Lettera agli Efesini 2, 1-22 - Comunità del Diaconato in Italia

Vai ai contenuti

Menu principale:

Lettera agli Efesini 2, 1-22

Il Mio Contributo > 2009
Lettera agli Efesini 2, 1-22
Posted on  by admin
 
 
LETTERA AGLI EFESINI
2,1-22
2,1 Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri Il dono gratuito peccati,
2 nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle potenze dell’aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli.
3 Nel numero di quei ribelli, del resto, siamo vissuti anche tutti noi, un tempo, con i desideri della nostra carne, seguendo le voglie della carne e i desideri cattivi; ed eravamo per natura meri­tevoli d’ira, come gli altri.
4 Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati,
5 da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per gra­zia infatti siete stati salvati.
6Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù,
7 per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia me­diante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù.
8Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio;
9né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene.
10 Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predi­sposto perché noi le praticassimo.
11 Perciò ricordatevi che un tempo voi, pagani per nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi per­ché tali sono nella carne per mano di uomo,
12 ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadi­nanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza spe­ranza e senza Dio in questo mondo.
13 0ra invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo.
14 Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il mu­ro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia,
15 an­nullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescri­zioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace,
16 e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggen­do in se stesso l’inimicizia.
17 Egli è venuto perciò ad annun­ziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini.
18 Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito.
19 Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio,
20 edificati Sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pie­tra angolare lo stesso Cristo Gesù.
21 In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nelSignore; 22 in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diven­tare dimora di Dio per mezzo dello Spirito.
2,1 Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri Il dono gratuito peccati,
2 nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle potenze dell’aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli.
«Voi»: si riferisce ai cristiani provenienti dal paganesimo, in contrappo­sizione al «noi» del v. 3, che designa i cristiani venuti dall’ebraismo. La situazione dell’uomo nel paganesimo, prima della conversione a Cristo, è un cammino verso la morte a causa del peccato, inteso sia come colpa originale sia come colpa derivante da un comportamento contrario ai principi divini. Tale è il significato che ha qui l’espressione «questo mondo», che san Paolo ve­de sottomesso al potere del demonio. L’espressione «principe delle potenze dell’aria», utilizzata per indicare il dia­volo, riflette la concezione, molto diffusa nell’antichità, che i demoni abitasse­ro nell’atmosfera terrestre, da cui dispiegavano il loro potere infernale sugli uomini1. San Paolo si avvale della terminologia in uso nella sua epoca, senza prendere posizione su questioni cosmologiche; il suo in­segnamento è teologico e il demonio viene identificato come colui che «opera negli uomini ribelli». Satana si è infatti ribellato contro Dio e la sua azione sul­l’uomo si manifesta nella ribellione umana che, invece di riconoscere il Crea­tore, si compiace unicamente delle creature e delle opere che l’uomo compie. San Paolo ravvisava questa situazione nel paganesimo del suo tempo2; di fatto essa si ripropone in ogni epoca della storia, quando l’uomo si rifiuta di riconoscere Dio: «Costituito da Dio in uno stato di santità, l’uomo però, tentato dal Maligno, fin dagli inizi della storia abusò della libertà sua, eri­gendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di Dio. Pur avendo conosciuto Dio, gli uomini non gli hanno reso l’onore dovuto a Dio, ma si è ottenebrato il loro pazzo cuore e preferirono servire la creatura piutto­sto che il Creatore3. Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l’uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo ulti­mo fine, e al tempo stesso tutto il suo orientamento sia verso sé stesso, sia ver­so gli altri uomini e verso tutte le cose create»4.
3 Nel numero di quei ribelli, del resto, siamo vissuti anche tutti noi, un tempo, con i desideri della nostra carne, seguendo le voglie della carne e i desideri cattivi; ed eravamo per natura meri­tevoli d’ira, come gli altri.
