Il Trionfo dell’amore - Comunità del Diaconato in Italia

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Il Trionfo dell’amore

Il Mio Contributo > 2010
Il Trionfo dell’amore (dal Cantico dei Cantici)
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IL TRIONFO DELL’AMORE
                                                 Riflessioni su alcuni passi
del Cantico dei Cantici
 
 
L’amor che move ‘l sol e l’altre stelle.
DANTE
 
Per anni mi sono riflesso in uno specchio senza immagine,
le notti non hanno trovato le loro stelle,
le parole si fusero nel vento
perdendosi tra le fronde di mille alberi.
La notte ha cercato la sua alba
raccogliendo foglie sparse
con l’innocenza della tua anima,
ha bevuto le lacrime dei tuoi occhi
colmando il suo abisso,
inebriandosi in emozioni, fremiti e respiri.
Così l’acqua sommerge sonnolenti pensieri
dissolvendo brandelli infetti di antica memoria.
Nuovi germogli di attese emozioni
volano verso cieli azzurri,
itinerari immensi da scoprire
per rimirare nuove albe d’amore,
e tu vicina al mio cuore
dolce come il sonno che viene per il corpo stanco,
farai dimenticare le stagioni della tristezza
per far rivivere il sogno perduto.
A Concetta
 
Prefazione
 
Il cantico dei cantici è il trionfo dell’amore. Molti studiosi, esperti, ricercatori, teologi di differenti religioni hanno dato diverse interpretazioni rendendo il poema sempre più affascinante e misterioso. Ebrei e cristiani lo hanno incluso nel canone dei libri sacri, considerandolo ispirato da Dio stesso. È la storia di due innamorati che ci svelano i segreti più nascosti dell’animo umano, esprimendoli con un linguaggio avvincente, carico di visioni esaltanti e audaci, con una forza capace di ridare una nuova e vigorosa vita agli amanti; mentre il Creatore autore di questo potere, si rende presente all’interno dell’amore stesso come sua fonte e sostegno.
Sono diversi anni che provo a leggere il cantico dei cantici, ma non sono mai riuscito a trovare il senso del poema. Oggi ho provato a leggerlo sotto un altro aspetto, che non è quello comunemente narrato, non ho né la preparazione né la capacità di commentare il Cantico dei cantici, non conosco l’ebraico, né a fondo la Sacra Scrittura, sono solo un uomo che dopo tanto di buio inizia a stento a capire cos’è l’amore. Ero convinto di essere un uomo caritatevole, andare in Chiesa tutti i giorni, pregare incessantemente, mi poneva dalla parte di chi è giusto e santo. Questo stato per anni, ma non mi ha fatto cogliere il senso della Sacra Scrittura, la carità cristiana, il donarmi gratuitamente, ma ancora più grave non mi ha fatto cogliere il vero volto di Cristo. Se avessi tolto i paletti che ho davanti agli occhi sarei riuscito a comprendere che il Cantico dei Cantici non è altro che il ritorno al Paradiso perduto. Avrei visto il Signore lì nel giardino a passeggiare, aspettando il ritorno di Adamo insieme alla sua Eva per riprendere quel dialogo interrotto.1
L’autore ispirato da Dio per secoli ci ha invitato attraverso il Cantico dei Cantici a riprendere quel dialogo spezzato bruscamente. Dio ha creato l’uomo e la donna affinché si realizzasse il suo progetto d’amore: «ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità».2 Amare ed essere amati è la ragione della nostra esistenza. Amare è vivere; vivere è amare. L’amore può essere espresso solo con dei termini assoluti: eterno, infinito, totale,… perché amare è fare l’esperienza dell’eternità: «Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui».3 Il Signore ci chiama a riprendere il dialogo interrotto, infatti dice: «Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con immenso amore. In un impeto di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto; ma con affetto perenne ho avuto pietà di te».4 Il Signore ancora una volta ci invita a passeggiare con Lui nel giardino dell’Eden. L’esperienza della coppia vissuta nel Cantico dei Cantici è l’esperienza di tante coppie, ognuno può rivedere la sua storia, come io ho rivisto la mia. Sono stato lontano da Concetta tanti anni, forse troppi, ho sperimentato la lontananza, l’abbandono, l’indifferenza, ma lei è stata sempre fedele alla sua promessa, e quando la speranza stava lasciando posto alla disperazione, qualcuno le disse: «Se cade, non rimane a terra, perché il Signore lo tiene per mano»;5 «perché forte è il suo amore per lui e la fedeltà del Signore dura in eterno».6 Di fronte alla durezza del cuore, di fronte alla disperazione, al dolore, all’angoscia, Cristo non si rassegna; come potrebbe Lui che è venuto appunto per sciogliere e offrire all’uomo, con la redenzione, la forza di vincere il male e il peccato? Egli non teme di riadattare il disegno originario.7 Quando veramente sei finito e tutto ti crolla addosso allora cerchi qualcuno che ti possa aiutare e chi se non Gesù Cristo? Ma Cristo non è racchiuso in quattro mura, non è nascosto in un Tabernacolo, Cristo vive in me, in Concetta, in ogni essere vivente. Solo quando mi sono abbandonato all’imperscrutabile animo di Concetta, solo in quel momento ho sfiorato il Divino.
 
