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Intervento di Mons. Nicola Filippi

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Intervento di Mons. Nicola Filippi
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Incontro dei Diaconi permanenti del Lazio
S. Vittorino, 10 ottobre 2009
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L’anno sacerdotale che il Santo Padre ha aperto durante la celebrazione dei Vespri della Solennità del Sacro Cuore lo scorso 19 giugno ha come fine quello di “contribuire a promuovere l’impegno di interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti”. Il Papa si rivolge, quindi, innanzitutto ai presbiteri di tutto il mondo coloro e li invita a modellare il loro ministero sulla figura di S. Giovanni Maria Vianney, il Santo Curato di Ars, di cui ricorrono i 150 anni dalla sua morte. Ritengo, però, che alcuni tratti della personalità e della spiritualità di questo umile sacerdote della Francia del XIX secolo possano essere di aiuto anche ai diaconi. La lettera che il Papa Benedetto XVI ha indirizzato ai sacerdoti il 16 giugno ci offre al riguardo alcune preziose indicazioni.
Scrive il Santo Padre, riferendosi a S. Giovanni Maria Vianney: “Ciò che per prima cosa dobbiamo imparare è la sua totale identificazione col proprio ministero. In Gesù, Persona e Missione tendono a coincidere – con umile ma vera analogia, anche il sacerdote deve anelare a questa identificazione”. Mi pare di cogliere in queste parole un singolare appello a riscoprire l’importanza e la necessità di una vita unificata. Il diacono vive una pluralità di dimensioni a livello di identità: marito, padre, talvolta nonno, professionista e diacono. Più del sacerdote egli corre il rischio di ridurre, anche senza volerlo, il ministero a un fare e a non viverlo invece come espressione di una nuova identità che gli è stata donata con l’ordinazione. Analogamente al dogma cristologico di Calcedonia secondo il quale in Cristo riconosciamo una persona ma con due nature, allo stesso modo il diacono è chiamato ad essere uno ma, generalmente, con una duplice vocazione: matrimoniale e diaconale. Se l’agire segue sempre l’essere, se non si è unificati è probabile che si agirà o come marito o come diacono e ciò alla lunga può provocare una distonia interiore – una vera e propria schizofrenia – che genera malessere e fa perdere la propria identità.
Anche l’esercizio del ministero rischia di generare una frantumazione: spesso infatti è difficile raccordare la diaconia della liturgia, con quella della parola e della carità correndo così il pericolo di avere dei bravissimi diaconi specializzati in uno degli ambiti sopra ricordati ma assai carenti negli altri. Avremmo così diverse figure di diaconi: il samaritano attento ai bisogni sociali, il profeta attento a illuminare con la parola i problemi del mondo, il pastore che guida il culto
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. Dovremmo invece imparare a pensare non più nei termini di una triplice diaconia, ma di una sola diaconia che assume un volto diverso a seconda del luogo e del contesto nel quale viene esercitata. Esiste la diaconia della Chiesa che si esprime in tre modalità, diverse ma complementari fra di loro.
Come allora riuscire ad essere una persona unificata? Gesù vive una perfetta identificazione fra identità e missione a motivo del suo atteggiamento verso il Padre. Nel prologo del suo vangelo, l’Evangelista Giovanni scrive: “Il Logos era presso Dio” (
Gv 1,1
) e Schnackenburg così commenta: “Il Logos esiste realmente già prima della creazione, vivente in comunione personale con Dio, in Dio e da Dio … questo ′essere presso′ implica anche l’′essere in′ … l’essere in Dio (nel Padre) esprime, dal punto di vista del Figlio che si trova sulla terra, la sua inconcepibilmente profonda e stretta comunione con il Padre”
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. Alla luce di queste parole comprendiamo meglio perché Gesù nella sinagoga di Cafarnao, dica “Io vivo per il Padre” 
(Gv 6,57).
