi sia questo Essere, se mai potrò conoscerlo, amarlo, incontrarlo. Questo eterno desiderio che ci sospinge verso nuove mete. L’unico desiderio che ci spinge e quello di un destino buono, di una vita buona, vera, giusta, bella, santa, felice; il desiderio di oltrepassare il Nono Cielo per raggiungere la comunione perfetta. Ricordo il cielo del cammino di Santiago, ogni sera ad interrogarmi: «un manto scuro trapuntato di luci, sono alla ricerca di una stella più luminosa tra le altre ma non la trovo, cerco ancora proteso verso quell’arabesco celeste di colori e di movimento, anche se i miei piedi sono sulla terra e le mani sono vuote, continuo la mia ricerca correndo anche qualche rischio, allargo i miei orizzonti, lascio spazio al sentimento, alla libertà, alla speranza cerco di frantumare la vita di prima tutta assorbita dal calcolo, dall’egoismo, dal sospetto. Provo a lasciar volare il mio cuore sempre più in alto, nel più profondo cielo dello spirito e mi accorgo che quella stella è immersa nel proprio splendore, nella propria luminosità ed è felice perché vive, perché esiste…».
Questo dovrebbe essere l’obbiettivo di ogni cristiano, e non accontentarsi di aride omelie, preghiere sussultate, miracoli incomprensibili, ma di una ricerca continua – tutto ciò che si muove – i nostri affetti, i nostri sentimenti, i nostri pensieri sono il riverbero di questo unico movimento che regola l’universo, per cui tutta la realtà è un cammino positivo verso il suo completamento, verso il bene, verso l’ultima positività che è Dio. «
L’Amore che move il sole e le altre stelle
».
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.
In questa terzina ci interpella, uno per uno. In quell’apparente contraddizione grammaticale Dante fa un’affermazione pesantissima e dice: «mi rivolgo a te lettore – tra seicento, mille o duemila anni – mi rivolgo a te perché ho scoperto cose così vere che non puoi far finta di non pensarci, non puoi essere così vigliacco da non provarci. Dante la prima cosa che ci chiede è di essere leali, perché l’uomo leale sa che da solo non può far niente, riconosce di essere caduco, sa che vorrebbe amare e non può, vorrebbe essere eterno e c’è la morte, vorrebbe essere tante cose e non ne ha la forza. Gesù dice: «perché senza di me non potete far nulla»[4]
. Se siamo leali con noi stessi possiamo dire che siamo in una selva oscura e che la diritta via era smarrita e forse troveremo la strada per uscirne.
Dante immagina che questo viaggio avviene il Venerdì Santo dell’anno 1300, ha trentacinque anni (è nato nel 1265). Lui che si trova con una cultura che sostiene che mediamente la vita di un uomo e di settant’anni. Ma quello che stupisce non è tanto il dato anagrafico, ma il fatto che il 1300 è l’anno del grande Giubileo voluto da Bonifacio VIII – il primo anno di grazia – ma anche l’anno di maggior successo di Dante (carriera – politica – famiglia) e proprio mentre tutto va bene e potrebbe dire: «ormai ho raggiunto il vertice» dice «non vado da nessuna parte, non ho raggiunto niente!». È quel magone che ti prende ogni sera prima di addormentarti, stai lì a chiederti perché hai seppellito la felicità sotto un metro di coltre di cenere. È quella domanda di bene che ti toglie il respiro e capisci che sei in una selva oscura, che la dritta via è smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
Tant’ è amara che poco è più morte;
Quando si è soli il mondo ti crolla addosso, le speranze si affievoliscono e muoiono: «esta selva selvaggia e aspra e forte». La selva della propria vita diventa impenetrabile, inesplorabile. «Dio comunica le sue grandezze nel modo più strano: la sua non è una comunicazione che consola l’anima, ma che accresce la desolazione della solitudine con un dolore sottile e penetrante. Non viene all’anima nessun conforto dal cielo, dove non si trova ancora, né lo vuole dalla terra, dove non si trova più: sta come crocifissa tra cielo e terra e soffre senza ricevere soccorso da nessuna parte» (santa Teresa d’Avila). «Tant’è amara che poco è più morte». Non vuoi più vivere, anche il più piccolo ostacolo ti sembra insuperabile e pensi che forse non vale la pena di andare avanti, ma vivere come vive un gatto o un cane, senza mai chiedersi niente, basta solo appagare il desiderio di mangiare ed accoppiarsi, vivere senza il problema del rapporto con il destino, senza il problema del senso delle cose, di una felicità vera, senza il problema di conoscere la verità, senza mai amare veramente, senza il problema di Dio, niente! Ma questa non vita! «Una vita senza ricerca non vale la pena di essere vissut[5]. La ricerca è insieme la nostra grazia, il nostro limite, la nostra dignità, il nostro amare. Senza questo la vita dell’uomo è morte.
