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Amore umano

Il Mio Contributo > 2009
Amore umano
Posted on by admin
AMORE
UMANO
La parola «amore» ha molteplici significati ma vogliamo indagare sul significato il più nobile di essi: quello che i classici definivano amore di amicizia o di benevolenza; quello che tutti aspiriamo a radicare nel matrimonio, all’interno della propria famiglia o nei rapporti con gli amici; quello che, in definitiva, e nei momenti più esaltanti della nostra umanità, desidereremmo ardentemente che si stabilisse tra tutti gli uomini.
È evidente che questo amore non ha nulla a che vedere con un sentimentalismo più o meno romantico, vuoto e superficiale e, men che mai, con il piacere e l’egoismo. Nel suo significato più alto, l’amore è l’atto supremo della libertà, l’attività umana per eccellenza mediante la quale una persona sceglie e realizza il bene dell’altro in quanto altro. Aristo­tele, riferendosi a questa caratteristica essenziale, dice nella Retorica: “Amare significa desiderare per l’altro tutto quello che si reputa buono, ma non a beneficio di sé medesimo, bensì dell’altro”.
Ma qual è l’amore autentico, quello vero, reale?
a) In primo luogo, il volere. Volere è un atto lucido della volontà, che sceglie liberamente; non è il risultato di un appetito sensibile né tantomeno di una convenienza: di un «mi piace», «mi attira», «mi interessa». Queste espressioni sono più adeguate a quanto accade nell’anima­le, all’interno di una realtà che rimane confinata all’ambito degli istinti. Ecco perché quando a un essere umano viene proposto un nobile compito che lo migliorerebbe come persona, e costui risponde con un «non mi va» oggi tanto di moda, in uomini davvero umani, ma quel «non mi va» è la risposta che darebbe un animale, se l’animale – privo di volontà – potesse rispondere alle nostre proposte. Al contrario, l’uomo è capace di coniugare l’ «io voglio» o, nel caso, il «non voglio». E il volere che configura strettamente l’uomo come uomo, come persona: l’intelligenza e la volontà.
Amare, voler bene, è un atto squisitamente umano, il più umano che si possa compiere; un atto intelligente, volontario e responsabile, a volte faticoso, ma sempre liberale, generoso, libero.
b) D’altra parte, ciò che l’amore cerca è il bene. Quello che realmente perfeziona la persona che si ama. Quello che la rende più uomo, più persona, più libera.
Cercando il bene dell’altro, faccio prevalere nell’altro ciò che è tipicamente umano; quello che ne promuove il processo di personalizzazione, quello che le insegna ad amare, a orientare tutta la sua esistenza al conseguimento del bene in sé e del bene degli altri.
c) Infine, l’amore cerca il bene dell’altro in quanto altro. Cerchiamo e realizziamo il bene dell’altro non per motivi soggettivi, personali, propri dell’essere per me; ma per lui, perché è meritevole di amore. Non dunque perché mi piace, o perché mi interessa; e neppure perché così – e solo così – io divento buono, mi perfeziono.
L’unico mezzo per migliorare in quanto persona è accrescere e purificare la qualità del nostro amore: amare di più e meglio. Alcuni ­ soprattutto gli adolescenti – spinti alquanto ingenuamente dal nobile ideale di perseguire la propria pienezza, si propongono di amare gli altri «per diventare migliori». Errore grossolano, benché comprensibile. La questione si pone infatti all’inverso: ho il dovere di migliorare per cercare con più efficacia il bene degli altri, per servirli meglio. Di conseguenza, non per me: e neppure per il mio bene più apprezzabile. No. Solo per loro, per gli altri: perché sono degni di amore, sono dotati di un’intrinseca capacità di amare, di calibrare gli istinti.
Ci chiedevamo implicitamente poc’anzi: che bene dobbia­mo volere per la persona amata?
