Lettera di Giacomo 1, 1-15 - Comunità del Diaconato in Italia

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Lettera di Giacomo 1, 1-15

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Lettera di Giacomo 1, 1-15
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GIACOMO 1,1-15
Introduzione
La lettera è diretta ai cristiani delle «dodici tri­bù di Israele in diaspora». Da questa fraseologia si pensa che i destinatari dello scritto siano ebrei che in seguito sono passati al cristianesimo. Se si esclude la forte tensione tra poveri e ricchi, mancano riferimenti concreti alla comunità, i cui membri, an­che se non sono schiavi, sembra appartengano al li­vello medio-basso. Lo scritto, che è da collocare nell’ambiente del giudaismo ellenistico, ha lo scopo di esortare i cristiani che si trovano in un contesto di crisi o di emergenza alla perseveranza fiduciosa. Di fronte alla situazione di ingiustizia socio-economica l’autore della lettera intende invitare a un progetto di vita cristia­na improntato alla coerenza tra l’ascolto e l’attuazio­ne della parola, tra la fede e le opere.
Nel saluto iniziale l’autore si presenta come «
Gia­como, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo
». Delle cinque persone che nel Nuovo Testamento sono in­dividuate con il nome di Giacomo solo il fratello del Signore
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e capo della comuni­tà cristiana di Gerusalemme
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potrebbe rivendicare la paternità della lettera. Tuttavia la sua personalità re­ligiosa legata alla legalità giudaica non trova confronto nello scritto della Lettera di Giacomo. Si esclude anche l’apostolo omonimo, non solo perché l’autore non si presenta con questo titolo, ma anche perché la morte precoce come martire sotto Erode Agrippa I nel 42 d.C. a Gerusalemme
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impedisce di attribuirgli l’appartenenza della lettera. Vi­sto il processo di esaltazione che avviene attorno alla figura di Giacomo, il fratello del Signore, si ritiene quindi che il suo autore sia idealizzato e che la lettera sia pseudoepigrafica. Tuttavia non si può escludere che lo scrivente sia portavoce di tradizioni che si ri­fanno all’ ambiente di Giacomo.
Il lessico raffinato e diversificato, l’elasticità e la bril­lantezza dello stile, il ragionamento conciso, la scrit­tura drammatizzata, il ricorso alla tecnica dialettica della diatriba e degli esempi fanno dedurre che l’autore sia di origine giudaica, ma di cultura ellenistica.
La datazione della lettera è quella della fine del primo secolo, tra il 70 e il 100 d.C. La cerchia delle città che si contendono il luogo di composizione, peraltro molto ampia, comprende anche Gerusalemme; ma, data la attività culturale dell’autore, sembra presentino maggiori probabilità Antio­chia, Alessandria o Roma. Sebbene nella storia dell’esegesi la Lettera di Gia­como sia stata spesso trascurata perché ritenuta uno scritto esortativo composto per lo più da consigli morali, oggi chi vi si accinge a leggerla si rende conto che in realtà è a pieno titolo un’opera teologica.
Il lettore può verificare come lo scritto sia costruito attraverso un paradigma che spesso mette in contrasto la logica del regno di Dio con quella del mondo. Tuttavia quest’ultimo termine indica non una visio­ne negativa della storia o della vita terrena, bensì un criterio che si contrappone a Dio. Nell’introduzione si invitano i credenti a rivolgere a Dio la preghiera per ricevere la sapienza: «
Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data. La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare mossa e agitata dal vento; e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l’animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni
» (l, 5-8).
Quest’ ultima nel se­guito della lettera, definita come sapienza divina, ha i seguenti requisiti: «
Chi è saggio e accorto tra voi? Mostri con la buona condotta le sue opere ispirate a saggia mitezza. Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità. Non è questa la sapienza che viene dall’alto: è terrena, carnale, diabolica; poiché dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. La sapienza che viene dall’alto invece è anzitutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia. Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace
» (3,13-18).
La stessa prospettiva duale si può desu­mere dall’affermazione che ogni dono proviene dal­l’alto: «
Non andate fuori strada, fratelli miei carissimi; ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce, nel quale non c’è variazione né ombra di cambiamento
» (l,16-17) per cui la comunità credente si rifà alla logica divina, qualificando i cristiani come rige­nerati attraverso la parola di verità: «
Di sua volontà egli ci ha generati con una parola di verità, perché noi fossimo come una primizia delle sue creature
» (l, 18). Questo schema di pensiero emerge anche nell’esposizione del tema della povertà e della ricchezza. Nell’introduzione si trova un duplice invito rivolto agli umili che devono rallegrarsi per la propria eleva­zione e ai ricchi che devono esultare per la loro umi­liazione:«
Il fratello di umili condizioni si rallegri della sua elevazione e il ricco della sua umiliazione, perché passerà come fiore d’erba. Si leva il sole col suo ardore e fa seccare l’erba e il suo fiore cade, e la bellezza del suo aspetto svanisce. Così anche il ricco appassirà nelle sue imprese
» (l,9-11). La solidarietà nei confronti dei bisognosi è vista come la più immediata conseguenza della fede. Infatti si afferma che: «
Una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo
» (1,27). Il tema è trattato ampiamente partendo dall’esortazione a non fare fa­voritismi privilegiando i ricchi e trascurando i poveri: «
Fratelli miei, non mescolate a favoritismi personali la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria. Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: «Tu siediti qui comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti in piedi lì», oppure: «Siediti qui ai piedi del mio sgabello», non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi? Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disprezzato il povero! Non sono forse i ricchi che vi tiranneggiano e vi trascinano davanti ai tribunali? Non sono essi che bestemmiano il bel nome che è stato invocato sopra di voi? Certo, se adempite il più importante dei comandamenti secondo la Scrittura:
amerai il prossimo tuo come te stesso
, fate bene; ma se fate distinzione di persone, commettete un peccato e siete accusati dalla legge come trasgressori. Poiché chiunque osservi tutta la legge, ma la trasgredisca anche in un punto solo, diventa colpevole di tutto; infatti colui che ha detto:
Non commettere adulterio
, ha detto anche:
Non uccidere
. Ora se tu non commetti adulterio, ma uccidi, ti rendi trasgressore della legge. Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio
(2,1-13). Ciò perché nella comunità alcuni cristiani trattano i primi con riguardo mentre trascurano i se­condi. L’esortazione a opporsi a questo comporta­mento è basata sull’invito a realizzare il comandamen­to dell’amore. Questo in realtà fa parte della legge anticotestamentaria che deve essere integralmente osservata. Anche nella discussione sulla scel­ta di una fede che si attua senza o con le opere, que­ste ultime sono individuate nel soccorso di chi è sen­za cibo e senza vestito: «
Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?
