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Lettera di Giacomo 3, 13-18

Il Mio Contributo > 2009
Lettera di Giacomo 3, 13-18
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Giacomo – 3,13-18
13 Chi tra voi è saggio e intelligente? Con la buona condotta mostri che le sue opere sono ispirate a mitezza e sapienza. 14 Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non dite menzogne contro la verità. 15 Non è questa la sapienza che viene dal­l’alto: è terrestre, materiale, diabolica; 16 perché dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. 17 Invece la sapienza che viene dall’alto è pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericor­dia e di buoni frutti, imparziale e sincera. 18 Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia.
Commento
«Chi tra voi è saggio e intelligente? Con la buona condotta mostri che le sue opere sono ispirate a mitezza e sapienza» Con questa domanda l’autore ripropone la relazione tra fede e opere. In­fatti sia chi ha fede, sia chi ha la sapienza le manifesti nelle opere. Sulla base di questo confronto si può de­sumere che fede e sapienza sono intimamente connesse. La saggezza pertanto non è vista come intelli­genza o cultura, ma come capacità di pianificare in maniera armoniosa sulla base dell’adesione di fede la propria vita. Il pensiero corre al fariseo della celebre parabola di Luca[1] che ci porta in quel grande dibattito che si sta svolgendo nella lettera sul rapporto tra fede e opere. Chi ha fede deve saper usare la parola in maniera corretta. Dobbiamo misurare la verità della fede sulla base della coerenza, dell’attestazione, della sincerità e onestà. Ci sono cristiani (ma questo vale per tutte le confessioni) che rendono subito antipatico il cristianesimo col loro comportamento. Troppi cristiani sono simili a pallide larve spirituali e a gagliardi corpi preoccupati di arraffare cose come fanno tutti. La professione genuina della fede è sempre un’esigenza capitale della fede vera ma lo è in modo identico anche la testimonianza operosa e quotidiana, serena e pacata, del vero credere. Bisogna sempre «Essere pronti sempre a rendere ragione della speranza che è in noi ma con dolcezza e rispetto»[2]. Quindi la prima regola è nello stile del parlare non è solo la sapienza, ma la saggia mitezza che nell’Antico Testa­mento è una scelta attiva di non aggressività sulla ba­se di una radicata fede in Dio[3]. Una fede che è un dono, ma è nello stesso tempo è una conquista. Infatti, Dio si muove per primo, anticipando la ricerca della sua creatura, tant’è vero che san Paolo citava una frase isaiana emblematica in cui il Signore affermava: «Io mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano, ho risposto anche a quelli che non mi invocavano»[4]. È Dio che scopre noi, mettendosi sulle nostre strade, parandosi innanzi mentre stiamo vagando verso falsi miti o illusioni o distrazioni. Egli non costringe la nostra libertà a un assenso forzato e obbligato. Egli vuole un’adesione personale, libera, anche faticosa. La fede è un intreccio di luce e di tenebra: possiede abbastanza splendore per ammettere, abbastanza oscurità per rifiutare, abbastanza ragioni per obiettare, abbastanza luce per sopportare il buio che c’è in essa, abbastanza speranze per contrastare la disperazione, abbastanza amore per tollerare la sua solitudine e le sue mortificazioni. La fede è conoscenza ma anche passione, adesione amorosa, comunione intima e mite che non corri­sponde a paura sottomessa o al complesso di inferio­rità. D’altra parte l’autore della Lettera di Giacomo aveva parlato proprio all’inizio dello scritto invitando a chiederla a Dio con fede e senza tentennamenti[5]. L’autore presenta anche la logica opposta alla sag­gia mitezza: «Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non dite menzogne contro la verità». Il termine «gelosia» che è anche zelo per Dio, in questo caso corrisponde alla sofferenza provocata dal fatto che un altro possiede ciò che uno non ha. L’invidia manifesta un carattere antisociale in quanto conduce alla violenza e porta a contrasti, inimicizie, omicidi, ostilità[6]. Così anche «lo spirito di contesa» che corrispon­de