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,
tant’ era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
La selva oscura è morte, però affrontata con dignità e coraggio c’è la speranza di farcela. L’uomo fiducioso apre le porte all’azione di Dio. Se c’è speranza tutto è possibile. In dramma di noi tutti, è quello che di fronte al male fuggiamo – questo è il vero problema della vita. Invece Dante ci invita ad andare avanti, ci invita a guardare in faccia il dolore, senza aver paura delle nostre debolezze, delle nostre fragilità, perché proprio lì, in fondo al male, in fondo al proprio dolore, sta la speranza di un bene! Quindi coraggio non abbatterti, non fermarti su questo limite che ti costituisce. «Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai». Tutti prima o poi ci troviamo in questa condizione, pur non avendo commesso gravi sbagli, pur non ricordandoci come sia successo, ma ci siamo!
Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto, là
dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,
guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle
.
Ero nella valle oscura ma poi, quando siamo arrivati ai piedi di un colle dove terminava appunto la valle oscura (quella valle che m’ave­va trafitto il cuore di paura) guardai in alto e vidi le spalle del colle, le falde della collina illuminate dai raggi del sole. «Le anime entrano in questa notte oscura quando Dio le fa uscire dallo stato di principianti e le colloca in quello dei contemplativi affinché, attraverso di esso, giungano alla stato dei perfetti, che è quello della divina unione dell’anima con Dio» (San Giovanni della Croce).
Il «pianeta che mena dritto altrui per ogne calle» è il sole, è la luce del sole che ci fa anda­re dritti per ogni strada. La luce che il Signore ci dona (la fede) offre all’uomo le grandi ragioni per vivere e il coraggio di seguire Cristo. La vicenda del cieco,[6] nel Vangelo di Matteo, diventa immagine della nostra vita, smarrita di fronte ai grandi valori umani, ai margini della grande storia degli uomini, in una specie di rassegnata impotenza, che l’intervento di Gesù può cambiare, inserendola in un cammino di speranza. Bene, guardo in alto e vedo la luce. Io, nella selva oscura, tiro su la testa e vedo la luce, vedo un colle illuminato dal sole, cioè intravedo la verità, intravedo una possibile salvezza: forse la verità cui agogno – la «felicità che solo cerca la natura mor­tale»[7] direbbe Leopardi – quella cosa, insomma, per cui sono fatto, per cui sono venuto al mondo forse c’è. Si tratta di guadagnarsela, di arri­var lì al cospetto della luce. La luce in Dante è tutto: è ciò che ti per­mette di vedere, di conoscere, di sapere, di capire. Lo sguardo è il modo con cui entri in rapporto col reale e vedere le cose vuol dire comprenderle, tirarle dentro sé, appropriarsene, renderle coscienza di sé.