» (2,15-16). Il tema è ripreso da un altro punto di vista verso la fine della lettera con l’imposizione a non fare progetti sui propri guadagni futuri in modo da non riporre la propria sicurezza nel denaro: «
E ora a voi, che dite: «“Oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni”, mentre non sapete cosa sarà domani! Ma che è mai la vostra vita? Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare. Dovreste dire invece: Se il Signore vorrà, vivremo e faremo questo o quello. Ora invece vi vantate nella vostra arroganza; ogni vanto di questo genere è iniquo. Chi dunque sa fare il bene e non lo compie, commette peccato»
(4,13-17). Questa riflessione si sviluppa poi con un’accusa lanciata contro quei ricchi i cui beni si sono putrefatti. Essi si sono arricchiti sfruttando i poveri lavoratori senza dare loro la giusta retribuzio­ne: «
Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri per essere guariti. Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza
» (5,1-6).
Due logiche a contrasto si notano anche nella ri­flessione sull’uso della parola che spesso nelle relazio­ni umane avviene senza criterio. Non a caso nella co­munità cristiana emergono conflitti che la distruggo­no: «
Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri. Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio. O forse pensate che la Scrittura dichiari invano: fino alla gelosia ci ama lo Spirito che egli ha fatto abitare in noi? Ci dà anzi una grazia più grande; per questo dice: Sottomettetevi dunque a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi. Avvicinatevi a Dio ed egli si avvicinerà a voi. Purificate le vostre mani, o peccatori, e santificate i vostri cuori, o irresoluti. Gemete sulla vostra miseria, fate lutto e piangete; il vostro riso si muti in lutto e la vostra allegria in tristezza. Umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà. Non sparlate gli uni degli altri, fratelli. Chi sparla del fratello o giudica il fratello, parla contro la legge e giudica la legge. E se tu giudichi la legge non sei più uno che osserva la legge, ma uno che la giudica. Ora, uno solo è legislatore e giudice, Colui che può salvare e rovinare; ma chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo?
(4,1-12). Gli scontri derivano dallo scatenamento delle passioni interiori. L’autore qualifica coloro che si lasciano prendere da questa istintualità come amici del mondo e nemici di Dio.
Ricorre anche una riflessione sul modo di usare la parola. All’inizio dello scritto si ritrova l’esortazione secondo la quale: «
Lo sapete, fratelli miei carissimi: sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all’ira
» (1,19). La parola è indice del livello di religiosità; infatti: «
Se qualcuno pensa di essere religioso, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuore, la sua religione è vana
» (1,26). Continuando lo scritto l’autore esorta i cristiani a non aspirare al ruolo di maestro perché non tutti ne sono idonei. Il principio negativo sta nel fatto che gli sbagli che si commettono nel parlare so­no frequenti; chi invece sa frenare la lingua è una persona perfetta: «
Fratelli miei, non vi fate maestri in molti, sapendo che noi riceveremo un giudizio più severo, poiché tutti quanti manchiamo in molte cose. Se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo. Quando mettiamo il morso in bocca ai cavalli perché ci obbediscano, possiamo dirigere anche tutto il loro corpo. Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e vengano spinte da venti gagliardi, sono guidate da un piccolissimo timone dovunque vuole chi le manovra. Così anche la lingua: è un piccolo membro e può vantarsi di grandi cose. Vedete un piccolo fuoco quale grande foresta può incendiare! Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità, vive inserita nelle nostre membra e contamina tutto il corpo e incendia il corso della vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna. Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dalla razza umana, ma la lingua nessun uomo la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio. È dalla stessa bocca che esce benedizione e maledizione. Non dev’essere così, fratelli miei! Forse la sorgente può far sgorgare dallo stesso getto acqua dolce e amara? Può forse, miei fratelli, un fico produrre olive o una vite produrre fichi? Neppure una sorgente salata può produrre acqua dolce
» (3,1-12).
Si invitano poi i cristiani a non sparlare gli uni degli altri perché in questo mo­do si va contro la legge: «
Non sparlate gli uni degli altri, fratelli. Chi sparla del fratello o giudica il fratello, parla contro la legge e giudica la legge. E se tu giudichi la legge non sei più uno che osserva la legge, ma uno che la giudica. Ora, uno solo è legislatore e giudice, Colui che può salvare e rovinare; ma chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo?
» (4,11-12). Il tema si chiude con l’invito a non fare giuramenti, ma a ricorrere quotidianamente all’uso della parola in modo since­ro: «
Soprattutto, fratelli miei, non giurate, né per il cielo, né per la terra, né per qualsiasi altra cosa; ma il vostro «sì» sia sì, e il vostro «no» no, per non incorrere nella condanna
» (5,12).
