La fontana del villaggio - Comunità del Diaconato in Italia

Vai ai contenuti

Menu principale:

La fontana del villaggio

Il Mio Contributo > 2009
La fontana del villaggio
Posted on by admin
La Fontana del villaggio
Un tempo la fontana del villaggio, era la parrocchia, luogo per eccellenza dove la gente comune si incontrava ed incontrava Cristo. Col mutare dei tempi, delle situazioni economiche, sociali e culturali, la parrocchia, soprattutto nelle grandi città, appare oggi una struttura superata, inadeguata a mediare il messaggio cristiano in una società assetata di effimeri bisogni. Purtroppo, la vivacità della parrocchia spesso viene determinata dalla vitalità del parroco. Infatti, quando si parla bene o male di una parrocchia, in realtà si parla del parroco che la governa, non del vissuto della comunità, forse perché il tessuto di relazioni tra le varie realtà esistenti in parrocchia sono di secondaria importanza o del tutto inesistenti. Così la parrocchia viene identificata solo come il luogo dove si celebrano i sacramenti, anziché essere primariamente il luogo dell’evangelizzazione e della carità. Invece, la parrocchia deve essere una comunità di relazioni e doni tra parrocchiani, catechisti, operatori pastorali, ministri istituiti e diaconi, senza chiudersi in un isolamento inadeguato a vivere una reale vita di comunione. Sicuramente è stato più comodo riempire le parrocchie con i movimenti ecclesiali, anziché costruire faticosamente la presenza della Chiesa in un territorio con tutti i rischi, i travagli e le gioie che tale impresa comporta. Nonostante siano espressione di profondo fervore spirituale e rappresentino una grande ricchezza per la Chiesa, i movimenti ecclesiali spesso contribuiscono ad edificare un’immagine distorta, ghettizzante, della parrocchia. Quando non sono in grado di mettere il loro grande carisma al servizio dell’intera comunità parrocchiale, i movimenti ecclesiali finiscono col divorare tutta la vita pastorale di una parrocchia sortendo un effetto negativo: la parrocchia perde la sua identità comunitaria e finisce per l’essere identificata come la parrocchia dei carismatici, neocatecumenali, focolarini ecc. dimenticando, come insegna san Paolo che siamo tutti di Cristo (cf. 1Cor 1,12). C’è dunque bisogno di qualcosa in più che di una semplice riflessione superficiale; occorre una riflessione qualitativamente diversa per affrontare il problema senza ipocrisia. Forse dovremmo essere più chiari e meno ambigui, perché da un lato si continua a ritenere la secolarizzazione responsabile della crescente scristianizzazione e dall’altro non si mette mai in discussione il nostro operato. Oppure quando in maniera del tutto contraddittoria si fa riferimento all’immagine di una societas cristiana scomparsa e poi si continua ad affermare che, per esempio, nella mia parrocchia appartengono 9.000 fedeli, senza avere l’onestà di distinguere tra abitanti, battezzati, e reali praticanti. Allo stesso modo si continua, a giusta ragione, a sostenere che la parrocchia non deve essere una stazione si servizio per l’amministrazione dei sacramenti, ma continuiamo a celebrare battesimi, matrimoni pur sapendo che l’aver reso obbligatori i corsi di preparazione non è servito a suscitare la fede, né a rendere consapevoli i fedeli dell’impegno cristiano che comporta il battesimo o il matrimonio religioso. «Prima che gli uomini possano accostarsi alla liturgia, bisogna che siano chiamati alla fede e alla conversione» (SC 9). Ma quanti battesimi e matrimoni si potrebbero celebrare? Continuiamo ad illuderci che i bambini che vengono iniziati alla fede cristiana continuino a frequentare le nostre parrocchie dopo la prima comunione o la cresima, invece si dissolvono. Dobbiamo ritornare all’oratorio con l’intendo di creare una sana aggregazione cristiana sfornando figli con principi e valori cristiani. Nelle parrocchie non si devono creare attivismi se non per la crescita della comunità, altrimenti si corre il rischio di trasformare la parrocchia in una sorta di struttura sociale che, in taluni casi supplisce l’assenza dello Stato e non è più capace di annunciare il Cristo e testimoniare la salvezza che la Chiesa, popolo di Dio, promulga nei secoli. La parrocchia è, e deve rimanere la “fontana del villaggio” luogo dove la gente comune, abbeverandosi di Cristo, diviene comunità cristiana. Mai come oggi la complessità dei problemi presenti sulle foranie richiedono un’attenta riflessione nell’elaborazione del piano pastorale diocesano, affinché gli abitanti del territorio edifichino delle comunità parrocchiali che siano davvero Chiesa che vive tra le case degli uomini. In altri termini, per delineare il ruolo della parrocchia, perché divenga casa per TUTTI, è necessario avere il coraggio di ridefinire la struttura stessa della parrocchia in maniera da rendere viva e operante la comunione, fondamento ontologico della Chiesa. Non possiamo parlare di unità pastorale o pastorale integrata se non facciamo comunione, se non vi è unità, integrazione, accoglienza, ospitalità. Solo se riusciremo a testimoniare amore e carità, saremo capaci di ritrovare qualcosa del villaggio, qualcosa che ci faccia aprire le porte blindate delle nostre case e delle nostre chiese di cemento armato e ci faccia incontrare in un nuovo rapporto di umanità e fraternità.
Salvatore Monetti – diacono
(Diocesi Salerno – Campagna – Acerno)
Torna ai contenuti | Torna al menu