BACI DELLA SUA BOCCA 
Mi baci con i baci della sua bocca! 
Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino. 
Per la fragranza sono inebrianti i tuoi profumi, 
profumo olezzante è il tuo nome, 
per questo le giovinette ti amano. 
Attirami dietro a te, corriamo! 
M’introduca il re
8 nelle sue stanze: 
gioiremo e ci rallegreremo per te, 
ricorderemo le tue tenerezze più del vino. 
A ragione ti amano!
 
 
Il cantico inizia con un grido di passione della donna. È un urlo che nasce dal profondo del proprio cuore, è il desiderio appassionato di appartenere all’amato, è un far vibrare le corde del proprio cuore fino a spezzarsi. La donna ha visto il suo amato e comincia un’affannosa ricerca senza tregua con una sconcertante libertà e spregiudicatezza, perché è proprio lei a prendere l’iniziativa, la donna sa che in amore non bisogna mai aspettare, ma offrirsi, donarsi in modo supremo e sincero.
La prima parola del Cantico è, in realtà, un bacio appassionante, è la richiesta di un atto d’amore così forte e penetrante quasi la donna volesse dire: “baciami con infinito amore” come se attraverso quel bacio dovesse ricevere la stessa linfa vitale che scorre nelle vene dell’amato. Un bacio che esige di essere coronato attraverso tenui carezze. È una tenerezza che si manifesta nella dolcezza del contatto, nell’esaltazione della vicinanza fisica e interiore. La donna sa che le affezioni dell’amato sono più dolci del vino, inebrianti come la fragranza del profumo.9 Un profumo che non è fatto di essenze, ma è il profumo della pelle dell’amato che il vento accompagna sino a lei.10
La donna esalta la bellezza sfolgorante del suo amato che è oggetto di ammirazione anche per altre donne; ma il fascino del suo uomo non è motivo di paure e di dubbio, non è sorgente di incertezza, ma di vanto e di gioia.
L’amato in questo parte è assente, distante, silenzioso, ma dall’esaltazione della donna la sua assenza diventa una presenza reale, concreta, l’amore, il desiderio, di avere una persona a volte è talmente forte che diventa vivo davanti ai nostri occhi, al punto che la donna rivolge un appello all’amato, chiede di essere introdotta nel talamo nuziale dove si consumerà l’amore, dove la gioia esploderà in una festa del corpo, dello spirito e della vita.
 
 
RICERCA NEL MERIGGIO ASSOLATO11 
Bruna sono ma bella, 
o figlie di Gerusalemme,
12 
come le tende di Kedar,
13 
come i padiglioni di Salma. 
Non state a guardare che sono bruna, 
poiché mi ha abbronzato il sole. 
I figli di mia madre si sono sdegnati con me:
14 
mi hanno messo a guardia delle vigne; 
la mia vigna, la mia, non l’ho custodita. 
Dimmi, o amore dell’anima mia, 
dove vai a pascolare il gregge, 
dove lo fai riposare al meriggio, 
perché io non sia come vagabonda 
dietro i greggi dei tuoi compagni.
Se non lo sai, o bellissima tra le donne, 
segui le orme del gregge 
e mena a pascolare le tue caprette 
presso le dimore dei pastori.
15


Ci troviamo nell’immobilità del meriggio assolato dell’Oriente, in cui il sole batte inesorabile su uomini e cose. La donna invita la gente a non fissare il loro sguardo sul colore della sua pelle. Esso non è congenito, è abbronzata perché vive all’aria aperta e al sole. Al sole che brucia la pelle della ragazza s’accosta la fiamma della collera dei fratelli che consuma l’anima della donna. La donna confessa di aver abbandonato la sua vigna16 ma l’amore è più forte di ogni imposizione e l’innamorata, avida d’incontrarsi col suo amato, abbandona la vigna e, trascinandosi dietro le caprette, va nel deserto alla ricerca del suo uomo17, mentre lei sta vagando i pastori beduini indicano alla donna le orme del gregge dell’amato, essi mostrano gli accampamenti dove il pastore amato si ferma per la sosta pomeridiana.
La donna intanto parlando tra se si rivolge all’amato assente, creando così un dialogo furtivo, ma di intensa tenerezza, dolce e amaro al tempo stesso, sono parole affidate alle ali del vento affinché le consegni all’amato lontano.
Alcune volte nella coppia, la lontananza, la tensione, il vuoto, il timore, si incuneano come una mano gelida nel calore dell’amore; ma la donna velata18 è pronta ad affrontare il rischio del disonore pur di incontrare la meta della sua vita. Questa donna corre dietro i greggi, i pastori, gli accampamenti alla ricerca della sorgente della sua felicità, lei sa che la fonte della sua felicità, della sua pace è nell’amato, l’unica fonte di acqua rigogliosa, forte, intensa, ultima.
Alle ardenti e desiderose domande della donna, un coro di voci la invitano seguendo le tracce dei greggi, a raggiungere gli accampamenti dei pastori. Là incontrerà il suo amato.
 
