Lettera di Giacomo, 4,13 – 5,6 - Comunità del Diaconato in Italia

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Lettera di Giacomo, 4,13 – 5,6

Il Mio Contributo > 2009
Lettera di Giacomo, 4,13 – 5,6
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Giacomo – 4,13 – 5,6
13 E ora a voi che dite: «Oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guada­gni»,
14 mentre non sapete quale sarà domani la vostra vita! Siete come vapore che appare per un istante e poi scompa­re.
15 Dovreste dire invece: Se il Signore vorrà, vivremo e faremo questo o quello.
16 Ora invece vi vantate nella vo­stra arroganza; ogni vanto di questo genere è iniquo.
17 Chi dunque sa fare il bene e non lo fa, commette peccato.
5,1 E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi!
2 Le vostre ricchezze sono marce,
3 i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro rug­gine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni!
4 Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore onni­potente.
5 Sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage.
6 Ave­te condannato e ucciso il giusto ed egli non vi ha opposto resistenza.
 
 
 
Lautore della lettera di Giacomo fa unattenta valutazione verso chi occupa tutta la propria esistenza nel progettare in maniera autonoma un futuro sicuro. Egli si rivolge ai suoi lettori usando il loro mo­do di esprimersi: «Oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni». Molto probabilmente sono chiamati in causa impor­tanti commercianti o grossisti che, per affari, girano di città in città. Il loro discorso è simile a quello dei ricchi che esibiscono la loro autosufficienza: «Noi siamo divenuti molto ricchi, abbiamo dei tesori e possediamo tutto ciò che desideriamo; ora vogliamo realizzare ciò che abbiamo in mente; infatti abbiamo argento e i nostri granai sono pieni»1. La destinazione universale dei beni della terra, voluta dallo stesso Creatore, è la meta da raggiungere. La proprietà privata è un mezzo che deve rimanere tale, uno strumento da ben calibrare e controllare, mettendolo nelle mani di tutti. S. Ambrogio ci ammonisce dicendo: «La terra è stata creata come un bene comune per tutti. Perché, o ricchi, vi arrogate un diritto esclusivo? Quando aiuti il povero, tu non gli dai del tuo, ma gli rendi il suo, tu gli restituisci il dovuto, non gli elargisci il non dovuto». Lo stesso autorerisponde in forma retorica a coloro che sta contrastando con lafferma­zione: «mentre non sapete quale sarà domani la vo­stra vita!». Questa riflessione risente della visione sa­pienziale sullesistenza condensata anche nel seguen­te proverbio: «Non ti vantare del domani perché non sai neppure che cosa genera loggi»2. Sebbene la persona umana per sua natura ricerchi sicurezze di tipo affettivo, intellettuale, sociale, economico, deve autocomprendersi nella sua vera condizione precaria, su cui spesso la tradizione biblica insiste3. Per fare spazio dentro di sé/ quante case da abbandonare,/ quante strade da macinare,/ finché l’aria si fa tersa, limpida/ e non c’è ricordo, nessuna speranza,/ solo una stanza/ vuota. In questi versi di Cesare Viviani ci sembra di scoprire un invito rivolto a noi tutti che è, infatti, proprio antitetico: acquistare, accumulare, possedere, consumare. Il successo si misura su beni che uno può ostentare, sulla posizione che occupa nella lista degli uomini più ricchi d’Italia o del mondo, sul tenore lussuoso della vita che conduce. Questo miraggio attira tutti, anche quelli che si arrabattano con risultati economici modesti. Paradossale risuona il monito di Cristo a perdere per trovare, a donare per avere, a dare persino la propria vita per gli altri. Ecco, cerchiamo di iniziare a «fare spazio» dentro noi stessi perché irrompa la luce dell’amore e della verità. Scrive ancora Viviani: «Essere niente è più di qualunque essere,/ più di essere ricchi o di essere santi:/ è liberare ogni spazio interiore/ che sia presenza piena del Creatore». L’autore per rafforzare il suo discorso circa la condizio­ne fragile dell’esistenza, equipara la vita umana al vapore, che ha la caratteristica della transi­torietà e della inconsistenza: «Ma che è mai la vostra vita? Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare». La fragilità al contrario nella riflessio­ne biblica è la condizione che rende possibile la ricer­ca di Dio. Infatti il salmista si rivolge a Dio dicendo: «Vedi, in pochi palmi hai misurato i miei giorni e la mia esistenza davanti a te è un nulla. Solo un soffio è ogni uomo che vive, come ombra è l’uomo che pas­sa; solo un soffio che si agita, accumula ricchezze e non sa chi le raccolga»4 e ancora af­ferma: «Si dissolvono in fumo i miei giorni e come brace ardono le mie ossa. Il mio cuore abbattuto co­me erba inaridisce, dimentico di mangiare il mio pa­ne. Per il lungo mio gemere aderisce la mia pelle alle mie ossa [ … ]. I miei giorni sono come ombra che declina, e io come erba inaridisco»5. L’ombra è effimera e fugace come la nebbia o il vapore. I simboli dell’ ombra e dell’ erba che si ag­giungono a quello del vapore sono ripresi dal mondo della natura proprio per illustrare la condizione di incompiutezza dell’uomo. La prospettiva dell’ autore che va contro la pianifi­cazione del futuro è espressa invece nella affermazio­ne: «Dovreste dire invece: «Se il Signore vorrà, vivre­mo e faremo questo o quello». Non si richiama qui a una visione provvidenzialista o fatalista, né si tratta di una formula apotropaica. Nella prospettiva di fede la vita umana diventa acconsentimento e risposta alla volontà di Dio, anche se qui è espressa con un lin­guaggio popolare6. L’esistenza quindi è vista in una prospettiva vocazionale, secon­do la quale l’uomo nel realizzarla deve accordarsi con il piano di Dio. Gesù, che sul tema era stato esigente e fin radicale, di fronte al giovane ricco, non aveva proposto un generico pauperismo o un mero distacco. Aveva, infatti, osservato che la ricchezza è un mezzo necessario ma non un fine egoistico: «Và, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri»7. Il ricco, invece, è morso come da una serpe: l’accumulo per sé è un’ansia che lo divora e, così, diventa gretto e meschino e spesso un vero mascalzone, pronto a tutto pur di difendere e accrescere i suoi beni. Anche Luca nel suo vangelo racconta che: «Uno della folla gli disse: “Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”. Ma egli rispose: “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. E disse loro: “Badate di tenervi lontano da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’ abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni”. Poi disse loro una para­bola: “La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così _ disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposi­zione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti! Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce davanti a Dio»8. L’ evento della morte che nella nostra cultura parrebbe non aver senso invece ha grande valore, in quanto rivela la verità dell’ esistenza e in questo caso l’incongruenza di una vita, che pur essendo sempre in sospensione, èbasata sull’ accumulo della ricchez­za. Né i commercianti di Giacomo, né il ricco di Lu­ca sembra facciano qualcosa di male. Essi infatti sono criticati o denunciati non per la loro disonestà, ma per aver programmato un’esistenza basata soltanto sulla sicurezza che deriva dalla propria autosufficienza economica. Questo è un grande errore in una pro­spettiva di fede. L’avaro vive da povero, e muore ricco. Ogni giorno leggendo i giornali ci vengono confermati fatti che si ripetono da secoli: il vecchietto che cercava l’elemosina davanti a una chiesa muore e nella sua casa misera vengono alla luce pacchi di soldi e libretti bancari. Aveva ragione san Bernardo quando definiva l’avarizia come «un continuo vivere in miseria per paura della miseria». Sant’Antonio da Padova di fronte al funerale di un avaro ricchissimo affermò: «Il suo cuore non riusciranno a seppellirlo, perché era