Ministero del diacono: “dalla stola al grembiule”. - Comunità del Diaconato in Italia

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Ministero del diacono: “dalla stola al grembiule”.

Il Mio Contributo > 2009
Ministero del diacono: “dalla stola al grembiule”.
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MINISTERO DEL DIACONO: “DALLA STOLA AL GREMBIULE”
Come loro ministero principale i diaconi aiutino i laici a vivere le opere di misericordia, soprattutto nei confronti di chi soffre. (
Dal Libro del Sinodo diocesano:”Fare della Chiesa salernitana la casa e la scuola della comunione“).
Questo invito ci aiuta a comprendere anche che il nostro ministero dall’altare serve per testimoniare, con la nostra conversione, l’amore di Dio in noi che si fa amore per i vicini, specialmente per i più poveri, ma il nostro ministero non si esaurisce sull’altare.
È necessario venir fuori da una pastorale inefficace e ripetitiva che rischia di chiuderci in uno sterile liturgismo che non ci fa uscire dalle sagrestie e che fa del diacono un burocrate dell’assistenza sociale. È, necessaria un’attenta purificazione della nostra carità, perché non si trasformi in ipocrisia o in finzione. Così si darà concretezza all’azione ministeriale del diacono, che veramente diventa gli occhi e le mani del vescovo, perché si incarni quella comunione fatta di rispetto e filiale obbedienza promessa nel giorno dell’ordinazione. Oltretutto è il modo più efficace per rendere presente la Chiesa tra i poveri, i lontani, gli emarginati, che nel servizio del diacono riconosceranno l’attenzione e la sollecitudine del vescovo che vuole destinare agli “ultimi” il primo posto nella sua preoccupazione di pastore.
Purtroppo in molte situazioni i diaconi sono abbandonati a se stessi: essi debbono portare avanti il ministero della carità a livello individuale. Quanti gesti, parole, emozioni del tutto inutili vengono consumati!
Quanto tempo è dilapidato in realtà marginali e fin nocive! Bisognerebbe praticare un po’ più d’ascesi nel dire e nel fare, prosciugando le labbra dai detti inutili e le mani da opera vane. Non si ha mai tempo solo perché se ne sciupano quantità enormi in azioni vuote. Si rifiutano gentilezze o atti di carità verso il prossimo solo perché non si ha il coraggio di tagliare impegni cosiddetti “di società” che altro non sono che vacuità.
C’è innanzitutto la dolcezza nel comportamento, nel dialogo, nell’esistenza: essa nasce dalla carità che è il primo di tutti i doni, come aveva insegnato l’apostolo Paolo ai Corinzi: «Tre sono le cose che permangono: la fede, la speranza e la carità. Ma di tutte più grande è la carità» (1Cor 13,13).
La carità ci fa andare per strada per incontrare persone segnate dal dolore o dal male. La carità ci costringe a sporcarci le mani in prima persona, a impolverarci i vestiti e a scuotere la nostra serenità.
Occorre un respiro nuovo nelle parrocchie, più profetico e più incarnato nelle problematiche del territorio, inteso non come spazio geografico ma come “luogo antropologico”.
Il diacono è chiamato a maturare la sua vocazione in parrocchia, perché in essa autentica la sua vocazione con il suo inserimento nella comunità eucaristica, ma a non esaurire la sua missione “intra moenia” con l’assunzione esclusiva di compiti solo parrocchiali.
Più che mai oggi il diaconato si deve esercitare fuori dal tempio, alla ricerca di nuove occasioni di penetrazione della Parola, dove la Chiesa istituzionale non riesce ad arrivare, diventando compagno di viaggio di chi è tormentato dal dubbio, dalla paura, dai molti interrogativi riguardanti la verità di Dio e dell’uomo, riscoprendo il senso del presente e del futuro.
È una
grande sfida che ci sta davanti, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo. Bisogna rivolgere lo sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto; spesso accanto a loro non c’è più nessuno, soprattutto nell’anonimato delle metropoli o dei condomini. Una delle opere di carità più alte è proprio quella di consolare questi disperati o almeno di star loro accanto con un cenno di condivisione della loro pena, con un piccolo segno di calore umano. Bisogna sentire il fratello di fede nell’unità profonda del corpo mistico come “uno che mi appartiene”, per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia. Bisogna avere la capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un “dono per me”, oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. infine, bisogna saper “fare spazio” al fratello, portando “i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie.
Non ci facciamo illusioni in questo contesto storico la Chiesa ha bisogno di Testimoni, veri, autentici e veraci, che attraverso l’accettazione serena della croce, sappiano dare un contributo prezioso all’opera evangelizzatrice della Chiesa intera.
Salvatore Monetti – diacono
(Diocesi Salerno – Campagna – Acerno)
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