 
IL DUETTO DELL’INCONTRO19 
Alla cavalla del cocchio del faraone 
io ti assomiglio, amica mia. 
Belle sono le tue guance fra i pendenti, 
il tuo collo fra i vezzi di perle. 
Faremo per te pendenti d’oro, 
con grani d’argento. Mentre
20 il re è nel suo recinto, 
il mio nardo spande il suo profumo.
21 
Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra, 
riposa sul mio petto. 
Il mio diletto
22 è per me un grappolo di cipro 
nelle vigne di Engàddi. 
23
Come sei bella
24, amica mia, come sei bella! 
I tuoi occhi sono colombe. 
Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso! 
Anche il nostro letto è verdeggiante. 
Le travi della nostra casa sono i cedri, 
nostro soffitto sono i cipressi. Io
25 sono un narciso di Saron, 
un giglio delle valli. 
Come un giglio fra i cardi, 
così la mia amata tra le fanciulle. 
Come un melo tra gli alberi del bosco, 
il mio diletto fra i giovani. 
Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo
 
e dolce è il suo frutto al mio palato.26 
Mi
27 ha introdotto nella cella del vino 
e il suo vessillo su di me è amore. 
Sostenetemi con focacce d’uva passa, 
rinfrancatemi con pomi, 
perché io sono malata d’amore. La
28 sua sinistra è sotto il mio capo
e la sua destra mi abbraccia.
29 
Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, 
per le gazzelle o per le cerve dei campi:
30 
non destate, non scuotete dal sonno l’amata, 
finché essa non lo voglia.
 