Sulla base di un cristianesimo legato all’ambiente giudaico si affronta la questione della legge che viene definita come legge perfetta, legge della libertà che va praticata: «
Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla
» (1,25), ricorrendo poi anche nella riflessio­ne sulla tendenza da parte dei cristiani a fare favoriti­smi nei confronti dei ricchi. Di questo vizio si dà una valutazione riferendosi alla legge antico testamentaria dell’ amore del prossimo, riflettendo al contempo sul carattere unitario della legge che non può essere ob­bedita solo in alcune parti e trasgredita in altre. Se si vuole evitare il giudizio derivante dalla legge si deve perciò passare alla logica della misericordia: «
Certo, se adempite il più importante dei comandamenti secondo la Scrittura:
amerai il prossimo tuo come te stesso
, fate bene; ma se fate distinzione di persone, commettete un peccato e siete accusati dalla legge come trasgressori. Poiché chiunque osservi tutta la legge, ma la trasgredisca anche in un punto solo, diventa colpevole di tutto; infatti colui che ha detto:
Non commettere adulterio
, ha detto anche:
Non uccidere
. Ora se tu non commetti adulterio, ma uccidi, ti rendi trasgressore della legge. Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio»
(2,8-13). Anche la consuetudine di diffamare il fratello secon­do l’autore è andare contro la legge e giudicarla.
L’esortazione alla pazienza è basata sull’ attesa della venuta del Signore. Questa virtù si esercita soprattut­to nel non lamentarsi degli altri: «
Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d’autunno e le piogge di primavera. Siate pazienti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina. Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. Prendete, o fratelli, a modello di sopportazione e di pazienza i profeti che parlano nel nome del Signore. Ecco, noi chiamiamo beati quelli che hanno sopportato con pazienza. Avete udito parlare della pazienza di Giobbe e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore, perché
il Signore è ricco di misericordia e di compassione
» (5,7-11), ma in ge­nerale anche nelle varie prove della vita: «
Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla
» (1,2-4).
La parusia può anche trasformarsi in un giudizio senza misericordia nei confronti di chi nella vita non avrà usato misericordia, mentre in realtà questa ha sem­pre la meglio nel giudizio
4
e nel caso particolare di chi parla male degli altri giudicando così la legge, mentre solo Dio ha fa­coltà giudiziali.
La preghiera è l’oggetto di diverse esortazioni. Il credente è invitato a domandare la sapienza; la ri­chiesta va fatta con fede e senza esitazioni o incertez­ze. «
Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data. La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare mossa e agitata dal vento; e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l’animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni
(1,5-8).
La preghiera che è da interpretarsi come una benedizione non può essere in dissonanza con la vita che invece spesso si trasforma in un’ azione di maledizione nei confronti degli altri:«
È dalla stessa bocca che esce benedizione e maledizione. Non dev’essere così, fratelli miei!
» (3,10). L’orazio­ne è consigliata sia a chi è nel dolore, sia a chi è nella gioia, nonché ai presbiteri per i malati perché si sal­vino. E da farsi per perdonare i peccati reciproci; se elevata con insistenza da parte del giusto ha una par­ticolare efficacia: «
Chi tra voi è nel dolore, preghi; chi è nella gioia salmeggi. Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati. Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri per essere guariti. Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza. Elia era un uomo della nostra stessa natura: pregò intensamente che non piovesse e non piovve sulla terra per tre anni e sei mesi. Poi pregò di nuovo e il cielo diede la pioggia e la terra produsse il suo frutto. Fratelli miei, se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore, salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati»
(5,13-20).
Giacomo –
Capitolo 1,1-15
Indirizzo e saluto
[1]
Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù disperse nel mondo, salute.
Il beneficio delle prove
[2]
Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove,
[3]
sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza.
[4]
E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla.
La domanda fiduciosa
[5]
Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data.
[6]
La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare mossa e agitata dal vento;
[7]
e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore
[8]
un uomo che ha l’animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni.
La sorte del ricco
[9]
Il fratello di umili condizioni si rallegri della sua elevazione
[10]
e il ricco della sua umiliazione, perché passerà come fiore d’erba.
[11]
Si leva il sole col suo ardore e fa seccare l’erba e il suo fiore cade, e la bellezza del suo aspetto svanisce. Così anche il ricco appassirà nelle sue imprese.
La tentazione
[12]
Beato l’uomo che sopporta la tentazione, perché una volta superata la prova riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che lo amano.
[13]
Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male.
[14]
Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce;
[15]
poi la concupiscenza concepisce e genera il peccato, e il peccato, quand’è consumato, produce la morte.
COMMENTO
Il beneficio delle prove
[2]Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, [3]sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. [4]E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla.
Nell’intestazione epistolare l’autore, presentando­si come Giacomo, con la qualifica di servo di Dio e del Signore, saluta i destinatari della lettera, identifi­cati con le dodici tribù disperse nel mondo.
