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Le Beatitudini

Il Mio Contributo > 2009
Le Beatitudini
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le Beatitudini
Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi. (Mt 5,1-11)
Introduzione
Camminando lungo i monti della mia terra si incontrano percorsi lenti e difficili sospesi tra il verde ed il bruno dei monti Lattari e l’abisso profondo del mare: un senso di infinito non interrotto dalla rara presenza umana, le cui tracce si disperdono nella grandiosità della natura. Tra vedute panoramiche, felci, rovi, erbe odorose, arbusti, vitigni, dirupi e precipizi, la costiera svela uno dei suoi tesori più fantastici. Vette nimbate di luce. Contemplandole l’anima si distacca dalle cose terrene, si rasserena e sente la brama di salire, di volare. Meravigliosa catena montuosa in cui ogni montagna è una cima e ogni cima è un gradino di quell’ascesa sublime che ci conduce a Dio. Che spettacolo! Percepire nell’anima la gioia del distacco, l’incanto della dolcezza, la felicità delle lacrime e poi la pienezza della giustizia e la soavità della misericordia, quindi in alto vicino al cielo: la luce della purezza, la pace dell’amore. Questa fu la visione che ebbero i discepoli quando Gesù salì sul monte e dischiuse le labbra per rivelarci il mistero delle beatitudini, ci additò la scala regia della felicità e ce ne scoprì il segreto perché egli è venuto per renderci felici.
Ma per essere felici bisogna rinunciare sinceramente e definitivamente alla felicità ingannevole che il mondo offre. Lungo il sentiero degli dei si incontrano diversi bivi
1
molti di loro ti conducono verso l’abisso mentre uno solo ti conduce verso la vetta. Da ventuno secoli il Vangelo ci offre la via contro la felicità voluttuosa, la falsa felicità della ricchezza, degli onori e dei piaceri. Tutti gli uomini sanno che esiste un solo sentiero che conduce alla vetta e molti, anzi moltissimi, si dirigono verso il baratro. Se vogliamo leggere la storia della sublime ascesa dell’anima per raggiungere la vetta le beatitudini esprimono punto per punto la via per raggiungere la felicità. Il sentiero che l’uomo deve percorrere è simile a quello attraversato da Dante nella
Divina Commedia
; un cammino di purificazione che consiste in questa terribile, impressionante, straordinaria esperienza per cui l’uomo è chiamato a riconoscere, a guardare in faccia tutto il proprio male (l’inferno) e superarlo in un cammino di purificazione (purgatorio) per accedere alla visione beatifica di Dio (paradiso), che non è solo Dio ma è anche la profondità del cuore dell’uomo. «
Padre nostro che sei nei cieli
» (Mt 6,9), non vuol dire che Dio è sulle nuvole, vuol dire: «
Dio che abiti la profondità del mio cuore
». Questo è il viaggio che ogni uomo, riconosciuto il proprio male, arriva a conoscere se stesso, a ritrovare la famosa effige nel canto XXXIII del paradiso e poi,
l’amor
che move il sole e l’altre stelle”.
Allora incamminiamoci alla ricerca della purezza, per avere lo sguardo fisso alle altezze per respirare l’aria pura e limpida come il cristallo lasciandoci penetrare dallo sguardo di Dio. Così si compie il mistero della felicità, oltretutto le ricompense che offrono le beatitudini, in realtà, sono aspetti diversi dell’unico premio che è Dio, pienezza della perfezione e della felicità, saranno possedute pienamente in cielo dai beati e sulla terra in modo iniziale, ma reale e indicibile, solo dai perfetti.
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli».
Tra tutte e beatitudini la prima è forse fra le meno compresa, eppure Gesù promette il regno dei cieli a coloro che la praticano e la pienezza della gioia a coloro che osservano i suoi comandamenti per amor suo. Malgrado il progresso scientifico e tecnologico l’uomo sembra aver smarrito il vero senso della vita e si trascina negli avvenimenti della sua esistenza come una barca senza timone che sta andando alla deriva, non riesce a superare il supremo ostacolo del suo cammino umano che è l’”io” o, peggio ancora, il suo smarrimento. Eppure al mondo non c’è niente di più commovente come il fatto che Dio si è fatto uomo per accompagnare ognuno di noi, con discrezione, con tenerezza e potenza nel cammino faticoso alla ricerca del proprio volto umano perduto. Una ricerca offuscata dall’io materiale ed egoista non potrà mai percepire l’amore di Dio, invece, il
povero in spirito
è colui che si sente povero e debole di sé e ripone tutte le sue aspettative in qualcosa di superiore che lo precede e lo supera. Ogni uomo quando nasce è dotato dell’istinto di conservazione che lo aiuta ad affermare se stesso e a crescere umanamente, ma quasi sempre si ferma a questo stadio e non arriva mai all’uomo spirituale che gli è dentro. Anche se, come dice san Paolo: “
Lo so che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio
2
. Allora “
chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!
3
.
Il desiderio di cercare il bene lotta contro il mio io materiale e più vince il mio io più sono infelice, più vivo in modo materiale più divento schiavo degli avvenimenti che mi costringono a situazioni di sofferenza e incomprensioni. Solo iniziando a cercare l’uomo spirituale, quell’uomo che è capace di guardar le
stelle
è nella condizione di cominciare il viaggio. Se no, non cominciamo neanche. Il nostro viaggio sarà fecondo o arido a secondo di ciò che guardiamo. Il viaggio verso le beatitudini è un viaggio verso la libertà, fatto di sguardi, di atti di vedere, di luci e di ombre, di selve oscure e di candide rose è fatto di un percorso illuminato dalle
stelle,
perché tutta la libertà dell’uomo si gioca in quest’atto di vedere. La realtà ci chiama e noi siamo chiamati a rispondere, perché se la realtà ci chiama (vocazione) e noi dobbiamo rispondere (responsabilità). La vita è vocazione in quanto la realtà ci chiama ed è responsabilità perché ci avventuriamo in una possibile risposta. Per questo le stelle centrano. Perché le stelle sono il grande simbolo, il grande segno che la natura ci è data come evocazione di Dio, dell’infinito, dell’Essere. Pensata ad un grande poeta, che non è cristiano (chissà perché i non cristiani hanno intuizioni cristiane) il grande Leopardi: «
e quando miro in cielo arder le stelle dico tra me pensando: a che tante facelle,
che fa l’aria infinità e quel profondo infinito seren […] ed io che sono?»
4
.
«
Quando miro in cielo arder le stelle»
che divento consapevole di me, del mio rapporto con Dio è perciò mi avventuro nella ricerca di chi sia questo Essere, se posso essere mai conosciuto, amato, incontrato. «
Insegnami a cercarti e a mostrarti a me che ti cerco. Io non posso cercarti se tu non m’insegni, né trovarti se tu non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoti, che ti desideri cercandoti, che ti trovi amandoti, e che ti ami trovandoti
»
5
.
