Lettera di Giacomo 3, 1-12 - Comunità del Diaconato in Italia

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Lettera di Giacomo 3, 1-12

Il Mio Contributo > 2009
Lettera di Giacomo 3, 1-12
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Giacomo -
3,1-12
3,1 Fratelli miei, non siate in molti a fare da maestri, sa­pendo che riceveremo un giudizio più severo: 2 tutti infat­ti pecchiamo in molte cose. Se uno non pecca nel parlare, costui è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo . 3 Se mettiamo il morso in bocca ai cavalli perché ci obbediscano, possiamo dirigere anche tutto il loro corpo. 4 Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e spinte da venti gagliardi, con un piccolissimo timone vengono guidate là dove vuole il pilota. 5 Così anche la lingua: è un membro piccolo ma può vantarsi di grandi cose. Ecco: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! 6 Anche la lingua è un fuoco: è il mondo del male! La lingua è inserita nelle nostre membra, contagia tutto il corpo e incendia tutta la nostra vita, traendo la sua fiam­ma dalla Geènna. 7 Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dall’ uomo, 8 ma la lingua nessuno la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale. 9 Con essa benedi­ciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomi­ni fatti a somiglianza di Dio. 1O Dalla stessa bocca escono benedizione e maledizione. Non dev’essere così, fratelli miei! 11 La sorgente può forse far sgorgare dallo stesso get­to acqua dolce e amara? 12 Può forse, miei fratelli, un albe­ro di fichi produrre olive o una vite produrre fichi? Così una sorgente salata non può produrre acqua dolce.
Commento
L’autore, rivolgendosi di nuovo ai destinatari dello scritto, con l’appellativo «fratelli miei», apre un nuo­vo tema relativo all’uso del linguaggio verbale, al quale purtroppo si ricorre spesso per esercizio di po­tere, per controllo sugli altri, per carrierismo. Purtroppo «Il carrierista difficilmente arriverà in cima; è troppo occupato a non far salire chi sta in basso» (Dino Basili). È vero, per far carriera si è pronti a tutto, a lodare falsamente, a cambiare idea, a consumarsi la vita nella tensione. Spesso, però, l’incubo peggiore non è il tuo fallimento ma il successo del tuo collega che tu ritieni meno dotato e meno degno di te. Oggi, si dilapidano solo energie per raggiungere il successo ambito ma anche nel demolire gli altri che vi aspirano. Il carrierismo, l’arrivismo, l’ambizione sfrenata sono, comunque, un morbo che alligna in ogni ambiente, anche in quelli ecclesiastici, e rende infelici molti, smaniosi tanti e soddisfatti pochi. Ma ben più serio è il principio di Giacomo, quello di mettersi all’ultimo posto perché sia il Signore a dirti: «Amico, passa più avanti!… Perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato»1.
Giacomo scrive con un tono concitato, caratteristica di tutta questa lettera. L’inizio: «Fratelli miei, non siate in molti a fare da maestri», è dello stesso tenore di quello del capitolo precedente: «Fratelli miei, la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali» (2,1). Nelle comunità cristiane, non solo in quella a cui Giacomo si rivolge, uno dei ruoli che servivano all’animazione del gruppo era proprio quello del maestro. Questo compito non è una novità, ma è già tipico del mon­do religioso giudaico, nel quale i maestri avevano la funzione dell’insegnamento verso un gruppo di di­scepoli. Anche Gesù spesso viene chiamato «mae­stro»2 e la comunità cristiana non fa che assumere questo ruolo al proprio interno per indicare coloro che de­tengono il carisma di chi indica la volontà di Dio3. Nel Vangelo di Matteo Gesù muove nei confronti dei maestri una critica analoga a quella di Giacomo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dico­no e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e dif­ficili da portare e li impongono sulle spalle della gen­te, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito [ … ] si compiacciono dei posti d’onore nei ban­chetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Chi tra voi è più grande sarà vo­stro servo; chi invece si esalterà sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato»4. I rapporti all’interno della comunità cristiana van­no vissuti in maniera antitetica a quelli del mondo religioso giudaico. Se i maestri soffrono di complessi di superiorità e usano del loro ruolo per apparire e gratificarsi, al contrario la logica che guida i rapporti del gruppo che crede in Gesù Cristo deve essere basata sul servizio, sulla fraternità e sull’umiltà. Un insegnamento, ancora oggi, gridato al vento, nella comunità cristiana ieri come oggi, c’è sempre un po’ di stupidità e invidia, soprattutto quando si sogna di veder morto il suo ideale avversario o quando attende che compia un passo falso per vederlo precipitare da quel piedistallo che egli non può raggiungere. Allora l’autore della lettera di Giacomo ci dice che l’invidia è un impalpabile ma efficace veleno il cui antidoto è nell’umiltà, nella generosità, nella semplicità di spirito. Anche la comunità cristiana può ripetere gli stessi errori che sono stati compiuti nella religione giudaica. Sebbene non vengano rinnegati i ruoli all’interno della chiesa, questi devono essere interpretati in maniera alterna­tiva. I primi difetti dei capi sono proprio quelli dell’insegnamento quando si verifica la schizofrenia tra il dire e il fare, la presunzione della loro dottrina, l’e­mergere di complessi di superiorità, la ricerca del prestigio, il paternalismo. Ci sono quindi persone che detengono un ruolo di responsabilità in forma dispotica o autoritaria. Non ci sia nel mondo cristia­no l’esercizio di un ruolo che diventa occasione di arroganza, dispotismo, esibizionismo, prosopopea per fare scena o spettacolo di sé. La fraternità è l’uni­ca logica che deve guidare il gruppo dei credenti.
