Comunità e comunione - Comunità del Diaconato in Italia

Vai ai contenuti

Menu principale:

Comunità e comunione

Il Mio Contributo > 2009
Comunità e comunione
Posted on by admin
Comunità e Comunione
Essere comunità cristiana significa vivere e sperimentare la comunione interiore ed esteriore secondo l’unica regola dataci da Gesù: «Amatevi come io vi ho amato»[1]. Questa è la norma per il cristiano e in particolare per noi “ordinati”. Purtroppo proprio chi è “ordinato”, spesso, fa prevalere una sorta di resistenza individualistica, ostile, dove vi è sempre una manifesta o velata forma di egoismo, ostinato nel far prevalere i propri interessi su quelli della comunità, si pensa a scalare, a lodare falsamente, a cambiare idea, a consumarsi la vita nella tensione, si dilapidano solo energie per raggiungere il successo ambito ma anche nel demolire gli altri che vi aspirano. Tuttavia, noi “ordinati” dobbiamo imparare veramente a sentire la realtà comunitaria, come la casa comune in cui tutti viviamo, come l’aria che tutti respiriamo, per speri­mentare nella più intima essenza la gioia edificatrice del dono. Vivere in comunione significa permettere una crescita equilibrata e ricca di preziosi frutti. Non possiamo parlare di comunità in presenza di persone che si riuniscono formalmente senza una vera motivazio­ne, per recitare distrattamente un copione predefinito. Essere comunità non è un’esperienza di semplice con­vivenza, né si esaurisce nello stare insieme “obbedendo” a un corpus di leggi, norme e regolamenti. La comunità è vera solo quando vi sono degli uomini nella loro totalità che desiderano incontrarsi per incontrare Cristo, non in modo passivo, ma inter­rogandosi e aiutandosi a vicenda; incontro che si fonda sull’ascolto della parola di Dio che scuote, che mette in discussione, che motiva profondamente chi vi aderisce con fede, chi vuol comprendere sem­pre di più il messaggio di Cristo per darne testimonianza concreta nella propria vita. il diacono è «servo», quindi, deve poter offrire alla comunità un servizio che vada oltre la liturgia e i sacramenti.
È
tempo, ormai, di interve­nire in tutte quelle situazioni dove maggiormente si avverte la carenza, se non la completa assenza, della Chiesa istituzionale. Il messaggio cristiano non può calarsi nel vivo della gente senza preparare la via affinché l’annuncio possa essere accolto. Il concilio Vaticano II insiste sulla necessità e sul valore della testimonianza, affinché al di là della Parola si fosse promotori della rivoluzione cristiana. Ma testimoniare Cristo non può ridursi all’esempio di una condotta moralmente retta, ciò che la Chiesa deve testimoniare è la possibilità concreta di un modello di vita anticonformista che, improntato sui valori del vangelo, sappia costruire e aprire a tutti una comunità dove la comunitarietà, la corresponsabilità, la condivisione non siano parole vuote. Annunciare Cristo, aderire a Cristo significa eliminare le compagini dell’ingiusti­zia. La comunità deve essere ani­mata da una fraternità viva che diviene effettiva solo quando divie­ne corresponsabilità. A poco serve parlare di comunione presbiterale, di corresponsabilità pastorale, comunione parrocchiale o di nuove strutture se prima non si determina nel clero una conversione di mentalità che può essere generata solo a partire dalla formazione specifica che il seminario offre ai futuri presbiteri. Fino a quando i preti non saranno educati a una mentalità di collaborazione, ma sono formati a essere «capi assoluti», è difficile, se non impossibile, far vivere la comunione in una parrocchia quando poi saranno demandati a governare. Non sempre gli “ordinati” sono fedeli a Cristo, né gli danno testimonianza verace. L’”ordinato” deve annunciare Cristo e essergli fedele al di là di ogni compromesso. La nostra è una comunità di fede, di speranza e di carità, co­stituita da Cristo per una comunione di vita, di carità e di verità»[2], aderire a essa vuol dire fare una scelta di vita, una scelta che partendo dal profondo coinvolga tutto l’essere. La comunità deve essere un organismo vitale proprio perché Corpo di Cristo non è un’immagine statica in contrasto col segno dei tempi, bisogna pur avere il coraggio di prendere delle decisioni impopolari, ma necessarie alla effettiva crescita del popo­lo di Dio. A poco serve garantire il servizio della liturgia e dei sacramenti se non si è in grado di nutrire il gregge, né di essere comunità cristiana. Comunità significa anche popolo e la Chiesa è popolo di Dio, rivela che essa non è costituita da riti e codici, ma da uomini, pietre vive unite dal cemento di Cristo. È