Abbiamo uno scenario, pieno di sorpresa e di entusiasmo: due innamorati abbracciati in un Eden incantevole. È il momento in cui il canto dei due innamorati non saprà ripetere altro che tutti i segreti della reciproca bellezza in una esaltazione vicendevole.
Per la prima volta si ode la voce dell’uomo che emerge dal silenzio del deserto. Egli da lontano vede avanzare verso di sé la sua donna, e l’andatura dell’amata lo spinge a una comparazione che può lasciare imbarazzato o frastornato un lettore distratto.
Il paragone «Alla puledra del cocchio del faraone tu assomigli, o compagna mia!», è sicuramente audace, ma è certamente potente ed efficace. Si tratta di un’immagine plastica di agilità ed eleganza. E il cavallo, con la raffinatezza dei suoi muscoli, l’armonia della sua corsa, è un simbolo di perfezione e di bellezza.31
L’uomo vedendo da lontano l’amata arrivare fissa con tenerezza e passione il viso della donna. Una donna che precedentemente si velava il volto, ora lo mostra in tutto il suo splendore, è il ritratto della trovatella divenuta principessa.32 Le guance di questa dolce creatura sono incorniciate da orecchini d’oro, probabilmente simili a monetine, secondo una moda ancora in vigore in Oriente. Lavorati con decorazioni e intarsi in argento, e applicati alle orecchie essi fanno risplendere i bagliori del volto, mentre le perle della collana chiudono il collo e il viso in un ovale perfetto ed elegante.
La donna ad un certo punto comincia a disegnare il ritratto del suo amato. Se le parole di Lui erano legate a simboli visivi, quelle di Lei rimandano invece sui simboli odorosi: «Mentre il re è nel suo recinto, il mio nardo spande il suo profumo», dove si fa strada, in trasparenza, la simbolica dell’intimità.
La figura del capo re è immagine dell’amato. Questa funzione regale, pur rimandando alla prassi nuziale, è piena di connotazioni affettuose.33 Nella sala del banchetto nuziale lo sposo è disteso su un letto d’erba lussureggiante, un vento odoroso, con il suo profumo impregna l’atmosfera, stordisce e inebria i sensi. La donna si sente avvolta da un profumo intenso di nardo34 in mezzo a pareti di cedri altissimi e il soffitto composto dall’intrecciarsi delle cime svettanti di ginepri.
La donna entra nella sala pronta a offrirsi al suo amato che l’attende. Sarà lei a prendere l’iniziativa perché l’incontro si celebri in tutta la sua intensità, bellezza e purezza. L’uomo avvolto dall’ebbrezza del profumo e stretto in un abbraccio alla sua donna è simile a quel sacchetto di mirra che la donna porta come collana sul seno. Egli è abbandonato teneramente sul corpo dell’amata. La teca profumata tra i seni della donna indica tutto il vigore e il candore della notte d’amore, che è segno d’intimità piena di vita tra sposo e sposa.35 Questo amplesso notturno diventa simbolo di una stabilità e di una continuità che non può essere infranta. È la descrizione di un rifugio sereno e dolcissimo, in cui le paure si cancellano e si ha l’impressione di essere in un giardino di delizie e di fragranze.
L’amato estasiato esplode in una risposta confluendo verso un particolare, quello degli occhi.36 «Come sei bella, amica mia, come sei bella! I tuoi occhi sono colombe».
L’autore sceglie ora gli occhi, proprio per la loro forza espressiva, il loro fascino, la loro intensità luminosa e collegano tra loro occhi e colombe. La donna è per l’amato la colomba, essa è sinonimo di candore, tenerezza, amore, eros, innocenza, fedeltà, pace. Gli occhi della donna rivelano con la loro mobilità, con la loro bellezza, con la loro dolcezza, con il loro desiderio, con la loro trasparenza disarmante, con la loro tenerezza tutti quei sentimenti che sono simboleggiati nella colomba.
Negli occhi dell’altra l’innamorato percepisce parole non pronunziate, emozioni nascoste, sa riconoscere segni d’amore.
La donna, dopo aver ricambiato il saluto amoroso dell’«amato», riesce con una sola pennellata a dipingere il paesaggio in cui la coppia è immersa, ritornando così ad usare la natura come specchio della pace e della gioia degli innamorati. I due si trovano all’aperto, in un’oasi di verde e di pace. Sembra quasi che la loro casa e il loro talamo siano il mondo e che il cosmo diventi tempio dell’amore. Anche se Lui e Lei hanno per letto solo un tappeto di verde campestre, per essi quel giaciglio è lussuoso, solenne, eccezionale. Sdraiati sul giaciglio verde dell’erba, i due innamorati contemplano il cielo e vedono l’intreccio dei rami degli alberi che sembrano quasi comporre un prezioso soffitto ligneo.
Nel cantico continua ad affiorare uno scenario naturistico, si ricorre all’identificazione dell’amato o dell’amata in un fiore primaverile. Il motivo floreale suscita, infatti, idee di gioia, di luce, di serenità, di tenerezza, di delizia, di piacere, di fecondità.37
Due sono i fiori che colorano le parole della donna, fiori semplici e non esotici, tipici della campagna palestinese: il narciso e il giglio. Lo sposo, infatti, riprende l’immagine del giglio. Nell’interno di una distesa di rovi e cardi spinosi è sbocciato un giglio. Con ciò si vuole esaltare il contrasto tra la bellezza e l’aridità spinosa, tra il profumo e la neutralità inodore, tra il colore squillante e il piatto grigiore. La donna amata fa impallidire qualsiasi altra bellezza; l’uomo innamorato non cerca che lei e tutto il mondo gli sembra un campo di cardi spinosi, se confrontato al fascino della sua donna. La donna amata, in mezzo alle altre ragazze, le declassa tutte, tanto è accecante la sua bellezza e unico il suo splendore. Ora, la protagonista femminile costruisce una piccola parabola attorno al simbolo vegetale del melo38. Sotto questo splendido melo la donna anela rifugiarsi. L’ombra della chioma dell’albero è come un abbraccio di fecondità. La scena vuol suggerire pace, abbandono, protezione, intimità che la donna trova quando è accanto al suo uomo. Seduta ai piedi del melo, la donna vuole gustare i frutti che pendono su di lei. Nella metafora si intuisce che il poeta vuole evocare i frutti dell’amore, saporosi al palato come le mele, offrendo al lettore una stupenda illustrazione pittorica dell’abbandono d’amore: la sinistra dell’uomo è sotto il capo della sua donna, mentre la destra l’abbraccia in un gesto che esprime tenerezza, affetto, delicatezza, ma anche possesso, protezione, attrazione fisica. Entrambe le dimensioni, quella spirituale e quella corporea, sono coinvolte, unite ed esaltate dall’amore. L’attesa e l’incontro si fondono insieme; tutto il flusso delle immagini precedenti aveva questa meta che è, insieme, conquista e attesa. La malattia d’amore è curata, ma mai guarita. Nella “casa del vino” che è il luogo dell’incontro tra Lei e Lui si stende superbo il vessillo dove vi è ricamata la parola «amore».Questo abbandono totale porta dolcemente l’amato al sonno. La donna contempla, piena di tenerezza quasi materna, il suo amore che si è addormentato tra le sue braccia. Dopo l’abbraccio, nella pace suprema e nella felicità intatta dell’incontro, le parole della ragazza sono un invito a non disturbare l’amore, a rispettare i tempi e i momenti, a lasciare nella pace i due amanti assopiti l’uno nelle braccia dell’altra.
 
