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In principio era la ragione … del cuore

Il Mio Contributo > 2013
In principio era la ragione … del cuore
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In principio era la ragione … del cuore”  
di Mario D’Agosto
La Fede non ha bisogno unicamente della ragione, in questo tempo 
occorre riscoprire prima di tutto le “ragioni del Cuore”.
Diciamolo con franchezza, non a tutti i cattolici è chiaro il pensiero predominante del tempo presente; in particolare, non si rendono conto che ci troviamo “nel tempo della ragione debole e del disincanto”(1), in una situazione critica che richiede necessariamente la testimonianza di una fede matura “… pronti sempre a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi” (cf 1 Pt 3,15). Non a tutti è evidente che c’è una grande superficialità nei credenti, paradossalmente proprio nelle “classi colte” è diffusa l’ignoranza religiosa; pertanto ci sono concetti fondamentali che non vanno dati per scontati, poiché non sono conosciuti nemmeno dalla maggioranza dei cosiddetti “credenti istruiti”.
Per questo è utile una formazione permanente, un confronto costante dove ognuno è consapevole dell’importanza del proprio “piccolo” contributo, offerto nello spirito del principio di sussidiarietà, del diritto inalienabile alla responsabilità (spesso negato ai fedeli). Tale diritto è l’unico che permette al battezzato di edificare la sua vita in conformità con la vocazione ricevuta e di crescere non solo singolarmente ma come comunità che nella libertà costruisce il proprio futuro.
Non a tutti è chiaro in che modo in Occidente la “cultura” post-moderna ha risvegliato e diffuso il “pensiero debole”. Ciò e avvenuto in antitesi e come effetto del decadimento del “pensiero forte” che stabiliva verità immutabili, delle valutazioni etiche assolute, dei diritti inalienabili dell’uomo (riconosciuti anche dall’ONU nel 1948). Proprio “la ragione debole” ha determinato nel nostro tempo una condizione sociale ancora più drammatica, in quanto questa visione, negando l’esistenza di una verità assoluta, ritiene che vi siano tante verità relative che si adattano al cambiamento delle condizioni della società. Si ritiene, erroneamente, così, che tutte le verità devono essere dissolte, in quanto le verità non sono valori oggettivi, si ritiene che tutti i sistemi di ragionamento, in realtà, sono soltanto una forma di retorica, un’arte di persuadere non fondata sulla dimostrazione della verità. La conseguenza malefica di quest’opinione è che la ragione umana è incapace di giungere a delle verità assolute ed è impossibile proporre valori sociali ed etici riconosciuti da tutti. Questo ha generato un “ottuso” relativismo (culturale, morale e religioso), secondo il quale non ci sono diritti umani universali, validi per tutti i tempi, per tutte le culture, per tutti i popoli e per tutti i sistemi di significato, in quanto tali diritti possono variare nelle diverse condizioni sociali, culturali, politiche e religiose.
Oggi, pertanto, è in atto una frenesia d’onniscienza che sta producendo un’ermeneutica soggettivistica, un criterio di discernimento individuale e parziale, che spinge a considerare la verità di ognuno come la verità in assoluto, portando l’uomo in questo modo sempre più verso l’autonomia morale. Altresì nel campo scientifico c’è una bramosia d’onnipotenza, molti non accettano il principio che non tutto ciò che è possibile realizzare tecnicamente è moralmente lecito (vedi gli esperimenti sulle cellule staminali embrionali umane e i tentativi folli di eugenetica: esseri umani che diventano cavie di altri esseri umani). Di fatto, la ragione debole ha accresciuto notevolmente il degrado etico, l’eclisse dei valori umani e della spiritualità. Considerare che tutto è relativo, porta a credere che unica scelta sensata sia quella di farsi una propria morale e quindi di pensare solo ai propri interessi. È opportuno chiedersi: “Quanti hanno capito l’enorme pericolosità di questa subdola e distorta concezione di vita?”. Questa è molto più tragica delle ideologie criminali del secolo scorso, in quanto si insinua nella mente dell’uomo in modo subliminale e quindi difficile da discernere.