La comunità a cui la Lettera di Giacomo si rivolge risente più o meno degli stessi problemi. L’invito a non farsi maestri riguarda si coloro che han­no già assunto un ruolo, ma anche quelli che sulla base delle loro conoscenze o delle loro esperienze vo­gliono ergersi a guide autorevoli nella comunità. Spesso anche tra i cristiani il bisogno di avere un ruo­lo, usandolo per dirigere chi sta intorno e determi­narne la vita, rivela mancanza di equilibrio nel saper­si rapportare con gli altri. Gesù non aborrisce il po­tere, perché laddove si crea un insieme di persone è chiaro che c’è il bisogno di una guida, ma invita a esercitarla in maniera diversa. Anche nelle comunità paoline si verificano tensio­ni per quanto riguarda i ruoli, come si evince da quanto scrive l’apostolo: «Alcuni perciò Dio li ha po­sti nella chiesa in primo luogo come apostoli, in se­condo luogo come profeti, in terzo luogo come mae­stri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle gua­rigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti fanno miracoli? Tutti possiedono il dono delle guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano5. Paolo quindi, af­fronta il problema delle diverse funzioni all’interno della comunità, tra le quali c’è anche quello dei maestri, elencato tra quei compiti ritenuti più prestigiosi di altri e quindi più desiderabile. Anche nella comu­nità di Giacomo deve aver avuto luogo la medesima dinamica: il ruolo di maestro era sentito come onori­fico e quindi molti vi aspiravano, pur essendo degli incapaci, e invece di portare all’armonia e all’unità conducevano le comunità alla tensione che degenerava spesso in una conflit­tualità insanabile. Dovrebbe essere valido il consiglio di Gustave Thibon: «Preferisco essere superato che seguito». Le sue sono parole che colpiscono nel cuore. L’educatore, come dice la stessa etimologia latina del termine, dovrebbe essere colui che «conduce fuori» dall’altro tutta la sua ricchezza, facendola sbocciare e fruttificare in pienezza. Esemplare è la dichiarazione del Battista nei confronti di Gesù: «Bisogna che lui cresca e che io diminuisca»6. E invece spesso il maestro non intuisce la grandezza del discepolo perché egli è pieno di sé e vuole essere sempre e solo magister, vocabolo che deriva dall’avverbio latino magis, che significa «più». Vuole, allora, prevalere, avere sempre il primato; pretende che l’alunno lo segua o al massimo stia al suo livello «agitando il ventaglio» dell’adulazione o della ripetizione. E invece dovrebbe avere il coraggio – maestro, educatore, sacerdote, genitore, guida sociale – di spingere l’altro ad andare oltre nel cammino della conoscenza e della vita per sviluppare quei doni che ognuno ha a suo modo e in misura diversa. Quindi, la ragione adottata dall’autore della Lettera di Giacomo serve per invitare i membri della comunità cri­stiana a non aspirare per carrierismo di diventare maestri, cerchia nella quale anch’egli rientra per l’uso del «noi», sta nella prospettiva escatologica: il compi­to dell’insegnamento conferisce una responsabilità maggiore nella testimonianza della propria fede che sarà verificata in sede di giudizio ultimo. L’aspirazione a diventare maestri, risultato dell’autocoscienza delle proprie capacità, deve essere per l’autore temperata dall’affer­mazione: «tutti infatti pecchiamo in molte cose». Il credente così dovrebbe avere un’altra consapevolezza, quella di sentirsi fragile. Questa condizione è delineata chiaramente nella Lettera ai Romani: «Che dunque? Siamo forse superiori agli altri? No! Abbiamo infatti già di­mostrato precedentemente che, giudei e greci, tutti sono sotto il dominio del peccato, come sta scritto: “Non c’è nessun giusto, nemmeno uno, non c’è chi comprende, nessuno che cerchi Dio! Tutti hanno smarrito la via, insieme si sono corrotti; non c’è chi compia il bene, non ce