 
 
LA SORPRESA DELLA PRIMAVERA39 
Una voce! Il mio diletto! 
Eccolo, viene 
saltando per i monti, 
balzando per le colline. 
Somiglia il mio diletto a un capriolo 
o ad un cerbiatto. 
Eccolo, egli sta 
dietro il nostro muro; 
guarda dalla finestra, 
spia attraverso le inferriate. 
Ora parla il mio diletto e mi dice: 
«Alzati, amica mia, 
mia bella, e vieni! 
Perché, ecco, l’inverno è passato, 
è cessata la pioggia, se n’è andata; 
i fiori sono apparsi nei campi, 
il tempo del canto è tornato 
e la voce della tortora ancora si fa sentire 
nella nostra campagna. 
Il fico ha messo fuori i primi frutti 
e le viti fiorite spandono fragranza. 
Alzati, amica mia, 
mia bella, e vieni! O mia colomba
40, che stai nelle fenditure della roccia, 
nei nascondigli dei dirupi, 
mostrami il tuo viso, 
fammi sentire la tua voce, 
perché la tua voce è soave
41, 
il tuo viso è leggiadro». 
«Prendeteci le volpi, 
le volpi piccoline 
che guastano le vigne, 
perché le nostre vigne sono in fiore. 
Il mio diletto è per me e io per lui. 
Egli pascola il gregge fra i gigli. Prima che spiri la brezza del giorno 
e si allunghino le ombre, 
ritorna, o mio diletto, 
somigliante alla gazzella 
o al cerbiatto, 
sopra i monti degli aromi».
 
 
Il movimento poetico di questa stupenda scena primaverile è colmo di attesa e di sorpresa. Le lunghe giornate piovigginose dell’inverno sono finite, la sospirata primavera è tornata con un vento leggero, le foglie degli alberi rifioriscono, l’aria trabocca del profumo dei fiori e il tubare delle tortore, i flutti non si accaniscono più contro i frangenti e il cielo diventa sempre più nitido. L’amato arriva con la primavera e la primavera arriva con l’amato. È l’amore che fa fiorire la vita e il mondo.
L’amato sta per giungere alla casa della fanciulla verso l’alba, dopo una notte buia di lontananza, di silenzio e di attesa. Quello che sembrava perduto per sempre sta per realizzarsi.
La donna in questo trionfo della primavera cerca un solo rumore, quello di un passo noto.42Immagina lo sposo come una gazzella o un cerbiatto, agile, scattante, sicuro, che salta di rupe in rupe superando gli abissi. L’amore non conosce impedimenti e brucia gli ostacoli divorando lo spazio.
Il giovane ora si è accostato al muro della casa e occhieggia dietro la finestra protetta dalla grata. Il suo spiare, il suo affanno per la corsa, questa mobilità fremente diventa percepibili e comincia ad acquisire una connotazione familiare alla donna. Il giovane si mette davanti alla finestra, tentando di penetrare con lo sguardo nella penombra della casa attraverso il graticcio, la voce si infiltra attraverso i graticci della finestra come un suono seducente che infrange l’inerzia e l’assenza. È un invito all’amata a uscire dal sonno, dalla notte, dalla freddezza; è una nuova creazione dove la semplicità, la novità, la freschezza, lo splendore diventano le qualità sorprendenti dell’amore.
Lo sposo rivolgendosi all’amata la paragona alla colomba selvatica che nidifica nelle fenditure delle rocce43. È un paragone commovente nella sua semplicità, la sposa è la colomba nascosta nel nido segreto e invalicabile; lo sposo chiede di svelargli il volto e di fargli udire la voce: questo è il suo unico desiderio. Ma quando la festa della primavera e dell’amore sta per giungere al culmine si incontrano delle difficoltà.
Le vigne che si distendono davanti agli occhi dei due innamorati sono percorse da un movimento rapido e pericoloso, quello delle piccole volpi o sciacalli che devastano le viti in fiore44. L’amato fiducioso invita la gente a creare una specie di difesa attorno alla vigna meravigliosa dell’amore a cui egli si abbandona felice e sereno. L’amata concluderà con un’altissima dichiarazione d’amore, la più bella del Cantico: «Il mio amato è mio e io sono sua». È la formula della reciproca appartenenza. Essa è la riedizione del primo ed eterno inno d’amore: «Carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa»45.
 