Questo smarrimento della ragione ha portato alla mancanza di discernimento del tempo presente. La storia c’insegna che alcune congiunture socio-economiche rendono la maggior parte degli uomini incapaci di senso critico, di riconoscere l’instabilità politica e la verità dei fatti. A questo si aggiunge la mentalità diffusa del ripudio della Rivelazione, della violazione delle leggi naturali, della dignità e sacralità dell’uomo. Questa situazione di disordine del pensiero ha raggiunto il parossismo nel “secolo breve”, proprio nella complicità delle masse nelle dittature (democraticamente elette) di Destra e di Sinistra. Purtroppo, quest’opera nefasta continua ancora oggi non solo nei radicali, nei laicisti, negli abortisti e nei fondamentalisti, ma in ogni persona che ha (spesso inconsapevolmente) la mente ideologicamente modificata.
I credenti sanno che, per non essere considerati dei “tiepidi da vomitare” (cf Ap 3,16), è necessario scegliere, in questo caso, tra la “ragione debole” del tempo presente e la “ragione forte” del Cristianesimo che pretende di conoscere la verità e di proporre dei valori umani universali (intenzione riscontrabile, con valutazioni contrarie e in modo distorto anche nel comunismo, nel capitalismo e nell’illuminismo positivista). Il dubbio, perciò, può assalire non solo i teocon, i teodem e i cattocomunisti ma, anche tutti quelli che intravedono delle ragioni valide in entrambe le tesi contrapposte.
A questo punto, per combattere il relativismo, che si è insinuato nella fede di tanti credenti, è opportuno cercare di comprendere e rimarcare i presupposti che caratterizzano la “ragione forte” del Cristianesimo Cattolico, rispetto alle diverse religioni e ad altri sistemi di significato. Il Cristianesimo mette al centro la persona umana e la sua dignità, considera i diritti dell’uomo delle verità di per se stesse evidenti in quanto inerenti alla natura dell’uomo e ha la giusta pretesa, fin dalle origini, di rispondere alle domande esistenziali e alle attese umane.
Il Cattolicesimo ritiene ragionevolmente di essere l’unica religione pienamente rivelata, e di possedere in Cristo (Figlio unigenito di Dio fatto uomo) la via, la verità e la vita. Questa pretesa non è irrazionale, in quanto “il Mistero nascosto da secoli nella mente di Dio …” (Ef 3,9) è stato rivelato, reso comprensibile e ragionevole all’uomo da Dio stesso in Gesù, personaggio storico. In Lui “Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e dalla morte e risuscitarci per la vita eterna”(2). Poiché Cristo, con la sua morte e risurrezione e con l’invio dello Spirito di Verità, è Colui che “porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre.”(3). Egli è l’unico tra i fondatori di religioni che è stato preannunciato secoli prima, è l’unico che si è definito uguale a Dio ed è l’unico ad essere tornato “trasfigurato” dal mondo dei morti, anima e corpo. Evento testimoniato dagli Apostoli, che “trasmisero ciò che essi stessi avevano ricevuto”(4).
La Parola e la Ragione di Dio (il Logos) s’identificano in Cristo che, in virtù della sua vicenda storica e della sua promessa di essere con noi “… tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20), ha reso la Chiesa, popolo di Dio, capace di una comune comprensione, anche se non perfetta, dell’enigma su Dio e sull’uomo: “A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio” (Mc 4,11). Il carisma della certezza, che la Chiesa-Magistero ha ricevuto in dono dall’Alto, è fondato sulla Parola di Dio che concorda con la nostra stessa razionalità e soprattutto con la nostra ragione del cuore. Per questi motivi la Chiesa è per Cristo, con Cristo e in Cristo “… come un sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”(5).
Questi sono i presupposti che ci permettono di sostenere che credere in Cristo non è solo un atto di fede né aderire ad un’ideologia, ma è credere ragionevolmente in una Persona, viva e presente, ed in un avvenimento storico comprensibile a tutti gli uomini. Essi, però, per comprendere hanno bisogno sempre più di “crescere nella conoscenza di Dio” (cf Col 1,10), e di sviluppare altresì l’intelligenza spirituale.
È scontato che la fede non può essere privata della ragione, perché rischia di diventare un devozionismo, un’opinione; per questo, essa non ha nessun vantaggio nel voler indebolire la ragione. La fede cerca l’intelligenza, per sua natura essa cerca “le ragioni del proprio credere”. La fede, quindi, si oppone a chi la vuole relegare e limitare semplicemente alla sfera del credere (al fideismo), confidando di dimostrare che solo la ragione pensa. In ogni modo, né la filosofia e né il razionalismo sono il fondamento della fede, neppure il “pensiero debole” aiuta a favorirla e a fortificarla. Oltre a ciò, come afferma il Magistero, se manca l’osmosi tra fede e ragione vi è un depauperamento reciproco.