Senza questo
dono di luce
noi restiamo radicati nel mondo
opaco
del nostro
buon senso
, delle nostre prudenze, delle nostre paure. Continuiamo cioè:
- a spendere le nostre energie nel cercare di legalizzare
i nostri egoismi e i nostri fallimenti familiari
, invece di impegnarci seriamente a
costruire
(o ricostruire)
l’amore
;
- continuiamo ad essere
schiavi dei nostri beni
e a cercare il modo di salvarli nei momenti di crisi, invece di spenderli per
costruire un mondo più solidale
;
- continuiamo a lottare per
i nostri privilegi
(anche a scapito degli altri) invece di offrire agli uomini il nostro
servizio per la crescita di tutti
.
Se non c’è nella nostra vita la luce della fede, se non c’è la scoperta di valori più grandi, più desiderabili dei nostri valori abituali, noi non riusciremo mai a sconfiggere il mondo vecchio che ci sta di fronte, attraente, solido, in apparenza inattaccabile nelle sue strutture di egoismo e di ingiustizia. Come alibi noi diciamo: “Non c’è nulla da fare!”. Solo la scoperta di un valore più grande[8], può spingere a vendere tutto con gioia per entrare in possesso di quel tesoro. Per scoprire questo valore dobbiamo lasciarci aprire gli occhi dal Signore. Questo vuol dire che dobbiamo accogliere il dono della sua Parola, che apre prospettive nuove e aiuta a vedere le cose in modo diverso, più vero. È tutto un problema di vedere. Allora, se là c’è la luce, se là c’è la luce vera, là io sarei salvo. Tant’è che Dante si rincuora:
Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata la
notte ch’i’ passai con tanta pièta.
Allora la paura che mi aveva angosciato tutta notte si acquietò in un attimo. Ma quante notte sono passate insonne, quante notte ho cercato le stelle. Ma la notte è anche il luogo dove agisce la fede. Leggiamo come Giovanni Della Croce descrive questo stato: «il Signore ottenebra questa luce e chiude la porta, ed essi annegano in questa notte la quale li lascia tanto aridi che essi non trovano alcun gusto nelle cose spirituali e nelle devozioni in cui erano soliti trovare diletto e piacere, ma al contrario vi trovano disgusto e amarezza … Non si può dire con certezza quanto duri… Quelli che hanno più capacità e forza per soffrire, vengono purificati dal Signore con maggiore intensità e prontezza, coloro invece che sono molto fiacchi, vengono condotti per questa notte a lungo con grande condiscendenza e con tentazioni deboli, poiché il Signore concede loro ordinariamente qualche sollievo al senso affinché non tornino indietro; così essi giungono tardi… e alcuni non arrivano mai. Costoro non stanno né dentro né fuori di questa notte…» [9]
E qui Dante fa un primo bellissimo paragone.
E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva
si volge a l’acqua perigliosa e guata,
così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, si
volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.
E così come un naufrago che con sforzo affannoso è riuscito a venir fuori dal mare in tempesta e ad approdare a riva ed arrancando quasi sulla spiaggia si gira indietro e guarda in cagnesco («guata») con disprezzo – come a dire «te l’ho fatta, me la son cavata, son sal­vo!» – e riguarda ancora con paura perché è freschissimo lo scampa­to pericolo e, nello stesso tempo, tirando il fiato guarda l’acqua perigliosa, il pericolo da cui è appena scampato, così l’animo mio, che stava ancora fuggendo dalla selva oscura, si volse. Cioè, ho guardato allo stesso modo alla selva oscura da cui ero uscito, rincuorato dalla visione della luce sul colle.
Poi ch’ei posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso.
Mi sono riposato un attimo, ho tirato il fiato e ho cominciato a salire il colle (il cammino è in salita: infatti il piede fermo è sempre il più basso quando si va in salita).
Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggiera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;
e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ‘mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
Sto partendo, andando su, là finalmente c’è la salvezza, il bene; invece mi si presenta davanti una bestia feroce, una lonza, per cui mi sono girato per scappare via, tornando indietro, verso la selva oscura.