NELLA NOTTE IN CITTA’ 
Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato 
l’amato del mio cuore; 
l’ho cercato, ma non l’ho trovato. 
«Mi alzerò e farò il giro della città; 
per le strade e per le piazze; 
voglio cercare l’amato del mio cuore». 
L’ho cercato, ma non l’ho trovato. 
Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda: 
«Avete visto l’amato del mio cuore?». 
Da poco le avevo oltrepassate, 
quando trovai l’amato del mio cuore. 
Lo strinsi fortemente e non lo lascerò 
finché non l’abbia condotto in casa di mia madre, 
nella stanza della mia genitrice. Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,
per le gazzelle e per le cerve dei campi: 
non destate, non scuotete dal sonno l’amata 
finché essa non lo voglia.
 
Lo sfondo di questa scena è vissuto in notti di grosse tensioni, di incubi, di angosce, di inquietudini interiori. Le nottate sono interminabili per la donna, il letto non è più lo spazio del riposo, dei sogni delicati, delle mille effusioni, ma di tormento, di sgomento, di paura46.
La donna la sera non sente più quell’andatura avvicinarsi a lei gradita e decide di sfidare i rigidi condizionamenti del tempo47 e decide di incamminarsi in una ricerca ansiosa per le strade della città avvolta dal silenzio e dalla tenebre notturna. Si ode solo il passo della donna per le strade e per le piazze, un passo che lascia intendere una sola cosa: «Cercherò l’amore dell’anima mia». Il suo vagare diventa sempre più ansioso e disperato la sua ricerca sta per chiudersi con un esito amaro.
Ma ecco, in fondo a un viale, un bagliore di fiaccole, un rumore di passi e di voci, s’accende la speranza, ma sono le sentinelle della ronda notturna.
Le sentinelle che girano per la città passano accanto alla donna che con la morte nel cuore e un filo di speranza, chiede:«Avete visto l’amore dell’anima mia?». La sua richiesta cade nel vuoto più assoluto, come vuoto è ora il cuore della donna. Le sentinelle si sono allontanate e la donna resta sola, forse è il momento più oscuro della sua vita, tutto si intreccia in un vortice senza fine; amore, assenza, ricerca, vuoto, tensione paura, oscurità, silenzio.
Ma ancora una volta, quando la disperazione e lo sconforto sembrano strapparti alla vita, improvvisa spunta una luce. «Ho trovato l’amore dell’anima mia!». Adesso la gioia, la felicità, l’allegria, prendono il posto della paura e del dolore, la donna non trova nemmeno le parole, la sola forza che trova è quella di stringerlo con forza al suo seno, lo afferra con forza quasi col terrore di perderlo. È, però, una stretta tenera, che scioglie l’angoscia e crea l’abbandono dell’amore.
A questo punto resta un solo desiderio, quello di ritrovare l’intimità piena e perfetta. La donna sceglie di introdurre il suo amato nel luogo in cui ella ha visto la vita, alla sua stessa radice, in un legame in cui amore e sangue si fondono insieme. Non è solo una presentazione al clan della donna, è l’introduzione nella casa e nella stessa famiglia dell’amata, un risalire alle sue sorgenti, all’inizio assoluto della sua vita.
La donna riesce a intrecciare costumi matrimoniali, convenienze sociali, ragioni psicologiche, espressioni di desiderio e d’amore in un unico tessuto poetico. L’unica realtà sicura è che la paura è ormai spenta, s’è accesa la gioia, all’assenza è subentrata l’intimità fino al suo livello più alto, per cui l’amore riassume in sé tutte le forme di relazione.
Giunti ormai nella «casa della madre», i due sono abbracciati. L’amata guarda con tenerezza il suo amore addormentato. L’incanto dell’amore ha creato quiete e pace. Nulla e niente deve spezzare la felicità ritrovata, nulla deve offuscare la luce dell’amore che è ritornata a risplendere dopo la notte oscura della lontananza e del silenzio.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
C’è un ladro in agguato che, pian piano, ti porta via tutto: è il “tempo”. È lui infatti, che ti porta via l’infanzia spensierata, la giovinezza felice, la maturità operosa e, lentamente, ti demolisce e ti ruba la salute; ogni giorno, pur verificando che la tua saggezza aumenta, ti accorgi però di perdere velocità e, forse, in staticità: queste sono le vere perdite, questo è il vero ladro. Il tempo passa ma la tua compagna è l’unica che non ti lascia, ti tiene per mano e ti ricorda di non temere, di avere fede; è proprio il percepire il caldo della sua mano forte che ti afferra e ti sostiene quando stai per cadere.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Queste pagine sono dedicate a Concetta che con un amore infinito ha saputo perdonarmi e amarmi, accogliendomi come Cristo accoglie la sua Chiesa.
Salvatore Monetti
 
 
www.famigliaviva.it
 
 
 