Anche gli Ebrei, prima della venuta di Gesù, erano sotto il segno del peccato e della condanna. San Paolo ne aveva già parlato nella Lettera ai Romani5. Ora accenna brevemente agli stessi concetti per concludere che la salvezza è giunta a tutti per mezzo di Gesù Cristo (v. 5).Gli Ebrei avevano conosciuto il vero Dio e ricevuto la Legge; perciò, la loro si­tuazione di peccato traeva origine non tanto dalle ingannevoli seduzioni del mondo, o dal principe della ribellione, quanto piuttosto dalla concupiscenza e dai desideri della carne. «Carne», in questo contesto, non sta a significare la fragilità della natura umana6, né solo i desideri lussuriosi, ma si ri­ferisce ai desideri e appetiti dell’umana natura che non si sottomette a Dio, al­l’inclinazione dell’uomo a fare la propria volontà e a compiacersene, pur cono­scendo la Legge di Dio7. Gli Ebrei erano sot­tomessi a questo potere della carne, essendo «per natura meritevoli d’ira,come gli altri. «Meritevoli di ira»: l’espressione, applicata allo stato d’inimicizia dell’uomo con Dio, si riferisce alle conseguenze che scaturiscono dal peccato: gli uomini meritano il castigo divino. In tale situazione si trovano per natura sia i Gentili che gli Ebrei. L’Apostolo sta considerando la condotta dei Gentili e degli Ebrei, così che l’espressione «per natura» non significa esattamente «per nascita», ma allude piuttosto all’essere proprio dell’uomo che da solo è incapace di evitare il pec­cato. San Giovanni Crisostomo, san Girolamo e altri Padri della Chiesa inten­dono l’espressione «per natura» in opposizione a «per grazia». In tal senso, «per natura» significa l’esistenza umana in sé stessa, senza l’aiuto della grazia; un’esistenza cioè peccaminosa, meritevole dell’ira di Dio. Ma la causa si rin­viene nella stessa natura umana, ferita dal peccato originale; altri santi Padri, come sant’Agostino, vedono in questa espressione paolina un’affermazione esplicita del peccato originale. Certo è che l’Apostolo lascia almeno trasparire questo peccato, come san Tommaso spiega: «Dice “eravamo per natura”, os­sia per l’origine della natura; non certamente della natura in quanto tale, per­ché, così considerata, essa è buona e viene da Dio, ma della natura in quanto natura corrotta»8.
4 Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati,
La misericordia di Dio è la più alta manifestazione del suo amore, poiché riflette l’assoluta gratuità dell’amore divino riverso sull’uomo peccatore; mise­ricordia divina che, invece di castigare, perdona e dà la vita. L’espressione «Dio, ricco di misericordia» ha una grande profondità teologica e spirituale. Vi si trova tutto l’insegnamento di san Paolo relativo a Dio che aiuta gli uomi­ni sottomessi al dominio del peccato, e «per natura meritevoli d’ira». Giovanni Paolo II ha scelto queste parole della Scrittura –dives in misericordia - come titolo di una delle sue encicliche: quella in cui sviluppa la dimensio­ne divina del mistero della Redenzione. Così il Papa riassume la dottrina bi­blica sulla misericordia: «Il concetto di “misericordia” nell’Antico Testamen­to ha una sua lunga e ricca storia. […]È significativo che i profeti, nella loro predicazione, colleghino la misericordia, alla quale fanno spesso riferimento a causa dei peccati del popolo, con l’incisiva immagine dell’amore da parte di Dio. Il Signore ama Israele con l’amore di una particolare elezione, simile al­l’amore di uno sposo (cfr, per esempio, Os 2,21-25 e 15; Is 54, 6-8), e, perciò, perdona le sue colpe e perfino le infedeltà e i tradimenti. Se si trova di fronte alla penitenza, all’autentica conversione, egli riporta di nuovo il suo popolo al­la grazia (cfr Ger 31,20; Ez 39,25-29). Nella predicazione dei profeti la miseri­cordia significa una speciale potenza dell’amore, che prevale sul peccato e sul­l’infedeltà del popolo eletto. [ … ] L’Antico Testamento incoraggia gli uomini sventurati, soprattutto quelli gravati dal peccato – come anche tutto Israele, che aveva aderito all’Alleanza con Dio – a far appello alla misericordia, e con­cede loro di contare su di essa»9. Anche nel Nuovo Testamento sono frequenti i richiami alla misericordia divi­na, come nella parabola del figlio prodigo10 o come nel sacrifi­cio del Calvario, massima manifestazione dell’amore di Dio, più forte della morte e del peccato. «La croce di Cristo, sulla quale il Figlio, consostanziale al Padre, rende piena giustizia a Dio, è anche una rivelazione radicale della mise­ricordia, ossia dell’amore che va contro a ciò che costituisce la radice stessa del male nella storia dell’uomo: contro al peccato e alla morte»11.