Temp’era dal principio del mattino,
e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino
mosse di prima quelle cose belle;
Fa la constatazione che si tratta dell’alba del primo giorno di pri­mavera, quello in cui, secondo i medievali, era stato creato l’univer­so, all’inizio della primavera. La considerazione di questo momento positivo, l’alba che suppongo radiosa, luminosa, e la coincidenza con l’atto della creazione divina lo rincuorano.
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
l’ora del tempo e la dolce stagione;
Così l’ora del giorno e la stagione dell’ anno furono motivo di spe­ranza rispetto al pericolo che correvo davanti a quella bestia.
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.
È appena sparita la lonza che appare un leone
Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.
che poi scompare immediatamente per lasciare il posto ad una lupa.
Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,
questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza
Una lonza, un leone, una lupa. Quest’ultima, terribile, rappresenta la cupidigia, la cupidigia di denaro, la cupidigia di potere. Sono le tre belve che incarnano, simboleggiano in qualche modo il peccato origi­nale. Lui ha pre-sentito la salvezza. L’uomo con la sua ragione ce la fa a dire: «Sarebbe bello che Dio esistesse, sarebbe buona la vita se tutti i particolari della vita fossero legati alle stelle. Saremmo salvi se fosse vero – uso le parole del Vangelo per farvi capire il contenuto del desi­derio – che ogni capello del nostro capo è contato e nemmeno uno va perduto. Saremmo salvi se il particolare della vita fosse legato alle stel­le, cioè al Destino eterno. Allora saremmo salvi!». Questo l’uomo lo capisce e chiama Dio – questa è la storia delle religioni _ questa cosa che se esistesse saremmo salvi. L’uomo intuisce Dio e prova ad arri­varci con le sue forze, con la sua buona volontà, con la sua virtù, con la sua immaginazione, ma non ce la fa. Perché? Perché l’uomo non può salire fino a Dio? Perché resta l’immagine più vera, più radicalmente vera della condizione umana quella così tragica e disperata dell’Icaro antico, il ragazzino che aveva cercato di raggiungere il sole volando con ali di cera? Perché questa terribile tragedia – il riconoscimento del sole come luogo di verità e di bene, il tentativo di arrivarci con le pro­prie forze e la caduta inevitabile – è la parabola dell ‘umanità?
Lonza (Lussuria) leone (superbia) e lupa (Potere) sono il peccato originale. Un altro poeta del Novecento avrebbe detto: l’usura, la lussuria e il potere[10]. Questo è il peccato originale che impedisce il cammino. Impedisce a te di rag­giungere la verità di te stesso, non ce la fai da solo.
Altro bellissimo paragone:
E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ‘n tutt’i suoi pensier piange e s’attrista;
e come uno che ha guadagnato tanto nella vita ed è tutto contento, e quando viene il tempo in cui perde tutto piange e si rattrista,
tal mi fece la bestia sanza pace,
che. venendomi ‘ncontro, a poco a
poco mi ripigneva là dove ‘l sol tace.
Così sono diventato io: prima una grande speranza, una grande enfasi (ce la faccio, sono salvo, adesso vado su) e poi invece la dispe­razione, la delusione di non farcela. Anzi, la constatazione che torno indietro. Risprofondo là dove il sol tace, cioè nel buio, nell’assenza di verità, nell’assenza di senso, nell’ assenza di bene.
Mentre ch’ i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.
Pensate: «mi si fu offerto»! Io sono lì, di me stesso posso solo dire che non ce la faccio, anzi che sono disperato perché ho visto il be­ne, lo pre-sento, lo sento, c’è, c’è da qualche parte e mi è irraggiungi­bile, e mi è inafferrabile. Mentre vivo questa condizione dinanzi agli occhi «mi si fu offerto»: offerto, cioè gratis, impensato, imprevedibi­le, immeritato, incalcolabile.