 Si legge nel Libro di Vita delle Fraternità Monastiche di Gerusalemme: “Tutta la sua vita era orientata al Padre, incessante offerta, ascolto, inno interiore di adorazione, di amore, di rendimento di grazie e di perenne intercessione per gli uomini. Mediante la preghiera era così unificato e totalmente unito a Dio da poter dire di essere nel Padre”
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. Soltanto una vita che dimora in Cristo può essere una vita nella quale il ministero non si riduce a un fare e a un fare solo in determinate circostanze o occasioni. E’, dunque, necessario riscoprire il primato della vita spirituale che si traduce nella preghiera personale, nella meditazione della Parola di Dio, e nel frequente ricorso al sacramento della Penitenza. Ogni peccato, infatti, provoca una frattura non soltanto fra noi e Dio, e tra il singolo e la comunità cristiana – la Chiesa è infatti il corpo di Cristo e ogni frattura con il capo è anche frattura con le membra perché, come insegna S. Agostino, esiste un solo Christus totus formato dal capo e dalle membra –, ma realizza anche una dicotomia fra ciò che realmente siamo e ciò a cui Cristo, con la vocazione ci ha chiamato. Infatti chiamati a vivere una pro esistenza, con il peccato ci chiudiamo in noi stessi scegliendo l’egoismo e il possesso al posto dell’altruismo e del dono. Il perdono di Dio ci restituisce quella dignità che avevamo perduto, donandoci la possibilità di tornare a vivere una piena comunione con Dio da cui scaturisce l’unità del nostro ministero.
Fra le dimensioni della vita spirituale da curare troviamo, ovviamente, anche la centralità dell’Eucaristia. Presentando la figura del Santo Curato d’Ars nell’Udienza Generale del 5 agosto, il Papa ha affermato: “il vero segreto del suo successo pastorale è stato l’amore che nutriva per il mistero eucaristico divenuto amore per il gregge di Cristo, i cristiani e per tutte le persone che cercano Dio”. L’Eucaristia, dunque, celebrata e adorata deve essere il cuore della vita e la sorgente della missione.
L’adorazione del Signore presente nel Sacramento dell’Altare è gesto qualificante dell’identità diaconale. Il greco per indicare la parola adorazione adopera il termine 
proskynesis
. Come ricordò Benedetto XVI ai giovani durante la Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia “essa significa il gesto della sottomissione, il riconoscimento di Dio come nostra vera misura, la cui norma accettiamo di seguire”. Nel gesto silenzioso di adorare, dunque, si accetta di avere come norma di vita l’amore in modo che la vita diventi pane spezzato e vino versato per i fratelli. In un mondo nel quale le parole amore e servizio assumono una pluralità di significati i diaconi, per non smarrire la loro identità determinata da questo binomio, devono assolutamente guardare a chi è stato servo per amore del Padre e dei fratelli per non correre il rischio di svolgere un ministero che, anziché rivelare la carità di Dio, sia un semplice servizio di assistenza o vicinanza che potrebbe essere svolto da chiunque.
La testimonianza della carità deve essere, invece, autenticamente teologale capace, cioè, di rivelare in pienezza, e senza lasciare alcun dubbio, il volto del Dio carità. I gesti di carità che il diacono compie devono essere qualitativamente, essenzialmente diversi da quelli compiuti dai membri di un’associazione di volontariato. È differente la motivazione per cui si agisce, ma essa deve essere percettibile, chiara: non può restare alla libera interpretazione di chi è destinatario di un gesto di carità. Mi sembra, quindi, di fondamentale importanza che l’agire caritativo sia sempre preceduto e seguito dalla preghiera: in una orazione preghiamo dicendo “ogni nostra attività abbia da te il suo inizio e in te il suo compimento”. Il nostro agire porta con sé la grazia di Dio che abbiamo implorato prima di venire in aiuto ai poveri o di annunciare il Vangelo.
Nella fame di amore e nella sete di verità che l’uomo di oggi avverte, infatti, è presente l’eco di Dio: solo, dunque, una vita “divina”, in cui la grazia sacramentale pervade ogni gesto compiuto e ogni parola pronunciata, è capace di saziare questa fame e questa sete e aiutare i nostri contemporanei a ritrovare la pace perché “è inquieto il nostro cuore fino a quando non riposa in Dio”.
Per venire efficacemente in aiuto, dunque, degli uomini e delle donne del nostro tempo bisogna imitare il Santo Curato d’Ars che, come scrive il Santo Padre, “seppe anche abitare attivamente in tutto il territorio della sua parrocchia”. Ciò è conseguenza logica del mistero dell’incarnazione: il Verbo venne ad abitare in mezzo a noi, come ricorda l’evangelista Giovanni (cfr 
Gv
 1,14). Pertanto l’abitare, il dimorare fra la gente non è un qualcosa di opzionale ma, oserei direi, costitutivo della fede cristiana. La particolare condizione del diacono, spesso sposato e inserito nel mondo del lavoro, facilita per un verso questo dimorare nella città degli uomini. Possiamo interpretare questo “abitare” in una duplice prospettiva: una riferita alla presenza fisica nel territorio e una riferita invece più all’aspetto culturale.