troppo attaccato ai soldi!». Nel pensiero biblico, sebbene il lavoro realizzi la persona umana, si riscontra anche una certa critica, quando esso viene assolutizzato: «La sapienza dello scriba si deve alle sue opere di quiete; chi ha poca attività diventerà saggio. Come potrà divenire saggio chi maneggia l’aratro e si vanta di brandire un pun­golo? Spinge innanzi i buoi e si occupa del loro lavo­ro e parla solo di vitelli? Pone la sua mente a tracciare solchi, non dorme per dare foraggio alle giovenche. Così ogni artigiano e ogni artista che passa la notte come il giorno: quelli che fanno incisioni per sigilli e con pazienza cercano di variare l’intaglio; pongono mente a ritrarre bene il disegno e stanno svegli per terminare il lavoro. Così il fabbro siede davanti al­l’incudine ed è intento ai lavori del ferro: la vampa del fuoco gli strugge le carni, e con il calore del for­nello deve lottare; il rumore del martello gli assorda gli orecchi, i suoi occhi sono fissi al modello dell’ og­getto, è tutto preoccupato per finire il suo lavoro, sta sveglio per rifinirlo alla perfezione. Così il vasaio se­duto al suo lavoro; tutti i suoi gesti sono calcolati. Con il braccio imprime una forma all’argilla, mentre con i piedi ne piega la resistenza; è preoccupato per una verniciatura perfetta, sta sveglio per pulire il for­nello. Tutti costoro hanno fiducia nelle proprie ma­ni; ognuno è esperto nel proprio mestiere. Senza di loro sarebbe impossibile costruire una città; gli uo­mini non potrebbero né abitarvi né circolare. Ma essi non sono ricercati nel consiglio del popolo, nell’ as­semblea non hanno un posto speciale, non siedono nel seggio del giudice, non conoscono le disposizioni del giudizio. Non fanno brillare né l’istruzione né il diritto, non compaiono tra gli autori di proverbi; ma sostengono le cose materiali, e la loro preghiera ri­guarda i lavori del mestiere»9. L’autore dice che chi pensa di realiz­zarsi soltanto in base alla propria professione e mani­festa troppo attaccamento nel lavoro non realizza se stesso e nemmeno la volontà di Dio e quindi, invita a coltivare la propria vita nella ricerca della sapienza. C’è il rischio di seguire i propri impulsi immediati e la sua fantasia, andando così a finire in un mondo irreale, abbandonando il nostro progetto di vita, i valori veri. Questo è un rischio su cui bisogna rimanere sempre in guardia; dobbiamo sorvegliare e guidare il moto delle passioni, la pulsione dei sentimenti, i fremiti del temperamento. Non vi è nulla di più ammirabile di un’anima se non la sua capacità di appassionarsi. La passione equivale a volare, non verso il basso, la passione è un movimento celeste verso l’alto. Invece oggi, ciò che domina è soprattutto la frenesia, l’eccitazione, il furore. Alcuni cercano una sorta di narcosi nel fare, nel godere, nel distrarsi. Altri, scoraggiati, si lasciano già morire prima di spirare, negando ogni senso e ogni valore.Appassionarsi a qualcosa di più profondo che può anche non affiorare in superficie; ma rivela fedeltà a un ideale, dedizione per una causa, convinzione nei confronti di una verità, abnegazione per una missione, amore verso una persona. La passione autentica non è un fuoco di paglia, bensì un impegno forte ed efficace che esalta l’anima. Ognuno di noi, in gradazioni differenti, possiede un dono che dev’essere impiegato, ha capacità che devono essere esercitate, ha doti che devono fruttificare. La logica consumistica del tempo nella società contemporanea spesso è vissuta come alienazione. Ricercare la sapienza significa penetrare questa unità armonica tra la realtà che ci circonda e il nostro essere, tra azione e contemplazione, tra parole e Parola. Una foglia, attraversata dalla luce del sole, rivela un reticolo di nervature e un ampio tessuto connettivo: se essa fosse solo nervatura, si accartoccerebbe e diverrebbe un mostro; se fosse solo tessuto, si dissolverebbe e si affloscerebbe. Così è la nostra vita. Abbiamo bisogno di quell’intreccio tra «verticalità» (il