Chi pone tutte le sue aspettative in Dio lasciando da parte i desideri troppo umani prenderà coscienza dei suoi limiti e della sua completa povertà interiore. Ma i “poveri” sono anche gli “
umili
”: «
Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra, che eseguite i suoi ordini; cercate la giustizia, cercate l’umiltà
»
6
. I “
poveri
” in Matteo, indica coloro che non contano sulle proprie forze perché hanno ben poco di cui gloriarsi o a cui appoggiarsi, ma sono certi del Signore, della sua bontà, della sua potenza, della sua misericordia. Indica coloro che hanno posto in Dio ogni speranza. Di conseguenza, si comprende, la seconda parte del versetto: «
perché di essi è il regno dei cieli
». Avendo posto in Dio ogni speranza, non fidandosi di sé, sono disponibili alla buona notizia di Gesù, al suo Vangelo. Chi possiede molto, materialmente e moralmente, chi è sicuro di sé, barricato nei suoi privilegi e in tutto ciò che ha e che è, teme sempre di essere disturbato, di veder vacillare il trono che si è conquistato. Si chiude allora, come un riccio, di fronte alla proposta nuova e coraggiosa di Gesù Cristo. Chi invece ha imparato a non contare su se stesso, chi ha imparato a conoscere la fragilità umana e quella di tutte le realtà cui cerchiamo di aggrapparci, è aperto alla novità del Regno. Il Regno è già suo, in qualche modo, perché è disposto a riceverlo volentieri e con gioia, perché accoglie la Parola di Gesù come Parola che rassicura, conforta, dona serenità e speranza.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Dove ti sei nascosto, Amato, lasciandomi a gemere? Come il cervo corresti, dopo avermi ferito: ti inseguii gridando; ma te n’eri andato! Pastori, voi che andate da un ovile all’altro su fino all’altura, se per caso vedrete chi più di tutti amo, ditegli che soffro, languo e muoio. Cercando il mio amore, andrò per monti e rivi, non coglierò mai fiori, né temerò le belve, passerò oltre le fortezze e le frontiere”.
San Giovanni della Croce trasforma il dolore in Amore, incomprensibile per una mentalità materialista, egoista, limitata, caduca, mortale come la nostra. Eppure lo spirito di Giovanni era illuminato da quella “fiamma d’amore” che riverberava di bagliori la “notte oscura” che stava attraversando. Invece, l’uomo del nostro tempo cerca di sfuggire la sofferenza per raggiungere una vita il più possibile comoda, piacevole, senza troppe difficoltà ed impegni, scivolando sempre più verso una meta irraggiungibile, che porta all’insoddisfazione ed al non senso della vita. Molte volte mi sono chiesto: “Come mai qualcosa che mi affligge e mi procura pena può essere fonte di beatitudine?” È un grande interrogativo che ne suppone un altro: il dolore, l’afflizione è davvero una condizione che dobbiamo accettare passivamente oppure possiamo viverla anche come una positività? L’afflizione nasce quando lo sguardo ci impedisce di guardare le stelle, quando poniamo tutto sulla nostra fragilità umana, quando non riusciamo ad essere coerenti con la nostra coscienza e non riusciamo a liberarci da tutti gli atteggiamenti negativi per ricercare, nel limite delle nostre possibilità, le responsabilità e le difficoltà che ci fanno soffrire, solo per causa nostra. L’afflizione è un momento che tutti attraversano: gli amici, i parenti, le persone care, Dio, tutto sembra esser fuggito da noi, lasciandoci soli; il silenzio è assordante; la distanza incolmabile. Forte è la tentazione di lasciarsi andare alla deriva, di scoraggiarsi e di abbandonare il sentiero. Ma analizzandoci profondamente ci accorgiamo che siamo come gli alberi che anelano alla luce solo sulla cima, mentre le radici sono nell’oscurità della terra. Non riusciamo a varcare la soglia di una religiosità di superficie per penetrare nelle profondità autentiche della fede, quelle che sono situate nell’anima, nella coscienza, nella volontà, nelle decisioni morali.
«Come un pescatore di perle, o anima mia, affonda in profondità! Affonda ancora più profondamente e cerca! Come un pescatore di perle, o anima mia, senza stancarti, persisti e persisti ancora, affonda in profondità e cerca! Coloro che non sanno il segreto ti derideranno ma tu non scoraggiarti, o pescatore di perle, o anima mia!». Queste parole di un poeta mistico indù dell’Ottocento, S. Paramananda, ci insegnano che il limite e le contraddizione possono spingere l’uomo ad affrontare la sua avventura con impegno e decisione, senza soluzioni consolatorie oltremondane. Certo in questa ricerca resta sempre lo “scandalo” del dolore e il silenzio di Dio ma da questo “scandalo” e da questo silenzio possono sbocciare i fiori più puri della fede e dell’amore. La sofferenza resta sempre il grande simbolo umano che racchiude in sé i contrari: il silenzio e la parola di Dio, la miseria e lo splendore dell’uomo, l’assurdo più buio e il significato più luminoso, la bestemmia e la lode. Solo chi riesce a comprendere il tesoro che è racchiuso in una sofferenza sarà sempre pronto a condividere, a curare, ad amare come Cristo, che è l’unico che può capire e aiutare perché come noi lo ha vissuto sulla propria pelle. Allora in questa luce di dolore Gesù Cristo diventa il segno supremo di amore e di fraternità nei confronti dell’uomo. Non per nulla nella sua vita terrena aveva ripetuto continuamente che «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti»7. Allora noi ci rivolgiamo a Lui con la famosa preghiere-poesia di, il dolore, di Giuseppe Ungaretti:
Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,
Santo, santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
d’un pianto solo mio, non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
«Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime» (Mt 11,29).
La condizione che pone Gesù per imparare ad essere miti ed umili è quella di accettare il suo giogo. Purtroppo La mitezza non gode di buona fama, nella nostra cultura: per la maggior parte delle persone essa coincide con la debolezza, la passività, la pusillanimità, la timidezza, il timore di agire. Perfino i genitori incitano i loro figli a “farsi rispettare”. In questo contesto, la mitezza appare come una moneta fuori corso, inutilizzata ed inutilizzabile. Credo che per mitezza si debba intendere la capacità di distinguere la sfera della materia, dove opera la forza, dalla sfera dello spirito, dove opera la persuasione e la verità. È facile lasciarsi trascinare dai propri impulsi e dai propri scatti d’ira. La prassi abituale, spesso, è quella di reagire con violenza e di aggredire a nostra volta l’offensore, qualunque sia il tipo di offesa, fisica o puramente verbale. Anzi, non ci limitiamo solo a difenderci, ma vorremmo andare oltre e schiacciare il nostro avversario; disintegrarlo e fargli sentire in ogni modo la nostra superiorità. Invece, il mite è colui che, malgrado l’ardore dei suoi sentimenti, rimane docile e sciolto, interiormente libero, sempre rispettoso della libertà degli altri. la mitezza si oppone ad ogni forma di prepotenza materiale e morale; è vittoria della pace sulla guerra, del dialogo sulla sopraffazione. La mitezza spesso ci appare non solo come utopia, come ideale difficilmente raggiungibile, ma come una qualità estremamente personale: quindi, una virtù che riguarda direttamente ed esclusivamente il singolo individuo. In realtà, essa ha un importante ruolo nella vita civile e collettiva. Dovremmo cominciare a viverla e ad effonderla con dovizia ed abbondanza prima nelle nostre Chiese e poi nel mondo circostante. Un illustre esegeta, il padre Jacques Dupont, scrive così: «La mitezza di cui parla la beatitudine non è altro che quell’aspetto dell’umiltà che si manifesta nell’affabilità messa in atto nei rapporti con il prossimo. Tale mitezza trova la sua illustrazione e il suo perfetto modello nella persona di Gesù, mite ed umile di cuore. In fondo, tale mitezza ci appare come una forma della carità, paziente e delicatamente attenta nei riguardi altrui». Comprendiamo allora perché Gesù promette ai miti il possesso della terra. Eredità della terra che è sicuramente la terra dei santi in cielo, ma che non è priva di riflesso sulla terra di oggi chiamata a lasciarsi modellare dalla forza del regno già presente in noi. La rinuncia alla vendetta, infatti, la rinuncia alla sopraffazione, alla prepotenza, fa trovare al cristiano, in ogni occasione, la via per aprire spazi alla misericordia della verità, alla costruzione di un volto nuovo per una società migliore. Naturalmente, la mentalità evangelica della mitezza matura soltanto lentamente nel singolo cristiano e ancora più lentamente nell’esperienza della gente. Bisogna essere passati per molte prove, delusioni, amarezze, sconfitte, per capire che la violenza di ogni tipo, compresa quella morale e ideologica, è alla fine perdente. Allora se Gesù ha proclamato la “mitezza” come beatitudine, vale la pena di sforzarci per poterla raggiungere avendo la certezza che, se desideriamo il bene, Dio ci aiuterà a raggiungerlo. Naturalmente dopo aver purificato il nostro cuore da tutte le radici dei risentimenti, delle gelosie, delle rivalità, come ci istruisce la Parola di Dio: «Chi è saggio e accorto tra voi? Mostri con la buona condotta le sue opere ispirate a saggia mitezza. Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità. Non è questa la sapienza che viene dall’alto: è terrena, carnale, diabolica; poiché dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. La sapienza che viene dall’alto invece è anzitutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia. Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace» (Gc 3,13-17).