Karol Wojtyla ha affermato: sia la ragione che la fede si sono impoverite e sono divenute deboli l’una di fronte all’altra. La ragione, privata dell’apporto della Rivelazione, ha percorso sentieri laterali che rischiano di farle perdere di vista la sua meta finale. La fede, privata della ragione, ha sottolineato il sentimento e l’esperienza, correndo il rischio di non essere più una proposta universale. È illusorio pensare che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggior incisività; essa, al contrario, cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito o superstizione. Alla stessa stregua, una ragione che non abbia dinanzi una fede adulta non è provocata a puntare lo sguardo sulla novità e radicalità dell’essere”(6).
Si evince, quindi, che una ragione autoreferenziale, incapace di curandosi d’altro, non potrà mai cogliere l’orma di Dio nel mondo perché nega ogni dimensione soprannaturale. Il sapere filosofico, pur essendo apprezzabile, non avendo la luce della fede, tende a chiudersi in se stesso, in questo modo, non aprendosi ad un sapere più alto come quello teologale ed ascetico, fatalmente diviene fonte d’errori, anche nefasti. Essere “contro” una filosofia non cristiana e autosufficiente, non significa voler privare la fede dell’apporto necessario della ragione, tutt’altro! Cristo, e allo stesso modo la Tradizione della Chiesa, non hanno mai inteso rammollire la ragione. Al contrario, sostiene Benedetto XVI, c’è una “… profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia […] L’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso.”(7). La fede, infatti, provoca la ragione, l’alimenta, la illumina, ne prende le difese, e si nutre assiduamente di essa. Così ha luogo l’aforisma di sant’Agostino: “Credi per comprendere: comprendi per credere”(8).
Sembra evidente che il grande e sconvolgente evento storico della Rivelazione, per essere concretamente accolto, come scelta ragionevole e fondamentale della propria vita, non può avere come unico interlocutore la sola razionalità, la quale solo in seguito è illuminata dalla Rivelazione. Occorre la fede! San Paolo ha verificato che la fede nasce dall’annuncio. Attenzione, però, si può facilmente incorrere in un annuncio amorfo, quando esso si riduce ad un discorso più o meno educativo e moralistico. Come pure, non si può comunicare la fede in “Cristo nostra speranza”, proponendo qualcosa che abbiamo letto e siamo bravi a ripetere. Più facilmente, le parole di Dio diventano vere ed efficaci (Spirito e Vita) in chi le annuncia e in chi le ascolta, quando esse corrispondono alle esigenze profonde del cuore (dell’io e dell’es). Accogliere la Rivelazione è come sintonizzarsi sulla stessa frequenza, tutto si mostra chiaro, perché è in atto una correlazione nella coscienza dell’uomo tra la verità rivelata e la realtà del proprio essere più profondo, tra la Verità di Dio e la verità delle ragioni del nostro cuore.
Per di più, la fede cristiana diventa una proposta universale non solo quando si confronta (necessariamente) con il pensiero positivista e relative forme di filosofia, ma soprattutto quando considera e vuole rispondere in primis alle “ragioni del cuore”. Dice il salmista: “Di te ha detto il mio cuore: «Cercate il suo volto»; il tuo volto. Signore, io cerco.” (Sal 27,8), per cui “la voce del cuore” diventa il presupposto che permette di accogliere la buona notizia, la quale fa sorgere la fede nel cuore e nella mente come dono dall’Alto, come nuova alleanza: “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore.” (Ger 31,33).
Tutta la vicenda cristiana è finalizzata a rispondere alla richiesta d’infinito che è nel cuore dell’uomo. Sostiene il filosofo cristiano Blaise Pascal: “Noi conosciamo la Verità non soltanto con la ragione, ma anche con il cuore”(9). Proprio la nostra esperienza iniziale di adesione alla Rivelazione ci porta ad essere d’accordo con quanto asserisce Pascal: “È il cuore che sente Dio, e non la ragione. Ed ecco che cos’è la fede: Dio sensibile al cuore, e non alla ragione.”(10). La fede agisce proprio nella ragione istintiva del cuore, nella capacità di percepire l’amore “più del semplice pensiero”, affinché “il Cristo abiti per la fede nei nostri cuori e così … siate in grado di comprendere … l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza …” (cf Ef 3,17-19).