Il diacono non può ma deve conoscere la realtà in cui vive: in particolare i luoghi di sofferenza, quelli di emarginazione, le case e le famiglie dove abitano il dolore e la sofferenza, le persone che nessuno avvicina. Egli deve essere un uomo che ha fatto della strada la sua “casa” – così come il diacono Filippo (cfr 
At
8,26-35), il luogo dove trascorrere gran parte del proprio tempo. Conoscendo il territorio con i suoi problemi e le sue necessità ed essendo aperto allo Spirito dell’Amore, il diacono potrà rispondere alle richieste di aiuto, attraverso quella fantasia della carità cui parlava Giovanni Paolo II nella 
Novo Millennio Ineunte
. Vorrei dire che il diacono deve saper essere un creativo nella carità. È necessario che la Chiesa recuperi visibilità ed esca dai recinti nei quali una certa cultura vuole richiuderla. Il diacono, in questa prospettiva, può essere di grande aiuto, perché la testimonianza della carità è un linguaggio assai eloquente e accolto da ogni uomo. Se, dunque, la carità è una delle due parole che la Chiesa rivolge alla società civile – l’altra è verità –, il diacono è tante volte il volto, spesso in alcuni luoghi l’unico, con il quale la comunità cristiana si presenta agli uomini. Pertanto è necessaria una santità della vita perché la Chiesa possa realmente manifestarsi come il sacramento dell’intima unione con Dio e dell’unità dell’intero genere umano, come ricorda la 
Lumen gentium
 al numero 1.
Poiché però ogni uomo vive in un tempo e in una cultura per entrare in relazione con lui è necessario abitare anche la cultura di questo tempo con le sue dinamiche e le sue sfide. Non conoscendo il modo di pensare si corre il rischio di parlare parole che non raggiungono il cuore o promuovere iniziative che non sono in grado di rivelare il volto di Dio. La formazione culturale non è, dunque, una tassa da pagare in vista dell’ordinazione ma uno dei prerequisiti essenziali perché l’azione pastorale non risulti sterile ma sia feconda. Allo stesso modo la formazione permanente deve essere avvertita come un debito che abbiamo nei confronti del popolo di Dio, che si attende dai ministri ordinati un annuncio efficace e attuale del Vangelo. Infatti, in un tempo di crisi e di incertezze è importante saper aiutare la nostra gente a leggere e interpretare questo tempo con la luce della parola di Dio che, come ricorda la Scrittura, è “luce al mio cammino e lampada ai miei passi”. Se così non fosse altri aiuterebbero il nostro popolo a leggere fatti e situazioni con categorie estranee e, talvolta,m contrarie alla fede cristiana.
Il conoscere è passo fondamentale e propedeutico per potere amare. Se non si conosce è difficile amare. Ma l’amare è condizione essenziale per il servizio. Infatti si può anche servire senza amare, ma non si può amare senza poi servire. Nel primo caso, quello di un servizio che però non è supportato dall’amore, correremmo il rischio di essere dei mestieranti della carità, dei valenti e, forse, qualificati assistenti sociali, ma non dei diaconi che invece sono chiamati a rivelare il volto misericordioso di Cristo.
L’essere profondamente radicati nella vita degli uomini è una delle caratteristiche principali della Chiesa in Italia, spesso e a ragione, definita come una Chiesa di popolo, una Chiesa cioè nella quale nessuno è escluso e che tutti abbraccia e che ha come missione ultima quella di annunciare la verità e testimoniare la carità dal momento che nei cuori degli uomini 
“amore e verità non li abbandonano mai completamente, perché sono la vocazione posta da Dio nel cuore e nella mente di ogni uomo”, come leggiamo al numero 1 della 
Caritas in veritate
.