n’è neppure uno. La loro gola è un sepolcro spalancato, tramano inganni con la lo­ro lingua, veleno di serpenti è sotto le loro labbra, la loro bocca è piena di maledizione e di amarezza. I loro piedi corrono a versare il sangue; rovina e scia­gura è sul loro cammino e la via della pace non l’han­no conosciuta. Non c’è timore di Dio davanti ai loro occhi”»7. Pur facendo un’esperienza spirituale elevata, i cri­stiani non devono ritenersi ineccepibili. Anch’essi sperimentano nella concretezza della vita tutta la loro fragilità, così come mette bene in rilievo la tradizione biblica8. Davanti al fulgore divino dovremmo scoprire la tenebra che è in noi; davanti alla sua purezza dovremmo svelare il nostro male; davanti alla sua eterna grandezza dovremmo confessare la nostra fragilità. Il cristiano deve essere certo che la mano potente di Dio – che in Cristo decide persino di esserci accanto in una carne fragile come la nostra – può cancellare «le scorie cattive», abbattere le mura della prigione che abbiamo eretto con le nostre colpe. Nel pensiero giudaico si afferma: «Chi dei viventi non ha peccato? O chi c’è fra quelli che sono nati che non abbia trasgredito la tua alleanza9. Si dice ancora: «Infatti tutti quelli che sono nati sono macchiati dal peccato, sono comple­tamente carichi di errori e di colpa». Non c’è peggio­re difetto nella vita cristiana di quello di ritenersi ar­rivati. D’altro canto la percezione della propria debo­lezza è il miglior modo per sentire il bisogno di Dio. L’arroganza di chi si vede superiore agli altri è infatti proprio il peccato dei farisei denunciato da Gesù; es­sa contraddistingue anche coloro che nella comunità di Giacomo ambiscono a farsi considerare maestri. Il vizio più grosso di questi sedicenti maestri è re­lativo all’uso della parola: «Se uno non pecca nel par­lare, costui è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo». Il monito è anticipato già precedentemente nella stessa Lettera di Giacomo da altre due sentenze: «Lo sapete, fratelli miei carissi­mi: ognuno sia pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all’ira [ … ]. Se qualcuno ritiene di essere religio­so, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuo­re, la sua religione è vana»10. La sfera della comunicazione verbale è forse la più importante nel­la vita umana. In modo provocatorio e paradossale l’autore dello scritto afferma che chi non sbaglia in questo ambito può considerarsi perfetto. La valuta­zione della Lettera di Giacomo risente in maniera molto forte della riflessione sapienziale che afferma: «Nel molto parlare non manca la colpa, chi frena le labbra è prudente. Argento pregiato è la lingua del giusto, il cuore degli empi vale ben poco. Le labbra del giusto nutrono molti, gli stolti muoiono in mise­ria [ … ]. La bocca del giusto esprime la sapienza, la lingua perversa sarà tagliata. Le labbra del giusto stil­lano benevolenza, la bocca degli empi perversità»11. Si sentenzia inoltre: «Non ventilare il grano a qualsiasi vento e non camminare su qualsiasi sentie­ro. Sii costante nel tuo sentimento, e unica sia la tua parola. Sii pronto nell’ ascoltare, lento nel proferire una risposta. Se conosci una cosa, rispondi al tuo prossimo; altrimenti mettiti la mano sulla bocca. N el parlare ci può essere onore e disonore; la lingua dell’uomo è la sua rovina. Non meritare il titolo di calunniatore e non tendere insidie con la lingua, poi­ché la vergogna è per il ladro e una condanna severa per l’uomo falso. Non far male né molto né poco, e da amico non divenire nemico»12. Si affer­ma ancora: «Chi odia la loquacità sfugge al male»13. I difetti nell’uso della parola sono qui eviden­ziati nella mancanza di unicità, di autenticità, di sag­gezza, di ponderazione nella risposta. «Il sapiente entra nella foresta ma non sconvolge l’erba, penetra nell’acqua ma non crea gorghi». Il