Lettera di Giacomo 4, 1-12 - Comunità del Diaconato in Italia

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Lettera di Giacomo 4, 1-12

Il Mio Contributo > 2009
Lettera di Giacomo 4, 1-12
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Giacomo 4,1-12
1 Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra?
2 Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate la guerra! Non avete perché non chiedete;
3 chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.
4 Gente infedele! Non sapete che l’amore per questo mondo è nemico di Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio.
5 O forse pensate che invano la Scrittura dichiari: fino alla gelosia ci ama lo Spirito, che egli ha fatto abitare in noi?
6 Anzi, ci concede la grazia più grande; per questo dice: Dio resiste ai superbi; agli umili invece dà la sua grazia.
7 Sottomettetevi dunque a Dio; resistete al dia­volo, ed egli fuggirà lontano da voi. 8 Avvicinatevi a Dio ed egli si avvicinerà a voi. Peccatori, purificate le vostre mani; uomini dall’animo indeciso, santificate i vostri cuo­ri.
9 Riconoscete la vostra miseria, fate lutto e piangete; le vostre risa si cambino in lutto e la vostra allegria in tristez­za.
10 Umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà.
11 Non dite male gli uni degli altri, fratelli. Chi dice male del fratello, o giudica il suo fratello, parla contro la Legge e giudica la Legge. E se tu giudichi la Legge non sei uno che osserva la Legge, ma uno che la giudica.
12 Uno solo è legislatore e giudice, Colui che può salvare e man­dare in rovina; ma chi sei tu, che giudichi il tuo prossimo?
L’autore si appresta a trattare un tema già in parte collegato con il precedente. Infatti se prima ha af­frontato il problema nella comunità cristiana dell’uso del linguaggio che serve ad alcuni per attribuirsi un ruolo di superiorità con arie di carrierismo, di po­tere e di controllo, adesso discute sulla conflittualità tra i credenti.
L’origine della conflittualità
L’interrogativo: «Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi?», svela una situazione di tensione, di lotte e di agitazione che è anti­tetica alla realtà di una comunità cristiana che dovrebbe essere pervasa da logiche di condivisione e di accoglienza. Si individuano le «passioni» come la sca­turigine della conflittualità. La passionalità umana non controllata dalla razionalità o dalla spiritualità porta ad articolare i rapporti sulla base dell’empatia o dell’antipatia. Invece non vi è nulla di più invidiabile di un’anima se non la sua capacità di appassionarsi. La passione equivale a volare, è un movimento celeste verso l’alto, verso l’Infinito, verso il Trascendente. Il vero appassionarsi rivela attaccamento a un ideale, dedizione per una causa, convinzione nei confronti di una verità, abnegazione per una missione, amore verso una persona. La passione autentica non è un fuoco di paglia, bensì un impegno forte ed efficace che esalta l’anima. Appassionarsi significa volare nei cieli dello spirito; è, infatti, un’esaltazione della persona che – pur soffrendo fatiche e prove – non sente più il peso e si dona con gioia. È un po’ come il lievito che fa sollevare la pasta della quotidianità e trasfigura le azioni semplici, irradiandole di luce e di amore.
La passionalità bruta spinge l’autore a chiarire gli effetti distruttivi di tale comportamento: «Siete pieni di de­sideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invi­diosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guer­ra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni». L’istintività si scatena soprattutto nel campo del possesso che spinge non solo alla tensione verbale, ma addirittura al desiderio di sopprimere gli altri1.
Sembra che qualcuno dichiari che la tentazione molte volte viene da Dio ma l’autore aveva affermato: «Nessuno, quando è tenta­to, dica: “Sono tentato da Dio; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno. Cia­scuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni che lo attraggono e lo seducono; poi le passioni concepisco­no e generano il peccato, e il peccato, una volta com­messo, produce la morte» (1,13-15). Quello che invece è il movente che conduce le persone a scavalcare ogni rapporto umano, pur di ottenere quello che vuole è l’invidia. Ieri come oggi nelle comunità cristiane il problema resta sempre lo stesso. Sarebbe ora che dovremmo seriamente impegnarci a vivere in modo autentico l’esperienza dell’amicizia, della condivisione, dell’amore, della carità che è ben altro rispetto all’essere “fratelli” di comunità, o “fratelli” sacerdoti o “fratelli” diaconi. «Essere nati senza invidia è indizio di essere nati con grandi qualità. L’invidia è la consapevolezza della propria mediocrità»(François de la Rochefoucauld). Basta