L’ho detto e lo farò di Mario D’Agosto - Comunità del Diaconato in Italia

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L’ho detto e lo farò di Mario D’Agosto

Il Mio Contributo > 2014
"L’ho detto e lo farò"

Dio, donandoci un cuore nuovo, porta a compimento la sua promessa di salvezza, non per i meriti degli uomini, ma per amore del suo amore!
Nell’Antico Testamento ci è stato profetizzato:

“…Così dice il Signore Dio: Io agisco non per riguardo a voi …, ma per amore del mio nome santo … vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo … Porrò il mio spirito dentro di vo i… L’ho detto e lo farò” (Ez 36,21-32.37,1-14).
Dio è Amore ed è preso d’amore per l’uomo
 e desidera parlare direttamente al suo cuore per guarirlo e rinnovarlo, perché
 sa che:
"Dal di dentro, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l`uomo” (Mc 7,21-23).

Il cuore, essendo la componente diversamente razionale dell’intelletto, lasede della coscienza, degli affetti, dei sentimenti e delle emozioni, è, per questo, il luogo dove avviene il vero risanamento dell’uomo. Attesta peresperienza diretta sant’Agostino:

"Il medico c’è, ed è nascosto dentro il tuo cuore". È nel cuore che si riceve la guarigione dal cattivo discernimento, dalle paure, dalle ferite interiori, dai comportamenti sbagliati e violenti, dalla celata tristezza e dall’incapacità di perdonare e di amare.

La Bibbia mette in evidenza come soltanto con un cuore nuovo si può crescere nella fede: “… con il tuo cuore crederai …” (Rm 10,9). Dio ci dona il suo Spirito d’Amore e di Verità affinché il nostro cuore si trasformi e cerchi tenacemente il rivoluzionario Incontro con Gesù, il Verbo (il Logos: la “Ragione” del cuore di Dio) che con immensa tenerezza prende l’iniziativa. Questo sconvolgente “Incontro” trasforma radicalmente la nostra mentalità e realizza la metànoia, risvegliando in noi la fede e la verità innata del nostro essere più profondo, rendendo la nostra ragione rinnovata, feconda e libera dalle menzogne.

Poiché le scelte fondamentali si fanno nell’intimo del cuore, dove l’uomo nasconde la sua santità e il suo peccato, è indispensabile incamminarsi verso questo centro dell’essere alla ricerca dell’unità interiore, per comprendere che l’intelligenza, la volontà e l’affettività hanno bisogno di dialogare tra loro per ricreare il legame perduto. Solo quando c’è questa influenza reciproca ci si rende conto che la volontà non è semplicemente avere buone intenzioni, né la ricerca della propria affermazione a discapito degli altri, ma è la facoltà di saper decidere guidati dall’amore e nella libertà dei figli di Dio. Allo stesso modo, l’affettività non è riducibile alla sensibilità o alla sessualità, come pure l’intelligenza non è riducibile all’intellettualità (utile se resta nella sfera della cultura, della scienza, dell’erudizione) che in nessun caso deve essere considerata come modello dell’intelligenza in sé (di fatto, l’intelligenza non è riservata agli intellettuali). Non si ama con l’intelligenza, nel senso proprio del termine, tuttavia si può mettere l’intelligenza al servizio dell’amore.

Purtroppo, vivendo nella società dell’intellettualismo e del rigore scientifico (dove si attribuisce all’intelletto un ruolo dominante rispetto alla volontà, al sentimento, alle emozioni, all’intuizione e alla fantasia), abbiamo dimenticato “le ragioni del cuore” e come l’uomo abbia più che mai bisogno di scoprire la dimensione spirituale dell’intelligenza. San Paolo ci esorta:

"...abbiate una conoscenza piena della sua volontà con ogni sapienza e intelligenza spirituale, perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio …” (Col 1,9-10).

Siccome è nel cuore che si celebrano le nozze con il nostro Creatore, è necessaria l’intelligenza spirituale (la ragione illuminata dallo Spirito) affinché avvenga il solenne Incontro intimo tra Dio e l’uomo “… per amore del suo nome” (Sal 23,3).