saggio non ama il clamore, non fa il piazzista della sua verità, ma la testimonia vitalmente e silenziosamente, e la sua presenza è spesso più efficace di una propaganda urlata. Ci sono troppi uomini e donne fedeli e giusti che passano nel mondo senza lasciare un’orma perché sono troppo insignificanti. La loro spiritualità è solo intimistica, la loro fede una questione privata, il loro rispetto umano eleva barriere di autodifesa. Cristo giunge al punto di affermare che la sua venuta nella storia è come una spada che crea scompiglio e divisione. E al discepolo non chiede di essere un miele fluente ma un sale bruciante, una fiaccola ardente che svela e scuote il nascondersi degli uomini sotto il sudario delle tenebre. La tradizione biblica dei sapienti che indaga sul comportamento umano riflette ancora sull’uso del linguaggio quando dice: «Maledici il delatore e l’uo­mo di doppia lingua, perché fa perire molti che vivo­no in pace. Una lingua malefica ha sconvolto molti, li ha scacciati di nazione in nazione; ha demolito for­ti città e ha rovinato casati potenti. Una lingua malefica ha fatto ripudiare donne eccellenti, privando le del frutto delle loro fatiche. Chi le presta attenzione non trova pace, dalla sua dimora scompare la sereni­tà. Un colpo di frusta produce lividure, ma un colpo di lingua rompe le ossa. Molti sono caduti a fil di spada, ma non quanti sono periti per colpa della lin­gua. Beato chi se ne guarda, chi non è esposto al suo furore, chi non ha trascinato il suo giogo e non è sta­to legato con le sue catene. Il suo giogo è un giogo di ferro; le sue catene, catene di bronzo. Spaventosa è la morte che procura, in confronto è preferibile la tom­ba. Essa non ha potere sugli uomini pii, questi non bruceranno alla sua fiamma. Quanti abbandonano il Signore in essa cadranno, fra costoro divamperà sen­za spegnersi. Si avventerà contro di loro come un leone e come una pantera ne farà scempio. Ecco, re­cingi pure la tua proprietà con siepe spinosa, lega in un sacchetto l’argento e l’oro, ma controlla anche le tue parole pesandole e chiudi con porte e catenaccio la bocca. Sta’ attento a non sbagliare a causa della lingua, perché tu non cada davanti a chi ti insidia»14.
L’autore della lettera di Giacomo continua con il suo ammonimento rivolgendosi a tutti e non solo ai “maestri”, invitandoli a controllare la parola che in realtà dimostra la capacità di saper dominare l’intero corpo. Per sottolineare il rapporto tra la padronanza sul linguaggio verbale e quella sul fisico umano si fanno due esempi, ricorrenti anche nel mondo gre­co-romano, quello del fantino che attraverso il mor­so messo sulla bocca dei cavalli riesce a farsi obbedire e quello del timoniere che con il timone, piccolo in rapporto alla nave, riesce a dirigerla, anche se grande e spinta da venti impetuosi. Quest’ultima immagine mette maggiormente in rilievo la relazione tra la pic­colezza dello strumento e la grandezza di ciò che vie­ne diretto. Questo confronto serve a fare l’applica­zione con la lingua che, pur essendo una parte picco­la del corpo, riesce a gloriarsi di grandi cose. Ritornando al linguaggio metaforico l’autore af­ferma: «
Ecco: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta!
», Costruendo ancora l’argomentazio­ne sul rapporto tra piccolezza e grandezza, non è ca­suale il ricorso all’immagine del fuoco, simbolo di distruzione e di rovina che fuor di metafora corri­sponde al mondo dell’iniquità. Questa logica guida i rapporti umani nella perversità e ingiustizia. La lin­gua contribuisce in modo molto marcato alla costru­zione di questo stile. Pur essendo soltanto uno dei tanti membri, essa ha la capacità di contaminare tut­to il corpo, proprio in base alla sua forza di distruzio­ne. La malvagità della parola è ancora rimarcata nel­l’immagine della lingua che trae la sua fiamma dalla Geenna
15
.