5 da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per gra­zia infatti siete stati salvati.
6Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù,
La fortezza di Dio opera nel cristiano in modo analogo a come ha operato in Cristo. San Paolo usa quasi le stesse espressioni di poco prima12 per mostrare l’ampiezza che ha nell’uomo la salvezza realizzata da Gesù. Come un morto non è capace di tornare in vita, così coloro che erano morti per il peccato non potevano conseguire da soli la grazia, la vita soprannaturale. So­lamente Cristo, con la Redenzione, dona la nuova vita che inizia con la giusti­ficazione e ha per fine la risurrezione e la felicità del cielo. San Paolo parla del­la vita della grazia, e della futura risurrezione e glorificazione con Cristo nei cieli, come se si trattasse di qualcosa già avvenuto. La ragione è che, essendo Gesù il nostro Capo e formando noi con Lui un solo corpo13, come membra del corpo partecipiamo della condizione del Capo. Cristo, dopo la sua risurrezione e ascensione al cielo, è assiso alla destra del Padre. «Il corpo di Cristo, che è la Chiesa», commenta sant’Agostino, «deve stare alla destra, cioè nella beatitudine, come dice l’Apostolo: “Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli”. Anche se il nostro corpo non è ancora là, ivi riponiamo la nostra speranza»14. La risurrezione e glorificazione di Cristo è una realtà iniziata in noi fin dal mo­mento della nostra unione con Cristo per mezzo del battesimo. «Così, median­te il battesimo», insegna il concilio Vaticano II, «gli uomini vengono inseriti nel mistero pasquale di Cristo: con Lui morti, sepolti e risuscitati15; ricevono lo Spirito dei figli adottivi “nel quale esclamiamo: “Abbà, Padre”16, e diventano quei veri adoratori che il Padre ricerca17. La Redenzione è ormai compiuta e la grazia necessaria per raggiunge­re la salvezza è a disposizione dell’uomo, così che le porte del cielo sono aperte; è responsabilità di ciascuno accogliere la grazia nella propria anima, servirsene per rispondere alla chiamata del Signore e raggiungere la beatitudine nella glo­ria. Per mezzo di Gesù, «rinasciamo spiritualmente, perché con Lui siamo crocifissi al mondo» commenta san Zosimo. «Con la sua morte è fatto a pezzi quel biglietto di morte introdotto in tutti noi da Adamo e trasmesso a ogni ani­ma; quella sentenza, cioè, la cui pena grava su di noi per discendenza, da cui nessuno dei nati è immune, prima di venirne liberato col battesimo»18.
8Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio;
9né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene.
La salvezza, opera di Dio, è realizzata gratuitamente, cioè trova la sua origine nella misericordia divina. La salvezza è attiva nell’uomo mediante la fede, che è l’accettazione da parte dell’uomo della salvezza che gli viene offerta in Gesù. Anche la fede, dice san Paolo, è dono di Dio e l’uomo non può meri­tarla, né acquisirla con le sue sole forze naturali; non è opera della sola libertà umana, poiché nel riconoscimento e nell’assenso a Cristo Salvatore agisce, fin dal primo momento, la grazia di Dio. In base a questo passo della Lettera agli Efesini, e ad altri passi della Sacra Scrittura, la Chiesa insegna: «E così, confor­memente alle sentenze delle Sacre Scritture […] o alle definizioni degli antichi Padri, dobbiamo, per bontà di Dio, predicare e credere che per il peccato del primo uomo, il libero arbitrio rimase così incrinato e debilitato che, in seguito, nessuno ha la possibilità di amare Dio, come è dovuto, o credere in Dio od operare attraverso Dio il bene se non gli viene concesso dalla grazia della divi­na misericordia [ …]Questa stessa grazia, anche dopo la venuta del Signore, sappiamo e contemporaneamente crediamo che non viene concessa a tutti co­loro che desiderano battezzarsi per il loro libero arbitrio, ma per generosità di Cristo, conformemente a ciò che già altre volte abbiamo detto e predica l’apo­stolo Paolo: “a voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui” (Fil 1,29); e poi ancora: “colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” (Fil 1,6); e ancora: “Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio” (Ef 