Un incontro, una presenza. Mai avrei potuto immaginare, invece eccolo qui! C’è, c’è uno di cui non so dire nulla, «chi per lungo silen­zio parea fioco», Anzi, gli chiede addirittura: «qual che tu sii, od om­bra od omo certo», chiunque tu sia, ombra o uomo! Non sa neanche se è uomo, fantasma, un santo, uno scheletro, un morto. Uno, uno pre­sente! Quando un uomo fosse nelle condizioni in cui abbiamo detto, cioè che precipita nella selva oscura, davanti ad un altro che fosse im­provvisamente presente, cosa fa? Anzi, anche se fosse assente, prima di tirare le cuoia, prima di finire male un uomo leale con se stesso, col proprio cuore, con la propria ragione e con la realtà tutta, cosa fa? Gri­da, grida!
Quando vidi costui nel gran diserto,
«Miserere di me», gridai a lui,
La prima parola di Dante personaggio nella Divina Commedia è «Miserere» cioè «qualcuno abbia pietà di me!». Che grandezza, che lealtà, che coraggio, che statura umana ci vuole per aver questa forza di fronte alla coscienza del proprio limite, di fronte ad uno presente poter gridare: «Miserere! Qualcuno abbia pietà di me! Aiutatemi! Fratelli uomini, abbiate pietà di me! Qualcuno mi aiuti, qualcuno mi tiri fuori perché da solo non ce la faccio!».
«Laggiù all’orizzonte sulle acque amare, deserte, naviga certe sere Dio con una sua barchetta, invisibile passerà accanto a te che nuoti disperato e ti toccherà con la sua mano» (Dino Buzzati). Quando si ha l’umiltà di chiedere aiuto, Dio viene a salvare l’uomo immerso nella selva oscura. Dio ti afferra e ti guida. Anche il Salmista cantava: «Il Signore stese la mano dall’alto e mi prese, mi sollevò dalle grandi acque, mi portò al largo, mi liberò perché mi vuol bene» (18,17.20). Dovremmo, più spesso, nel tempo del dolore ma anche nei giorni della luce, ritrovare la fiducia di non essere soli. Quando si stende la notte come un sudario sull’anima e ci sentiamo persi e abbandonati, bisogna avere occhi puri per vedere il Signore che, come a Pietro sulle acque, tende la sua mano sicura. Perché la speranza è in Dio che ti aiuta e ti guida a combattere contro la lupa, contro il leone e con­tro la lonza.
Quando vidi costui nel gran diserto,
«Miserere di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od orno certo!».
Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patria ambedui.
Si tratta di Virgilio, il grande poeta dell’antichità, per lo studio del quale Dante aveva speso anni. Era innamoratissimo di Virgilio e dell’ Eneide in particolare (vi ricordo che l’Eneide è la storia di Enea partito da Troia quando la città fu bruciata e che, dopo una serie di peregrinazioni, diventerà il fondatore di Roma).
Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
Dante fa dire a Virgilio ­nato prima di Cristo e che adesso sa la verità, essendo nell’Aldilà – di se stesso che è nato al tempo degli dei falsi e bugiardi. Quanti di noi avessero chiesto a Dante: «Ma a te quando sarebbe piaciuto nascere? Dove ti sarebbe piaciuto nascere se avessi potuto scegliere?», certamente a­vrebbe risposto: «Avrei voluto nascere là, duemila anni fa a Betlem­me, in una capanna. Essere lì vicino, essere in quel giro lì. Mi sareb­be piaciuto essere là in quel giorno, perché là tutto il desiderio dell’uo­mo ha avuto il suo compimento. Là la storia ha avuto il suo significa­to. (Un momento del tempo che ha dato significato al tempo). Là mi sarebbe piaciuto essere».
Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ‘l superbo Iliòn fu combusto.
Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il diletto so monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?».
Insomma, con una domanda un po’ retorica gli dice: «Dai, vai su! Perché stai ributtandoti nella selva oscura? Perché non sali lì dove sarebbe la gioia vera, dove saresti salvo?», cioè lo costringe a ricono­scere la propria debolezza.
«
La vita non è un problema da risolvere ma un’esperienza da vivere
» (Buddha).