Se, dunque, è questa la missione della Chiesa come è possibile articolare il ministero del diacono con quello del Vescovo e dei sacerdoti? Possiamo trovare un aiuto nel famoso capitolo 6 degli Atti degli Apostoli. Sebbene non tutti gli esegeti siano concordi nel considerarlo come il fondamento del diaconato, tuttavia è innegabile che in questo brano si parli di una diakonia delle mense, mentre i Dodici si riservano per loro il ministero della parola e della predicazione. Volendo schematizzare, forse in maniera eccessiva, ritroviamo anche in questo caso verità e amore, parola e gesto, che però vengono divisi nella loro realizzazione pratica. Non voglio certo assolutizzare o appaltare le due categorie a presbiteri e diaconi – è evidente che tutti siamo chiamati ad annunciare e testimoniare – ma solo specificare meglio ciò che può contraddistinguere la loro identità ed evitare i conflitti che spesso sorgono all’interno delle comunità parrocchiali.
Direi, dunque, che è necessario che il diacono recuperi il primato della carità, anche riducendo il ministero della parola che viene in genere svolto, almeno a Roma, nel campo della catechesi battesimale o pre-matrimoniale, diventando sempre più testimone ed educatore di carità. La catechesi, l’annuncio dovrà essere funzionale a rendere più chiara la carità, a motivarla come espressione della fede. Ai presbiteri, invece, spetterà di curare maggiormente l’annuncio della parola, che dovrà poi comunque essere incarnato in atteggiamenti che ne esprimano la coerenza. Potremmo, dunque, pensare a una comunità nella quale il sacerdote annuncia e il diacono realizza. Attenzione perchè questo non vuol dire sminuire il diaconato o renderlo succube del presbiterato. Infatti, in una società come è la nostra nella quale si crede a ciò che si vede ed è reale ciò che può essere toccato con le mani, le opere hanno spesso un’importanza maggiore delle parole. Parafrasando quanto dicevano gli antichi: 
verba volant, scripta manent
, potremmo dire che 
verba volant, gesta manent
. Non credo di esagerare se dico che la credibilità della Chiesa nell’annuncio del Vangelo dipenda anche dalla fedeltà dei diaconi al loro ministero di servizio e di carità e all’autorevolezza con la quale lo esercitano. Forse saranno proprio i diaconi a rendere Dio credibile in un mondo nel quale “la testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di lui, ha oscurato l’immagine di Dio e ha aperto la porta dell’incredulità”
4
.
Possiamo dunque pensare al presbiterio come alla bocca del Vescovo mentre la comunità dei diaconi sarebbe gli occhi e le orecchie che vedono i bisogni dei poveri e le mani con le quali egli agisce in loro soccorso.
È, dunque, necessario recuperare una dimensione diocesana del ministero diaconale e non più solamente parrocchiale recuperando nella sua interezza quel famoso “ad ministerium” che i testi antichi specificavano essere “episcopi” ossia del vescovo. Questo legame non è primariamente canonico ma sacramentale e, dunque, costitutivo del ministero.
La relazione con il Vescovo non deve però sostituire, o nel peggiore dei casi, escludere quella con i presbiteri che “costituiscono col loro vescovo un solo presbiterio” (
Lg
 28). Anzi sarà proprio il rapporto con il presbiterio parrocchiale la cartina di tornasole con la quale verificare l’autenticità di una comunione, che non esclude le difficoltà talvolta presenti dei rapporti interpersonali, una dialettica a volte aspra, ma che sa riconoscere e custodire la verità più profonda dell’essere cristiani: avere in comune la ragione, il fine ultimo della nostra vita.
Forse, è proprio la mancanza di questa consapevolezza che spesso fa sorgere conflitti fra presbiteri e diaconi. L’anno sacerdotale è, dunque, una preziosa opportunità per aiutarci tutti a riscoprire che chi unisce è infinitamente più grande di ciò che ci divide: è Gesù Cristo, che per tutti noi è morto e risorto e, conformandoci a sé nella diversità del ministero, ci ha reso capaci di vivere una comunione che valorizza ciascuno senza mortificare nessuno.
Mons. Nicola Filippi
Delegato diocesano di Roma
1 Cfr anche A. Borras, Il diaconato vittima della sua novità?, 13
2 R. Schnackenburg, Commento al Vangelo di Giovanni I, 295
3Fraternità Monastiche di Gerusalemme, Libro di vita,
4J. Ratzinger, L’Europa di Benedetto, 63
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