Davvero Dio non può rinnegare se stesso, il suo essere Amore-Persona; per amore, solo per amore, dona a chiunque lo invoca il suo Spirito, l’unico che ci permette di riportare alla luce la verità presente in noi e di poter fare l’esperienza di essere amati, perdonati e rigenerati da Lui. Chi ha fatto questa esperienza è rimasto sconvolto nello scoprirsi già del cuore di Cristo, "l’innamorato folle”, che desidera un rapporto diretto, speciale e fedele con l’uomo:

“… Tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo […] mettimi come sigillo sul tuo cuore …”
 (Ct 4,9.8,6.).

È lo Spirito, quindi, che ci dona l’intelligenza spirituale
 e ci fa capireche, ancor prima di avere Gesù nel nostro cuore, è Lui chi ci tiene gelosamente nel suo. Sta scritto, infatti:

"Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato …” (Ger 1,5).

Dio ha preparato per l’uomo qualcosa di grande che solo Lui può dargli: la verità, l’amore e la gioia senza fine! Serve a poco cercare altrove la verità e l’amore perché:

"Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano.” (1Cor 2,9).

La promessa rivelata nella Sacra Scrittura che Dio stesso si prende cura dell’uomo è certa e non dipende dalle nostre capacità e meriti, ma dalla Sua fedeltà all’amore del suo essere Amore, JHWH“Io Sono Colui che è … Amore”. Però, per ottenere la salvezza promessa da Dio è necessario che l’uomo riceva un cuore nuovo attraverso un viaggio a ritroso (fatto con intelligenza spirituale) alla ricerca delle cause dei propri atteggiamenti sbagliati. Viaggio intrapreso da molti convertiti, come Sant’Agostino che giunse alla consapevolezza che per conoscere Dio era necessario conoscere se stessi: “Non uscire fuori di te, rientra in te stesso; nell’intimo dell’uomo risiede la verità”.

L’uomo può avventurarsi con coraggio in questo viaggio alla ricerca della verità solo fidandosi ciecamente dell’aiuto di Dio, come ci rivela il profeta Isaia:

"Non temere, perché io sono con te; non smarrirti … ti vengo in aiuto e ti sostengo con la destra vittoriosa.” (Is 41,10).

Quando giungeremo nel segreto del cuore, il peccato si rivelerà per quel che è realmente: non sempre una lucida scelta di cattiveria, ma il sintomo di un problema che ci portiamo dentro, il tentativo di soddisfare un bisogno reale, però in un modo del tutto sbagliato.

Nella Bibbia si evince che le difficoltà e le sofferenze che accompagnano la nostra vita non sono segno di un rifiuto da parte di Dio, ma un compito da affrontare, un’opportunità per cambiare il volto del mondo portando amore e speranza dove non c’è. Il Signore, che conosce le paure dell’uomo dopo il peccato (“… ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto” Gen 3,10), desidera rassicurarci, promettendoci il suo aiuto ci esorta a scoprire qual è il problema che sta alla base delle difficoltà che stiamo vivendo, in modo che non ci schiaccino e continuino a influenzare i nostri comportamenti senza che ce ne accorgiamo.

La stessa psicologia asserisce che le ferite dell’abbandono, i torti subiti, il tentativo di superare i propri limiti, le aspettative rimaste deluse, sono tutte realtà che hanno accresciuto nell’uomo lo spirito di rivalsa, la tendenza a strumentalizzare gli altri (e anche le proprie ferite), il rifiuto della responsabilità delle relazioni (che spesso sono finalizzate solo allo sfruttamento) e il perpetrare il male verso il prossimo, portandolo a perdere la sua vera identità. Di conseguenza, l’uomo ferito si crea un mondo tutto suo che gestisce in modo autonomo per recuperare ciò che gli è stato tolto. Entra, perciò, in un circolo vizioso d’isolamento e di morte interiore fino a non permettere all’altro di amarlo fino in fondo; poiché si radica l’errata convinzione che l’altro non lo ama per quello che è, scatta la mentalità diffusa che è più importante avere che essere. Inconsciamente si genera, in modo crescente, l’atteggiamento dell’autonomia, intesa come autosufficienza, in modo da non aver bisogno di nessuno, come rivalsa alle ferite subite; oppure, per superare il malessere interiore si cerca di fare delle alleanze, delle coalizioni per combattere i “presunti” nemici.