La fede, dunque, nasce dall’annuncio (della “vita eterna, che era presso il Padre” 1Gv 1,2), ma non è questione di eloquenza, bensì di comunicare nello Spirito il Mistero rivelato. San Paolo, infatti, afferma di essere stato mandato “… ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.” (1Cor1,17). L’annuncio trova accoglienza perché risponde alle richieste naturali del cuore, al bisogno di assoluto, di verità, di libertà, di desiderio di felicità eterna; tutte realtà innate nel cuore dell’uomo, ragioni del cuore che non possono essere relegate semplicemente nella sfera del sentimentalismo, perché il cuore non è solo la sede degli affetti, ma è lo spazio dove Dio riversa il suo amore, è il luogo dell’apertura alla fede, dell’incontro intimo con Dio e dell’esperienza della sua bellezza.
Pertanto, “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”(11), non riesce ad afferrare e a spiegarsi se non è illuminata dalla fede. Ragioni istintive e ineludibili che, oltre ad essere complementari alla fede e alla ragione, sono l’archè, la legge propedeutica naturale che “… fu creata con i fedeli nel seno materno” (Sir 1,12). Così come ci dice san Paolo: “ i pagani … dimostrano che quando la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti …” (Rm 2,15). È proprio la legge creata da Dio nell’intimo della coscienza dell’uomo che precede e permette l’incontro con il Mistero rivelato e l’adesione alla volontà di Dio. Questo è confermato dalle “interiori” esperienze di conversioni dei discepoli di Gesù e di tanti uomini innamorati di Dio: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32). La Sacra Scrittura, Parola di Dio nella storia, parla al nostro cuore dall’esterno, per farci conoscere quello che già si conosce, ma non ci è chiaro; è una sorta di maieutica per svelare e far tornare alla coscienza “la Verità” e le verità presenti già nell’anima, affinché siano fertili e diano i frutti che Dio desidera.
Gesù intende parlare prima di tutto al nostro cuore, quando dice: “Ecco, sto alla porta (del tuo cuore) e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.”. (Ap 3,20). C’è il pericolo, però, che questa porta, che si apre solo dall’interno, non venga mai aperta. Davanti a questa chiusura, il Signore dice: “Per qual motivo non c’è nessuno, ora che io sono venuto? Perché, ora che chiamo, nessuno risponde?” (Is 50,2). Il motivo è semplice: ormai l’uomo non ascolta più le ragioni del cuore, ascolta invece solo quelle del proprio interesse, del proprio egoismo. Come dice Gesù: “… lа dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21). Resta, però, sempre valida la promessa di Dio: “Darò loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo metterò dentro di loro …” (Ez 11,19).
Resta arduo descrivere le logiche del cuore, pur essendo realistiche, esse sono spesso ineffabili. Come raccontare l’esperienza dell’Incontro, il sentirsi chiamati per nome, l’essere sedotti da Lui, il bisogno del Suo amore, d’essere illuminati, perdonati e rinnovati, poter “vedere l’invisibile”, sentirsi già nell’eternità. Dio è l’unico che può soddisfare pienamente i ragionamenti del cuore umano: “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è senza pace finché non riposa in te”(12). Queste ragioni non possono definirsi delle semplici emozioni. Sono eventi molto concreti, che segnano la nostra vita e senza i quali non si comprendono e non si accolgono le Verità di fede. Per analogia, si può sostenere che come Cristo “in principio era la Ragione” (Gv 1,1) del cuore di Dio, così anche la Fede “in principio era la ragione” del cuore dell’uomo. Un dono dall’Alto, una sorta d’intuizione diretta che dà il vero significato alla sua esistenza.
Non c’è contraddizione tra Dio Amore (àgape) e Dio Ragione (Logos), perché Dio è Amore proprio perché è Suprema Ragione, in Dio esistere ed amare è la stessa cosa, Lui è la sorgente dell’amore e della vita, per cui il termine Logos diventa sinonimo di Agape, progetto d’Amore in atto, Amore Eccelso che per sua natura, necessariamente, si comunica e dona la vita, la dà in modo particolare all’uomo, il vertice della sua creazione, perché l’uomo sta da sempre come progetto nelle ragioni del cuore del Figlio di Dio: “ … Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.” (Col 1,16).