1
 Cf Gn 3,8
2
 Ef 1,4.
3
 Gv 4,16.
4
 Is 54,7-8.
5
 
Cf Sal 37,24.
6
 
Sal 117.
7
 
Mc 10,6.
8
 
Il re di cui si parla è sempre l’amato.
9
 
Il poeta introduce due temi quello del vino e del profumo. In tutta l’area mediterranea è consuetudine, secondo la quale il vino viene assunto a simbolo dell’amore; identica è la loro capacità di conquista, identica la loro forza seduttrice, identica l’ebbrezza magica.
10 Quello che è un segnale fondamentale dell’istinto e dell’estro negli animali, il poeta lo carica di poesia e di amore nell’uomo.
 
11
 
In questa scena vengono introdotti i personaggi delle figlie di Gerusalemme, della madre e dei fratelli della donna.
12
 
È la popolazione di Gerusalemme, in questo modo viene personificata la città stessa.
13
 
Tribù beduina del nord dell’Arabia dalle tipiche tende nere perché tessute con lana di capra dal vello scuro.
14
 
I fratelli nell’antico Oriente avevano una vera e propria funzione di sorveglianza e di dominio sulle sorelle.
15
 
Qui cambia il soggetto parlante, sono i compagni dell’amato che danno le indicazioni perché la donna raggiunga colui che cerca.
16Il tema della vigna simboleggia anche l’organo genitale femminile, in dipendenza probabilmente dei rituali di accoppiamento che avevano luogo nei campi coltivati o nelle vigne per assicurare e incoraggiare la fertilità.
Nel Cantico si intravede facilmente una fitta maglia di «doppi sensi», che però non hanno mai nulla di volgare. Così, in alcune tavolette sumeriche la vigna rimanda al grembo della donna; a Ugarit, la dea della fertilità Astarte, è anche colei che «custodisce la vigna». In un testo egizio dell’epoca ramesside (XIV – XIII sec. a.C.) si descrive l’avventura di un ufficiale con una ragazza ritrosa che «custodiva la sua vigna». La stessa simbologia riaffiorerà secoli dopo nel Corano (II, 223: «Le vostre donne sono un campo per voi…»). Perciò, dietro il simbolismo agricolo, la donna confessa l’esplodere del suo amore: il controllo e l’opposizione della famiglia sono stati inutili; ella ha spezzato i legami ed ora sta partendo alla ricerca del suo amore.
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Inizia così il tema della ricerca che accompagnerà il movimento di tutto il poema.
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Nell’antichità biblica le prostitute si coprivano il volto mentre attendevano nelle strade.
19 Finalmente parla l’amato che descrive l’ardente passione della donna paragonandola ad una giovenca tra un gruppo di stalloni. Egli ammira poi, in un quadro tutto dedicato al mondo equestre, la donna bellissima ornata di gioielli e monili che ricordano i filamenti del cavallo.
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 Risponde l’amata che ci annuncia l’intimità raggiunta dai due amanti: l’amato, che è detto essere “il re”, appare sdraiato, poi giace tra i suoi seni, proprio sul cuore della donna e infine, paragonato a succosi e dolci datteri, viene gustato dalla donna nell’amplesso. Ora sono insieme, non c’è più la ricerca. Compaiono la mirra e i datteri che rappresentano l’amato stesso.
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Viene esercitata la seduzione da parte della donna nei confronti del suo re! Il significato è sessuale e indica l’odore della donna e dei suoi umori che eccitano il compagno.
22 Appare per la prima volta un vocabolo fondamentale che risuonerà nell’opera 33 volte. Si tratta dell’appellativo dodì, «amato mio», che sarà quasi il filo musicale ininterrotto che percorre le parole della donna del Cantico. Questo vezzeggiativo esprime un’intimità indistruttibile e appassionata che ha largo uso proprio nel soprannomi o nei nomignoli che gli innamorati si scambiano.
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Oasi sul lato occidentale del Mar Morto, posta in un anfiteatro di rocce inaccessibili. Una ricca sorgente e il clima caldo creano le condizioni per una eccezionale fertilità.
24 Gli amanti si guardano l’un l’altro, contemplando la reciproca bellezza. Continua ora a risuonare il pronome “nostro”, segno del mutuo possesso raggiunto.
25 Lo sguardo si allarga all’intorno e descrive l’ambiente che circonda gli amanti. La donna si paragona a un semplice e umile giglio acquatico (o loto), ma il suo amato riprende l’immagine floreale esaltandone la bellezza. La donna è un giglio, l’uomo è un melo e questi simboli torneranno continuamente nel Cantico richiamando e indicando le persone stesse degli amanti.
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È l’amata che si gusta il frutto del melo, ma il senso è anche sessuale.
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Siamo verso la conclusione del prologo, ritornano perciò due volte come all’inizio il termine “amore” e la parola “vino”. L’amata chiede di essere sorretta e, dichiarandosi malata, sperimenta che l’amore non è mai soddisfatto, chiede continuamente di ripetersi e di rinnovarsi.
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 In risposta al grido della donna ecco che il suo amante la prende tra le braccia, la sorregge e la protegge. In questo abbraccio gli amanti chiedono di non essere disturbati.
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Preminente il significato sessuale dell’abbraccio.
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La frase “per Le gazzelle e per le cerve dei campi” ha poco senso in italiano, ma in ebraico le gazzelle e le cerve suonano molto vicine alla invocazione del nome divino.
 