sacro e il divino) e «orizzontalità» (quotidianità, concretezza, umanità e fraternità) solo così riscopriremo il senso del tempo vissuto pienamente e di aver compiuto la volontà di Dio. La denuncia dell’ autore della Lettera di Giacomo: «Ora invece vi vantate nella vostra arroganza; ogni vanto di questo genere èiniquo» è sulla stessa linea del pensiero di Paolo, il quale afferma: «nessuno pos­sa vantarsi davanti a Dio [ … ]. Chi si vanta, si vanti nel Signore»10. I commer­cianti a cui si sta rivolgendo l’autore della lettera non possono nella loro vita con i loro programmi commerciali vantarsi della propria professionalità o delle proprie aspirazioni future. La frase con cui si chiude questa messa in guardia nei confronti degli imprenditori è di per sé generica: «Chi dunque sa fare il bene e non lo fa, commette peccato» (v. 17). Coloro che hanno ricevuto l’annuncio cristiano ed entrano a far parte della comunità credente, non pos­sono continuare a comportarsi in maniera divisa dicendo di avere un unico Signore, ma vivendo nella concretezza delle situazioni come se egli non ci fosse. La seconda parte della parenesi si indirizza ai ric­chi, ai quali si dice: «Piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi!» (5,1). L’autore si è già rivolto diverse volte a chi appartiene a questo ceto sociale11, anche se in questo caso dalle parole loro rivolte non sembra che essi fac­ciano parte della comunità cristiana. L’invettiva ricor­da l’annuncio di Gesù nel discorso lucano della pia­nura: «Guai a voi, che siete ricchi, perché avete già il vostro conforto [ … ]. Guai a voi, che ora ridete, per­ché sarete afflitti e piangerete». Questi testi sono vici­ni per sensibilità spirituale ad alcuni brani della tradi­zione giudaica: «Guai a voi, ricchi, perché avete con­fidato nella vostra ricchezza, e dovrete abbandonare i vostri tesori; infatti nei giorni della vostra ricchezza non avete pensato all’Altissimo. Voi avete commesso bestemmie e ingiustizie e meritato il giorno dello spargimento di sangue, delle tenebre e del grande giudizi12.
«Il superfluo dei ricchi è il necessario dei poveri. Possedere, allora, il superfluo è trattenere per sé il bene altrui»
. Così scriveva, in modo netto e puntuale, s. Agostino, smuovendo le coscienze, liberandole da troppi alibi e colpendo la società occidentale che – soprattutto oggi – del superfluo ha fatto spesso la sua bandiera commerciale. Il maestro nella fede di Agostino, s. Ambrogio, aveva al riguardo pagine veementi (soprattutto nell’opera Nabot, dedicata al contadino biblico vittima della prevaricazione insaziabile del potere). Egli affermava: «La terra è di tutti, non solo dei ricchi… Quando tu, o ricco, dai del tuo al povero, gli restituisci il suo!». E ci offriva una considerazione molto pratica: «Noi soffriamo che i cani rimangano davanti alla nostra mensa senza mangiare e ne escludiamo gli uomini!». Ieri come oggi, sprechi colossali, bisogni artificiosi indotti dalla pubblicità, consumi eccessivi fino a creare problemi di salute, spese militari impressionanti, ricchezze sfrenate fanno parte purtroppo di un profilo sociale ormai scontato. Si è persa la forza dello sdegno; anzi, la denuncia di questi vizi viene bollata come una mania o uno stereotipo ormai superato. Almeno, i cristiani ritornino alla capacità di vergognarsi dei loro eccessi e del loro superfluo e riascoltino la voce dei profeti: «
Il digiuno che io voglio non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire chi vedi nudo, nel non distogliere gli occhi da quelli della tua carne
13
. Solo così potrai «invocare il Signore ed egli ti risponderà…, soltanto se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno»
14
. Sembra, anche che le disavventure non siano rinviate al tempo escatologico, ma già assicurate in un immediato futuro: «
Le vostre ricchezze sono mar­ce, i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine
». La ricchezza che consente di ritenersi assicurati nel­l’avvenire è passeggera. I vestiti che sono uno
 