L’autore affronta inizialmente il problema della prova. L’invito che rivolge ai suoi lettori è quello di vivere nella gioia, perché la prova sta all’origine di un percorso in cui la fede cristiana giunge a maturazione, passando attra­verso la perseveranza che conduce alla perfezione. Noi cristiani diamo per scontata la nostra fede, quella fede che mai diventerà cultura, mai sarà pienamente accolta, mai sarà interamente meditata, mai sarà fedelmente vissuta se non combatteremo «
la buona battaglia con fede e buona coscienza
»
5
. Per vivere, crescere e perseverare nella fede sino alla fine, dobbiamo nutrirla con la Parola di Dio; dobbiamo chiedere al Signore di accrescerla
6
;
essa deve operare «per mezzo della carità»
7
, essere sostenuta dalla speranza
8
. Lutero, nella sua versione latina della Libertà del cristiano scrive all’inizio: “
A molti la fede è sembrata una cosa insignificante… Lo fanno perché non l’hanno messa alla prova in alcun modo, né hanno mai assaporato quanto grande sia la sua forza
”. E noi, l’abbiamo mai messa alla prova la nostra fede? Abbiamo mai assaporato quanto grande sia la sua forza? Forse Giacomo sta esagerando quando ci invita a considerare e ad affrontare con gioia e serenità le prove che la vita ci riserva? A volte quando siamo a contatto con il limite, con il male, con il dolore e con la morte la nostra fede comincia a vacillare e lo sconforto più totale ci fa soccombere, minacciando la nostra relazione con Dio e la comprensione della vita come una sua chiamata. Ma Giacomo non dice: sopportate con rassegnazione. L’autore della lettera di L’autore non afferma: nella vita di un credente non ci sono difficoltà, anzi, sostiene che le difficoltà ci sono, e se non ci sono, non vi preoccupate, verranno. Ma che sia la gioia ad accoglierle quando busseranno alla porta. Che sia la gioia all’uscio della tua casa. Che non sia un’altra emozione, se non la gioia. Sì, la gioia, perché quando le difficoltà verranno tu potrai mettere alla prova la tua fede e potrai assaporare quanto grande sia la sua forza. Quando le prove arriveranno capirai quanto è prezioso il dono della fede che Dio ti ha fatto. Conoscerai le infinite possibilità che la fede ti offre. Le vie della fede sono infinite. E se avrai bisogno di consolazione, essa ti consolerà. Se dovrai trovare coraggio per agire, essa te lo darà. Se cercherai protezione, la fede sarà la tua armatura. Se avrai bisogno di libertà, la fede sarà le tue ali. Metti alla prova la tua fede e potrai assaporare quanto grande sia la sua forza. Non ti lascerà solo come un bambino indifeso, ti farà crescere, ti farà diventare adulto. Ti farà diventare sapiente. Quindi, per comprendere la prova in una prospettiva di fede, occorre avere la sapienza. La perseveranza che è lo stile di vita dei cristiani, non ci può essere senza il discernimento. Infatti l’autore in­vita all’acquisizione della sapienza. E se nella tradizione biblica la sapienza viene da Dio
9
, allora giustamente l’autore della Lettera di Giacomo invita a pregare per chiederla: «
se tu accoglierai le mie parole e custodirai in te i miei precetti… se appunto invocherai l’intelligenza e chiamerai la saggezza, se la ricercherai come l’argento
»
10
. Quindi, pone la possibilità all’uomo di una scelta nei confronti dell’insegnamento della sapienza.
La domanda fiduciosa
[5]
Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data.
[6]
La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare mossa e agitata dal vento;
[7]
e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore
[8]
un uomo che ha l’animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni
.
Nel cammino del discepolato è fondamentale una scelta libera, laddove siamo portati spesso a scaricare altrove la responsabilità delle nostre deviazioni e le cause delle nostre cadute. In realtà, la volontà orientata verso il bene, riceve infallibilmente gli aiuti della grazia, come viene riaffermato, senza alcuna possibilità di fraintendimento: «
Egli riserva ai giusti la sua protezione, è scudo a coloro che agiscono con rettitudine, vegliando sui sentieri della giustizia e custodendo le vie dei suoi amici
»
11
. La libertà, che ci permette di aderire alle esigenze della volontà di Dio, ci riveste di una armatura capace di farci inattaccabili all’aggressione delle potenze delle tenebre: “
è scudo a coloro che agiscono con rettitudine
”. «
allora comprenderai il timore del Signore e troverai la scienza di Dio
»
12
. La sapienza non è da identificare con la scien­za, con l’intelligenza, con la cultura; ma consiste nella capacità di leggere il cosmo e la storia per poter vivere bene. In seguito nella lettera l’autore spiegherà in che cosa consiste: «
Chi tra voi
è
saggio e intelligente? Con la buona condotta mostri che le sue opere sono ispi­rate a mitezza e sapienza. Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non dite menzogne contro la verità [ … ]. Invece la sa­pienza che viene dall’ alto innanzi tutto
è
pura; poi pa­cifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fan­no opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia
» (3,13-18). La certezza dell’ esaudimento della richiesta ricor­da la parola evangelica di Gesù: «
Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto. Per­ché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto
» (Mt 7,7-11; cf. Lc 11,9-13) ed è fondata sulla fede in Dio che generosamente offre tutti i suoi beni.
La richiesta della sapienza deve essere fatta però con fede, atteggiamento antitetico al tentennamento e all’incertezza che spesso caratterizza i credenti. Nella ricerca della sapienza fatta in un atteggiamento di preghiera e profonda umiltà il discepolo è tentato dal male e più profonda e la preghiera più dolce è il male, che tende a colpire alla radice le nostre motivazioni, nel momento in cui riuscisse ad offuscare, nella nostra mente, l’apprezzamento dei doni di Dio, ingigantendo dinanzi a noi le asperità del cammino, fino a portarci alla demotivazione tremenda del “chi me lo fa fare?”. Quando i doni di Dio perdono valore nella nostra coscienza, anche le motivazioni della fatica necessaria per conseguirli, vengono meno inevitabilmente. In realtà, gli ostacoli posti nel nostro stesso cuore, sono maggiori di quelli che potrebbero frenarci esternamente. Per questo, il combattimento della vita cristiana, che si svolge nella dimensione interiore, è molto più forte di quello che si svolge all’esterno. Al demonio interessa poco creare impedimenti esterni: il suo obiettivo è quello di debilitare le motivazioni dell’uomo, ingigantendo le difficoltà e oscurando lo splendore delle divine promesse. Allora, l’autentica ascesi del discepolo, non consiste tanto nella fatica di allontanare da sé ciò che non appartiene a Dio, ma consiste nel riempirsi di ciò che è di Dio, gustandolo e amandolo. Senza questo amore, la fatica di allontanare il peccato non può essere davvero efficace. Invece, nel momento in cui il cuore viene internamente attratto dallo splendore della verità di Dio, non occorre più neppure lottare contro il peccato, perché esso semplicemente non esercita più alcuna attrattiva sul nostro cuore.