2,8); e ciò che dice poi di sé lo stesso Apo­stolo: “come uno che ha ottenuto misericordia dal Signore e merita fiducia” (1Cor 7,25; 1Tm 1,13); non disse: “perché meritava”, ma “merita”. E si dice poi: “ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce” (Gc 1,17). E infine: “Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stato dato dal cielo(Gv 3, 27)) (De gratia, Conclusione). La medesima dottrina viene esposta dal concilio Vaticano II: grazie alla fede «l’uomo si abbandona a Dio, tutt’intero liberamente. […]Perché si possa pre­stare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e Soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente e dia “a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità” (Degratia, can. 7; Dei Filius, cap. 3))»19. Quando san Paolo afferma che la fede non viene dalle opere (v.9), si riferisce alle opere che l’uomo potrebbe realizzare, indipendentemente dalla grazia. Nulla dà all’uomo la salvezza se non l’opera di Cristo, perché con la Croce del Signore e l’incarnazione, il Verbo «è diventato per noi sapienza, giustizia, san­tificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta si vanti nel Si­gnore»20.
10 Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predi­sposto perché noi le praticassimo.
Il cristiano è stato reso creatura nuova – «siamo infatti opera sua» quan­do è stato unito a Cristo per mezzo del battesimo21. Giustificato con il battesimo, il cristiano deve essere coerente con la sua fede, cioè con la sua nuova vita. E la vita della grazia spinge appunto a compiere quelle buone opere che Dio attende dai cristiani perché si realizzi la salvezza. L’autenticità della fede si dimostra con le opere: «la fede, se non ha le opere, è morta in sé stessa»22. Senza le opere – esercizio delle virtù teologali e morali _ non solo la fede è morta, ma è falso anche l’amore di Dio e del prossimo. Per realizzare questo rinnovamento in tutti, Dio aspetta che l’uomo corrispon­da alla grazia e compia «opere buone». La Tradizione cristiana ha sempre insegnato che i frutti della fede sono la di­mostrazione della sua vitalità. Così, per esempio, testimonia san Policarpo: «Mi rallegro perché la salda radice della vostra fede, famosa fin dai tempi anti­chi, rimane ancora e reca frutto nel Signore nostro Gesù Cristo [ … ]. Molti desi­derano conseguire questa stessa gioia, perché sanno che “siete stati salvati per grazia e non per le opere”: per la volontà di Dio mediante Gesù Cristo»23.
11 Perciò ricordatevi che un tempo voi, pagani per nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi per­ché tali sono nella carne per mano di uomo,
12 ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadi­nanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza spe­ranza e senza Dio in questo mondo.
I Gentili, prima della venuta del Messia, portavano nel corpo il segno del paganesimo, non essendo circoncisi; erano perciò guardati con disprezzo dagli Ebrei. San Paolo va oltre queste barriere e pone come segno distintivo fra Ebrei e Gentili non la circoncisione, ma ciò che è veramente essenziale: la Gra­zia dell’elezione, che in precedenza solo il popolo ebraico aveva ricevuto. E ad esso, infatti, che appartenevano «l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legi­slazione, il culto, le promesse, i patriarchi»24. Tale grazia non l’aveva­no ricevuta prima d’ora i Gentili, che non appartenevano al popolo d’Israele, cui Dio aveva fatto la promessa del Messia. Perciò non conoscevano il vero Dio, sebbene avessero molte divinità. Uno dei grandi frutti della Redenzione compiuta da Cristo e della misericor­dia divina è dunque l’ammissione dei Gentili alle successive alleanze di Dio con i patriarchi, nelle quali era racchiusa la promessa della salvezza per mezzo del Messia. Si realizzava così la promessa fatta ad Abramo, che cioè in lui sarebbero stati benedetti tutti i popoli della terra25. I profeti predissero molte volte il gioioso evento26 e Gesù lo vedeva ormai realizzato quando annunciava che molti sarebbero venuti da Oriente e da Occidente a sedersi al convito del Re­gno accanto ad Abramo, Isacco e Giacobbe27.