31Il poeta greco Teocrito nei suoi Idilli (XVIII, 30–31) compara a una cavalla la bellissima Elena di Troia mentre cammina davanti ai suoi ammiratori.
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 «Ti adornai di gioielli, ti misi braccialetti ai polsi e una collana al collo, misi al tuo naso un anello, orecchini agli orecchi e una splendida corona sul tuo capo: così fosti adorna d’oro e d’argento». Ez 16,1-13.
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 Nel Cantico la regalità è solo simbolica ed è una raffigurazione della bellezza gloriosa dell’intimità. Perciò i due, insieme, si sentono attori di una scena regale e solenne.
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 Il profumo del nardo è presente nel Cantico e ignoto al resto dell’Antico Testamento. Questo aroma intenso e prezioso, di origine indiana, è forse legato ai culti della fertilità e usato soprattutto come afrodisiaco.
35 La donna poneva le essenze e le resine odorose che più gradiva in un sacchetto di tela ornato e sorretto da un nastro o da un cordoncino. Tutta la pelle restava impregnata da questo profumo. Nel versetto l’immagine assume un profilo straordinario. È l’uomo ad essere l’effluvio della donna. Ma il sacchetto profumato diventa, in trasparenza, anche il simbolo dell’abbandono d’amore dei due innamorati.
36 Il duetto si fa ora più serrato ed essenziale, svolgendosi sul filo della contemplazione, della sorpresa. La meraviglia è nella scoperta della bellezza che non è mai uguale e non è mai monotona.
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 In un paesaggio assolato e spesso arido, come il deserto di Giuda, l’evocazione di una scena floreale è segno di vita, di felicità, di pace e di benedizione.
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 Il melo, infatti, nell’antica mitologia sumerica, era l’albero dell’amore. L’amato è di una bellezza sfolgorante, come lo è il melo lussureggiante in rnezzo agli alberi selvatici della foresta. Il melo è profumato, ricco di frutti carnosi e colorati, dotato di foglie lucide. Si evocano, così, immagini vegetali gustative, idilliache ed estetiche.
 
39 Il brano ci fa comprendere che l’amore non è mai possesso definitivo. L’unione dev’essere continuamente ricostruita perché le assenze, i silenzi, le lontananze penetrano all’interno della coppia, anche nell’istante alto dell’amore. Il ricongiungersi dev’essere sempre una sorpresa, un dono, un incontro atteso con la stessa trepidazione con cui s’è atteso il primo.
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 Nuovo nome dell’Amata che stabilisce l’immagine prevalente in questi versetti.
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 La voce dell’Amato invita alla risposta, vuole che si oda anche la voce di lei.
42 L’atmosfera di questo esordio ci richiama I promessi sposi di Alessandro Manzoni (cap.VIII): Lucia aveva imparato «a distinguere dal rumore dei passi comuni il rumore di un passo aspettato con misterioso timore».
43 Il simbolismo è carico di varie sfumature, anche perché la colomba ha una sua presenza suggestiva all’interno della letteratura biblica. C’è però un altro motivo che spiega la scelta della colomba e che va al di là del simbolo per fermarsi più semplicemente sulla stessa realtà di questo volatile che già di sua natura evoca timidezza, tenerezza, bellezza. In questa specie di colombi, infatti, la fedeltà della coppia sembra essere un dato caratteristico a cui si accompagna una prodigalità di attenzioni e di dimostrazioni d’affetto.
Nella Vita degli animali di Brehm si legge che la coppia del «colombo torraiolo» (columba livia), «una volta costituita, rimane unita per tutta la vita: si vedono spesso i due prodigarsi reciprocamente le più svariate dimostrazioni d’affetto sia in terra sia in aria.
44
 La vigna in fiore, può essere simbolo del corpo e della bellezza dell’amata: essa è tutta vita, freschezza, floridezza e profumo.
45
 Gen 2,23.
46
 Cf. Gb 7,3-4.
47 In Israele una donna non avrebbe potuto uscire da sola nella notte.
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