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
«
Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta
». (Mt 6,31-33).
Dal punto di vista giuridico, della “giustizia” diede una classica definizione Ulpiano, che visse nel III sec. d.C. e fu uno dei maggiori giureconsulti romani. Quella definizione suona così: “
Justitia est constans et perpetua voluntas jus suum cuique tribuere
” (“
La giustizia è la ferma e costante volontà di dare a ciascuno ciò che gli spetta di diritto
”). Ma nella Bibbia la parola”
giustizia
” significa qualcosa di più di ciò che significa nel diritto romano. Significa rettitudine morale, conformità alla volontà di Dio: significa “
essere amico di Dio
”. La giustizia cui si riferisce la beatitudine è la “
nuova giustizia
” del Regno di Dio, come affermerà lo stesso Matteo poco dopo:
“Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia”
(Mt 6,33), decisamente superiore a quella meramente legalista degli scribi e farisei (Mt 5,20). Non è possibile comprendere la vita di Gesù di Nazareth senza la
“fame e sete di giustizia”
, ovvero, senza l’esistenziale passione per il Regno, che ha dato senso ed unità piena al suo originale stile di vita, alla sua predicazione, alle sue scelte, alla sua coerenza ed alla sua azione. La causa principale che mosse la vita di Gesù e la spiegazione delle condizioni radicali del discepolato fu sostanzialmente il desiderio ardente di creare le condizioni affinché il Dio-Abbá potesse regnare, che fosse accettata la sua paternità-maternità, la quale potesse generare nuove relazioni di fraternità tra gli esseri umani e tra questi ed il resto della creazione. L’incontro con il Padre-Madre avvenne – e succede ancora nell’attualità – attraverso l’ascolto della sua Parola e mediante la perseveranza nella ricerca e nella costruzione quotidiana del Regno di Dio, che è il Regno della giustizia e della pace, accogliendo questa proposta di Dio e portandola avanti con la nostra preghiera – personale e comunitaria – ed il nostro impegno effettivo. La discepola ed il discepolo di Gesù sono chiamati a conformarsi alla persona di Cristo. Saranno beati quando come Lui avranno
”fame e sete di giustizia”
: non avrebbe nessun significato schierarsi, aderire, abbracciare, testimoniare ed optare seriamente per Cristo senza coltivare il suo medesimo desiderio ardente, l’anelito, la voglia incontenibile, la brama e l’impegno concreto per la giustizia che lo hanno contraddistinto.
L’espressione biblica
“avere fame e sete”
significa avere un desiderio ardente ed incontenibile di qualcosa: «
Ecco, verranno giorni, dice il Signore Dio in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d’ascoltare la parola del Signore. Allora andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno
»
8
. È un vuoto molto intenso che anela ad essere riempito, un’ansia immensa che brama di essere saziata. La beatitudine conclude con una certezza, dicendo che saranno
“saziati”
gli assetati ed affamati di giustizia. Si potranno beneficiare dell’autentico ristoro, nel percorrere il sentiero tracciato da Gesù di Nazareth, nel rispondere con la propria esistenza alla proposta così affascinante di
“cercare prima il Regno e la sua giustizia”
, nel poter incontrare il Dio-Abbá attraverso la costruzione di un mondo molto più umano, un mondo in cui:«
Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno»
9
.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia
.
Misericordia
” è un termine che appartiene al linguaggio cristiano, evoca in noi una serie di reminiscenze che si riferiscono allo stile della carità cristiana. La Bibbia Interconfessionale, per esempio, preferisce la dizione: «
Beati quelli che avranno compassione degli altri, perché Dio avrà compassione di loro»
. Quindi essere misericordioso è
l’attenzione di Dio
per l’altro: l’altro gli importa e gli manca… Egli lo
desidera,
sente il
bisogno
di incontrarlo…
E’ il padre della parabola che non ha mai dimenticato il figlio partito di casa; è il pastore che non ha mai dimenticato quell’unica pecora, tra cento, che si era smarrita; è la donna che non ha il cuore in pace finché non ritrova la dracma perduta. L’altro, per Dio, non è mai perso per sempre… Anche perché, in qualche modo, Dio sa che in quel figlio­pecora-dracma perduta c’è una parte di se stesso che si è allontanata.
Allora ogni uomo (almeno il credente) deve essere per l’altro; ma essere cosa?
«
Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi
»
10
. Succede spesso di dimenticare l’altro, molto spesso, perderne la memoria, svuotarlo dalle nostre viscere. Eppure
misericordia
in ebraico indica il verbo
rah.am
(avere misericordia); due sostantivi formati sulla stessa radice:
reh.em
(utero) e
rah.amim
(viscere o misericordia).
Si tratta di un “moto interiore”; questo “interiore” è generico, ma chiaro: la misericordia nasce e si sviluppa
dentro l’uomo,
non è in primo luogo un
atto,
un gesto, una cosa che faccio, ma una cosa che
percepisco
e, in certo senso, subisco, nell’intimo. Si tratta di un moto
profondo,
che nasce, si sviluppa e vive nei recessi più intimi e vitali del nostro essere (vitali: cuore e viscere; ciò che
ci mantiene in vita
e ciò che
in noi genera la vita degli altri!).
La Scrittura, poi, ci offre anche delle immagini tratte dalla vita umana per descrivere questo sentimento di Dio; due in particolare, che ricorrono soprattutto nei profeti: quella materna e quella sponsale. Un esempio della prima immagine ci viene da Isaia, dove Dio dice Israele: «
Si dimentica forse una donna del suo bambino
[lattante],
al punto da non provare misericordia
(rah. em)
del figlio delle sue viscere? Ma anche se tali
[donne]
si dimenticassero, io non ti dimenticherò!
Ecco: ti ho inciso sulle palme della mie mani! Le tue mura sono sempre davanti a me»
(49,15-16). Questa misericordia provata da Dio è un attaccamento materno al frutto delle sue viscere. Tale è l’uomo davanti ai suoi occhi. E un amore materno che non viene mai meno, diversamente da quello umano. La misericordia di Dio abbraccia ogni frammento della creazione, ogni essere creato, ma abbraccia anche tutta la storia: è eterna, ripete con forza il Salmo 136 che, rileggendo tutta la storia di Israele, ad ogni evento commenta con l’esclamazione
per sempre è la sua benevolenza”
. Ed è interessante notare che Dio non si interessi innanzitutto ai bisogni (ai problemi) dell’altro, ma all’altro in quanto persona, in quanto essere! L’altro non è un insieme di problemi da risolvere o un’esistenza da ricondurre sulla retta via ma è un volto che mi manca, che desidero, che cerco, di cui
io ho bisogno!