La risposta può essere complessa o semplice, a seconda dell’atteggiamento che si adotti. Complessa e particolareggiata, se teniamo conto che i beni desiderati per la persona amata sono di ogni specie e, in tal senso, sono tutti i beni. Su questo presupposto, non si vede per quali motivi dovremmo escludere dalle nostre «ambizioni» un qualche bene che si potrebbe offrire all’essere amato.
La risposta è però semplice se, in definitiva, intuia­mo che tutti i beni possono ridursi a che quella persona viva e raggiunga la perfezione.
Voler bene a qualcuno, amarlo, suppone in primo luogo la volontà che egli possieda il bene fondamentale, il requisito inelu­dibile per qualsiasi ulteriore bene: la vita.
Coloro che si amano vogliono che il loro amore esista, che viva, totalmente e senza condizioni. Credo che la manifestazione iniziale di un vero amore, consiste nella confermazione dell’essere della persona amata. Il primo sentimento che qualcuno risveglia in chi l’ama, la prova più evidente che è innamorato, potrebbe esprimersi con queste parole: «è cosa buona, molto buona che tu esista; io voglio, con tutte le forze della mia anima, che tu esista; è meraviglioso che tu sia stato creato!».
Confermazione nell’essere, dunque: ecco l’iniziale momento costitutivo di ogni vero amore, di ogni amore di amicizia.
L’amore alla persona amata ha infatti la virtù di render­la per noi «veramente reale», di far sì che non ci risulti indifferente, ma che abbia per noi importanza, che ci riguardi.
Solo per mezzo dell’ amore «la realtà vera raggiunge il suo pieno significato, la realtà dell’altro come quella propria». Per comprovarlo, se fosse necessario, basterebbe volgere il discorso all’incontrario. Infatti, un persona chiusa un radicato egoismo, il trion­fo incontrastato del mondo per me stesso, la scomparsa dell’amore, la chiusura della propria capacità di amare negli angusti limiti dell’io, implicano, in ultima analisi, la soppressione dell’essere di colui che non si ama. Questi o perde la sua condizione di qualcosa di reale, dunque, di dignità, per risolversi nella pretesa dell’utile per me, per i miei interessi e il mio piacere; o viene eliminato in modo radicale e deliberato dall’uni­verso di ciò che esiste.
È di evidenza solare: non amare una persona significa esclu­derla dal banchetto della vita, dal regno degli esistenti.
Amarla, al contrario, vuol dire confer­marla nel suo essere. Ma c’è di più: amare davvero, essere inna­morato, è volere a tal punto che il termine del nostro amore esista che, senza di esso, l’universo ci risulterebbe incompleto. Amare una persona «è impegnarsi a che esista; non ammettere, per quanto dipende da me, la possibilità di un universo dove quella persona sia assente». L’essere amato diven­ta così indispensabile: con lui il cosmo attinge il suo compimento; senza di lui, la creazione rimane incompiuta. A tal punto deside­riamo che egli viva!
Quando uno si innamora – o «continua a essere innamorato» — il mondo acquista un signi­ficato e una pienezza – persino uno splendore – di cui era privo quando i nostri occhi non erano potenziati dalla forza dell’amore. Meraviglioso non ci appare solo l’essere amato; la creazione tutta assume una bellezza insolita. Tutto sembra bril­lare di luce nuova. La spiegazione di un tal fatto non ha nulla di complicato. In altro luogo, ricorrendo a un linguaggio stret­tamente filosofico, ho definito la bellezza come «l’essere por­tato a pienezza e divenuto presenza». Ebbene, l’essere amato è colui che completa per noi l’universo, gli dona l’interezza, ce lo avvicina… e lo fa risplendere di nuovo fulgore.
Al pari del cosmo, anche noi siamo resi «completi». Anche noi brilliamo di splendore – di forza, di vigore, di contentezza ­.
L’amore non aspira esclusivamente a che l’essere amato viva, ma, nel significato più completo dell’espres­sione, che viva bene, che giunga alla pienezza del proprio essere, che attinga la sua perfezione. Nel desiderio che siano buoni si riassumono tutti i beni che coloro che si amano davvero si augu­rano l’un l’altro.