status 
symbol 
e, quando sono raffinati identificano imme­diatamente la classe sociale di una persona, sono stati rovinati dalle tarme. Così l’oro e l’argento, possesso tipico di chi è ricco, si sono arrugginiti. Questa affer­mazione è paradossale in quanto essi sono materiali che hanno la proprietà di non essere intaccati dalla ruggine. Eppure sebbene queste siano le conoscenze umane, l’autore al contrario sostiene attraverso tale immagine, il carattere deteriorabile e quindi passeg­gero della ricchezza che invece di essere accumulata dovrebbe essere messa a disposizione dei poveri. Tut­tavia questa capitalizzazione soggetta a deperimento è insensata. La frase si conclude con un’immagine di giudizio ripresa dall’immaginario biblico: «
La loro ruggine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco
». La frase ironica: «
Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni
!» allude al dissennato com­portamento dei ricchi che avidi nell’ accaparramento dei beni materiali si sono dimenticati invece di accu­mulare la vera ricchezza davanti a Dio. L’accusa che viene rivolta loro fa capire che le so­stanze accumulate sono non il frutto del loro lavoro, ma della loro ingiustizia. Infatti si afferma: «
Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore onnipotente
». L’invettiva quindi si rivolge a ricchi pro­prietari terrieri che avendo alle loro dipendenze dei salariati non li pagano, contravvenendo cosi alle nor­me del diritto biblico secondo il quale addirittura la remunerazione deve avvenire giornalmente, la sera al­la conclusione del lavoro: «
Non opprimerai il tuo prossimo, né lo spoglierai di ciò che 
è
suo; il salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mattino dopo
»
15
. Pertanto almeno in parte l’opulenza di questi ric­chi è dovuta a una grossa ingiustizia. Il grido infatti è il gesto di quelli che, dopo aver tentato la via del dia­logo e addirittura della rivendicazione e non essendo stati ascoltati, sono senza mezzi e non possono che rivolgersi a Dio
16
. Secondo lo schema interpretativo esodale, i lavo­ratori trattati ingiustamente in quanto non pagati, hanno protestato e questa lagnanza è giunta fino a Dio. Con questa immagine si vuole evidenziare l’a­scolto da parte di Dio nei confronti di tutte le situa­zioni umane di ingiustizia. A questa iniquità se ne aggiunge un’ altra, espressa attraverso il linguaggio profetico così attento a denunciare i vizi dei ricchi: «Sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage»
17
. I ricchi non sono soltanto dei ladri, ma addirittura conducono una vita all’insegna del piacere che stride se rapportata a quella dei poveri che non hanno di che vivere. Spesso infatti la
 