Sostanzialmente l’uomo è insicuro e, anche quando dice la solita frase fatta «Non c’è problema», in realtà si muove o in modo circospetto, oppure sa già di non farcela. Questo comportamento che considera la vita un problema nasce dal fatto che spesso siamo senza meta, senza attesa, senza un fine prefissato. Ecco, allora,
il secondo estremo, quello del leggere la vita come un’esperienza da assumere in pienezza. Ma anche in questo caso le cose non sono semplici. Non basta sperimentare vicende, eventi, incontri: quante persone hanno un’esistenza ricca di esperienze eppure rimangono vane e inconsistenti. È necessario elaborare, giudicare, vagliare in profondità ciò che si vive per coglierne il succo vero e con questa energia cercare di individuare un compito, una missione, una vocazione, un senso. Ma tu perché ritorni a tanta noia? perché non sali il diletto so monte ch’è principio e cagion di tutta gioia?». Vivere significa sempre lanciarsi in avanti, verso qualcosa di superiore, verso la perfezione, lanciarsi e cercare di arrivarci.
Mi chiedo Dante incontra Virgilio! Perché Virgilio? Tutti i testi di letteratura a scuola parlano di Virgilio rappresentante della ragione, come poi Beatrice rappresenterà la fede. Tutte cose vere e giuste, ma mi colpisce questa idea: Virgilio e Beatrice sono le due grandi cose che Dante ama, la poesia (cioè Virgilio) e la donna, l’amore (cioè Beatrice). Dovendo raccontare della propria esperienza di salvezza, Dante fa in modo che Dio gli venga incontro, lo interpelli, lo chiami, addirittura lo accompagni verso il compimento di sé attraverso le due cose che lui ama: la letteratura e la donna. È fantastico! C’è dentro un’idea di Dio per cui Dio ci chiama a sé non chiedendoci di andarlo a trovare chis­sà dove, ma dentro e attraverso le cose che amiamo, così come siamo fatti, col temperamento che abbiamo, con i nostri gusti e disgusti, con le nostre forze e le nostre debolezze. Dio ci incontra lì, dove è il nostro cuore, lì dove sono le cose che amiamo.
Perciò è appunto un problema di sguardi e di libertà.
«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos’io lui con vergognosa fronte.
Tu sei il Virgilio che dico io? «rispuos’io lui con vergognosa fron­te»: guardate che anche qui gli aggettivi non sono messi a caso. Che Dante dica di se stesso di aver abbassato la testa, di essersi in qualche modo umiliato … L’umiltà sarà una delle grandi virtù che vengono fuori dalla Divina Commedia a caratterizzare il cammino dell ‘uomo vero. Galileo confessava: «Infinita è la turba degli sciocchi, cioè di coloro che non sanno nulla e credono di sapere; pochi sono quelli che sanno qualche piccola cosetta; pochissimi quelli che sanno qualche particella; uno solo, Dio, è quello che sa tutto». Umiltà viene da humus, terra. L’umiltà è la virtù per cui l’uomo riconosce di essere fatto di terra «polvere sei e polvere ritornerai!»). Così è l’uomo, prima che Dio gli dia il Suo Spirito, prima che Dio gli dia vita, che Dio lo salvi. Questa umiltà la ritroveremo in tanti passi della Commedia; Dante aveva un’alta concezione di sé e questo rende ancora più apprezzabi­li i passaggi dove è umile, dove fa questi gesti di deferenza.
«O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore
che m ‘ha fatto cercar lo tuo volume.
Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore,
tu se’ solo colui da cui’ io tolsi
lo bello stilo che m’ha fatto onore.
Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ ella mi fa tremar le vene e i polsi».