Quante volte invece la nostra misericordia-compassione si riduce a un tentativo (anche lodevole!) di risolvere dei problemi sociali… Il povero è, invece, un volto di cui ho bisogno, che mi manca, e non un problema per cui trovare una soluzione. Il segreto di Dio, e della compassione, è che l’altro, anche quando è lontano, continua a vivere in me. E questa sua presenza continua, scava in me la misericordia per lui. Più mi è presente, più il sentimento di compassione cresce in me. In tutti i testi in cui si parla del Dio misericordioso, l’aspetto che appare con maggiore chiarezza è quello che chiamerei
l’attenzione di Dio
per l’altro: l’altro gli importa e gli manca… Egli lo
desidera,
sente il
bisogno
di incontrarlo. L’altro, per Dio, non è mai perso per sempre. Allora la misericordia, prima che un gesto o una parola, è una
presenza
al cuore della sofferenza dell’altro. E’ questa la meraviglia della redenzione: non i miracoli di guarigione o i discorsi di Gesù hanno svelato definitivamente il suo essere figlio di Dio, ma il
suo muto morire
sulla croce (centurione: «
Questi era veramente il Figlio di Dio
»
11
). Non le parole e neppure il porre riparo al bisogno, ma la sua morte, che si fa vicinanza ad ogni nostra morte… E ciò che davvero ci consola come cristiani, il dono più grande che Dio ci ha fatto non è tanto la promessa della resurrezione, bensì il fatto che Cristo è morto con e per me. Anche la nostra compassione è dunque esercizio di presenza al cuore del male che tocca l’altro. Davanti a un malato, non vale tanto quello che saremo capaci di dire o di fare per lui (spesso molto poco), ma se saremo capaci di comunicargli, con la nostra presenza, che nel suo male non è solo. Ricordare l’altro, esercitarsi ad essere con lui, dove egli è. Ma questo, che pure è molto, non basta ancora. Anzi ha un rischio: quello di fare di noi dei
mestieranti della misericordia
. Avere misericordia non è roba da forti, ma da deboli. Nel nostro cammino verso la misericordia, abbiamo bisogno anche di ricordarci che noi
siamo deboli
e
bisognosi,
e che questa é la prima “ricchezza” che abbiamo da condividere con l’altro. La misericordia non è un esercizio di forza, ma di debolezza; non è l’azione titanica del perfetto e del sano che aiuta il malato, ma è
debolezza condivisa.
Più so di essere debole più la misericordia matura nelle mie viscere. È la coscienza della propria vulnerabilità e del proprio peccato che può alimentare quel sentimento di tenerezza verso tutti gli uomini che la misericordia vuole essere. Memoria della propria debolezza e memoria della misericordia ricevuta da Dio: io sono innanzitutto uno cui è stata fatta misericordia (parabola del servo spietato: non è capace di usare misericordia, perché non ha vissuto in profondità la misericordia che il padrone gli ha usato). Concludendo possiamo affermare che la misericordia-compassione é un fatto di vita. Riprendiamo ancora le immagini del cuore e delle viscere-utero: organo della vita per me (cuore) e organo che genera la vita dell’altro (utero). La scelta non è casuale: la misericordia vera
ravviva la nostra esistenza
più profonda e
genera vita intorno a noi.
Il secondo luogo è la percezione di essere parte di un mondo di comunione, i cui sono coinvolte anche le cose, non solo gli esseri umani: tutto mi tocca, tutto mi appartiene; nulla di quello che è di questo mondo mi è estraneo. La misericordia è un modo di essere presente al mondo e un modo per comunicargli la vita (siate sale e luce!).
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
«Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra»
(
Lc 11,35
).
Per la Sacra Scrittura il cuore è l’inti­mo dell’uomo, il centro della persona, il luogo pro­fondo in cui la nostra persona prende coscienza di sé, riflette sugli avvenimenti, medita sul senso della realtà, assume comportamenti responsabili verso i fatti della vita e verso lo stesso mistero di Dio.
La presenza di Gesù, come sottolinea l’evan­gelista Luca, non produce salvezza se non è ac­colta nel cuore dei pastori, nel cuore di Maria che custodisce, medita, applica alla vita quello che Dio ci comunica attraverso la nascita di Gesù. Oggi usiamo preferibilmente altri termini per indicare ciò che la Bibbia intende con “cuore”: per esempio, parliamo di interiorità, e potremmo al­lora dire: beati coloro che sono puri interiormen­te. Oppure parliamo di coscienza: beati coloro che hanno una coscienza limpida. È dunque abbastanza facile capire che cosa significa “nel cuore” o “di cuore”. Più difficile è trovare l’esatto senso del ter­mine puri. Katharòs in greco vuol dire semplice­mente pulito, ed è il contrario di “sporco”. Leggiamo, in Matteo, che una volta morto Gesù, Giuseppe d’Arimatea chiese a Pilato di consegnargli il corpo. «Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo av­volse in un lenzuolo candido», senza macchie. L’aggiunta “nel cuore” indica però che non si tratta di una pulizia esteriore bensì interiore. Gli esegeti discutono per capire se questa pulizia del cuore va nella linea del dominio della sensualità – quella che ordinariamente chiamiamo purezza - oppure nella linea della purezza di intenzione. In questo caso sareb­bero puri di cuore coloro che non hanno se­conde intenzioni, secondi fini, coloro che si comportano onestamente nei confronti di Dio e del prossimo. Al riguardo ricordiamo la disputa dei fari­sei che rimproverano ai discepoli di Gesù di mangiare a tavola senza prima aver compiuto le abluzioni rituali. Gesù risponde: «Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, pos­sa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo» (Mc 7, 15). E poi spiega: «Ciò che esce dall’uomo, questo sì con­tamina l’uomo. Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni catti­ve: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupi­digie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contami­nano l’uomo» (vv. 20-21). Il cuore è quindi principio di impurità, ma se da esso vengono buone intenzioni e buone azio­ni allora è sorgente di purezza per l’uomo. È il cuore che dà origine a un comportamen­to conforme alla volontà di Dio. Non c’è con­formità alla volontà del Signore se non a partire da un cuore puro che si sottomette interiormente a tale volontà. Il Nuovo Testamento conosce un altro signi­ficato del termine Katharòs: l’essere eticamente puro, senza peccato o vizio. Così Giovanni 12,10-11: «Voi siete mondi, ma non tutti», dice Gesù agli apostoli dopo aver lavato loro i piedi; «Sape­va infatti chi lo tradiva, per questo disse: Non tutti siete mondi». Ed è Dio solo che può purificarci, può rivesti­re il nostro cuore del suo perdono, come recitia­mo nel Salmo 50: «Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo» (v.12). Chi rivolge questa supplica aveva prima riconosciu­to: «Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto» (v. 6). Il cuore puro non è semplicemente il cuore che non si è macchiato di alcun peccato, ma anche quello che Dio ha ricreato, ha rifatto con la sua grazia e la sua misericordia. Per approfondire ulteriormente il significato del “cuore puro”, vogliamo rifarci a un altro sal­mo che ne parla espressamente: «Chi salirà il monte del Signore, chi starà nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pro­nunzia menzogna, chi non giura a danno del suo prossimo» (Sal 24, 3-4). La purezza del cuore è messa in parallelo con le mani innocenti, che non hanno fatto male a nes­suno, che non hanno usato violenza verso il pros­simo, che hanno osservato il quinto comandamen­to; e poi evoca il non pronunziare menzogna, il non ingannare il fratello. Il cuore puro è dunque proprio dell’uomo che obbedisce ai comandamenti, che è fedele a Dio, che è pienamente onesto. Quindi, ora possiamo comprendere il mes­saggio della sesta beatitudine nella quale Gesù riassume, riprende e porta a pienezza il pensiero dell’ Antico Testamento. Gesù intende una purezza di cuore che non può essere limitata a uno solo degli aspetti della purezza ma che è an­zitutto adesione sincera, limpida, amorosa, fede­le, a tutta la volontà di Dio sull’uomo. A questa purezza di cuore, a questa adesione totale alla divina volontà, a questa ricerca unica del regno, viene fatta la promessa di vedere Dio così come egli è, nella pienezza escatologica, di servirlo, lodarlo, contemplarlo, adorarlo nella re­altà della Gerusalemme celeste. La beatitudine dunque allude a una felicità che si realizzerà completamente nella vita senza fine, nella vita nuova, è una beatitudine di speranza. Una speranza che spalanca il presente su un avvenire meraviglioso, ma già da ora, per chi ha il cuore puro, si realizza nella preghiera, nella litur­gia, nel cammino della Chiesa, quale anticipazio­ne dell’intimità perenne con Dio. Ai puri di cuore il Signore dona anche in que­sta terra l’esperienza del suo mistero, la caparra della visione nel suo regno, faccia a faccia. In fondo, la nostra beatitudine esprime l’unità tra la vita e la fede, tra il culto, la liturgia e le atti­vità quotidiane; dice la profonda limpidità del cuore che è necessaria per stare vicino all’altare del Signore e, insieme, servirlo con gioia nella vita di ogni giorno, nel lavoro, in casa, nelle realtà degli impegni religiosi e civili. A chi vive così non man­cherà mai la grazia della presenza di Dio, la capa­cità di contemplarlo e di vederlo in tutti gli even­ti e in tutte le circostanze, di avvertire l’amore di Cristo Gesù crocefisso e risorto.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore»
(Gv 14,27).
