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Cosa può dire un diacono ad una coppia in crisi?

Il Mio Contributo > 2009
Cosa può dire un diacono ad una coppia in crisi?
Posted on by admin
Da qualche anno i Vescovi chiedono un maggior impegno nella pastorale della famiglia. Ci invitano a condividere con le famiglie situazioni ed eventi e portarne insieme il peso cercando con loro una risposta che apra un futuro alla speranza. Diventa così indispensabile ricoltivare e consolidare il nostro “credo” nella famiglia. Non solo nel sogno o nell’idea astratta della famiglia, ma nelle famiglie concrete, nelle nostre famiglie. Non esistono facili ricette, né formule, anche se forte e la tentazione di semplificare la complessità della vita affettiva e relazionale. Si tratta di inventare nuove strade e questo, per noi cristiani e in particolare noi diaconi significa “convertirci” cioè cambiare il nostro modo di fare e di essere. Oggi è veramente difficile essere coppia, neppure per quelle cristiane che spesso si reputano migliori e più avvantaggiate delle altre. Il diacono (quando dico diacono, intendo la coppia – marito e moglie - sono gli unici all’interno della Chiesa che possono dare testimonianza di essere “coppia-sacramento” visto che i due sono “una sola carne”, quindi, nella consacrazione al diaconato la moglie entra a tutti gli effetti in quanto il ministero diaconale ricevuto dal marito ha lo stesso valore anche per la moglie) all’interno della sua comunità di appartenenza può e deve intraprendere cammini formativi e spirituali nuovi, che dicono cose nuove, occorre passare da una spiritualità disincarnata, amorfa, dell’evitare i problemi, del quieto vivere, sostando sull’altare a incensare il sacerdote e non scuotere troppo la barca che sta già affondando. Il diacono ha il dovere di proporre una spiritualità incarnata, del dialogo e dell’accoglienza, dell’ascolto e del confronto costruttivo, della tenerezza e del quotidiano. Il diacono con la sua sposa presentandosi alle famiglie presenta una spiritualità dal volto umano e divino. Noi diaconi siamo troppo contemplativi e spesso ignoriamo la nostra umanità che è simile a quella degli altri sposi e a volte peggio. Dobbiamo sempre coniugare l’umano e il divino, l’antropologico e il teologico, l’aspetto materiale e quello spirituale. Dobbiamo ritrovare nella parole, nel sorriso, nello sguardo, nel bacio e nell’abraccio la tenerezza di Dio, l’intimità di Dio, solo così saremo credibili. Noi diaconi dovremmo fare prima un cammino di coppia vero e attendibile e poi possiamo esercitare il ministero affidatoci, peccato che i Vescovi non tengono sempre presente questo aspetto. La via che conduce a Dio passa prima per la nostra casa e poi prosegue in quella delle altre famiglie, spesso noi diaconi o chiudiamo la porta prima che entri Dio o una volta entrato lo lasciamo dentro casa dimenticando di portarlo con noi nelle strade e nelle piazze. L’accompagnamento spirituale che il diacono deve proporre non è da intendersi come un’enunciazione di principi, di dettami morali e spirituali, né come una consulenza psicologica, né come una fredda e perspicace formulazione di regole da seguire; ma innanzitutto un camino “insieme” da coppia a coppia/e che punta direttamente al cuore della coppia invitandola a leggere il proprio cuore, il proprio vissuto, la propria relazione e scrutare i sentimenti, invitarla anche a rimuginare la Parola di Dio e leggerla nella sua intenzionalità di salvezza e di bellezza che la interpella. Inoltre, un diacono che vive una sana relazione coniugale ha la capacità di distinguere le sofferenze “normali” legate ai cambiamenti fisiologici e traumatici della coppia da quelle che diventano problemi che bloccano la crescita degli sposi, chiudendosi nei confronti della vita e degli altri. Per la prima basterà un sostegno di accompagnamento, per la seconda sarà necessario un sostegno di un psicoterapeuta che ha il compito di ripristinare la comunicazione interrotta. Il diacono pur riconoscendo l’aiuto prezioso dello psicoterapeuta, aiuterà la coppia in crisi ad incontrarsi con Dio e a portarla a scoprire Dio, proprio nelle difficoltà della sua esperienza relazionale ed affettiva. Comunque, il diacono deve essere credibile, non si può aiutare le altre coppie se nella propria famiglia si cerca almeno di sfiorare la Famiglia di Nazareth. Bisogna, essere autentici che significa “essere quello che si è” e questo richiede a noi diaconi un grosso lavoro interiore, tanta pazienza , tanto tempo e forse tutta la vita. Il diacono deve essere empatico che non si tratta di un capire razionale, ma emotivo ed intuitivo. Più che capire deve provare, sentire, comprendere la coppia, il suo punto di vista, i suoi significati viscerali, il loro mondo interiore, mettersi nei panni della coppia in difficoltà e percepire le sue esperienze come fossero le nostre. Sentire la rabbia, il turbamento, come fossero nostri. Non bisogna mai cambiare la coppia, né imporle soluzioni precoci, ma accettando la diversità e difficoltà, prospettando la proposta di Gesù. Insegnare alla coppia di accettarsi nella loro fragilità che non significa giustificarsi, non vedendo i propri errori; né incolpare sempre e solo se stessi, vivendo una vita negativa e senza senso. Accettare le proprie fragilità significa comportarsi con misericordia e tenerezza verso se stessi, osservando le ferite interiori con uno sguardo benevolo in modo che la loro oscurità illumini la loro miseria e li trasformi. A volte la fragilità viene intesa come peccato, ma spesso è una confusione affettiva dettata da un’incapacità di saper stare con se stessi e con gli altri, da un non saper manifestare il proprio amore. Noi purtroppo siamo ossessionati dal peccato, mentre il Signore guarda al banchetto per festeggiare (Lc 15,11-319). Vedi la pagina della pesca miracolosa nella quale l’essere peccatore sembra la preoccupazione principale di Pietro e non del Signore (Lc 5,10). Infine noi diaconi dobbiamo creare nelle parrocchie, in tutte le parrocchie un gruppo famiglia. Ci capita di incontrare tante coppie che si sentono sole ed abbandonate, i sacerdoti non possono fare tutto, hanno già tanto da fare per loro. Tante coppie vivono i problemi pensando che appartengono solo a loro, invece in gruppo hanno la possibilità di confrontarsi in un’atmosfera di apertura e di estrema fiducia, c’è chi li ascolta, li sostiene, li aiuta a vedere ciò che loro non vedono è una grande possibilità di crescita e di maturazione. Se restano soli prima o poi la furia dei sentimenti negativi e dei dissapori si farà sentire e farà ritornare la coppia nel baratro di terrore. Invece, avere la possibilità di poter comunicare in un gruppo tutte le loro tensioni e sentirsi accolti, ascoltati, ed amati può essere per le coppie in crisi un’opportunità di sano conforto e un luogo di ripresa per la loro relazione di coppia. Cari confratelli diaconi, dobbiamo tener presente che dove c’è sofferenza, persino là dove la sofferenza nasce da sbagli umani là abita Dio. La coppia che soffre è il luogo privilegiato dove Dio si nasconde e si rivela. Quando una coppia in crisi ritrova l’amore in modo più maturo e convinto, anche lì si realizza la Pasqua del Signore. Il vasto campo delle crisi di coppia può rappresentare oggi l’ambito privilegiato dove il diacono con la propria moglie testimonia un annuncio di speranza.
Salvatore Monetti – diacono
(Diocesi Salerno – Campagna – Acerno)
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