La storia della nostra vita è costellata di difficoltà, l’ingiustizia subita (reale o supposta) è diventata la chiave di lettura per comprendere noi stessi e la nostra vera identità. Sperimentiamo, infatti, come al ripresentarsi di vecchie situazioni di sofferenza rimosse, si rinnovano e s’ingigantiscono nell’inconscio i comportamenti sbagliati, i meccanismi di autodifesa; tutto ciò provoca ancor di più angoscia, tensione e paura. Questa situazione, inconsapevolmente, può alternare in noi una doppia condotta:

acomportamento di aggressività: non solo verso gli altri, ma anche verso le persone che ci vogliono bene (spesso è proprio su di loro che si scarica la tensione accumulata); ci facciamo largo nella vita a gomitate, con superbia schiacciamo i più deboli, cercando la nostra validità nel sentirci superiori agli altri, oppure desideriamo di possedere ciò che un altro possiede, diventiamo incapaci di riconoscere il nostro sentimento d’invidia, di astio per la felicità, per il benessere e per la fortuna altrui.

Senza rendersi conto spesso si sviluppa la personalità del fanatico del diritto, l’ingannevole mentalità di legge, dell’intransigente legalista che pretende di far derivare tutto da norme di carattere morale o giuridico (comportamento farisaico che dimentica che la carità supera tutte le leggi). Nasce l’atteggiamento ostentato e arrogante che impedisce la familiarità e la confidenza con gli altri. Vengono, così, repressi i bisogni di amicizia, di tenerezza, di sostegno, il bisogno di gioire o di soffrire con gli altri.

bcomportamento di rassegnazione: ci lasciamo schiacciare senza il coraggio di reagire, tendiamo a rinunciare ad affermare le nostre ragioni, ci adattiamo a vivere in maniera piatta e amorfa. Prende il sopravvento la paura della paura che ci impedisce di crescere. Sovente l’insicurezza e lo spavento ci fanno diventare sospettosi e timorosi, impacciati e infantili.

Secondo le situazioni, adottiamo l’uno o l’altro di questi atteggiamenti: forti con i deboli e deboli con i forti. Tutto questo impedisce agli altri di volerci bene. Così, non si diventa mai grandi nell’amore e si resta prigionieri nel vortice delle ferite del cuore che portano alla tristezza e alla paura di vivere. Si diventa infelici, non troviamo pace in niente, non riusciamo ad essere noi stessi perché abbiamo paura di rivelare agli altri il nostro sdoppiamento, per paura del giudizio sulla nostra debolezza e vulnerabilità. Non vogliamo rischiare di perdere l’immagine di sicurezza che ci siamo falsamente costruiti, per cui ci chiudiamo all’altro. Tutto ciò ci fa sentire insoddisfatti, la vita ci diventa pesante, stressante, noiosa e così triste da pensare di essere indegna d’essere vissuta.

L’unica soluzione per uscire fuori da questa condizione di morte è lasciare intervenire un “Aiuto esterno”, il Paraclito, lo Spirito di Verità:

"E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio.” (Gv 16,8).

È Lo Spirito Santo che, quando è accolto, convince l’uomo che per guarire bisogna riconoscere i propri atteggiamenti sbagliati. È Lo Spirito di luce che convince e conduce il cuore alla contrizione per il male compiuto e a chiedere la conversione a Dio, che ha promesso:

"Vi libererò da tutte le vostre impurità … Vi ricorderete della vostra cattiva condotta e delle vostre azioni che non erano buone e proverete disgusto di voi stessi per le vostre iniquità e le vostre nefandezze.” (Ez 36,29-31).

Ecco perché lo Spirito di Verità e di misericordia ci conduce in questo viaggio; ci fa vedere la realtà non per punirci (“… non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.” Gv 12,47), ma per farci restare nella Verità che ci rende liberi, perché insieme alla verità ci vengono dati Gesù come compagno di viaggio e il regno di Dio che entra dentro di noi e ci rende uomini nuovi. Ecco perché: “… il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto.” Lc 19,10).

Già nell’A.T. il profeta Osea ci rivela l’intenzione di Dio:

"...ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore … Le toglierò dalla bocca i nomi dei Baal, che non saranno più ricordati. In quel tempo farò per loro un`alleanza … Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell`amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore.” (Os 2, 16-22).

Allora Dio, acceso di passione, offre l’unica soluzione per sanare le antiche ferite: dona all’uomo quell’amore che in passato non ha ricevuto. Gesù vuole così compensare l’esperienza di disistima e di abbandono con una concreta esperienza di tenerezza, mette in noi la vera libertà e la fondamentale consapevolezza di essere realmente figli di Dio.