Dunque, per “conoscere” la Verità su Dio e sull’uomo, occorre una sinergia tra le dimensioni del Cuore, della Fede e della Ragione. In particolare, proprio al cuore è stato affidato il compito della conversione, perché “… con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti …” (Rm 10,9), nel cuore, infatti, avviene la grande guarigione: “Il medico c’è, ed è nascosto dentro il tuo cuore.”(13). Dio ci ha resi partecipi del suo Spirito di Verità anche perché si sviluppi in noi la virtù dei profeti, quella di saper cogliere e accogliere il recondito bisogno del cuore di unirsi a Dio: ”Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore.”. (Os 2,21-22).
Questa disposizione morale, che induce l’uomo a cercare tenacemente l’Amore, ha avuto pieno compimento nel cuore immacolato di Maria. In Lei è avvenuto il grande, irripetibile e fecondo Incontro ipostatico tra la Ragione del cuore di Dio, che prende l’iniziativa, e la ragione del cuore innamorato di Maria, che ha risposto come il profeta: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciata sedurre; mi hai fatto forza – con infinita tenerezza – e hai prevalso.” (cf. Ger 20,7).
Così, Maria ha concepito Gesù prima di tutto nel suo cuore, nel luogo dove è avvenuto l’Incontro con Dio, dove si è distesa l’ombra della potenza dell’Altissimo, dove è stata amata da Dio “… per amore del suo nome” (Sal 23,3). Perché Dio ama l’uomo per amore del suo Amore! Sì, “Dio è Amore” ( A – MORS = senza morte), Dio ama il suo Amore, in Lui c’è solo Vita, per cui non può rinnegare se stesso, il suo essere Amore-Ragione(14). Maria, “meditando nel suo cuore”, ha ascoltato e accolto nello Spirito le ragioni del cuore del Padre e del Figlio, e, con un tenero abbraccio di Madre, ha amato il Figlio per amore del Suo amore e liberamente ha detto il suo Amen! Così l’Amen di Dio, che è Cristo “… il Testimone fedele e verace …” (Ap 3,14), è diventato l’Amen di Maria, divenuta così “Corredentrice”. Chiediamo a Lei, chi più di Lei (La Madre!), di intercedere presso il Figlio Gesù affinché ci conceda di poter fare nel nostro cuore l’esperienza sconvolgente di scoprirci nelle ragioni del cuore di Cristo. Poiché, dobbiamo comprendere che ancor prima di avere Gesù nel nostro cuore, è Lui chi ci tiene gelosamente nel suo. Sta scritto, infatti: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato …” (Ger 1,5). È proprio vero che … “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano.” (1Cor 2,9).
Quarto – Napoli, 16 – 02 – 2007                                                                                                                                                                                Mario D’agosto
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1 Mons. Gennaro Pascarella, Vescovo di Pozzuoli, “Messaggio al popolo di Dio” 26 novembre 2006 p.22
2 Dei Verbum, cap. I n°4a
3 Dei Verbum, cap. I n°4a
4 Dei Verbum, cap. II n°8a
5 Lumen Gentium n°1
6 Enciclica, “Fides et ratio” n° 48
7 Benedetto XVI, Discorso all’Università di Ratisbona
8 Sant’Agostino, Sermo 43, 7, 9: CCL 41, 512 (PL 38, 258).
9 Blaise Pascal, “Pensieri” 282
10 Blaise Pascal, “Pensieri” 278
11 Blaise Pascal, “Pensieri” 277
12 S. Agostino, Confess. I, 1: PL 32, 661.
13 S. Agostino, Commento al vangelo di san Giovanni, 10,1.
14 Cf Conc. Ecum. Vat. I, Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei Filius, IV: DS 3017 – Cf “Fides et Ratio” par. 53: “Ma anche se la fede è sopra la ragione, non vi potrà mai essere una vera divergenza tra fede e ragione: poiché lo stesso Dio, che rivela i misteri e comunica la fede, ha anche deposto nello spirito umano il lume della ragione; questo Dio non potrebbe negare se stesso, né il vero contraddire il vero
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