Don Tonino Bello in un tentativo di dare una definizione di pace scrive: Ho pensato di scegliere un tema generatore molto forte, partendo proprio dal discorso della Montagna, e precisamente da una espressione di Gesù: « Beati gli operatori di pace: saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).
Se uno mi chiedesse a bruciapelo: «Dammi una definizione di quel che dovrebbero essere i politici», io risponderei subito: «Operatori di pace».
Che cosa è la pace?
E’ un cumulo di beni. E’ la somma delle ricchezze di cui un popolo o un individuo possa godere. Pace è giustizia, libertà, dialogo, crescita, uguaglianza.
Pace è riconoscimento reciproco della dignità umana, rispetto, accettazione dell’alterità come dono.
Pace è rifiuto di quelle posizioni filosofiche del catastrofismo degli ultimi anni secondo cui « l’uomo non è più di moda» e va disormeggiato con tutta la sua storia.
Pace è temperie di solidarietà: solidarietà, che non è più uno dei tanti imperativi morali; ma è l’unico imperativo morale, che noi credenti chiamiamo anche comunione.
Pace è frutto di quella che oggi viene indicata come « etica del volto»: un volto da riscoprire, da contemplare, da provocare con la parola, da accarezzare.
Pace è vivere radicalmente il faccia a faccia con l’altro. Non il teschio a teschio. Vivere il faccia a faccia, non con gli occhi iniettati di sangue, ma con l’atteggiamento del disinteresse. Anzi, del disinteresse, scritto di proposito in tre pezzi, come osserva Italo Mancini, per dire che nel movimento di fondo del faccia a faccia, indicato dal pezzo intermedio (inter), quello che io debbo fare è depotenziare (dis) la pretesa del mio essere (esse) a porsi come sovrano.
Pace, perciò, è «deporre l’io dalla sua sovranità, far posto all’altro e al suo indistruttibile volto, instaurare relazioni di parola, comunicazione, insegnamento: quello che categorie mistiche, che possono essere lette in senso etico, esprimevano con la parola abbandono e svuotamento. Prima ancora che fatto politico, la deposizione è un fatto di giustizia e di alta moralità» (Giannino Piana).
Pace, per usare un’immagine, è un’acqua che viene da lontano: l’unica in grado di dissetare la terra; l’unica capace di placare l’incoercibile bisogno di felicità sepolto nel nostro inquieto cuore di uomini. Quest’acqua che in larga parte discende dal cielo e in minima parte deriva dalle risorse idriche della terra ma anche queste, in ultima analisi, non provengono dall’alto? si trova in un acquedotto. Si tratta ora di portarla a tutti. Ed eccoci al ruolo degli operatori di pace, cioè i politici.
Portare ovunque l’acqua della pace.
Chi sono gli operatori di pace? Don Tonino Bello li definisce così:

Sono i tecnici delle condutture; gli impiantisti delle reti idrauliche; gli esperti delle rubinetterie.
Sono coloro che, servendosi di tecniche diversificate, si studiano di portare l’acqua della pace nella fitta trama dello spazio e del tempo, in tutte le case degli uomini, nel tessuto sociale della città, nei luoghi dove la gente si aggrega e fioriscono le convivenze.
Qui è bene sottolineare una cosa.
L’acqua è una: quella della pace. Le tecniche di conduzione, invece, cioè le mediazioni politiche, sono diverse. E diverse sono anche le ditte appaltatrici delle condutture. Ed è giusto che sia così.
L’importante è che queste tecniche siano serie, intendano servire l’uomo e facciano giungere l’acqua agli utenti.
Senza inquinarla. Se lungo il percorso si introduce del veleno, non si serve la causa della pace.
Senza manipolarla. Se nell’acqua si inseriscono additivi chimici, magari a fin di bene, ma derivanti dalle proprie impostazioni ideologiche, non si serve la causa della pace.
Senza disperderla. Se lungo le tubature si aprono falle, per imperizia o per superficialità o per mancanza di studio o per difetti tecnici di fondo, non si serve la causa della pace.
Senza trattenerla. Se nei tecnici prevale il calcolo, e si costruiscono le condutture in modo tale che vengano favoriti interessi di parte, e l’acqua, invece che diventare bene di tutti, viene fatta ristagnare per l’irrigazione dei propri appezzamenti, non si serve la causa della pace.
Senza accaparrarsela. Se gli esperti delle condutture si ritengono loro i padroni dell’acqua e non i ministri, i depositari incensurabili di questo bene di cui essi devono sentirsi solo i canalizzatori, non si serve la causa della pace.
Senza farsela pagare. Se i titolari della rete idrica si servono delle loro strumentazioni per razionare astutamente le dosi e schiavizzare la gente prendendola per sete, non si serve la causa della pace.
Si serve la causa della pace quando l’impegno appassionato dei politici sarà rivolto a che le città vengano allagate di giustizia, le case siano sommerse da fiumi di rettitudine e le strade cedano sotto una alluvione di solidarietà, secondo quello splendido versetto del profeta Amos: «Fate in modo che il diritto scorra come acqua di sorgente, e la giustizia come un torrente sempre in piena» (Am 5,24)12.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi
.
«Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe(Mt 10,16).
La verità di Dio è Luce che mette in fuga le tene­bre della ragione umana. Lo Spirito Santo interviene per guidare i giusti, se è invocato con cuore puro, poiché
“Dio ama il diritto e la giustizia, della sua grazia
è
piena la terra”
(Sal 33,8). La giustizia di Dio è anche verità, infatti chi ha compreso ilsuo amore lo deve manifestare con l’ur­genza e la gioia che dà l’operare ilbene. Chi vive nel bene è portatore”
dei frutti dello Spi­rito Santo che sono: amore, gioia, pace, pazienza, benevolen­za, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”
(cfr. Gal 5,22) e riuscirà quindi a vincere sempre il male con il bene.