Nel cogliere e accogliere l’amore di Dio, finalmente la violenza e la paura si sciolgono, così non si deve più continuare a difen­dersi, il mondo non ci appare più così ostile. Gustando la bellezza dell’amore di Dio, nasce nel nostro cuore il desiderio di amare, a nostra volta, nella gratuità; con la consapevolezza che possiamo sentire l’amore di Dio se ci apriamo all’amore degli altri, però, iniziando ad amare per primi. Consideriamo che anche l’altro come noi è ferito, ha paura di essere rifiutato, di non essere considerato; come noi anche lui ha bisogno di essere aiutato a far fiorire l’amore, superando con coraggio le difese poste dalle sue ansie e dalle sue paure. Ansie e paure che esprimono sempre l’esigenza di essere amati, il desiderio di essere accolti e stimati.

Dunque, il problema che porta le persone a comportarsi male è profondo. Solo quando siamo entrati nel segreto del nostro cuore, riusciamo a leggere i bisogni inconfessati degli altri, diventiamo capaci di abbandonare le pretese che siano essi a cambiare e invece cominciamo a cambiare noi, cambia, senza renderci conto, la nostra condotta riprovevole. Attenzione, però, a non cercare di recuperare il male che si è fatto soltanto per sentirci giusti, altrimenti siamo ancora nella morte e nell’egoismo, perché ancora una volta lo facciamo per noi stessi, per non sentirci bisognosi della misericordia di Dio.

Il Vangelo ci invita restare nella verità, come il ladrone crocifisso con Gesù che si rese conto di come aveva condotto la sua vita e della sua responsabilità sul male fatto agli altri, al di là del male ricevuto:

"Noi giustamente – condannati -, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male” (Lc 23,41).

Questa consapevolezza l’ha reso disponibile al perdono e all’amore di Gesù che lo porta con sé nel suo regno. Pertanto, non dobbiamo vivere le ingiustizie della nostra vita come maledizioni, non dobbiamo vedere solo i torti subiti, ma impariamo a vedere soprattutto quello che noi abbiamo fatto di male e ancora continuiamo a farlo agli altri.

Solo quando senza paura e senza reticenze avremo visto in faccia le nostre piaghe e il nostro peccato, faremo entrare in noi la compassione di Dio e riusciremo a vincere i problemi che ci tormentano; una volta smascherate le menzogne, svaniranno la sofferenza, l’ansia e la paura che ci schiacciano. Scoprendo i bisogni insoddisfatti, che hanno indurito il cuore, si troverà nell’amore di Dio la capacità di voler bene, di colmare i vuoti fino a farli trabocca­re di gioia, perché il Signore “Passando per la valle del pianto la cambia in una sorgente … l’ammanta di benedizioni” (Sal 84,7). Affinché tutto questo accada, sono necessari la fede in Dio, il desiderio di incontrarlo e di lasciarsi amare, perdonare e rinnovare da Lui attraverso i sacramenti e un cammino di conversione.

È emblematico l’incontro di Gesù con Zaccheo, come il Suo sguardo misericordioso guarisce le ferite del cuore (Cfr Lc 19,1-10).

Inoltre, nel progetto di Dio c’è una novità: “ricostruire” l’uomo, donandogli un cuore nuovo attraverso la missione. Gesù diceva loro:

"La messe è molta, ma gli operai sono pochi … Andate: ecco io vi mando … rallegratevi che i vostri nomi sono scritti nei cieli” (Lc 10,2-3.20).

C’è un modo, per noi insolito ma molto concreto, con il quale Dio ci fa risorgere dai nostri sepolcri: affidandoci un compito, una “missione” che, spingendoci ad amare, dà senso alla nostra vita. È incoraggiante sapere che Dio ci ha voluti e ci ha scelti per essere testimoni del suo amore (ognuno nel proprio ambito: in famiglia, nel lavoro …); non lasciandoci soli, ci sostiene e ci viene in aiuto, dicendoci di continuo: “Non temere, io sono con te”. Per andare avanti Dio ci chiede di non aggiustare le cose vecchie (di non recuperare per sentirsi giusti davanti a Lui come i farisei), ma di costruirne di nuove:

"...nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi” (Mc 2,22).