L’autore paragona anche la Parola di Dio a un tesoro nascosto oppure sepolto, in ogni caso non facilmente reperibile: “per essa scaverai come per i tesori”. Con ciò egli vuole affermare innanzitutto che l’atteggiamento del discepolato, alla ricerca della sapienza, implica inevitabilmente una fatica. Lo scavo della Parola non è un lavoro facile; occorre tenacia e capacità di tenere gli occhi fissi alla meta, proseguendo nel lavoro anche quando si ha l’impressione di non trovare nulla. Coloro che cercano i tesori nascosti, o sepolti in località sconosciute, devono partire equipaggiati prima di tutto dalla pazienza e dalla tenacia, e poi dagli arnesi di lavoro; diversamente, potrebbero presto scoraggiarsi o stancarsi, perché la ricerca del tesoro non conduce mai a risultati immediati. La pazienza e la tenacia sono virtù che nascono sulla base della direzione dello sguardo, che non si stacca mai dall’obiettivo e dalla ricchezza che deriverà dal ritrovamento. Se colui che scava, tiene gli occhi fissi al valore del tesoro, e apprezza intimamente ciò che spera di trovare, allora le motivazioni per soffrire, faticare e perseverare non si esauriscono.
La sorte del ricco
[9]Il fratello di umili condizioni si rallegri della sua elevazione [10]e il ricco della sua umiliazione, perché passerà come fiore d’erba. [11]Si leva il sole col suo ardore e fa seccare l’erba e il suo fiore cade, e la bellezza del suo aspetto svanisce. Così anche il ricco appassirà nelle sue imprese.
Ci si rivolge ora con un duplice ammonimento rispettivamente sia al povero che al ricco. Il tema del­la ricchezza ricorre molte volte nella lettera13. Con una prospettiva paradossale sono trattate le due situazioni oppo­ste. L’invito rivolto al povero è di vantarsi della pro­pria condizione. Il povero è la persona modesta, senza importanza sociale, non solo misera dal punto di vista economico. Nella prospet­tiva evangelica soprattutto con la riflessione lucana si annuncia un capovolgimento della situazio­ne: «ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimanda­to i ricchi a mani vuote»14. Gesù nel vangelo aveva detto: «Chi invece si esalterà sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato»15. Invece, nella prospettiva della Lettera di Giaco­mo il cambiamento deve avvenire nell’ ottica sia del povero che del ricco. Il primo infatti deve gloriarsi non della sua condizione umile, ma della sua situa­zione elevata. Siccome non si parla di un mutamento di ceto evidentemente il povero deve considerare la sua miseria, anche se immutata da un punto di vista esterno, come una occasione di elevazione. L’autore dice che da quando è entrato Dio nella vita del povero esso si è innalzato perché non è la ricchezza che innalza ma Dio. Insegna Giovanni Paolo II: “Della povertà evangelica i Padri sinodali hanno dato una descrizione quanto mai concisa e profonda, presentandola come «sottomissione di tutti i beni al bene supremo di Dio e del suo Regno»16. La povertà del cuore consiste nel sottomettere tutta la propria vita alla volontà Dio: in questo senso i tipi di povertà sono molteplici in quanto riguardano tutti gli aspetti della vita. Si può, infatti, parlare di povertà sessuale quando si mette il sesso al servizio di Dio e della sua legge, di povertà culturale quando si mette la propria cultura al servizio della fede ecc. “Cristo Gesù, da ricco che era, si fece povero per arricchire noi per mezzo della sua povertà. (…) Cristo ha scelto una situazione di povertà e di spogliamento per dimostrare quale sia la vera ricchezza da ricercare: quella della comunione di vita con Dio”17. Scrive Antonio Fuentes, docente di esegesi biblica : «“I poveri di Jahvè (…) erano denominati in Israele con l’appellativo ebraico di ANAWIM. (…) Il loro nome, ANAWIM, ci parla di sottomissione e donazione a un potere superiore; (…) Al di sopra di tutto, pongono la loro fiducia in Jahvè, al quale raccomandano la loro causa18. I “poveri di Jahvè” sanno che la comunione con Lui19 è il bene più prezioso nel quale l’uomo trova la vera libertà20. Per essi il male più tragico è la perdita di tale comunione.(…) Gli ANAWIM, o poveri di Jahvè, non sono solamente gli indigenti e gli invalidi, che in quanto tali reclamano da Dio una ricompensa; sono soprattutto e principalmente coloro che cercano Dio e adempiono i suoi precetti21. (…) Nel libro di Giobbe troviamo un modello compiuto del ‘povero di Jahvè’. Tutto il racconto è un canto alla fiducia in Dio, una splendida lezione di umiltà. (…) Giobbe si purifica interiormente e impara per diretta esperienza che cosa significa vivere veramente distaccato da tutte le proprie ricchezze; e, pienamente identificato con la volontà divina, si abbandona fedelmente nelle mani della Provvidenza. (…) Nell’imminente attesa del Messia, il Vangelo pone in risalto, per la loro umiltà e fiducia in Dio, l’anziano Simeone22, la profetessa Anna23 e l’austera figura di Giovanni il Battista24. Sono tutti fedeli rappresentanti degli ANAWIM dell’antico Testamento.(…) Al di sopra di essi, tuttavia, si erge nei Vangeli la figura unica e singolare di Maria, la giovane di Nazaret: è il modello compiuto di povertà, vale a dire di umiltà, distacco e fiducia in Dio (…). Quando l’Angelo le spiega che diverrà madre senza cessare di essere vergine, cioè quando le annuncia il mistero dell’Incarnazione, si dona interamente alla volontà divina, non indugia nella risposta né pone alcuna condizione alla propria donazione. (…) Il canto del MAGNIFICAT, ponte di unione fra l’Antico e il Nuovo Testamento, è il luogo dove forse meglio si può apprezzare la statura e la grandezza d’animo di Maria: in questo breve inno si rispecchia alla perfezione l’anima degli ANAWIM. (…) Egli «ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili»25»26. La povertà del cuore significa che “Ai suoi discepoli Gesù chiede di preferirlo a tutto e a tutti”27.