L’amore non solo ci porta a conoscere la persona che amiamo, ma è in grado di anticiparne il futuro progetto per­fettivo, e dal momento che l’amore cerca il bene di chi si ama, e il bene è la perfezione, la forza stessa dell’amore – nella misura in cui sia profondo e autentico – ci induce ad «affermare» l’amato non solo in quello che egli è, ma anche nella grandezza che può e deve raggiungere.
L’aveva ben colto, con tutta la forza dell’intuizione femminile, Philine, la grande innamorata di Amiel. «Le mie asprezze spari­ranno», gli scrive, «poiché ti sarò vicina per sempre. Con te diventerò migliore, mi perfezionerò senza limiti; perché accanto a te la noia e la disunione saranno inconcepibili. Non saprai tutto ciò che valgo finché non potrò essere, accanto a te, tutto ciò che sono»[1]. È difficile dirlo meglio: l’amore scopre oceani e spinge a solcarli, in cerca del proprio miglioramento personale.
Navigare tra i flutti dell’amore significa navigare anche quando c’è tempesta, perché ci sono anche quelli che noi chiamiamo “difetti”.
Nessuno ama veramente il proprio coniuge, l’amico, la fidanzata finché non lo ama con i suoi difetti.
Questo non confligge in alcun modo alla pienezza che l’amore accende nella vita di coloro che si amano.
Infatti il termine dell’affetto autentico, dell’amore elettivo, è sempre la persona intera alla quale sono rivolte le nostre aspirazioni; amarla, d’al­tronde, è confermarla nel proprio essere. Se è certo che i difetti personali sono parte integrante la persona amata e che rifiutarli significa, in qualche modo, ripudiare la stessa persona amata.
Confermare nell’ essere è dunque, e contemporaneamente, amare con i difetti, nonché ricorrere a tutti i mezzi affinché, con la forza dell’amore, tali imperfezioni siano di continuo superate.
Non possiamo deludere le speranze che – silenziosamente e quasi inavvertitamente, con la sola potenza dell’ amore, – chi ci ama ha riposto in noi, fondandosi sul progetto futuro perfettivo e sulla dinamica del nostro essere personale.
Infine, questo gioco di chiaroveggenza e di premure spiega, almeno in parte, perché la persona egoista non vuole, talvolta, lasciarsi amare. Non mi limito a dire che non sa – non vuole ­amare attivamente, ma che neppure vuole essere amata. L’amore esperito, infatti, la obbligherebbe a uscire da sé stessa, cercando la perfezione in quel bene degli altri che l’eccessivo attaccamento al per me gli impedisce di considerare.
Contrariamente a quanto talvolta si sente dire, il fatto che la persona amata sia come «un altro io», che l’amiamo «al pari di noi», confermando il suo essere e cercandone il perfezionamento quasi fossero nostri, non conduce assolutamente alla perdita della sua personalità, assorbita nella propria. Ben diversamente, amare qualcuno come sé stesso significa, soprattutto e fondamentalmen­te, amarlo come persona, dato che lo siamo ambedue. Uno dei tratti che definiscono meglio l’indole personale di ogni uomo è il suo carattere unico e irripetibile; l’amore di benevolenza, lungi dal limitare la singolarità.
«Non ritenerti di più, o di meno, o uguale rispetto a una qualsiasi altra persona, poiché noi uomini non siamo quantità. Ciascuno è unico e insostituibile; poni tutto il tuo impegno nell’ esserlo coscienziosamente». E chi ama dispiega tutta la sua buona volontà per esserlo fino in fondo, fino alle ultime conseguenze. «Ciascun amico aiuta l’altro nell’ impresa di vivere. Sono due vite che si sono avvicinate e scorrono parallele sostenendosi a vicenda. Non si confondono, però, né pretendono di confondersi, ma l’una e l’altra conservano integralmente il loro peculiare modo di essere, la loro specifica dedizione, il loro impegno. Ciascuno degli amici avverte il compito gioioso e im­portante di aiutare l’altro a realizzare il suo essere e la sua essenza, a vivere la propria vita, senza cercare però di alterarla e di modificarla o di deviarla per sentieri impropri, diversi da quelli che l’altro sogna per sé […]. L’amicizia vuole che l’amico segua le vie che gli sono proprie; fa quanto può perché l’amico sia sé stesso, fedele al suo destino unico e alla sua vocazione».