Nel cammino di conversione, il pentimento è fondamentale, ma non bisogna lasciarsi schiacciare dai sensi di colpa, non rendiamo vano il sangue di Cristo, il suo sacrificio di espiazione; crediamo e accogliamo, nel sacramento della riconciliazione, la misericordia di Dio, di Chi fa “nuove tutte le cose” (Ap 21,5), altrimenti restiamo fermi, spietati con noi stessi e con gli altri. Una volta scoperti i nostri problemi e i nostri comportamenti sbagliati, non possiamo fermarci a guardare quel che siamo, piuttosto guardiamo avanti, a quel che Dio ci chiama ad essere; Egli ci sommerge di tante nuove e gioiose relazioni:

"Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,18-19).

Allora non lotteremo più per distruggere, ma per costruire: non ci preoccuperemo di eliminare i nostri difet­ti, di superare i nostri limiti ma, impegnati nel compito che Dio ci affida, sarà l’amore stesso che vivremo a trasformarci dentro, senza che neppure ce ne accorgiamo. Dio, liberando l’uomo dallo spirito di morte, gli affida una missione perché con essa continui la profonda esperienza del suo amore:

"Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L`ho detto e lo farò. Oracolo del Signore Dio” (Ez 37,13-14).

Il Signore ci conceda di renderci conto dell’importanza di avere dei compagni di fede. È la Comunità (la sua amata Chiesa-Sposa) che ci permette di penetrare nel Mistero di Cristo. Ci dona la Parola che è Spirito e Vita e ci riconcilia con Dio, con noi stessi e con il prossimo. Senza di essa riusciremo a fare ben poco, non riusciremo a liberarci dal nostro egoismo e dalla morte spirituale. Soltanto nella Chiesa popolo di Dio, l’uomo è sostenuto nella sua debolezza e messo in grado di riconoscere e accogliere la sua umanità. In questo modo può trovare conforto alla sua incompletezza, alla sua incapacità di reggere il rapporto con Dio, con se stesso e con gli altri. La fede, quindi, non può prescindere dalla comunità, Dio ci ha voluto e costituiti come “corpo mistico”, perché l’uomo possa essere guarito e perdonato dal male che si è fatto (rivalse e paralisi) nel tentativo maldestro di rispondere da solo alle sue aspirazioni profonde.

La guarigione interiore è soprattutto esperienza di liberazione dal peccato (parziale o totale separazione da Dio). Questa è la grande verità: noi tutti“Dalle sue piaghe siamo stati guariti” (Is 53,5; Pt 2,25). Dio, per mezzo della passione di Cristo, ha preso su di sé il peccato del mondo. Con il Suo “folle” stratagemma d’amore, entra nell’interno della realtà di divisione dell’uomo (iniziata da Satana), affinché, come Paolo, anche noi affermiamo:
 
"...questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù ” (Fil 3,13-14).

Gesù si dona senza riserve, si lascia “mangiare” (nella mensa della Parola e nell’Eucaristia), instaurando un rapporto con noi ci valorizza, ci ricostruisce dal di dentro, realizzando nella nostra vita le connaturali aspirazioni di verità, di bellezza, di bontà, di amicizia, di fratellanza, di felicità e di vita eterna che da sempre Dio ha deposto nella nostra anima per essere conosciute e realizzate. Dio Padre per mezzo del Figlio e dell’effusione dello Spirito Santo, ha portato a compimento ciò che aveva promesso: L’ho detto e lo farò!”.

Inoltre, l’Eterno ha voluto legare alla vicenda storica di Gesù Cristo e alla sua azione redentrice, la Vergine Maria, la piena di grazia, perché è “… beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,45).

Per combattere "il menzognero slegato dalle catene”, chiediamo aiuto proprio a Maria, Madre di Dio e madre nostra; preghiamo Colei, “la donna vestita di sole” (Ap 12,1), che fa tremare Satana e tutti gli abissi, che ci ha insegnato a non dubitare, a scolpire dentro di noi le Parole di vita eterna, perché Gesù:

"...da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà.“ (2Cor 8,9).

Il Figlio per renderci partecipi della sua gloria non ha esitato a scendere negli abissi dell’umanità, per amore del suo nome è disceso negli inferi del cuore dell’uomo per far salire dai suoi oscuri meandri la lode, il ringraziamento a Dio, il sì gioioso e definitivo dell’uomo che riconosce nel Creatore l’Eterno Padre buono.

Quarto (Na), 06-08-2009 Mario D’Agosto
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