ric­chezza si coniuga con una insensibilità nei confronti di quelle situazioni vicine, che diventano estrema­mente lontane. Cosi come è evidenziato nel racconto del povero Lazzaro e del ricco: «
C’era un uomo ricco, che portava vestiti di porpora e di 
lino
finissimo, e ogni giorno si dava a 
lauti 
banchetti. Un mendican­te, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe
»
18
. Dio è colui che dà a tutti i beni della creazione. L’impossessarsi di una quantità eccessiva di ricchezza che
lede 
anche
 
il 
benessere degli
 
altri 
porta a non riconoscere Dio co­me Padre di tutti e longanime con tutti. Anche alla conclusione di questa parola vi è l’an­nuncio di giudizio. L’espressione «giorno della strage» fa intuire che il
 
momento dell’incontro definitivo con Dio non si risolverà in un’occasione di perdono, ma di condanna. Quando ci sono di mezzo dei fratelli che soffrono non si può pensare che Dio stenda un velo sulle azioni di ingiustizia compiute nei
 
loro 
con­fronti.
 
Complice 
dei ricchi avidi e arraffoni è la
 
giu­stizia istituzionale con i suoi tribunali truccati
19
. Essi invece di dichiarare
 
c
olpevoli i ricchi che sfruttano, condannano
 
il 
giusto «ed egli non vi ha op­posto resistenza». Quest’ultima frase richiama
 
l’e­
spressione isaiana usata nella descrizione del servo di JHWH e applicata dall’interpretazione cristiana alla figura di Gesù
20
. Attraverso questa espressione si vuole
mostrare Come l’ingiustizia che ha condannato il
 
messia di Na­zaret è la
 
stessa che si ripercuote e si dilata nei con­fronti di quei cristiani, poveri lavoratori sfruttati. Dovremmo anche noi, insegnare i vivere i veri valori; Marco Aurelio imperatore stoico scrive così nei suoi famosi colloqui: «
Da mio nonno ho ricevuto l’esempio di un carattere cortese e libero dall’ira. Da mio padre, il riserbo e la fermezza. Da mia madre, il sentimento religioso, la generosità, la ripugnanza non solo a commettere cattive azioni, ma persino a pensarle, la semplicità di vita e l’avversione per le abitudini dei ricchi
». I ringraziamenti proseguono con la lista di altre quattro persone, parenti o amici, che lasciarono nel giovane Marco un’orma indelebile. Sono i tipici valori umani universali di stampo etico che vanno oltre il tempo e lo spazio, oltre le stesse frontiere delle culture e delle religioni e rivelano – diremmo in modo sperimentale – l’esistenza di una “legge morale naturale”. Essa può stingersi e fin estinguersi ma rimane sempre impressa nella coscienza. È questa almeno la vera eredità che dovremmo lasciare dopo la nostra morte, testimoniando ai nostri figli mitezza, coerenza, generosità, spiritualità, amore, semplicità e purezza di vita, proprio come ha fatto la famiglia di Marco Aurelio. Cristo stesso ammoniva di non accumulare tesori di oro e di denaro che corrono il rischio di essere rubati o di generare liti nelle spartizioni, ma di accumulare «tesori nel cielo»
21
 
. Quante gente, famiglie, uomini e donne rivelano la loro miseria proprio perché la loro identità è solo nei beni materiali che posseggono e non nell’essere sorte e cresciute sull’amore, sui valori autentici, sul lavoro e sulla generosità.
 
Salvatore Monetti – diacono
(Diocesi Salerno – Campagna – Acerno)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
1
 
1En. 
97,8-9
2
 Pr 27,1
3
 cf. Sal 49[48],13; 102[101],4.12; 144[143],4; Gb 7,7.9.16; Sir 11,18-19; cf. 
4Esdra 
7,61;
Ap. Bar. 82,6; 1C
lem. 
17,6
4
 Sal 39 [38] ,6-7
5
 Sal 102[101],4. 12
6
 Cf. At 18,21; 1Cor 4,19; 16,7; Fil 2,19.24; Eb 6,3.
7
 Mt 19,21.
8
 
Lc 12,13-­21
9
 Sir 38,24-34.
10
 
1Cor 1,29.31
11
 
Cf. 1,9-11; 2,2-12.15-16; 4,13-17
12
 Cf. 
1En. 
94,8-9; cf. 
1En. 
52,7; 98,10; 94,4-5; 96,8; 98,7.
13
 Is 58, 7
14
 Is 58, 9-10
15
 
Cf. Lv 19,13; cf. Dt 24,14­15.
16
 
Cf. Sal 17[16],6; 18[17],7; 31 [30],3.
17
 cf. Is 34,6; Ger 12,3; 25,34; Ez 21,15; Is 63,1-5; Ap 19, 17 -21; 
1 
En. 
94,7-8.
18
 Lc 16,19-21.
19
 Cf. 
Is 
3,14; Am 2,6; 5,12; 
Sal 
9,19.29-31; 37[36],14.32. 35.
20
 Cf. cf. At 3, 14; 7,52; 22,14; 1 Pt 3,18; 1 Gv 2,1.
21
 
Mt 6, 19-21
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