14 Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il mu­ro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia,
15 an­nullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescri­zioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace,
«Egli infatti è la nostra pace»: la divisione esistente fra Ebrei e Gentili è stata abolita da Gesù mediante la sua morte in Croce. I Gentili, che erano lontani da Dio, dalla sua Alleanza e dalle sue promesse28, sono divenuti partecipi, come gli Ebrei, della Nuova Alleanza sigillata col sangue di Cristo. Perciò Egli «è la nostra pace». In Cristo gli uomini trovano l’unità perché, con la sua donazione obbediente fino alla morte, Gesù ha posto riparo alla disob­bedienza di Adamo, causa di divisioni e guerre fra gli uomini29. «Il Figlio incarnato infatti, principe della pace, per mezzo della sua Croce ha ri­conciliato tutti gli uomini con Dio e, ristabilendo l’unità di tutti in un solo po­polo e in un solo corpo, ha ucciso nella sua carne l’odio30 e, nella gloria della sua risurrezione, ha diffuso lo Spirito di amore nel cuore degli uomini»31. Il disegno di Dio, per chiamare a sé l’umanità e ristabilire la pace, contempla­va l’elezione del popolo ebraico, in seno al quale doveva nascere il Messia, in cui sarebbero stati benedetti tutti i popoli della terra32: Egli porta il nome di «Principe della pace»33. Molti Ebrei consideravano la loro elezione con tale particolarismo, da porre insormontabili barriere con i Gentili, tanto che alcuni rabbini del tempo di Gesù manifestavano apertamen­te il loro disprezzo, e persino il loro odio, verso i Gentili. La separazione tra i due popoli era emblematicamente rappresentata dal muro esistente nel Tem­pio di Gerusalemme, che divideva l’atrio dei Gentili dal resto del recinto sacro34. La netta separazione trovava le sue radici nell’orgoglio degli Ebrei, che possedevano la Legge di Dio e l’adempivano meticolosamente se­condo le sue innumerevoli prescrizioni. Con la sua morte in Croce, Gesù ha infranto le barriere tra Ebrei e Gentili, tra gli uomini e Dio. San Paolo esprime questa verità metaforicamente, dicendo che Cristo ha abbattuto «il muro di separazione», con allusione al muro del Tempio. Ma l’esprime anche realisticamente, soprattutto quando scrive che Cristo ha annullato «per mezzo della sua carne la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti», Gesù, infatti, per la sua obbedienza al Padre fino alla morte35, ha portato la Legge al suo compimento36, divenendo da allora la via di accesso al Padre aperta per tutti gli uomi­ni. La Legge dell’Antico Testamento, sebbene buona e santa, costituiva anche una barriera insuperabile fra Dio e l’uomo, poiché per questi era impossibile osservarla con le sue sole forze. Cristo, con la grazia, ha creato un uomo nuovo che può ormai adempie­re la Legge nella sua essenza più profonda: l’obbedienza e l’amore. L’ «uomo nuovo» di cui parla san Paolo è Gesù, nel quale sono rappresentati Ebrei e Gentili, perché è Lui il nuovo Adamo, capo di una nuova umanità: «creò in sé stesso, dei due, un solo uomo nuovo». Spiega san Tommaso che l’ «uomo nuovo si riferisce al medesimo Cristo, chiamato “uomo nuovo” per la sua nuova concezione […], per la novità della grazia che ci concede […] e per il comandamento nuovo che reca»37. IlFiglio di Dio, assumendo la natura umana e compiendo l’opera della Redenzione, diviene la fonte di salvezza per tutti gli uomini, senza distinzione fra Ebrei e Greci, schiavi e liberi, uomini e donne38. Ecco perché la pace tra gli uomini può essere acquisita solo tramite la grazia di Cristo. Papa Giovanni XXIII, nella sua enciclica Pacem in terris dice: la pace è «un’impresa tanto nobile e alta, che le forze umane, anche se animate da ogni lodevole buo­na volontà, non possono da sole portare a effetto. Affinché l’umana società sia uno specchio il più fedele possibile del Regno di Dio, è necessario l’aiuto dal­l’alto. Per questo la Nostra invocazione in questi giorni sacri sale più fervorosa a Colui, che ha vinto nella sua dolorosa passione e morte il peccato, elemento disgregatore e apportatore di lutti e squilibri e ha riconciliato l’umanità col Pa­dre Celeste nel suo sangue: “Poiché Egli è la nostra pace, Egli, che dei due [po­poli] ne ha fatto uno solo” (Ef 2,14)»39.