Invece, il ricco che di solito si sente un privilegiato perché con il denaro e il potere può avere quello che vuole, deve considerare la sua situazione infelice, perché la cosa più odiosa è l’ostentazione del ricco, il fare sfoggio della sua ricchezza, senza ritegno verso il povero. Il suo lusso si manifestava soprattutto in due ambiti, nel mangiare e nel vestire: il ricco banchettava lautamente e vestiva di porpora e bisso che erano, in quel tempo, stoffe da re. Il contrasto non è solo tra chi scoppia di cibo e chi muore di fame, ma anche tra chi cambia un vestito al giorno e chi non ha uno straccio da mettersi addosso. e mettere in rilievo la con­dizione precaria del ricco si ricorre all’immagine dell’erba che di per sé la tradizione biblica non ha rivolto particolarmente a questo gruppo, ma a ogni persona umana che in quanto tale vive una situazione conge­nita di fragilità. Così afferma il profeta Isaia: «Una voce dice: Grida! E io rispondo: Che dovrò gridare? Ogni uomo è come l’erba e tutta la sua gloria è come un fiore del campo. Secca l’erba, il fiore appassisce quando il soffio del Signore spira su di essi. Secca l’er­ba, appassisce il fiore, ma la parola del Signore dura per sempre. Veramente il popolo è come l’erba»28. Ora non a caso l’autore rivolge proprio ai ricchi, che per la loro agiatezza si sentono forti, auto­nomi e capaci di tutto, il monito sulla loro reale con­dizione umile e precaria. Il ricco dunque non deve confidare nelle proprie capacità e nella propria auto­nomia in quanto smentite dalla storia stessa.
La tentazione
12]
Beato l’uomo che sopporta la tentazione, perché una volta superata la prova riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che lo amano.
[13]
Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male.
[14]
Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce;
[15]
poi la concupiscenza concepisce e genera il peccato, e il peccato, quand’è consumato, produce la morte.
L’autore della lettera riprende il tema della prova. A quale tipo di tentazione ci si riferisce? A chi si trova in questa situazione l’autore annuncia in modo paradossale la felicità. La beatitudine nell’An­tico Testamento ha una duplice origine: di tipo sa­pienziale per indicare la condizione di chi compie la volontà di Dio:«
Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte. Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere. Non così, non così gli empi: ma come pula che il vento disperde; perciò non reggeranno gli empi nel giudizio, né i peccatori nell’assemblea dei giusti
»
29
, e di tipo profetico-apoca­littico per parlare della condizione futura. Questa fe­licità non consiste nel fatto stesso di trovarsi nella prova, ma nell’azione di Dio che concederà la corona della vita. Quest’ultima è immagine di gioia:«
Passai vicino a te e ti vidi; ecco, la tua età era l’età dell’amore; io stesi il lembo del mio mantello su di te e coprii la tua nudità; giurai alleanza con te, dice il Signore Dio, e divenisti mia. Ti lavai con acqua, ti ripulii del sangue e ti unsi con olio; ti vestii di ricami, ti calzai di pelle di tasso, ti cinsi il capo di bisso e ti ricoprii di seta; ti adornai di gioielli: ti misi braccialetti ai polsi e una collana al collo: misi al tuo naso un anello, orecchini agli orecchi e una splendida corona sul tuo capo. Così fosti adorna d’oro e d’argento; le tue vesti eran di bisso, di seta e ricami; fior di farina e miele e olio furono il tuo cibo; diventasti sempre più bella e giungesti fino ad esser regina. La tua fama si diffuse fra le genti per la tua bellezza, che era perfetta, per la gloria che io avevo posta in te, parola del Signore Dio»
30
,
di regalità:
«Signore, il re gioisce della tua potenza, quanto esulta per la tua salvezza!
Hai soddisfatto il desiderio del suo cuore, non hai respinto il voto delle sue labbra».
31
,
di ricompensa fu­tura ed escatologica:
Gli vieni incontro con larghe benedizioni; gli poni sul capo una corona di oro fino. Vita ti ha chiesto, a lui l’hai concessa, lunghi giorni in eterno, senza fine»
32
. L’autore tuttavia mette in guardia da un pensiero che non è per niente conforme alla vera esperienza spirituale: quando ci si trova nella tentazione non si pensi che essa sia provocata o voluta da Dio. Tale riflessione e erede di una certa tradizione biblica in cui si afferma: «
Non dire: Mi sono ribellato per colpa del Signore, perché ciò che egli detesta, non devi far­lo. Non dire: Egli mi ha sviato, perché egli non ha bisogno di un peccatore. Il Signore odia ogni abomi­nio, esso non
è
voluto da chi teme Dio. Egli da prin­cipio creò l’uomo e lo lasciò in balia del suo proprio volere. Se vuoi, osserverai i comandamenti; l’essere fedele dipenderà dal tuo buon volere. Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua; là dove vuoi stenderai la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà
»
33
. Questa falsa consapevolezza per il credente di oggi può anche sorgere da quella cattiva traduzione del Pa­dre nostro che suona così: «
Non ci indurre in tentazione
». La riflessione che l’autore presenta per disto­gliere da questa idea è che Dio non è toccato o conta­giato dal male. Non avendo alcun rapporto con esso, è impossibile che lo indirizzi agli uomini. Contro il processo di de-responsabilizzazione che l’uomo mette in atto tirando in ballo Dio stesso o addirittura il dia­volo in uno scritto giudaico si dice che ha tentato Abramo, non Dio ma Satana
34
.