poco perché il mediocre riveli la sua natura: anche di fronte a un modesto successo dell’altro, subito si scatena in lui la recriminazione e la gelosia. Ebbene, senza che egli lo affermi esternamente, quella reazione nasce nel suo animo perché sa di essere limitato, di non avere le capacità altrui; ma, anziché rimanere quietamente nel suo stato, riconoscendo con umiltà le sue reali forze, si abbandona alla detestazione e allo scontento. Ironicamente il grande Goethe notava che «la consolazione più alta del mediocre è di pensare che anche il genio dovrà morire». Cerchiamo, allora, di fare memoria di ciò che ci insegna la Sacra Scrittura e impariamo a riconoscere la nostra mediocrità quando invidiamo. La gelosia è mossa dalla passionalità e si sprigiona proprio quando man­ca l’orientamento vocazionale della propria esistenza. Questo comportamento che considera la vita un problema nasce dal fatto che spesso siamo senza meta, senza attesa, senza un fine prefissato. La vita è un’esperienza da assumere in pienezza, anche se le cose non sono semplici. È necessario elaborare, giudicare, vagliare in profondità ciò che si vive per coglierne il succo vero e con questa energia cercare di individuare un compito, una missione, una vocazione, un senso. Scoprire la propria vocazione significa sempre lanciarsi in avanti, verso qualcosa di superiore, verso la perfezione, lanciarsi e cercare di arrivarci.
Infatti a ognuno Dio ha dato una missione, delle qualità, delle relazioni, mediante le quali realizzare se stessi e la vita degli altri. Invidiare significa ritenere che ciò che si è e quanto si ha sia insoddisfacente. Allora agire sotto la sua spinta è svalutare quella missione specifica che Dio ha affidato a ogni persona. Aiutiamoci, allora, a realizzarci in pienezza, ciascuno nella sua vocazione e secondo i suoi doni. Albert Schweitzer scriveva: «
Che senso e che valore devo dare alla mia vita? Qual è il mio ruolo nel mondo? Qual è lo scopo della mia esistenza? Non voglio considerarla semplicemente come una tra le tante vite che costituiscono l’universo, ma come una realtà unica e irripetibile
». Sono quelle domande ultime che vengono del tutto ignorate e invece sono quelle domande che sono alla base dell’essere uomini. Se non ci si interroga sul senso, il valore, la vocazione e la meta della nostra vita, ci si riduce progressivamente ad essere cose tra le cose, spinte dai venti degli eventi e non dal soffio dello Spirito di Dio e del nostro spirito interiore. Solo attraverso la riflessione su questi interrogativi noi riusciamo a scoprire un dato disatteso: non siamo una specie di muffa dell’universo o un grumo di cellule o un granello di polvere cosmica; siamo, invece, «una realtà unica e irripetibile» voluta da Dio. Perciò nel concreto del mondo e della storia dobbiamo esserci  e non solo essere. Con un compito, un senso mentre il fallimento nella corsa a ottenere suscita frustra­zione e insoddisfazione. Il desiderio di possesso porta così a fare degli altri uno strumento per raggiungere i nostri fini. Quando non si riesce ad avere ciò che si desidera si devono eliminare gli altri.
«Gente infedele! Non sapete che l’amore per questo mondo è nemico di Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio».L’alternativa tra l’adesione a Dio e l’at­taccamento al mondo deve essere considerata nel suo vero significato. Il termine «mondo» infatti non può voler dire l’esperienza umana in quanto tale, altri­menti la fede cristiana dovrebbe portare alfa fuga mundi, ma indica quelle logiche perverse di ingiusti­zia, di sopraffazione, di egoismo, di conflittualità che sono antitetiche alla scelta religiosa2. Sot­tomettersi alla passionalità sregolatavuol dire aderire alle logiche del mondo e rifiutare la proposta di Dio che èofferta di riconciliazione, pace, amore. Pertan­to fa seguito la messa in guardia: «Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio». Aderire alle logiche mondane significa perdere la relazione con Dio e vanificare questo rapporto con Dio così forte da non ammettere il tradimento: «Fino alla gelosia ci ama lo Spirito, che egli ha fatto abitare in noi?». Questa relazione è ora applicata alla comunità cristiana i cui membri, avendo aderito a Dio manifestatosi in Gesù Cristo, non possono perseguire logiche derivanti dalle passioni. Il fondamento della gelosia di Dio sta nel fatto che lo Spirito abita in ogni credente e pertanto invece che lasciarsi trascinare da quelle passioni che scatena­no ogni forma di contrasto e dissidio si è chiamati a essere docili all’azione dello Spirito che le dirige. Se si vive nello Spirito le logiche di contrapposizione e di invidia non possono sussistere. «Dio resiste ai superbi, agli umili invece dà la grazia»3. L’autore della Lettera di Giacomo fa qui leva sulla condizione dell’umile, figura opposta a chi si fa pren­dere dalle passioni, tutto intento nel possedere e nel­la polemica. L’umiltà come consapevolezza della propria limitatezza, non deve provenire dal comples­so di inferiorità, dalla dabbenaggine, dalla piaggeria o dal servilismo, né tanto meno dal senso di frustrazio­ne, ma consiste nel vivere rapporti giusti ed equili­brati con gli altri. La consapevolezza della fragilità e incongruenza della propria vita diventa la condizione per capire le altrui fragilità e incompiutezze. Dio privilegia i poveri, gli affamati, gli umili, mentre resiste ai potenti, ai superbi, agli arroganti.