16 e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggen­do in se stesso l’inimicizia.
Cristo, mediante la sua morte in Croce, ristabilisce l’amicizia dell’uomo con Dio, rotta dal peccato. Suggerisce Giovanni Paolo II: «Lo sguardo fisso al mistero del Golgota deve farci ricordare sempre quella dimensione “verticale” della divisione e della riconciliazione riguardante il rapporto uomo-Dio, che in una visione di fede prevale sempre sulla dimensione “orizzontale”, cioè sulla realtà della divisione e sulla necessità della riconciliazione tra gli uomini. Noi sappiamo, infatti, che una tale riconciliazione tra loro non è e non può essere che il frutto dell’atto redentivo di Cristo, morto e risorto per sconfiggere il re­gno del peccato, ristabilire l’alleanza con Dio e abbattere così il muro di sepa­razione40, che il peccato aveva innalzato tra gli uomini»41. L’opera redentiva è quindi opera di riconciliazio­ne con Dio42 e riguarda tutti gli uomini, Ebrei e Genti­li, nonché tutta la creazione43. Questa riconciliazione avviene nel corpo fisico e personale di Cristo immolato sulla Croce44, come anche nel Corpo mistico, dove Cristo convoca e aduna tutti coloro che ha ri­conciliato con Dio mediante il suo sacrificio redentore45. L’espressione «in un solo corpo» può essere intesa in un duplice senso: riferita al corpo fisico di Cristo in Croce e al Corpo mistico di Cristo, che è la Chie­sa. Il sacrificio del Corpo e del Sangue di Cristo, «memoriale della morte e della risurrezione del Signore, nel quale si perpetua nei secoli il Sacrificio della Cro­ce, è culmine e fonte di tutto il culto e della vita cristiana, mediante il quale è significata e prodotta l’unità del popolo di Dio e si compie l’edificazione del Corpo di Cristo»46.
18 Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito.
Prima della venuta di Cristo, l’uomo era lontano dalla casa del Padre, vi­vendo da schiavo e non come figlio47. Giunta la pienezza dei tem­pi, Dio inviò il Figlio suo perché ricevessimo lo spirito di filiazione per mezzo del quale possiamo chiamare Dio nostro Padre. Per i peccatori sarebbe chiusa la via che conduce al trono della grazia se Gesù Cristo non ne avesse spalancato la porta. Egli, infatti, ci apre la porta, ci intro­duce al Padre e, per gli stessi meriti della sua passione, ci ottiene dal Padre il perdono dei peccati e tutte le grazie che riceviamo da Dio. L’Apostolo delinea qui l’azione dello Spirito Santo nell’opera di salvezza, de­cretata dal Padre e realizzata dal Figlio. La formula «in un solo Spirito», oltre a indicare la via di accesso al Padre, segnala un altro fatto fondamentale: la pro­fonda unione che i cristiani vivono fra loro riceve la sua forza vivificante ed ef­ficace dall’azione dello Spirito, il quale, unito al Figlio e al Padre, è sempre pre­sente e agisce nella Chiesa, Corpo mistico di Cristo. «Compiuta l’opera che il Padre aveva affidato al Figlio sulla terra48, il giorno di Pentecoste fu inviato lo Spirito Santo per santificare continuamente la Chiesa, e i credenti avessero così per Cristo accesso al Padre in un solo Spirito (cfr Ef 2,18). [ … ] Così la Chiesa universale si presenta come “un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (De dominica oratione,23)»49. Cristo ha realizzato la salvezza e, perché tutti gli uomini la raggiungano, li chiama a far parte del suo Corpo, che è la Chiesa. Lo Spirito Santo è come l’anima di questo Corpo mistico; Egli dà vita e unità alle diverse membra. «Se Cristo è il capo della Chiesa, lo Spirito Santo ne è l’anima: “Quel che l’anima è nel nostro corpo, lo Spirito Santo è nel Corpo di Cristo, che è la Chiesa” (Sant’Agostino, Discorso 187)»50. Lo Spirito Santo è inseparabilmente congiunto alla Chiesa, perché, con parole di sant’Ireneo, «dove è la Chiesa, lì è anche lo Spirito di Dio; e dove è lo Spirito di Dio, lì è an­che la Chiesa e ogni grazia»51.