Dante dice a Virgilio: «Non farmi domande retoriche! Lo vedi be­ne che sì, mi piacerebbe andar su, ma non ce la faccio! Guarda con che bestia ho a che fare, vale a dire: guarda la profondità del mio ma­le! Come farò?». La grande umiltà di Dante. L’intelligenza è una realtà preziosa che ci apre panorami affascinanti, eppure ci sono cose che soltanto l’intelligenza è capace di cercare ma che, da sola, non troverà mai. E qui entra in scena Virgilio che offre a Dante nuovi strade nei quali la ragione deve inoltrarsi condotta per mano. Ci sono, dunque, ambiti che sfuggono alla nostra conoscenza e questo vale anche a livello di realtà semplici: noi non potremo mai esaurire la grandezza dell’essere in cui siamo immersi.
«A te convien tenere altro viaggio»,
È la grande risposta di Virgilio: «Se pensi di farcela così, rinuncia perché non ne vieni fuori. Bisogna fare un’altra strada, è un’altra l’av­ventura dell’uomo. Non è così semplice! L’hai visto il colle illumina­to dal sole? Bene, non è alla tua portata, bisogna fare il giro inverso. Io ti accompagnerò, se vuoi; dovrai passare attraverso tutta la coscienza del tuo male e guardarlo in faccia, peccato dopo peccato. Ti presenterai alla porta del Purgatorio con le 7 P disegnate sulla fronte e ad ogni gradone un an­gelo te ne cancellerà una, in un cammino di purificazione attraverso il quale tu riconosci e combatti il tuo male. Perché solo questa è la guer­ra vera! Solo allora potrai accedere alla visione di Dio, cioè di te stes­so quale sei veramente. Solo allora, cioè, avrai accesso alla verità».
rispuose poi che lagrimar mi vide,
Forse bisogna davvero arrivare alle lacrime per cominciare questo viaggio! Bisogna davvero soffrire, bisogna essere veramente leali con se stessi e patire – fino alle lacrime. E così, la nostra coscienza assetata di Dio e della sua parola severa ci costringe a guardar dentro quel turbinio di passioni e di colpe. Per questo, coltivare dentro di sé un germe di speranza è importante perché ci conduce verso nuovi orizzonti che ci sarebbero vietati se troncassimo la nostra attesa con la depressione, lo scoraggiamento, la prostrazione. Non si devono dare subito le dimissioni dalla vita di fronte a un male, anche grave, ma con realismo, stringendo i denti, si deve proseguire il cammino. Alla svolta della strada ci può sempre essere una sorpresa.
«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;
ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;
Non c’è scampo, dice, di qui non si passa, devi cambiare vita. Sai bene dove ti conduce questa strada se non è corretta dall’amore. Devi percorrere un itinerario interiore, un ritorno in te stesso, facendo una scelta severa ed esigente di un mutamento (la “conversione” nel greco dei Vangeli è metánoia, ossia “cambiare mentalità”) che incide nell’anima facendola sanguinare perché amputa vizi intimamente coesi con noi stessi. Virgilio dice: «Se vuoi puoi trascendere la realtà e di puntare direttamente verso Dio che è infinito ed eterno». Credo che sia questa la radice ultima della nostra insoddisfazione costante, della tensione inesausta verso una gioia sempre più grande, dell’attesa di una pienezza che non è raggiunta nelle piccole conquiste quotidiane. Uno dei sette sapienti dell’antichità, Democrito di Abdera, affermava che l’uomo è un “microcosmo” e questa è, certo, una verità, tanto è vasto e complesso il mondo dello spirito umano. E questa è una verità ancor più profonda che svela l’assurdità di chi pensa di trovare un senso alla vita immergendosi nelle cose, nel piacere, negli orizzonti finiti e limitati. Il nostro è un vero “desiderio”, proviene infatti de sideribus dalle stelle, dall’infinito, e a esso tende.
e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.
Molti san li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ‘l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno,
là onde ‘nvidia prima dipartilla.