«
Bisogna risparmiare le parole inutili per poter trovare quelle poche che ci sono necessarie e questa nuova forma di espressione deve maturare nel silenzio
» (
Etty Hillesum).
Bisognerebbe sempre esercitare una sorta di ascesi del linguaggio, che talora dovrebbe diventare persino digiuno e quindi silenzio. Un silenzio che incendiano i cuori, che illuminano le coscienze, che rallegrano la vita. «
Alcuni si strappano le parole dalle viscere, altri le tirano fuori dalla tasca del soprabito
» (Charles Péguy). Le prime sono appunto quelle necessarie, calibrate, cariche di significato e di verità; le altre sono il flusso instancabile e inesauribile della chiacchiera vana e vacua. Ecco, allora l’esigenza di purificare il proprio linguaggio sia riducendo lo sproloquio sia abbassando i toni. Un altro poeta francese, Paul Valéry, ammoniva: «
Tra due parole scegli sempre la minore» perché è nella semplicità pacata che ama avvolgersi e rivestirsi la verità
»
.
Un’altra argomentazione è ripresa dall’autore dal mondo ani­male: «Ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dall’uomo, ma la lingua nessuno la può domare». L’au­tore mantiene la suddivisione in quattro specie cosi come è registrata nel racconto della Genesi16 per illustrare la signoria dell’essere umano sulla tota­lità del creato. Pur essendo capace di dominare tutti i viventi, egli si fa soggiogare dalla propria lingua, descritta come un veleno mortale, in modo da far co­gliere la sua forza annientante. Questa riflessione ha un parallelo negli scritti di Qumran: «Essi progetta­no la rovina del loro cuore, con gli intrighi di Belial aprono lingue bugiarde come veleno di serpenti che in certi tempi prorompe e come rettili della terra puntano con il veleno, veleno di vipera che non si può cacciare»17.
Un grosso difetto che colpisce l’uso della parola è individuato nella considerazione: «Con essa benedi­ciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio». La doppiezza del­la parola è messa in evidenza nell’indicazione del du­plice rapporto che ogni persona vive con Dio e con il prossimo. Nei confronti di Dio l’uomo religioso eleva sempre una preghiera benedicente e poi, senza avver­tire la benché minima dissociazione, si trova nelle va­rie situazioni della vita a parlare male del proprio prossimo o a esecrare la realtà. La stessa riflessione è condivisa anche dal mondo giudaico che afferma: «La buona disposizione d’animo non ha due lingue: una per benedire e l’altra per maledire». Questo atteggiamento dissociato stride con la pre­sentazione dell’identità dell’uomo, «fatto a immagi­ne e somiglianza di Dio», secondo il testo genesiaco della creazione18. In effetti, prima riflettere ed elaborare un pensiero, un giudizio, una critica e poi formularla in parole. In realtà molto spesso avviene il contrario. Dal cervello sconnesso non esce nessun comando o impulso, la bocca invece se ne va per suo conto, fluendo ora in una chiacchiera vacua, ora in un’ingiuria o in un’offesa generata solo dalla passione collerica o dalla pura e semplice stizza o irritazione. Se gli esseri umani hanno questa identità com’è possibile che il credente, men­tre eleva verso Dio una lode, maledica il proprio prossimo? L’autore della Lettera di Giacomo ripren­de il modello interpretativo profetico, ricorrente nel­la tradizione biblica che denuncia il culto segregato e smentito nella quotidianità della vita. Contro una re­ligiosità che verso Dio è ineccepibile, ma produce un comportamento implacabile nei confronti degli uo­mini si è già pronunciata la letteratura sapienziale19. Nell’evidenziare questo contrasto si riproduce sullo sfondo la stessa dicotomia che prece­dentemente nella lettera è stata enunciata nel caso di chi da una parte ha fede e di chi dall’altra compie le opere. Come non ci può essere fede matu­ra senza che essa si estrinsechi in una vita contraddi­stinta dalle opere, così non ci può essere benedizione di Dio senza un’accoglienza amorevole e misericordiosa nei confronti degli altri esseri umani. «Abbiamo abbastanza religione per odiare il prossimo, ma non per amarlo» affermava Jonathan Swift. Egli, infatti, sottolinea che, se avessimo una fede profonda, piena, autentica, genereremmo amore, pace, liberazione. Il limite è appunto nel fatto che noi abbiamo una religiosità su misura, modellata sui nostri interessi e su un apparente buon senso. In questa luce la fede diventa uno strumento che al massimo abbellisce le nostre azioni neutre e copre quelle vergognose, ma non incide trasformando moralmente la nostra vita. Si configura, così, quel peccato che Cristo ha sempre denunciato con asprezza come avevano fatto i profeti, l’ipocrisia. La vera fede è, invece, lievito che trasforma, acqua che feconda e purifica a questo siamo invitati dall’autore della lettera.