19 Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio,
Dopo avere descritto l’opera compiuta da Cristo e attuata nella Chiesa per mezzo dello Spirito Santo, san Paolo giunge a questa conclusione: i Gentili non sono più estranei, ma appartengono alla Chiesa di Cristo. Nel nuovo Israele, che è la Chiesa, sono scomparsi tutti i privilegi di razza, di cultura o di nazione. Nessuno dei battezzati, Ebreo o Greco, schiavo o libero, può essere considerato estraneo nel nuovo Popolo di Dio: tutti hanno diritto di cittadinanza. San Paolo si spiega con due immagini: la Chiesa come città dei santi e come casa o famiglia di Dio52. Le due immagini sono complementari; tutti hanno la propria famiglia e sono contemporaneamente cittadini. In una casa, i membri della famiglia sono uniti da vincoli di filiazio­ne o di fraternità, e i rapporti reciproci sono ispirati all’amore: la vita familiare ha carattere privato. L’azione in qualità di cittadino è invece pubblica; gli affa­ri e le altre attività sociali devono attenersi alle leggi, così che in tutti i rapporti sia osservata la giustizia. La Chiesa, in certo senso, aduna in sé i caratteri della famiglia e della società. Il Capo della Chiesa è Cristo; in essa sono riuniti i figli di Dio, che vivono stretti nell’amore fraterno. La grazia, la fede, la speranza, la carità e l’azione dello Spirito Santo sono realtà invisibili che stabiliscono legami fra tutti i membri della Chiesa. Nel medesimo tempo la Chiesa è anche una realtà visibile: una società governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comu­nione con lui53, organizzata secondo leggi _ divine ed ecclesiastiche – che obbligano in coscienza.
20 edificati Sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pie­tra angolare lo stesso Cristo Gesù.
21 In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; 22 in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diven­tare dimora di Dio per mezzo dello Spirito.
20-22. Fino a questo momento san Paolo aveva parlato della Chiesa soprat­tutto come Corpo di Cristo (v. 16); ora sviluppa la figura della Chiesa come tempio edificato da Dio: le due immagini sono in rapporto reciproco. Basta ri­cordare le parole di Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò ri­sorgere»54, nonché il commento di san Giovanni: «Ma egli parlava del tempio del suo Corpo»55. Se il Corpo fisico di Cristo è il vero tempio di Dio, poiché Cristo è il Figlio di Dio, la Chiesa anche può essere considerata vero tempio di Dio, essendo il Corpo mistico di Cristo. La Chiesa è tempio di Dio. «Gesù Cristo è, quindi, la pietra fondamentale del nuovo tempio di Dio56. Respinto, scartato, abbandonato, dato per morto – allora come adesso – il Padre lo pose e lo pone per sempre come solida e inamovibile base della nuova costruzione. E lo rende tale a motivo della sua risurrezione gloriosa. «Il nuovo tempio, Corpo di Cristo57,spirituale, invisibile, è co­struito da tutti e ciascuno dei battezzati, Sopra la viva “pietra angolare”, Cristo58, nella misura in cui a Lui aderiscono e in Lui crescono, fino alla “pie­nezza di Cristo”59. In questo tempio e attraverso di esso, “dimora di Dio per mezzo dello Spirito”60, Egli è glorificato in virtù del “sacerdozio santo”, che offre “sacrifici spirituali”61, e il suo Regno si stabilisce nel mondo. «La cima di questo nuovo tempio penetra nel cielo, mentre sulla terra, Cristo, la pietra angolare, lo sostiene mediante il “fondamento degli apostoli e dei pro­feti”62, e coloro che ad essi succedono, cioè, in primo luogo, il collegio dei Vescovi, e la “pietra” che è Pietro63.Gesù Cristo è pietra, il che ne indica la solidità; ed è angolare, perché in Lui si congiungono i due popoli, gli Ebrei e i Gentili. Su questa roccia solida e sicura poggia la Chiesa, che proprio da essa riceve la sua solidità. Sant’Agostino esprimeva così la sua fede nella perennità della Chiesa: «Oscillerà la Chiesa, se oscillerà il suo fondamento; ma come potrà oscillare Cristo [ … ]? Cristo non oscilla, e quindi essa non vacillerà nei secoli dei secoli»64. Ogni cristiano, pietra vivente di questo tempio di Dio, deve restare unito alla salda roccia che è Cristo, collaborando al compito della propria edificazione interiore. La Chiesa cresce «quando Cristo è edificato e dilatato nelle anime dei mortali, e quando, vicendevolmente, le anime dei mortali sono edificate e dilatate in Cristo; di maniera che in questo esilio terreno prosperi il tempio nel quale la Divina Maestà riceve il culto grato e legittimo» 65.