Costituisce il momento ultimo o conclusivo, il vertice del­l’amore di amicizia o di benevolenza. La questione può formularsi nel modo seguente: illuminati e resi più penetranti dall’amore, gli occhi della persona che ama scoprono tutta la dignità e la grandez­za dell’essere amato; lo percepiscono come qualcuno «veramente reale», dotato di autonomia sua propria e incamminato, per la stessa pienezza intrinseca cui tende il suo essere, ad attingere una perfezione finale che farà dell’intera sua vita un prodigio di eccellenza. Chi ama percepisce l’altro – il tu – come un’ appas­sionante avventura perfettiva, degna di essere vissuta; e ne apprez­za a tal punto la nobiltà e ne è così conquistato, che si sente spinto a esclamare: «vale la pena che mi metta pienamente al tuo servizio, affinché tu ti elevi fino alle vette dell’amore perfezionatore cui sei chiamato!». In quell’istante nasce, come naturale corollario, la donazione: marchio e certificazione, sigillo regale, dell’amore di elezione.
La donazione, fattibile in linea di principio, sarà reale solo nella misura in cui ogni persona, usando bene della sua libertà, abbia attuato esistenzialmente la capacità di possedersi che le è stata donata ontologicamente; per dirla in modo più semplice, nella proporzione in cui sa essere padrona di sé. La persona che non
ha reso operativa la sua libertà, estendendo il dominio della volontà e dell’intelletto alle altre facoltà e potenze, la persona dominata dalle passioni, dall’ambiente, dagli alti e bassi di un umore incontrollato, una tale persona, se non lotta per dominarsi, è incapace di amare. Solo chi esercita il dominio del suo proprio essere può, con sovrano atto di libertà, donarlo in pienezza agli altri, all’uomo o alla donna scelti, a chi abbia fatto oggetto del suo amore.
L’amore non è una soddisfazione egocentrica, che considera l’altro come oggetto di piacere. È qualcosa di più profondo: è donazione, dimenticanza del proprio io.
Solo l’amore che culmina nel dono, con il corrispondente sacrificio di sé, risulta fecondo. Lo aveva compreso bene Philine: l’affetto di Amiel per lei, la sua dedizione di innamorato, aveva come disegno conclusivo l’acquisizione di tutta la pienezza che riposava, quasi addormentata, nel fondo del suo essere femminile: «Non saprai tutto ciò che valgo finché non potrò essere, accanto a te, tutto ciò che sono». È questo il compito di ogni innamorato, di ogni genitore o educatore, di ogni amico vero: estrarre le ricchezze nascoste nel più intimo della personalità di quell’ essere che, donandogliele, gliele affida. E trarle fuori – è questa la chiave ­per mezzo della propria dedizione, mettendosi interamente ­corpo e anima – al suo servizio. Compito, d’altronde, di tutta una vita, in cui non trovano posto né la fretta né l’impazienza. Le esclude la grandezza stessa del fine: la pienezza terminale della persona amata. Perché quanto più un atto è elevato nella gerarchia dei valori, tanto meno interessa farlo rapidamente […]. Che un innamorato si affretti a un appuntamento va benissimo. Ma se, appena giunto vicino all’amata, comincia ad agitarsi per l’ora, la pienezza dell’incontro è molto compromessa. “L’amore e la fretta sono cattivi compagni”, dice Milosz. Tutto ciò che, nel mondo, si avvicina all’assoluto vuole lunghi tempi di attesa e di maturazione». E appunto alla eternità è volta quella dedizione con cui un innamorato, un vero amico, si pone al servizio del suo amore, del suo amico, per trasformarlo in interlocutore perenne dell’ Assoluto; quella offerta con la quale due persone confermano definitivamente il loro conclusivo carattere di dono: la loro stessa indole personale.