Dove sta allora l’origine del male? L’autore la indi­vidua nel desiderio concupiscente, che comprende la cupidigia, la avidità e l’aspirazione. Sono queste com­ponenti della psiche umana che possono scatenare la volontà di uscire dal progetto di Dio per compiere azioni di ingiustizia o di egoismo. E individuata una relazione tra la concupiscenza, il peccato e la morte. Quando l’uomo aderisce all’impulso del desiderio concupiscente la sua azione si concretizza in un’azio­ne malvagia che porta con sé come conseguenza una situazione di morte.
Attualizzazione
L’autore invita i credenti a vedere le prove non come punizione di Dio, ma come momenti di cresci­ta umana e soprattutto cristiana. D’altra parte: «Non possiamo compiere atti di grande dolcezza e pazienza e preparare il miele delle virtù più eccellenti, finché non mangiamo il pane dell’amarezza e viviamo in mezzo alle angosce. Come il miele ricavato dai fiori di timo, piccola erba amara, è di gran lunga il migliore, così più eccellente tra tutte è la virtù che si esercita nelle amarezze più vili, basse e abiette»35. Il messaggio è chiaro: come il miele di timo è il più fragrante e dolce, eppure proviene da un’essenza amara, così la virtù più alta non si affina se non attraverso l’esercizio aspro della prova e della sofferenza. Discorso, certo, sgradito soprattutto ai nostri giorni nei quali si vuole che tutto sia facile. C’è, invece, un esercizio che è fondamentale ed è quello della formazione e dell’ascesi: parole quasi dimenticate, mentre dovrebbero essere il punto di riferimento di tutti. Anche perché è la vita stessa a rivelarsi come un impasto di prove e di soddisfazioni. Scriveva ancora s. Francesco di Sales: «La rosa tra le spine è per noi una dimostrazione: le cose più gradevoli in questo mondo sono frammiste a tristezza».
L’autore dice che bisogna guardare il tutto con una prospettiva di fede, bisogna tener alta la fiaccola della speranza nella Provvidenza divina, perché il nemico più pericoloso della fede non è la negazione ma è il torpore, l’indifferenza, l’apatia. È forse questa la malattia spirituale del nostro tempo. Noi cristiani abbiamo sempre il nome di Dio sulle labbra non solo perché lo preghiamo forse ogni giorno ma anche perché nel momento del bisogno, della prova, della sofferenza ci aggrappiamo a lui per avere un aiuto o un conforto. Invece, spesso nella realtà, nelle scelte della nostra vita, noi lo «respingiamo dall’anima». Siamo come gli alberi che anelano alla luce solo sulla cima, mentre le radici sono nell’oscurità della terra. Non riusciamo a varcare la soglia di una religiosità di superficie per penetrare nelle profondità autentiche della fede, quelle che sono situate nell’anima, nella coscienza, nella volontà, nelle decisioni morali. Quando si stende la notte come un sudario sull’anima e ci sentiamo persi e abbandonati, bisogna avere occhi puri per vedere il Signore che, come a Pietro sulle acque, tende la sua mano sicura. Anche il Salmista cantava: «Il Signore stese la mano dall’alto e mi prese, mi sollevò dalle grandi acque, mi portò al largo, mi liberò perché mi vuol bene» (18,17.20). Dovremmo, più spesso, nel tempo del dolore ma anche nei giorni della luce, ritrovare la fiducia di non essere soli. Il dolore è una sorta di maestro che ci purifica dalla banalità, dalla stupidità, dalla superficialità, riportandoci all’interiorità, alle realtà che veramente contano, alla coscienza, al senso della vita. Esopo, il celebre favolista greco, aveva coniato un giuoco di parole, pathèmata-mathèmata, “i patimenti sono insegnamenti“. Noi cristiani dobbiamo ritrovare la capacità di attraversare il territorio tenebroso della prova non con la disperazione nel cuore, ma con l’attesa di un’alba. Anche Cristo, pur gridando la sua estrema desolazione («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»), alla fine si placa nella fiducia: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Se manca questa lettura di fede, il credente è invitato a pregare per ottenere la sapien­za, requisito fondamentale per leggere la storia con gli occhi di Dio. Tuttavia questa richiesta deve essere corroborata da un atteggiamento di vera fede. Chi vive nella divisione e nella continua incertezza non può ricevere quella sapienza che è garanzia per uno sguardo diverso sulla realtà. Se non abbiamo il dono della Sapienza non scopriremo mai la luce, non scopriremo mai l’amore di Dio. A noi ci sembra impossibile che Dio ci ami in talune situazioni, crediamo che se ci amasse davvero ce le eviterebbe, invece, l‘invito che l’autore rivolge è quello di leggere le situazioni che si verificano nella vita di ognuno con un differente criterio, mutuato dal vangelo. Dobbiamo vigilare molto quando non vediamo la volontà di Dio, perché in realtà essa, il più delle volte è chiara. Ma per vederla e realizzarla abbiamo bisogno della Sapienza, immenso dono da chiedere continuamente a Dio.
