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Il soffio divino (l’azione dello Spirito Santo)

Il Mio Contributo > 2009
Il soffio divino (l’azione dello Spirito Santo)
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Il Soffio divino
Nel dialogo notturno Gesù parlando a Nicodemo dice: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito»[1]. L’azione dello Spirito è qualcosa di infinita­mente più grande di noi, è come una folata di vento, viene e se ne va senza che riusciamo a fermarla o a impadronircene. Lo Spirito – come il vento – soffia dove vuole, superando frontiere culturali e confini religiosi; esso penetra nella creatura animandola nella creazione, trasformandola nella redenzione, ricreandola nella risurrezione. È un’intimità profonda per cui non si è più soli e si percepisce il senso della confessione di s. Paolo: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me»[2]. Il credente, pervaso dallo Spirito, trasfigura se stesso e le sue azioni scopre il segreto della vera pace e dell’autentica serenità. Il nostro cuore, spesso, riserva larghi spazi alle cose, agli interessi, all’orgoglio: lo Spirito Santo è compresso, talora espulso. È per questo che siamo smorti interiormente, perché non tratteniamo in noi tra la pelle e le ossa quel respiro divino. Ma, al di là della nostra impotenza, la promessa di Gesù si fa senti­re, alza il velo sulle misteriose vie dello Spirito, ci orienta nella direzione del suo soffio, ci parla dei suoi desideri, non sappiamo dov’è, ma sappiamo che egli è presente si dona al mondo e diviene immanente essenzialmente attraverso i sacramenti, che sono le “porte” del­la chiesa. Porte che devono essere sempre aperte perché Dio irrompe attraverso il suo dono efficace, il sacramento, ed è per questo che sono indegne certe celebrazioni trasandate e banali che bloccano le entrate con incensi e incensazioni impedendo che passi il vento dello Spirito di Dio. Ci immergiamo sempre più nelle tenebre, ma dobbiamo ritrovare la forza di aprire un varco dove la Luce «illumina ogni uomo»[3]. Mi torna alla mente un canto al Grande Spirito divino degli Indiani Sioux che hanno popolato la mia adolescenza: «Grande Spirito la cui voce ascolto nel vento e il cui respiro fa vivere il mondo, ascoltami. Sono uno dei tuoi tanti figli e vengo a te. Sono piccolo e debole, ho bisogno della tua forza e della tua sapienza. Lasciami camminare tra le cose belle e fa che i miei occhi possano ammirare il tramonto rosso e d’oro. Fa che le mie mani possano rispettare ciò che hai creato e le mie orecchie sentire chiaramente il suono della tua voce…».
Invece l’uomo del nostro tempo non conosce più quel sacro tremore che per­corre le pagine della Bibbia e conferisce al cristianesimo bellezza e forza ineguagliabili. Da molto tempo ormai, per la maggior parte dei cristiani il sacramento non è più quel mistero al quale, ogni volta che esso si compie, è convocato l’intero mondo celeste; da tempo non è più altro che una pratica devozionale, un “dove­re religioso”, una forma come un’altra che si tende a svuotare di significato, come un simbolo qualsiasi di appartenenza socia­le. Se si dovesse chiedere a un cristiano medio cos’è lo Spirito santo, si rischierebbe di vederlo balbettare, invece la vita del cristiano e tutta incentra­ta sullo Spirito santo. Indimenticabile è la scena “dipinta” più che descritta da Ezechiele nel c. 37 del suo libro: su quella valle lastricata di scheletri, di ossa secche e di polvere passa il soffio dello Spirito divino; ed ecco uno stridio e un fremito di ossa che si ricollegano, di carni che rifioriscono, di vita che torna a pulsare. È ormai la morte che è trasformata in vita. Oppure pensiamo alla promessa di Isaia: «Si sveglieranno ed esulteranno quelli che giacciono nella polvere perché la tua rugiada è rugiada luminosa, la terra darà alla luce le ombre» (26,19). I pri­mi cristiani conoscevano il Paraclito con il realismo e l’intensità con i quali i testimoni oculari avevano condiviso la vita terre­na di Gesù Cristo. Ora, da sempre, lo Spirito «riempie l’univer­so»[4], «ogni anima è vivificata» da lui, ma il suo esse­re stesso rimane celato in un mistero ineffabile. Il mondo sem­bra ignorarne l’incarnazione personale, eppure egli è l’Amore divino, ed è il nostro amore, il respiro di quelli che si amano. Lo Spirito tocca le radici stesse della nostra esistenza. Ci interroga sulle domande ultime che vengono del tutto ignorate in questi tempi di somma superficialità, di spettacolarità, di esteriorità. Sono quelle domande che sono alla base dell’essere uomini. Se non ci si interroga sul senso, il valore, la vocazione e la meta della nostra vita, ci si riduce progressivamente ad