Ora l’autore con una serie di esortazioni identifica il modo per poter uscire da una vita all’insegna della passio­nalità. Il tono è quello dell’invettiva profetica spesso usata nell’Antico Testamento per indurre il popolo che ha dimenticato Dio a ritornare a lui4.
Sottomettersi a Dio significa eliminare ogni forma di contaminazione con il male, significa allargare l’anima al mondo e alla vita, significa pu­rificare le mani e a santificare i propri cuori. Purificare le mani significa purificare l’azione e l’intervento dell’uomo nella storia. Per questo alla prepotenza bisogna preferire la bellezza, alla forza l’amore. Il male semina solo silenzio e morte ed è un gesto sbrigativo e bestiale; l’amare è un’esperienza lenta e dolce che genera vita e prodigi. Il male non sarà mai capace di far rifiorire ciò che ha annientato; la tenerezza e l’umanità sanno compiere il miracolo della vitalità, della bellezza, della creazione. Se, invece, vuoi solo arraffare, conquistare, prendere, inesorabilmente ti rinchiudi in te stesso, blindando non solo la porta di casa ma anche il tuo cuore. È, questa, una lezione apparentemente semplice ma è in realtà la via stretta del Vangelo, la strada impegnativa eppur gioiosa dell’amore.
Essere puro è dunque ciò che è «conforme» a Dio e alla sua Pa­rola; è il cuore libero da tendenze e impulsi che spingono ad azioni contrarie alla volontà di Dio. Se­condo il Sal 24, si può avvicinare a Dio «chi ha mani in­nocenti e cuore puro»: le mani indicano l’agire esterno, il cuore i movimenti interni (pensieri, intenzioni, emozioni). All’innocenza delle mani e alla purezza del cuore è colle­gato il desiderio della presenza di Dio, il «vedere» Dio. Molte sono le qualità della purezza del cuore: limpi­dezza di affetti, trasparenza di relazioni umane, fedeltà al­la parola data, lealtà verso gli impegni, spontaneità di comportamento, chiarezza di sguardo, una naturale attitu­dine a concedere fiducia. La purezza di cuore dev’essere principalmente concepita come verità di ciò che si è «dentro». È beatitudine della vita interiore. La purezza del cuore non è una condizione statica e consolidata dell’uomo. E’ una tensione. La purezza del cuore esige combattività e coraggio per resistere alle tempeste dell’esistenza e alle sollecitazioni di tanti compromessi. Esige una quotidiana attenzione per non lasciarsi reificare. La realizzazione della serie di imperativi conduce proprio a quell’ atteggiamento di umiltà, ri­cordato nella citazione biblica, che diventa la condi­zione irrinunciabile perché l’azione di Dio che esalta gli umili, raggiunga i credenti
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Un altro argomento è quello del parlare male. La rivalità che è stata biasimata, si trasforma in maldicenza, peccato che spesso si palesa tra i mem­bri delle comunità cristiane. La passionalità incontrollata, le decisioni dettata dalla mente e non dal cuore condizionano il sano andamento della comunità. Molti membri corrono il rischio di seguire i propri impulsi immediati e la sua fantasia, andando così a finire in un mondo irreale, abbandonando il proprio progetto di vita, i valori veri. Questo è un rischio su cui la comunità di credenti doveva rimanere sempre in guardia. Anche oggi, come cristiani abbiamo il dovere di sorvegliare e guidare il moto delle passioni, la pulsione dei sentimenti, i fremiti del temperamento. Il monito dell’ autore consiste invece nel trovare questa unità armonica tra la realtà che ci circonda e il nostro essere, tra azione e contemplazione, tra parole e Parola. Abbiamo bisogno di quell’intreccio tra «verticalità» (il sacro e il divino) e «orizzontalità» (quotidianità, concretezza, umanità e fraternità) solo così riscopriremo il senso dell’appartenenza a Dio e ai fratelli.
 
1
 cf. Mt 5,28; At 20,33; Rm 7,7; 13,9; 1 Cor 10,6; Gal 5,17.
2
 
cf. l,27; 2,5; 3,6
3
 
Pr 3,34.
4
 
cf. Is 3,5; 32,11-12; Ger 4,8; Os 12,6; Am 5,16-17; Mi 1,8; Zc 1,3; Mal 3,7.
5
 
cf. Ez 17,24; 21,31; Gb 5, Il; 22,29; Sal 149,4; Pr 3,34-35; 29,23; Sir 2,1-18; 3,18; 7,17; Mt 18,4; 23,12; Lc 14,4; 18,14; 1Pt 5,6.
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