a una logica agitatrice di opposizione e conflittualità. Questo atteggiamento non può essere oggetto di van­to, ma soprattutto si pone in contrapposizione alla verità che in questo caso non è sentita come un insieme di affer­mazioni intellettuali o di riflessioni filosofiche, ma è quella che coincide con il vangelo. Nella tradizione giudaica si dice che il malvagio e l’o­dio, parteggiano continuamente per la men­zogna e parla contro la verità. quindi, se l’anti­sapienza non è altro che propensione alla rivalità, alla litigiosità e al settarismo. Per converso l’autore descrive le caratteri­stiche della sapienza che viene dall’ alto, cioè di origi­ne divina. Ma essa si conquista anche con la sofferenza». È, dunque, necessario percorrere la strada oscura del dolore con forza e speranza, quasi fosse una rigenerazione faticosa ma trasformatrice. In realtà, la saggezza è il vero substrato dell’anima, è la pienezza della maturità della persona. Essa non si misura sull’erudizione né tanto meno sulle cariche conquistate, bensì è il “sapore” della vita e del conoscere, del pensare e dell’agire. Nella sapienza dall’Alto «c’è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell’uomo, stabile, sicuro, senza affanni, onnipotente, onniveggente, e che per­vade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi»[7]. Questo ci riporta anche all’inno paolino in cui si proclama: «la carità è pa­ziente, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispet­to, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiusti­zia, ma si rallegra della verità»[8].
Eccetto il primo attributo, «pura», tutti gli altri: «pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera», rientrano nella medesima logica della misericordia e dell’amore fra­terno. Si riscontra così una stretta relazione tra sa­pienza e amore: la vera saggezza si realizza nel saper creare relazioni basate sull’ amore e sull’ accoglienza. Quando la sapienza umana applicata all’ambito della parola viene usata per costruire rapporti pacifici, giu­sti e caritatevoli. Infatti vivere nella sapien­za significa rendere bella la propria esistenza, all’inse­gna della comprensione, della misericordia e dell’amore nei confronti degli altri. La dichiarazione finale: «Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia» sta a significare sia «frutto che costituisce la giustizia» sia «frutto che porta al­la giustizia»[9]. L’a­zione del seminare evoca l’immagine evangelica della prodigalità del seminatore, la misteriosità della cresci­ta, e la corrispondenza tra ciò che si semina e ciò che si raccoglie[10]. Quelli che si adoperano e lottano per la pace otterranno come ri­sultato una situazione di giustizia. L’autore quindi evidenzia un rapporto molto forte tra pace e giustizia. Se la prima corrisponde alla pienezza della vita che si evidenzia anche in relazioni profonde e autentiche, la seconda riguarda i rapporti di ogni genere, ma equili­brati tra gli uomini. Per vivere rapporti verbali giusti ed equilibrati l’autore invita i suoi lettori-ascoltatori ad acquisire la sapienza.
Il sapiente ama la riflessione pacata, la quiete, il silenzio e l’umile nascondimento, convinto com’è che il seme della saggezza è destinato a durare attraverso la sua fecondità, generando dopo di sé altra vita. Ai nostri giorni, ritmati dalla legge dell’apparire, questo atteggiamento di serietà può essere anche perdente. Ma è la storia a esaltarlo ed è la coscienza a giustificarlo. Cantava il poeta Eliot nei suoi Quattro quartetti: «L’unica saggezza che possiamo sperare di acquistare è la saggezza dell’umiltà».
La sapienza è in primo luogo in rapporto diretto con la verità. Quest’ultima nella tradizione cristiana non coincide con un sistema intellettuale o concettuale bensì è stabilita dall’incontro con una persona, Gesù di Nazareth, ri­conosciuto come il Cristo.



[1]
18,9-14
[2]
1 Pietro 3, 15
[3]
cf. Sal 37[36]; 31 [30],20; 86[85],5; 109[108],13; Pr 24,13; Sir 24, 20; Sap 8, l; 16,20-21
[4]
Rm 10, 20
[5]
1,5-8
[6]
cf. Gn 37ss.
[7]
Sap 7,22-8, l
[8]
lCor 13,4-6
[9]
cf. Am 6,12; Pr 3,9; 11,30; 13,2.
[10]
cf. Mt 13; Mc 4; Lc 8
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