questa unione che costituisce il Cristo totale[3]. Essa non è tanto una comunità che ha al suo centro la tenda di Dio ma è essa stessa la tenda, il tabernacolo dove Dio abita e salva. La socialità degli uomini che vi entrano a far parte non è data sol­tanto dalla comune opzione per Cristo, ma anche da quella vita divi­na che egli comunica loro e che li affratella tra di loro e con loro. La comunità cristiana non può essere altro che l’attuazione di una società nella quale nessuno debba sentirsi diseredato, abbandonato, solo col suo dramma. Si pensi alla crisi della famiglia, al problema degli anziani, a quello dei giovani, dei disadattati, degli handicappati, a chi per ignoranza non è nem­meno in grado di rivendicare i propri diritti. Situazioni che vengono amplificate dalla mancanza di un punto di riferimento e di conteni­mento. Essere comunità quindi, significa essere luogo di accoglienza, di crescita, di condivisione corresponsabile di qualsiasi problema. Luogo dove tutti, ordinati e laici ciascuno secondo le proprie attitudini e capacità, contribuiscono alla vita di una comu­nità dove, a dispetto del mondo, la fratellanza diventa la parola chiave. «La Chiesa ha bisogno di riflettere su se stessa, ha bisogno di sentirsi vivere, deve imparare a conoscersi meglio, se vuole vivere la propria vocazione e offrire al mondo il suo messaggio di fraternità e di salvezza. Ha bisogno di sperimentare Cristo in se stessa»[4]. In cammino con Gesù, i discepoli impararono a vivere realmente da fratelli, sul loro esempio, la Chiesa delle origini costitui­va vere e proprie comunità cristiane fondate sul principio della con­divisione e della fraternità, oggi, invece, «non c’è raduno del presbiterio in cui non si parli di paternità presbite­rale, comunione e comunità, spirito di famiglia. Ma è un parlare per lo più retorico. Prova ne sia il fatto che si parla di fraternità senza poi esplicitare e, soprattutto, senza concretizzare i supporti che la rendono possi­bile e cioè un minimo di vita in comune»[5]. Uno dei grossi ostacoli che impedisce la vita comunitaria e una pastorale d’insieme all’interno della Chiesa è il potere economico. D’altronde la povertà nella Chiesa, così come Gesù l’a­veva pensata, non era un di più, ma è fondamento ontologico per l’organizzazione pastorale. È impensabile creare la comunione fin quando la povertà rimane soltanto sulla carta, solo un discorso utopico, mentre la gestione economica di una parroc­chia è affidata in proprio al singolo parroco che inevitabilmente è portato a difendere i propri interessi più che a creare la comunio­nalità. Bisognerebbe, invece, pensare a una gestione economica di tipo diverso che innanzitutto salvaguardi la comunità parrocchiale. Creare una struttura d’insieme significa gestisce insieme; a poco servono i Consigli di affari economici o i Consigli pastorali parrocchiali se questi non hanno anche potere di controllo di quanto realmente gestisce un prete, se tutto viene demandato all’ultima parola del parroco che ha nelle sue mani la gestione unica e incontrollabile del bilancio della sua parrocchia. Solo in questo modo, partendo dal cambiamento della struttura economica, le parrocchie di un territorio possono entrare in osmosi e portare avanti una comunione integrale, attraverso un lavoro che si fa insieme, dove nessuno si sente escluso. Solo nello spirito della povertà si riesce a tenere forti, in essere, le ragioni della comunionalità. A poco serve allora riempire le parrocchie la domenica, quando le riempiamo! A poco serve preoccuparci di riempirle se non c’è comunione, se si tende ad emarginare e isolare persone che hanno la “fortuna” di pensare. Ma nessuno rimarrà
malinconico, pieno di angosce e di paure
se le sue aspirazioni saranno: verità, libertà, giustizia, comunione, felicità. Sono imperativi che fanno parte della promessa di salvezza portata da Cristo. In noi e attorno a noi si leva costantemente la tentazione di spezzare questo anelito, compromettendoci nella menzogna, cadendo nella schiavitù, violando la giustizia, interrompendo la comunione, rincorrendo il successo, inquinando la felicità, distruggendo l’essere. Il nostro principio è quello di mettersi all’ultimo posto perché sia il Signore a dirti: «Amico, passa più avanti!… Perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato»[6].
Salvatore Monetti – diacono
(Diocesi Salerno – Campagna – Acerno)



[1]
Gv 13,34
[2]
LG 8
[3]
cf. 1Cor 12,12; LG 48-49
[4]
PAOLO VI, lettera enciclica Ecclesiam suam, 6.8.1964: EV 2/173
[5]
maggioni, «Sulla fraternità dei discepoli». 802
[6]
Lc 14, 8-11
Torna ai contenuti | Torna al menu