La sapienza divina, se realmente posseduta, fa valutare la povertà e la ricchezza di questo mondo per quello che sono in realtà: Infatti il ritenere che la povertà sia una sfortuna, mentre la ricchezza una fortuna, non coincide con la prospetti­va evangelica che condensa il suo messaggio proprio in un annuncio di felicità per coloro che sono miseri. La prova materiale che si esprime nella povertà, nella sofferenza, nella miseria, può infatti temprare lo spirito e rendere l’animo più nobile e forte. L’abbondanza, che crea un’apparente felicità, intacca invece la coscienza rendendola amorale, colpisce la mente ottundendola e ferisce il cuore cancellandone la sensibilità. Dice il salmista del prepotente e del malvagio prospero: «
Dell’orgoglio si fanno collana, la violenza è il loro vestito, dal loro cuore traboccano pensieri perversi, scherniscono e parlano con malizia, minacciano dall’alto con prepotenza, levano la bocca fino al cielo e la loro lingua percorre la terra
»
36
.
La tentazione non deve essere vista come provocata da Dio, ma in realtà è prodotta dalla no­stra stessa natura umana in cui il desiderio passionale spinge spesso a scelte inconsulte, irrazionali e quindi contro la fede. La tentazione diventa invece l’occa­sione di rafforzare il nostro rapporto con Dio. Gesù diceva: «Vegliate e pregate, affinché non cadiate in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole»37. Quindi il primo consiglio sicuramente è quello di pregare, è lo stesso consiglio che dà Gesù nel padre nostro quando afferma «non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno»38. Molti lo conoscono a memoria e recitano non ci “indurre” in tentazione. In realtà, perlomeno nel significato odierno del verbo indurre, questa traduzione è sbagliata, perché sembra che sia Dio a tentarci ma non è così come giustamente sottolinea Giacomo:«Nessuno, quand’è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato dal male, ed egli stesso non tenta nessuno; invece ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce. Poi la concupiscenza, quando ha concepito, partorisce il peccato; e il peccato, quando è compiuto, produce la morte»39. Il fatto che la carne sia debole non giustifica a cadere in tentazione infatti san Paolo diceva: «Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte»40. Non ci possiamo giustificare e soprattutto non possiamo dire, come fanno molti, “è più forte di me!”, infatti la bibbia afferma: «Nessuna tentazione vi ha colti, che non sia stata umana; però Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscirne, affinché la possiate sopportare»41. Se ti riconosci debole davanti a Dio allora sarai forte perché potrai accettare il suo aiuto, chi cade è colui che vuole farcela da solo, si sente forte e per questo non accetta l’aiuto di Dio, allora «Sottomettetevi dunque a Dio; ma resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi»42. Infatti: «quando il diavolo ebbe finito ogni tentazione, si allontanò da lui»43». Concludendo la lettera agli Ebrei afferma: «…teniamo gli occhi fissi su Gesù, autore e perfezionatore della nostra fede il quale, per la gioia che gli era posta davanti, soffrì la croce disprezzando il vituperio e si è posto a sedere alla destra del trono di Dio… Considerate colui che sopportò una tale opposizione… affinché non vi stanchiate e non veniate meno»44.
1
cf. Mt 13,55; Mc 6,3.
2
cf. Gal 1,19; 2,9; lCor 9,7; 15,11; At 12,1; 15,13.
3
cf. At 12,2
4
Cfr. 2,12-13; 4,12; 5,3-4.
5
1Tm
1,18-19.
6
Cf
Mc
9,24;
Lc
17,5; 22,32
7
Gal
5,6. vedi anche
Gc
2,14-26
8
Cf
Rm
15,13.
9
cf Gb 28,12-24; Pr 2,1-9; 8,22-36; Sap 7,7.15; 8,21; 9,1-18; Sir 1,1-10; 39,6.
10
Pr 2,1-4.
11
Pr 2,7-8.
12
Pr 2,5
13
Cf. 2
,2­12.15-16; 4,13-17; 5,1-6
14
Lc 1,52-53; cf. At 8,33; Is 53,7-8
15
Mt 23,12; cf. Lc 14,11; 18,14
16
Pastores Dabo vobis
n. 30.
17
Libertà e liberazione
66.
18
cfr
Ger
11,20; 20, 12.
19
cfr
Sal
73, 26-28.
20
cfr
Sal
16; 62; 84.
21
cfr
Sof
2,3.
22
cfr
Lc
2, 25.
23
cfr
Lc
2,36-37.
24
cfr
Mt
3,1 ss.
25
Lc
1,51-52.
26
Antonio Fuentes,
La cruna e il cammello, il significato cristiano della ricchezza
, ed. Ares ’94, pag.21-28.
27 Catechismo della Chiesa cattolica 2544.
28
Is 40,6-8; cf. Is 28,1; Sal 90[89]5-6; 103[102],15-16; Gb 14,2
.
29
Sal 1,1; Cfr anche 32,1; 34[33],9; Pr 8, 32.34; Is 56,2; Gb 5,17.
30
Ez 16,12. Cfr. anche Ez 23,42; Est 8,15.
31
Sal 21,3. Ger 13,18; Ez 21,31;; Sir 40,4.
32
Sal 21,4-5.
Cfr. anche
cf.
Pr 1,19; 12,4; 16,31; 17,6; Sap 5,15-23.
33
Sir 15,11-17.
34
Giub. 1-2.
35
s. Francesco di Sales,
dagli scritti
spirituali «
Introduzione alla vita devota
».
36
Sal 73, 6-9.
37
Matteo 26,41
38
Matteo 6,13
39
Gc 1,13-15.
40
2Corinzi 12,10.
41
1Corinzi 10,13.
42
Giacomo 4,7.
43
Lc 4,13.
44
Eb. 12,2-3,
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