L’amore deve essere sempre ripagato con l’amore, ma non con un amore dello stesso tipo di quello che ci viene offerto, di più, molto di più. L’amore va oltre ogni aspettativa, oltre ogni speranza.
Allora per realizzare tutto ciò che fino ad ora abbiamo detto; perché l’amore non muoia esige un’atmosfera dove potersi amare. Non ci si ama veramente se non ci si ama in qualcosa di superiore, in un’unità più alta e più completa, che garantisca il legame tra i due.
Il vero termine che unisce gli amori, che da loro un fondamento e senza il quale non possono né comprendersi né sbocciare, e ciò che le anime hanno chiamato Dio.
Bisogna sapere che l’amore è un orientamento e non uno stato d’animo. “Beato colui che riesce a tenere la propria anima orientata a Dio mentre un chiodo lo trafigge”. Così scriveva Simone Weil (1909-1943), straordinaria testimone di una ricerca che la condusse a Cristo, pur rimanendo sempre radicata nell’ebraismo delle sue origini e nella libertà dei suoi percorsi. È significativa questa definizione dell’amore come “orientamento” e non come semplice “stato d’animo”. L’amore autentico non è mai quiete paludosa, ma continuo pellegrinaggio verso un oltre, fino a tendere verso l’Oltre per eccellenza, cioè l’Infinito di Dio. Non per nulla l’immagine che lo stesso Cantico dei cantici usa per descrivere l’amore è “la fiamma divina” (8, 6), cioè un fuoco inestinguibile come quello che sprizzava dal roveto del Sinai ove era simbolo di Dio stesso (Esodo 3, 2). In questa esperienza, però, l’uomo e la donna sono trafitti e bloccati da un chiodo che li vincola alla terra e alla staticità. Sono molteplici gli avversari dell’amore, dall’egoismo alla smania di possesso, dal gelo interiore alla passione cieca. Sono veri e propri “chiodi” che impediscono il volo dell’anima che ama. Un amore che vivacchia sempre uguale rivela che esso è trafitto da qualche spina capace di impedirgli l’orientamento verso l’alto. Tutto questo vale per l’amore coniugale, per l’amicizia e per la stessa spiritualità. Sant’Agostino nelle sue Confessioni afferma che «l’amore uccide ciò che siamo stati perché si possa essere ciò che non eravamo». Amando si va sempre oltre il passato per diventare creature nuove che raggiungono le mete considerate impossibili.
Nessun amore e nessuna espressione d’amore devono umanamente sottrarsi alla relazione con Dio. Gli sposi devono amarsi in Dio e per Dio e così come Dio li ama. Solo allora l’amore acquisterà una fermezza e solidità, ben più della roccia, contro cui inutilmente andranno a infrangersi i mille pericoli che insidiano la relazione coniugale. Ma che significa amare in Dio?
Qui ci risponde Gustave Thibon: “amare in Dio, questa frase diventata banale a forza di ripeterla, ma nondimeno esprime una profonda realtà. Amare in Dio è amare una creatura alla fonte stessa dell’amore. È amarla nella sua purezza originale – al di là del tempo e della caduta – come una goccia di eternità ancora non sgorgata dalla fonte, sospesa tra il visibile e l’invisibile”. L’amore sentito, così, è una sfida continua; non è un punto fermo, ma è un insieme vivo, movimentato; anche se c’è armonia o conflitto, gioia o tristezza, è d’importanza secondaria dinanzi alla realtà fondamentale che le persone sono un unico essere e di fronte a qualsiasi realtà si sentano indotti ad esclamare con la medesima e radicale forza: “
È meraviglioso che tu esista!”.
Salvatore Monetti – diacono
(Diocesi Salerno-Campagna-acerno)
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