essere cose tra le cose, spinte dai venti degli eventi e non dal soffio dello Spirito di Dio e del nostro spirito interiore. Solo attraverso la riflessione su questi interrogativi noi riusciremo a scoprire un dato disatteso: non siamo una specie di muffa dell’universo o un grumo di cellule o un granello di polvere cosmica; siamo, invece, «una realtà unica e irripetibile» voluta da Dio. Perciò nel concreto del mondo e della storia dobbiamo esserci e non solo essere. Con un compito, un senso, uno scopo. Vorrei ricordare i cc. 12-14 della prima lettera ai Corinzi, sono tre pagine di grande suggestione in cui Paolo fa bale­nare lo splendore dei doni dello Spirito Santo, i cosiddetti «carismi». Essi, pur nella varietà, nella ricchezza, nella spe­cificità delle varie forme, nascono tutti dalla stessa sorgen­te, lo Spirito Santo, e convergono verso l’unica meta, l’edi­ficazione della Chiesa. Anziché dar origine a individuali­smi esasperati o a comunità chiuse in se stesse o ad eccita­zioni estatiche, i carismi si aprono ai fratelli e si manife­stanò soprattutto nella carità, «la via migliore di tutte», il dono supremo, che lega insieme in un’armonia perfetta tutti gli altri doni. Forza fratelli, vivifichiamo lo Spirito che è in noi, perché solo lo Spirito Santo è capace di fare la Chiesa con delle pietre così mal tagliate come siamo noi! «Stringendovi a Cristo, pietra viva…, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale». Queste parole di s. Pietro[5] ci fa comprendere la necessità di lasciare spazio allo Spirito perché ci guidi in una richiesta di preghiera, di aiuto, di sostegno, di discepolato che non sia meramente “economica” così da impetrare solo vantaggi, doni, successi. Più che implorare “grazie” dovremmo chiedere la “grazia” divina che trasforma cuore e vita: in ogni uomo, in ogni cuore non si estingue mai completamente il vibrare dello Spirito Santo, è per questo che bisogna sempre credere nella rinascita, nella risurrezione, nella vita che torna a pulsare. Dio non ci ha amato per scherzo, dobbiamo appassionarci a questo Spirito che vive dentro di noi. Marie Noël ricorrendo ad un passo della Genesi scriveva: «Quando Dio ha soffiato sul mio fango per infondergli la mia anima, egli ha di certo soffiato troppo forte. Non mi sono mai ripresa da questo soffio di Dio». È vero, l’uomo diventa, da materia inerte, creatura vivente attraverso il soffio dello Spirito divino. Quell’alito non reca solo la vita ma anche la coscienza, la spiritualità, l’amore. Dobbiamo sentire dentro di noi questo vento impetuoso che ci trascina verso il divino ma soprattutto comporta 1’adesione to­tale alla Parola che è carne e spirito, è storia ed eternità: biso­gna che si conosca seriamente la Parola di Dio, incarnarla per poterla poi illuminare con lo Spirito Santo che svela segreti inaccessibili alla ragione. E so­prattutto trasforma quella Parola in seme, fuoco, acqua, ci­bo, luce che pervadono l’intera esistenza del credente. C’è una pagina suggestiva dell’Antico Testamento: è il c. 8 del libro di Neemia. In essa si dipana lentamente un settenario di elementi che costituiscono la ve­ra lettura nello Spirito, già preannunziata dalla Prima Allean­za. Si deve innanzitutto «leggere» la Parola di Dio con inten­sità, nel silenzio e nell’adesione. Si passa poi alla «spiegazio­ne», cioè all’analisi del testo biblico nella sua concreta for­mulazione. Si giunge, così, alla «comprensione» che non è solo intellettuale ma anche amorosa, saporosa, interiore. A questo punto si chiude il libro ma lo si apre sulla vita. Ecco, allora, l’«ascoltare» che nella Bibbia è sinonimo di «obbedi­re». Ecco gli occhi che si velano di lacrime nel pianto della conversione. Ecco le mani che si muovono per aiutare i pove­ri e i sofferenti. Ed ecco, infine, la liturgia nella quale la Pa­rola di Dio diventa lode, canto, gioia.
È
questa la vera vita nello Spirito: leggere, spie­gare, comprendere, obbedire, convertirsi, amare, celebrare. Lasciamo che lo Spirito Santo irrompa nei nostri cuori, nella nostra anima, nei segreti più recessi dei nostri pensieri come è successo nel giorno di Pentecoste, un’alba che apre una nuova pagina nella vita di ognuno di noi. E apriamo alla preghiera dicendo: «Il mio povero corpo è affranto sotto il peso dei miei peccati. O Signore, perché non mi prendi per mano? Nelle mie opere non c’è quello che è dovuto a te e alla tua gloria, ma nel tuo Spirito Santo c’è quello che può guarire e trasformare me[6].
Salvatore Monetti – diacono
(Diocesi Salerno – Campagna – Acerno)



[1]
Gv 3,8
[2]
Gal 2, 20
[3]
Gv 1,9
[4]
Sap 1,7
[5]
1Pt 2,4-5
[6]
Abu I-Khair,
mistico persiano (X-XI sec.)
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