E qui evitiamo la lettura di queste terzine: è una famosa profe­zia di difficilissima interpretazione, dove Virgilio dice a Dante che in questo mondo corrotto dalla lupa (cioè dalla cupidigia) che va in rovi­na perché dominano la violenza, l’avidità, la sete di potere e di ric­chezza arriverà uno (il veltro, cioè il cane da caccia) che vincerà la lupa e la farà tornare «là onde ‘nvidia prima dipartilla», cioè la ribut­terà dentro l’Inferno.
Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno,
ave udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’ a la seconda morte ciascun grida;
e vederai color che san contenti nel foca,
perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.
Vedrai tutti i dannati dell’Inferno, ma vedrai anche quelli contenti nel fuoco: sono le anime del Purgatorio, evidentemente contente, per­ché sanno che comunque la pena che patiscono permetterà loro poi di accedere al Paradiso.
A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;
ché quello imperador che là sù regna,
Io ti faccio fare questo giro, nell’Inferno e nel Purgatorio; se tu poi vorrai arrivare alle beate genti, cioè entrare in Paradiso, ci sarà un’a­nima più degna di me per questo compito. Perché Virgilio, appunto, non battezzato, non può entrare in Paradiso. E allora nel Paradiso Ter­restre, per la terza cantica, si farà sostituire da Beatrice, che accom­pagnerà – come è noto – Dante in tutto il Paradiso fino alla visione finale.
Dio ha una potestà diretta sul Paradiso («lì regna»), ma è imperatore di tutto l’Aldilà; cioè le leggi divine governano, la sapienza divi­na – anzi, sulla porta dell’Inferno troveremo scritto «mi ha fatto la Somma Sapienza, la divina Potestate e il Primo Amore» - governa e regge e giustifica l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. È imperatore di tutto, ma regna (cioè ha una potestà diretta, di presenza) in Paradiso. Anche l’Inferno è il frutto della Giustizia divina, non della cattiveria divina, ma della giustizia per cui Dio compie il desiderio dell’uomo: se hai guardato per tutta la vita il male, se hai desiderato per tutta la vita il male, avrai quello che hai chiesto. Questo è l’Inferno: avrai quello che hai chiesto. La Somma Giustizia.
ché quello imperador che là su regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
perché io non ebbi modo di conoscerlo, perciò dice qui «ribellante»: mi sono ribellato alla sua legge,
non vuol che ‘n sua città per me si vegna.
Non vuole che sia io ad accompagnarti nella Sua città, cioè nel Paradiso. E poi ripete ancora:
In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!».
Felice l’uomo che Dio chiamasse a sé, a condividere con Lui il Paradiso.
E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
a ciò ch’io fugga questo male e peggio,
che tu mi meni là dov’or dicesti,
ch’io veggia la porta di san
Pietro e color cui tu fai cotanto mesti».
Io dissi a lui: «Poeta, io ti richiedo, per quello stesso Dio che tu non conoscesti da vivo e che conosci bene adesso, affinché io fugga questo male e peggio (cioè la morte, la morte seconda che è l’Infer­no … perciò: affinché io sia salvo), io ti chiedo che tu mi conduca («mi meni») là dove hai detto adesso, cioè lungo tutto quell’itinerario che mi hai descritto, così che io veda la porta di san Pietro (cioè il Pa­radiso) e tutti coloro che tu mi hai dipinto esser così tristi e così dispe­rati (cioè i dannati)»,
Allor si mosse, e io li tenni dietro.


[1]
Conscio del rivoltamento tombale del Sommo Poeta, mi accingo con grande umiltà a provar di balbettare qualcosa sul I canto dell’Inferno.
[2]
Da “Confessioni di Sant’Agostino”.
[3] giacomo leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.
[4] Gv 15,5
[5] Platone, Apologia, 37a -38c
[6]
Cfr. Mc 10,46-52
[7] giacomo leopardi, Canto XIX, Al Conte Carlo Pepoli.
[8]
Cfr. Mt 13,44
[9]
Cfr. S. Giovanni della Croce, Salita del Monte Carmelo, in Opere, Roma 1998
[10] T.S.Eliot, Cori da La Rocca, BUR, pp 97-101.
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