Lettera di Giacomo 5, 7-20 - Comunità del Diaconato in Italia

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Lettera di Giacomo 5, 7-20

Il Mio Contributo > 2009
Lettera di Giacomo 5, 7-20
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Giacomo 5,7-20
5,7 Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta pazientemen­te il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le pri­me e le ultime piogge. 8 Siate pazienti anche voi, rinfran­cate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina. 9 Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non esse­re giudicati; ecco, il giudice è alle porte. 10 Fratelli, pren­dete a modello di sopportazione e di pazienza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore. 11 Ecco, noi chiamia­mo beati quelli che hanno sopportato con pazienza. Avete udito parlare della pazienza di Giobbe e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore, perché il Signore è ricco di misericordia e di compassione. 12 Soprattutto, fratelli miei, non giurate né per il cielo, né per la terra e non fate alcun altro giuramento. Ma il vostro «si» sia si e il vostro «no», no, per non incorrere nella condanna. 13 Chi tra voi è nel dolore, preghi; chi è nella gioia, canti inni di lode. 14 Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della chiesa ed essi preghino su di lui, ungendo­lo con olio nel nome del Signore. 15 E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo solleverà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati. 16 Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri per essere guariti. Molto potente è la preghiera fervorosa del giusto.17 Elia era un uomo come noi: pregò intensamente che non piovesse, e non piovve sulla terra per tre anni e sei mesi. 18 Poi pregò di nuovo e il cielo diede la pioggia e la terra produsse il suo frutto. 19 Fratelli miei, se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, 20 costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore lo salverà dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati.
 
 
 