1
 cfr 
Mt 
12, 24; 
Gv 
12, 31
2
 cfr 
Rm 
1, 18-23
3
 cfr 
Rm 
1,21-25
4
GS 13
5
 cfr 
Rm 
2, 1-3, 20
6
 cfr Gv l, 14
7
 
cfr 
Rm 
7, 5; 2 
Col 
7,l; 
Col 
2,13
8
 
Super 
Epistulam 
ad 
Ephesios 
lectura, 
in loc.
9
Dives in misericordia, 
n. 4
10
 cfr 
Lc 
15,11-32
11
 Op. cit.
12
 cfr l, 20
13
 cfr 
Gal 
3,28
14
De agone christiano, 
XXVI
15
 cfr 
Rm 
6,4; 
Ef 2,
6; 
Col 
3,1; 2
Tm 
2, 1l
16
Rm 
8, 15
17
 cfr 
Gv 
4,23; SC 6
18
Epist. «tractoria», Dz-Sch, 
n. 231
.
19
D
V 
5
20
 1
Cor 
1, 30-31
21
 cfr 2 
Cor 
5,17
22
Gc 
2, 17
23
Lette­ra ai 
Filippesi, 
II,l
24
Rm 
9, 4
25
 cfr 
Gn 
12,3
26
 cfr 
Is 
2, 1-3; 56, 6-8; 60, 11-14
27
 
cfr 
Mt 
8,11
28
 cfr v. 12
29
 cfr 
Gn 
3,4
30
 cfr 
Ef 
2,16; 
Col 
l, 20-22
31
GS 
78
32
 cfr 
Gn 
11,3
33
 cfr 
Is 
9,5; 
Mic 
5,4
34
 cfr 
At 
21,28
35
 cfr 
Fil 
2, 8
36
 cfr 
Mt 
5, 17
37 Super Epistulam ad Ephesios lectura, in loc.
38
 cfr 
Gal 
3, 28
39
 nn. 168-169
40
 cfr 
Ef 2,
14-16
41
Recon­ciliatio et paenitentia, 
n. 7
42
 cfr 
Rm 
5, 10; 2 
Cor 
5, 18
43
 cfr 
Col 1,
20
44
 cfr 
Col 1,
22
45
 cfr 1 
Cor 
12,13 ss.
46
Codice di Diritto Canonico, 
can. 897
47
 
cfr 
Ga14, 
1-5
48
 cfr 
Gv 
17,4
49
LG 
4
50
Divinum illud munus, 
n. 8
51
Adversus haereses, 
III, 24,1
52
 cfr 1
Tm 
3, 15
53
 cfr 
Lumen gentium, 
n. 8
54
Gv 
2, 19
55
Gv 
2,21
56
 cfr 
Ef 2,
20
57
 cfr 
Gv 2,21
58
Ef 2,
20
59
Ef 1,
3
60
Ef 2,
22
61
 l
Pt 
2,5
62
Ef 2,
20
63
Mt 
16,
18
64
 
Enarrationes in psalmos, 103, 
2,5
65
Mediator Dei, 
n. 6
Torna ai contenuti | Torna al menu