“Il giusto vivrà mediante la fede”
(Rm 1,17) ci dice la Parola di Dio. Questo significa che la fede conduce l’uomo ad agire nella giustizia di Dio perché credendo che Egli è, agisce nel suo timore. Al contrario chi non vuol credere si permette ogni licenza perché si lascia condurre dall’uomo che ragio­na secondo il suo bisogno naturale seguendo l’istinto. La fede peraltro è un atto di volontà che scaturi­sce dal desiderio di cercare la realtà intima e profonda presente in ogni uomo. È questo un desiderio nobilis­simo che si attiva, stimola, approfondisce, proprio man mano che l’uomo si libera dalla schiavitù degli istinti che, se assecondati, portano alla sua completa infelici­tà. La fede ci trasforma sempre più in uomini giusti che vivono di fede, attraverso la meditazione, la pre­ghiera, l’esercizio delle virtù, quindi il rinnegamento dell’io materialista. Chi dice: “lo credo” riassume in questa parola tutta l’accettazione del Vangelo che è rivelazione dell’Amore di Dio per l’uomo. Essere “giusto” agli occhi di Dio non significa essere perfetto perché solo Dio è il Perfettissimo, ma l’uomo che anela all’ amicizia con il Signore cerca di uniformare la sua mente, il suo cuore, i suoi atti con­frontandosi in ogni momento con la Parola che lo indirizza, guida e trasforma in uomo giusto e gradito a Dio. La Parola di Dio racchiude in sé la potenza dello Spirito Santo e penetrando nell’uomo che la medita, purifica il suo spirito umano per trasformarlo in figlio di Dio ed erede della sua grazia. Attraverso le situazioni concrete che l’uomo vive nel travaglio terreno, potrà comprendere con sempre maggior chiarezza se il suo cuore cerca la verità che viene da Dio. Solo vivendo le prove, le difficoltà, la ricerca della verità e del bene, egli potrà perfezionare il suo modo d’amare per renderlo sempre più puro e liberarlo da ciò che provoca nell’anima un comporta­mento falsato: difetti, attaccamenti e ferite ricevute non guarite.
È con l’esperienza che impariamo ad essere mise­ricordiosi, ci liberiamo dal giudizio e cresciamo nell’’amore. Ricordiamo sempre che ciascuno dovrà risponde­re del suo amore donato agli altri come se fosse dato a Dio. Più giudichiamo, più amiamo superficialmente. Più siamo misericordiosi, maggiormente cresce in noi l’amore divino e lo Spirito Santo può illuminarci con la luce della sua giustizia. Nella misura in cui poi ci lasceremo penetrare dall’amore divino, impareremo ad essere misericordiosi verso gli altri. Ma per comprendere questo dovremo vivere la persecuzione di chi, mentendo, dirà ogni sorta di male a causa del Vangelo perché
“così hanno perse­guitato i profeti prima di noi”
(cfr. Mt 5,12) e ancor di più hanno fatto a Gesù
“inchiodandolo alla croce ed ucciden­dolo”
(cfr. At 2,23). Infatti
“il diavolo, omicida fin dal principio perché non ha perseverato nella verità, perché non vi
è
verità in lui”
(cfr. Cv 8, 44), non si dà da fare per chi non disturba il suo malevolo operare, ma istiga i deboli nella fede contro gli eletti di Dio che vogliono servirlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze. Il male, nemico di Dio, agisce instancabilmen­te per contrastare la loro opera. Quando poi riesce a dividere gli uomini fra loro ha compiuto la sua azione più malevola perché l’amore unisce, il male divide. Perché la persecuzione è una “beatitudine”? Pro­prio perché è una caratteristica di coloro che amano Gesù. San Paolo messo in prigione a causa della procla­mazione del Vangelo arriva ad esclamare:
“Per me infatti vivere
è
Cristo e morire un guadagno”
(Fil 1,21). E quando, vivendo la tribolazione, prega e chiede a Dio che gli venga in aiuto, ha da Lui questa risposta:
“Ti
basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pie­namente nella debolezza”.
L’Apostolo esclama quindi:
“Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è al­lora che sono forte”
(2 Cor 12,9-10). Meditando attentamente queste parole di San Paolo troviamo la chiave di comprensione della beati­tudine dei perseguita ti a ca usa di Gesù. Solo vivendo in noi l’incomprensione, la tribola­zione e la persecuzione, ci liberiamo dagli attaccamen­ti umani che ci fanno sentire bravi e buoni e che ci fanno ricercare la gloria umana nelle nostre azioni. Solo sperimentando la nostra debolezza a risolve­re le situazioni, a spiegare le nostre ragioni ed inten­zioni, cresciamo nella libertà di spirito che ci fa agire in coscienza ed unicamente per la gloria di Dio, facen­do esperienza della potenza di Cristo. Allora potremo comprendere con San Paolo che la persecuzione può diventare “beatitudine” proprio perché ci guida a spo­gliarci del nostro io per diventare forti in Dio! Le difficoltà poi che derivano dalle persone a noi più vicine sono quelle che ci fanno soffrire maggior­mente. Quando si è traditi da un amico la sofferenza è più profonda di quella provocata dal tradimento di un nemico. Durante la persecuzione che subiamo, dobbiamo chiedere allo Spirito Santo di aiutarci a comprendere le difficoltà delle anime che ci infliggono queste soffe­renze. Solo comprendendo le motivazioni profonde dell’’agire umano riusciamo a superare il giudizio per arrivare alla misericordia. Chi giudica, critica e condanna, non è ancora ar­rivato a comprendere l’amore divino proprio perché Dio scusa, perdona ed usa misericordia verso le sue creature. Dobbiamo quindi fare altrettanto anche noi. Allora la verità pian piano si farà strada perché il maligno turba i cuori, ma il perdono di chi è offeso lo ricaccia nell’inferno lasciando libero quel cuore che si è fermato al giudizio e quindi non ha ancora compre­so la verità. Se ci amiamo gli uni gli altri come ci ha amato Gesù che ha dato la sua vita per noi, scopriremo la gioia della libertà interiore che non dipende dal giu­dizio degli uomini. Chi cerca la verità nella contemplazione della Parola di Dio, fa cosa a Lui gradita perché Egli predi­lige chi ha fame e sete della sua Parola. La conseguen­za è
“il centuplo insieme alle persecuzioni”
(cfr. Mc 10,30) che sono riservate agli eletti di Dio. È proprio dalla lotta fra il bene ed il male vissuta concretamente sulla terra che il regno di Dio si mani­festa sempre più palesemente agli uomini perché ognu­no scelga Dio o il rifiuto di Dio.