Un’ altra argomentazione per sostenere l’univocità della parola si avvale di esempi ripresi dalla natura: «La sorgente può forse far sgorgare dallo stesso getto acqua dolce e amara? Può forse, miei fratelli, un albe­ro di fichi produrre olive o una vite produrre fichi? Così una sorgente salata non può produrre acqua dol­ce»20.
Una simile riflessione che unisce il tema dei frutti a quello dell’univocità si trova nel Vangelo di Matteo e precisamente nel discorso del monte: «Attenti ai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frut­ti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li riconoscerete»21.
«E’saggio colui che apprende da ogni uomo. È forte chi padroneggia la sua passione. È ricco colui che è felice della sua sorte. È onorato colui che onora gli altri uomini».
Solo parole desunte dalla sapienza ebraica, dai Pirqê Abôt, i “detti dei padri”. Queste parole delineano il ritratto della persona veramente matura e autentica. Tale è chi sa imparare da chiunque incontri: ci vuole umiltà e rispetto degli altri per essere così aperti e disponibili a scoprire anche nella persona più semplice il suo bagliore di luce e di verità. Si è veramente perfetti maestri quando c’è la capacità di controllare se stessi: berciare, vendicarsi, prevaricare è segno solo di impotenza, di meschinità, di incapacità nel comprendere le opinioni altrui e nell’argomentare le proprie. Il vero uomo sereno chiede a Dio di «
non dargli né miseria né ricchezza, ma solo il cibo necessario
»
22
. Infine, è dal rispetto per gli altri che nasce il rispetto degli altri. Vivere di gelosia, invidia, calunnia non è solo indizio di meschinità d’animo ma anche sorgente di tormento e di insoddisfazione. A questo aggiungiamo un altro detto di rabbì Shlomo sulla carità: «
Se vuoi sollevare un uomo dalla melma e dal fango, non credere di poter restare in alto, accontentandoti di stendergli una mano. Devi scendere giù pure tu nella melma e nel fango per afferrarlo con mani forti e ricondurlo a te nella luce
».
1
Luca 14, 8-11
2
Cf. Mt 8,19; Mc 4,38; Lc 9,38; Gv 13-14.
3
cf. At 13,1; Eb 5,12-14; 1Tm 2,7; 2Tm 1,11;
Did.
13,2; 15,2; 11,2
4
Mt 23,2-12.
5
1Cor 12,28-30.
6
Gv 3,30.
7
Rm 3,9-18.
8
cf. 1Re 8,46; Gb 15,14-15; Pr 20,9; Qo 7,20; Esd 9,6-15; Ne 9,5-37; Is 59,12; 63,7-64,11; Dn 9,4-15
9
Esd.
7,68
10
1,19.26.
11
Pr 10,19-21.31-32.
12
Sir 5,9-15.
13
Sir 19,6
14
Sir 28,13-26
15
Questo è il nome di una vallata di Gerusa­lemme, dove nell’antichità durante i culti idolatrici venivano sacrificati i bambini e poi è diventato il luo­go in cui si bruciavano le immondizie. Nel pensiero giudaico la Geenna è cosi diventata simbolo dell’in­ferno dove c’è il fuoco distruttore. Vedi
Sal 52 [51 ],3-6; Sir 28,13-23.
Quindi quello dell’inferno viene co­municato alla lingua per far degenerare i rapporti umani.
16
Gn 1,26; 9,2; cf. Filone,
Decal
1133,2;
Op. 16,83-86
17
1QH 5,26-28.
18
Gn 1,27.
19
cf. Sir 5,13
20 3,11-12
21
Mt 7,15-20; cf. Mt 21,43; Gv 15,1-8; Gal 5,22; Ef 5,9; Fil 1,11
22
Pr 30,8
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