 
Precedentemente l’autore della lettera si è scagliato contro i ric­chi, che probabilmente non appartengono alla comunità cristiana, adesso si rivolge ai poveri che invece ne fanno parte, e sono stati tartassati dai primi: «Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agri­coltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge». Se nei confronti dei ricchi le paro­le sono dure, ai poveri invece li si esorta alla perseveranza. L’autore invita i poveri ad agire unicamente secondo ciò che ti suggerisce Dio, cioè agire sempre per il bene dell’umanità. Agire con giustizia e non con rivalsa e spirito di contesa. Il credente è colui che è perseverante nel bene vivendo con coerenza, soprattutto in quei valori autentici che egli professa, anche a costo di svantaggi, evitare quindi la superbia, che riesce a renderti come un mulo (ammesso che questo animale meriti una simile qualifica che è ben più umana), incaponito fino all’ultimo nel tutelare la propria scelta, anche quando essa si rivela palesemente errata. Sapientis est mutare consilium, dicevano gli antichi latini. Tuttavia l’autore ammonisce che il «mutare consiglio» non è sapiente ma segno di viltà quando lo fai solo perché la nuova opzione è più comoda e vantaggiosa. Rimane, quindi, una lezione unica: l’etica dev’essere la lampada sempre accesa sulle nostre azioni così da svelarne la verità, nel bene e nel male, e così da smuovere la nostra coscienza e la volontà. D’altra parte siamo nella parenesi cristiana, attestata ne­gli scritti del Nuovo Testamento
1
. Quindi non incitamento al qualunquismo o alla passività, ma a essere capaci di sostenere una situazione limite, ma anche essere come l’agricoltore che attende lo svolger­si del ciclo naturale per avere un risultato nel proprio lavoro. Questa immagine usata precedentemente per illustrare la semina ab­bondante, il raccolto, la spontaneità della crescita del seme – adesso ritorna per stimolare la pazienza. Anche se la strada è difficile e ci si trova in una situazione scomoda e difficile bisogna avere pazienza, impegnarsi con fatica e costanza in un’azione caritativa e di donazione, perché l’atteggiamento paziente, tollerante e mite è fondata sulla fede dei credenti nella «venuta del Signore». Il messaggio fa eco a quegli ora­coli profetici che auspicano l’intervento ultimo di Dio
2
. Il termine greco parousia in realtà è usato per indicare l’arrivo festoso di un sovra­no nella città che con la sua visita elargisce onorificen­ze, privilegi, regalie
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. Questa parola viene usata an­che per parlare della visita di Dio e negli scritti del N uovo Testamento per la venuta escatologica del Si­gnore come immagine positiva con effetti elargitivi. Al contrario della punizione minacciata in occasione del tempo finale nei confronti dei ricchi, per i poveri il momento escatologico corrisponde a un periodo di grazia e di benevolenza
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. L’autore della Lettera di Giacomo condivi­de la fede, nonché la consapevolezza comune delle prime comunità cristiane, secondo le quali, l’irruzio­ne del momento escatologico sarebbe stata immi­nente: «Siate pazienti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina». Se il tempo per i commercianti è l’ambito della pianifica­zione e dell’investimento (4,13-17) e per i ricchi del­l’accumulazione e della capitalizzazione, per i cre­denti lo è della speranza e dell’attesa. L’autore, adesso, invita i fratelli della comunità a non lamentarsi gli uni degli altri, perché: ««Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: da­re la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conce­da»
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. «Prendete a modello di sopportazione e di pazienza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore». Qui, l’autore si riferisce a quel gruppo di inviati dell’Antico Testa­mento, che a causa della loro attività basata sulla pa­rola di Dio critica e dirompente, sono stati persegui­tati, assumendo su di sé un destino drammatico
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. Quindi, l’autore afferma: «Ecco, noi chiamiamo beati quelli che hanno sopportato con pazienza». Si aggiunge quindi una nuova beatitudine a quelle proferite da Gesù nel discorso della montagna. L’autore fa anche riferimento a Giobbe, la sofferenza sia fisica che spirituale ha un volto oscuro, fin mostruoso. Eppure è – come tutti i misteri – indefinibile con un’unica immagine. Essa può essere anche sorgente di purificazione, può farti riscoprire i veri valori, cancellare le illusioni, renderti più umile e umano. Ma soprattutto può far balenare il volto stesso di Dio: «Io ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono!». Allora il credente è chiamato ad individuare lo stile di Dio che è di misericordia e compassione. Infine l’autore fa delle esortazioni: La prima riguarda il giuramento che rientra nel grande tema dell’ uso del linguaggio verba­le, parecchie volte esaminato in questa lettera: «Soprattutto, fratelli miei, non giu­rate né per il cielo, né per la terra e non fate alcun altro giuramento. Ma il vostro “si” sia si, e il vostro “no”, no, per non incorrere nella condanna». Questo invito si rifà alla parola di Gesù contenuta nel discor­so della montagna: «Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti. Ma io vi dico: non giura­te affatto; né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare si, si; no, no; il di più viene dal maligno»
7
. Il linguaggio verbale nel rapporto umano, su cui insiste questa let­tera, ha una sua valenza. Le parole devono essere all’inse­gna della franchezza, della libertà e soprattutto della verità. Ricorrendo al giuramento per garantire un’af­fermazione, spesso anche in maniera inconsapevole, si diminuisce il valore del linguaggio normale e al contempo si incentiva l’ipocrisia. L’autore poi, fa seguito una esortazione alla preghiera che viene prospettata in tutte le occasioni, così come si racco­manda nella tradizione biblica: «Chi tra voi è nel dolore, pre­ghi; chi è nella gioia canti inni di lode». La preghiera, come la musica, è invisibile e inafferrabile: la possiamo si leggere su un libro o su un pezzo di carta, la possiamo manifestare nella gioia e nel dolore ma se non è espressione del cuore non è veritiera perché la preghiera, prima di ogni altra cosa, è dono prezioso di Dio all’uomo: perché è l’arte spirituale che, meglio di ogni altra, ci avvicina a Dio e ci mette in sintonia con Lui. La preghiera è una pratica assolutamente straordinaria, perché con essa di avviciniamo a Dio e Dio a noi. Egli accetta di ascoltarci, di lasciarci parlare. L’uomo non può bastare a se stesso. Egli è fatto per fiorire in un’apertura all’Altro e, nell’Altro, ai fratelli in una comunione di carità. Per questo, uno degli inviti pressanti di Gesù è “Domandate e vi sarà dato” (Mt 7,7). Quando siano dinanzi a Dio, alla sua presenza, realizziamo di fatto il ritorno della creatura esiliata verso il seno del suo creatore. Così la preghiera è, di per se stessa, un ritorno a Dio dopo lunghe ore passate lontano da Dio, in mezzo alle preoccupazioni della terra e agli affanni quotidiani. La preghiera autentica, che è riuscita a rispondere al desiderio che Dio ha di stare sempre con noi, deve continuare segretamente in fondo al cuore, con uno scambio senza parole, anche dopo che abbiamo lasciato il luogo della preghiera. Possiamo allora tornare alle occupazioni della giornata ma intanto la preghiera non cessa il suo lavoro segreto all’interno del nostro cuore. L’invito: «Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della chiesa ed essi preghino su di lui», preve­de nelle comunità ecclesiali a cui è inviata la lettera la funzione degli «anziani», che ha origine nel mondo giudaico e precisamente nel sinedrio e nella sinagoga, ma poi diventa uno dei ruoli all’interno della prima chiesa, così come risulta dagli Atti degli Apostoli
8
. Il loro compito è quello di mantenere nella fedeltà e di guidare la comunità cristiana. Essi in qualità di responsabili hanno la mansione di recarsi nelle case dei malati per pregare con loro e per loro. È un atto di fratellanza che ha lo sco­po di far uscire l’infermo dalla solitudine e al contem­po di dare senso alla malattia, è corredato dall’unzio­ne dell’ olio che ha luogo nel nome del Signore. Nell’antichità, ma anche nella tradizione biblica, l’olio è elemento di forza e sollievo nelle malattie
9
, di gioia
10
, di medicamento e di consacrazione
11
.
Quale efficacia viene attribuita alla preghiera per il malato? Essa è indicata attraverso due verbi: «salvare» (sozo) e «risorgere» (egeiro). Il primo termine è usato altre volte nella Lettera di Giacomo sempre con un valore salvifico – escatologico (1,21; 2,14; 4,12; 5,20), mentre il secondo ricorre soltanto qui per indicare la sorte futura. Pertanto la preghiera non ha lo scopo della guarigione fisica, ma è in vista della salvezza che si realizza nella risurrezione dai morti. A confer­ma di una promessa di salvezza vi è l’assicurazione che i peccati della persona inferma saranno perdona­ti, proprio secondo il ruolo e la funzione della comu­nità ecclesiale conferitile dal Risorto12. Proprio in base a questa autocoscienza ecclesiale di essere comunità perdonata e perdonante, l’autore in­vita i membri a confessare reciprocamente i peccati e a pregare costantemente gli uni per gli altri al fine di ottenere la salvezza. Questa esortazione implica una comunità in cui i rapporti siano veramente fraterni e confidenziali, dove ognuno si senta di manifestare la propria intimità agli altri. Nell’ammettere i propri errori i credenti non hanno paura di presentarsi con le proprie fragilità e nello stesso tempo la preghiera reciproca manifesta un forte senso di solidarietà e di condivisione. In questo clima ha molta efficacia l’o­razione insistente del giusto che essendo meno gravi­do di peccati può intercedere in modo più valido presso Dio per il perdono dei peccatori. Per evidenziare l’efficacia della preghiera rivolta dall’uomo giusto si ricorda il profeta Elia, il caposti­pite del profetismo biblico. Stando al racconto del­l’Antico Testamento13, egli comu­nica il volere di Dio che solo dopo tre anni di carestia manderà la pioggia. Invece la reinterpretazione di Giacomo attribuisce la mancanza della pioggia, pari­menti alla sua discesa, alla richiesta orante da parte di Elia. Ci troviamo di fronte a una rivisitazione della narrazione biblica probabilmente ripresa dalla tradi­zione haggadica14. L’ultima esortazione riguarda la correzione frater­na che impegna ogni singolo credente a riportare nella verità chi sta percorrendo una strada deviante. Il tema della verità è trattato altrove nella lettera (1,18; 3,14; 5,19) e indica il progetto cristiano rive­lato nella parola evangelica che deve essere attuato nell’amore fraterno. L’origine di questa pratica è da individuarsi nell’Antico Testamento15 e precisamente nel libro di Ezechiele, profeta che vuo­le smentire quella visione tradizionale, secondo la quale le colpe dei padri ricadono sui figli. «Al termi­ne di questi sette giorni mi fu rivolta questa parola del Signore: “Figlio dell’uomo, ti ho posto per senti­nella alla casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. Se io dico al malvagio: Tu morirai! E tu non lo av­verti e non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta perversa e viva, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te. Ma se tu ammonisci il malvagio ed egli non si allontana dalla sua malvagità e dalla sua per­versa condotta, egli morirà per il suo peccato, ma tu ti sarai salvato. Così, se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette l’iniquità, io porrò un ostacolo davanti a lui ed egli morirà; poiché tu non l’avrai av­vertito, morirà per il suo peccato e le opere giuste da lui compiute non saranno più ricordate; ma della morte di lui domanderò conto a te. Se tu invece avrai avvertito il giusto di non peccare ed egli non pecche­rà, egli vivrà, perché è stato avvertito e tu ti sarai sal­vato»16. Il testo presenta una visone di corresponsabilità nella salvezza. Non basta la perfezione individuale per essere salvati; la redenzione è quella di un popo­lo, di una comunità. Essa richiede la consapevolezza del bisogno reciproco degli altri per poter camminare nella costruzione del progetto di Dio. Nella prospet­tiva biblica la confessione del peccato è un modo per fare riparazione17 e per ricevere perdono18. Anche la comunità di Matteo risulta una chiesa in cui si avverte il bisogno di una forte corresponsabilità, al punto che sembra che essa abbia una normativa abbastanza precisa in merito: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come un pagano e un pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo»19. L’autore invita a non giurare per dare peso al linguaggio feriale e quotidiano che deve riflettere la serietà della nostra scelta cristiana. La preghiera va intesa come occasione per leggere le svariate circostanze umane, tra cui soprattutto quel­la della malattia e della sofferenza. La solidarietà si esprime nella chiesa soprattutto con la preghiera e con l’unzione degli infermi, che fanno sentire desti­natario delle attenzioni della comunità colui che vive l’esperienza del dolore. La preghiera in queste occa­sioni non è fatta per ricevere la guarigione, ma per acquisire la salvezza. Il senso comunitario si deve sviluppare nella con­sapevolezza di un rapporto fraterno tra i credenti che si misura nella capacità di ammettere i propri errori. D’altro canto chi è consapevole dell’ errore del pro­prio fratello sentendosi corresponsabile è invitato a prendersene carico facendo di tutto per ricondurlo verso la verità.
 