“Se hanno perseguitato Me, perseguiteranno anche voi”
(Cv 15,20), perché il principe del mondo, il diavolo, in quanto iniquo, odia la giustizia di Dio e va in giro cercando chi divorare proprio perché chi subisce i suoi attacchi possa scegliere responsabilmente. Ma chi ha vissuto in sé tutti i travagli della ricer­ca della giustizia di Dio, si è purificato da tutte le intenzioni impure e si è liberato dagli attaccamenti alle persone ed alle cose del mondo iniziando a vivere dentro di sé la pace che viene dalla buona coscienza. Egli non può stare inattivo quando vede l’iniquità degli uomini. Animato dalla certezza che Dio agisce con il suo Santo Spirito in ogni uomo che cerca la sua giustizia, lotterà incurante degli ostacoli posti sul suo cammino. Nessuno può ritenersi giusto davanti a Dio, ma è Lui con il suo amore che ci giustifica perché”
quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo perché egli sia il pri­mogenito fra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giu­stificati, quelli che ha giustificati li ha anche glorificati”
(Rm 8,29-30). Chi comprende queste parole sarà libero da se stesso perché lo Spirito Santo in lui si manifesterà come misericordia per quanti L’accolgono, sarà invece giu­stizia per quanti giudicano gli altri non amandoli come dovrebbero. È inevitabile che la lotta sia accanita perché le forze del male si servono dei deboli nella fede per contra­stare i forti in Dio. È proprio da questa lotta per la ricerca della ve­rità e della giustizia che ognuno si rende libero perché può scegliere il bene oppure diventare schiavo del peccato con tutte le sue conseguenze, se si immerge nella sua ragione e nel suo egoismo. Come deve agire chi ha compreso la legge del­l’amore di Dio ed ha deciso nel suo cuore di esservi fedele?
“Chi ha fondato la sua casa sulla roccia”
(cfr. Mt 7,24) non teme la tempesta!
Dio, Amore infinito, permette la persecuzione e l’offuscamento della verità solo quel tanto che è suffi­ciente per guadagnare il merito eterno. Insieme poi alla persecuzione, dà sempre la for­tezza per superarla e vincerla perché Dio è già il Vin­citore, ma si serve dei suoi figli perché ognuno compia la sua parte, secondo il ruolo assegnatogli nel progetto di salvezza sul genere umano:
“Chi
ci
separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che
ci
ha amati”
(Rm 8,35.37). Tutto allora viene accettato nella pace mentre ana­lizziamo la nostra coscienza per chiedere a Dio se in noi c’è qualcosa che altera la sua verità e la sua giu­stizia. Se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, vivia­mo nella certezza che lo Spirito Santo ci suggerirà le parole e gli atteggiamenti giusti e ci userà come stru­menti di bene e di giustizia.
“Gesù
è
venuto a portare il fuoco sulla terra”
(cfr. Le 12,49) e questo fuoco è l’incendio d’amore per la sua Parola e lo zelo nel proc1amarla perché ognuno sia missionario di pace e di bene insieme alla lotta ed alla persecuzione che ci rendono beati.
Conclusione
“Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio: Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1 Gv 4,7-8).
Il cammino privilegiato per imparare ad amarci gli uni gli altri come ci ha insegnato Gesù (cfr. Gv 13,34) è tracciato dalle “Beatitudini”. “Dentro il disegno universale di salvezza c’è per ognuno una vocazione originale propria. Tutti sono amati e devono amare, ma le attuazioni concrete della carità possono variare da persona a persona, da una situazione all’altra. Al di là dei comandamenti, che val­gono per tutti, ci sono gli appelli personalizzati che Dio nel suo amore rivolge ai singoli nelle diverse si­tuazioni concrete. Tutti però, seguendo Cristo, sono chiamati a crescere nella carità fino al dono totale di sé”
13
. Dio, nostro Padre, ci ha creati per l’amore, e l’amo­re non può esistere senza altri esseri da amare. Nel cammino della vita terrena l’uomo deve im­parare ad amare perché, spogliandosi della sua istin­tualità, dei suoi egoismi e delle sue aspettative nei confronti degli altri, arrivi a comprendere che amare è donare. Se ascoltiamo attentamente il nostro cuore, com­prendiamo presto che imparare ad amare è difficile e comporta un continuo sforzo per poter passare dal possesso alla donazione. Ogni persona è un essere prezioso ed ha la sua dignità che esige il rispetto, la comprensione, l’accoglienza. Chi si ferma al possesso sarà sempre deluso e cercherà di compensare le sue aspettative ma inevita­bilmente compirà degli errori che, se saprà esaminarli, lo aiuteranno ad imparare ad amare, se lo vorrà, per accogliere gli altri così come sono. Ogni esperienza che noi viviamo si incide nel nostro cuore sia al positivo che al negativo. Se permet­tiamo allo Spirito Santo di penetrare, Egli ci insegnerà, giorno dopo giorno, come fare per cambiare. Ma per­ché possa agire bisogna che lo vogliamo. Chi si chiude agli altri ritenendosi superiore e perfetto non può imparare da loro, perché ognuno ha sempre qualcosa da insegnare all’altro, come ognuno ha sempre qualcosa da imparare dall’ altro. Chi si sente inferiore, incapace, inadeguato alle situazioni, offende Dio che ci ha detto di amare il nostro prossimo come noi stessi (cfr. Mt 19,19), perché chi non ama se stesso non può rapportarsi con gli altri in modo libero. Chi si lascia guidare dallo Spirito Santo, vive la pace nel suo cuore perché, aderendo all’insegnamento di Gesù, ha compreso che il punto di arrivo dell’ amo­re è servire gli altri come se fosse fatto a Lui ed entra in armonia con se stesso perché assapora già la beati­tudine di vederlo in tutti ed in tutto ciò che vive. Ma il cammino per imparare ad amare è lungo, difficile, e varia dall’ apertura del nostro cuore e dal desiderio di trovare la pace e la stabilità affettiva. È comunque necessario perché amando guada­gniamo il merito della vita eterna e ci sarà assegnato il premio commisurato al nostro sforzo. Anche gli errori sono importanti in questo conte­sto, se impariamo a metterei continuamente in discus­sione, per chiedere al nostro cuore dove non abbiamo amato, o non l’abbiamo fatto abbastanza. Ogni uomo, secondo la sua vocazione, ha uno stato di vita, via maestra che ci conduce a comprende­re la volontà di Dio per imparare ad amare come Lui. Egli, per amore, ci ha dato ciò che aveva di più pre­zioso, suo Figlio Gesù, che assumendo la condizione umana ha vissuto concrete situazioni di vita perché, dal suo esempio, potessimo imparare anche noi. Tante volte ci sembra impossibile imitarlo fino a dare la nostra vita non solo per gli amici, ma anche per i nemici. Ma Dio non ci ha chiesto l’impossibile, perché questo lo fa solo Lui e lo compie già ogni giorno per chi Gli si affida totalmente. Egli ci chiede di agire nel miglior modo possibile con umiltà di cuore e nella piena comprensione della nostra incapacità umana, per contare sulla sua forza divina che vuol darci la vera, reale misura del suo amore per noi. Se invece i nostri cuori sono chiusi, induriti, e vivono ogni giorno le prove, gli intralci, le sofferenze, come offese a se stessi, non lasciando spazio a Dio che proprio attraverso queste situazioni vuole istruirei e guidarci a comprendere il suo modo d’amare, come può Egli intervenire? Può Dio violentare la nostra volontà attaccata al nostro io? Se rimaniamo fermi alla ragione umana, se voglia­mo spiegarci tutto con la nostra mente limitata, non arriveremo mai a fare esperienza dell’ amore divino che vuol entrare nel nostro cuore per trasformarlo in cuo­re che ama secondo Dio e non più secondo la carne. “L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di in tender le, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno” (1 Cor 14,15). Dio non guarda all’imperfezione umana, ma al­l’intenzione del cuore ed è da questa che deve sempre partire il desiderio di amare. Ogni uomo ha in sé questo desiderio insieme al bisogno di essere amato perché Dio, nostro Creatore, è Amore infinito e noi siamo fatti a sua immagine e somiglianza. La felicità su questa terra non deriva dal possesso dei beni e neppure dal possesso delle creature. Questi portano ad una sempre più profonda infe­licità ed annebbiamento della coscienza. La vera unica felicità di ogni uomo è di amare se stesso e gli altri similmente a Dio e più realizza questa sua profonda e intima aspirazione, maggiormente cre­sce nella pace e serenità interiore. Lo Spirito Santo è amore che ci rende capaci di amare e riflettendosi nel nostro cuore ci apre al desi­derio di imparare ad amare. Secondo poi la natura dell’anima: i talenti, le predisposizioni, le occasioni, il disegno divino su di lei, Dio può intervenire per gui­darla ed istruirla al suo modo d’amare che è donazio­ne, quindi servizio agli altri come se fosse fatto a Gesù: “Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi
ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io facciate anche voi” (Gv 13,13-15). La vita terrena è la prova da superare per dimo­strargli quanto Lo amiamo in ogni persona che incon­triamo. Dio, Luce d’amore, riflette nell’anima che lo chie­de il riflesso del suo amore a lei destinato; si attualiz­za così il suo regno sulla terra per quell’ anima. “Noi, corpo e membra di Cristo, ciascuno per la nostra parte” (cfr. 1Cor 12,27), dobbiamo servirlo nel ruolo assegnatoci. Chi è piede deve camminare per propa­gare il. regno di Dio secondo l’uso destinato al piede, ma chi è mente lo deve fare in modo diverso. Solo entrando nella profondità del mistero del suo amore che si manifesta ad ognuno di noi in proporzio­ne alla nostra disponibilità ed accoglienza e quindi alla comprensione del ruolo assegnatoci, possiamo impa­rare ad amare gli altri come se fosse fatto a Dio. Solo rinunciando al nostro modo d’amare com­prendiamo il suo modo divino e riusciamo a corrispondergli, Solo pregando possiamo riempirei del suo Spi­rito d’Amore che entra nel nostro spirito. Chi crede veramente può chiedere a Dio la grazia di Imparare ad amare sempre più perfettamente supe­rando gli ostacoli del suo modo sbagliato d’amare: “In verità vi dico: se avrete fede pari ad un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile” (Mt 17,20). La vocazione che ogni uomo ha ricevuto da Dio è la scuola per apprendere ad amare. È nel suo stato di celibe, sposato o consacrato che attualizza nel migliore dei modi il mandato di Dio che “ci amiamo gli uni gli altri come Lui ci ha amato” (cfr. Gv 13,34). Dobbiamo però aumentare sempre più la nostra capacità di amore adeguando il nostro modo d’amare a quello di Dio e questo lo otteniamo chiedendolo sempre nella preghiera e alimentando il nostro spirito con la sua grazia che si effonde in noi attraverso i Sacramenti. Solo così possiamo trovare la forza per perseverare e perfezionare il nostro modo d’amare! Ognuno riceve dal Sacramento specifico della sua vocazione la grazia santificante per poter svolgere la sua missione: gli sposi imparando ad amarsi sempre più perfettamente potranno insegnare ad amare ai fi­gli mettendoli in condizione di formarsi una persona­lità armonica e serena. L’amore donato all’altro lo guarisce dalle paure, dalle chiusure, dai risentimenti. L’amore scusa, copre e crede, l’amore perdona perché dona se stesso all’ al­tro per aiutarlo nella realizzazione di sé. È proprio dalle difficoltà che l’uomo incontra che impara ad amare perché non si può dire che amiamo qualcuno se non glielo dimostriamo concretamente. L’amore non è mai statico, ma dinamico, perché è in continua ricerca di perfezionamento per far felice l’altro e cerca in ogni modo non di accontentarlo, ma ciò che è il suo vero bene spirituale. L’amore è anche comprensivo perché sa aspettare il momento giusto per intervenire, sa tacere quando vede che non trova accoglienza, sa pazientare perché anche Dio ha tanta pazienza con noi. L’amore vince sempre il male con il bene perché è eterno e sa che Dio manifesta la sua gloria già su questa terra riversando nei nostri cuori il suo Spirito che ci fa sentire suoi figli.
La Parola di Dio ci incoraggia: “Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male” (Rm 12,10.16.21). La nefasta azione del maligno vuole contrastare con ogni mezzo l’espandersi dell’ amore. E quale mez­zo eletto è l’unione dei coniugi per poterlo manifesta­re e la famiglia per poterlo coltivare! Nel rapporto di coppia l’amore ha la sua massi­ma espressione, ma è anche più facilmente frainteso. Nel nostro cuore c’è il desiderio di un amore vero, gratuito, che sia puro dono della persona, perché l’amo­re coniugale è il dono reciproco di sé. È però difficile per i coniugi trovare subito l’equi­librio affettivo perché spesso si scambia l’amore con il possesso, allora ci si sente usati dall’altro pensando di non essere amati. L’uomo accecato dal possesso dei beni terreni, dal consumismo, dalla sbagliata impostazione di ciò che significa realizzare se stesso, sta perdendo il senso di ciò che significa amare. Solo entrando nella dimensio­ne spirituale può comprenderlo, perché Dio è l’amore che ci libera dalla paura e ci guida ad imparare ad amare attraverso il suo esempio e l’attenta riflessione della sua Parola. L’uomo che vuol realizzare se stesso in modo umano si perde perché: “Ognuno di noi, con tutta umil­tà, consideri gli altri superiori a se stesso” (cfr. Fil 2,3). Questo non vuol dire entrare in un complesso di infe­riorità, ma vedere le necessità degli altri prima delle nostre. Anche noi ne saremo avvantaggiati perché c’è più gioia nel dare che nel ricevere! Chi pensa prima a sé non manifesta nella sua vita la legge di Dio, ma solo il suo egoismo ed entra in una spirale negativa perché troverà sempre qualcuno che non lo ama come vuole essere amato e sarà portato a vedere ciò che gli manca e non a gioire di quello che ha. Amare il prossimo come noi stessi significa dive­nire consapevoli che ogni persona ha gli stessi bisogni ed aspettative nei nostri confronti. A maggior ragione nell’unione coniugale prima e nella famiglia poi, si deve creare un clima di attenzio­ne all’ altro perché prossimo più vicino che vive quo­tidianamente con noi e bisognoso della nostra compren­sione. Solo lo Spirito Santo che è Amore può guidare i coniugi e la famiglia che nascerà dalla loro unione ad un amore vicendevole nei ruoli che Dio ha loro asse­gnato secondo il suo progetto divino di salvezza e di progresso per l’umanità. Ogni genitore è, se lo chiede, il prolungamento della mano creatrice di Dio che manifesta la sua onni­potenza attraverso di lui. In questo modo la famiglia vive serena le gioie, i dolori, le avversità che Dio pre­para per farla crescere nel suo amore. In questa piccola cellula della società ogni singolo componente per realizzarsi deve cooperare con Dio nel suo progetto su ciascuno perché con l’intervento dello Spirito Santo si riveli la gloria di Dio e finalmente si realizzi il suo regno di pace e di amore. “E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima imma­gine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2 Cor 3,18).
Salvatore Monetti – diacono
1
Vedi Ercole al bivio: Si tratta di una nota allegoria ideata dal sofista greco Prodico e narrata nei detti memorabili di Socrate da Senofonte.
2
Cf. Rm 7,19.
3
Rm 7,24-25.
4
Canto notturno
5
Sant’Anselmo
6
Sof 2,3
: “Voi tutti della terra” viene pure tradotto (ed è tra l’altro il vero significato del termine ebraico) “Voi tutti umili della terra”.
7
Mc 10,45
8
Amos 8,11-12.
9
Sal 85,11.
10
Mt 25,35-36.
11
Mc 15,39
12don Tonino Bello, Vegliare nella notte, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 1995.
13
La verità vi farà liberi
- Par. 899, Libr. Editrice Vaticana.
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