Salvatore Monetti – diacono
1
 
Cf. Rm 2,4; 9,22; 2Cor 6,6; lTs 5,14; Eb 6,15; 2Pt 3,9; ecc.
2
 
Cf. Am 1,2-2,16; Mi 3,1; Es 35,4; Sal 27 [26], 14; 37[36], 10-11.
3
 
Cf. Ne 2,6; Gdt 10,18; 
2Mc 8, 
12; 15,21; 
3Mc 
3,17
4
 
Cf. l Ts 2,19; 3,13; 4,15; 5,23; 2Ts 2,1.8-9; 2Pt 1,16; 3,4.12; lGv 2,28.
5
 Gv 
15,12-16.
6
 
Cf. 1Re 19,10.14; 2Cr 24,20-22; Ger 38,4-6; 26,20-23.
7
 
Mt 5,33-37; cf. 23,16-22.
8
 
Cf. At11,30; 14,23; 15,22; ecc.; 1Tm5,1.17.19
.
9
 
Cf. Is 1,6; Ger 8,22; 46,11; Mc 6,13; Lc 10,34.
10
 
Cf. Dt 28,4; Is 25,6-7[LXX]; 61,3; Am 6,6; Mi 6,15; Sal 23[22].
11
 
Cf. 1Sam 10,1; 16,13; 1Re 1,39; 2Re 9,6
12
 
Cf. Lc 24,47; Gv 20,23.
13
 
Cf. 1Re 17,1-18,1
14
 
Cf. Lc 4,25
15
 
Cf. Lv 19,17
16
 
Ez 3,16-21
17
 
Cf. Lv 5,5; Nm 5,7; Pr 28,13
18
 
Cf. Sal 38[37],5-19; 40[39],13; 41 [40],5; 51 [50],5-8
19
 
Mt 18,15-18.
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