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1 – (Rut) Il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio

Il Mio Contributo > 2008
1 – (Rut) Il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio
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Il libro di Rut è un piccolo libro dell’Antico Testamento. La protagonista è la bisnonna di Davide. La vicenda si svolge al tempo dei Giudici, cioè prima dell’avvento della monarchia in Israele. Il libro però è stato scritto molto tempo dopo, al ritorno dalla cattività di Babilonia, durante la riforma di Neemia (non tutti però concordano con questa datazione, ad es. gli ebrei tradizionalisti lo collocano nel periodo pre-esilico). In questo periodo i sacerdoti Neemia ed Esdra obbligano all’espulsione di tutte le donne non-ebree, con conseguente rottura di moltissimi matrimoni (cfr.
 
Ne 13, 25; Esd 10,11
). Di fronte a questa situazione che prevedeva una totale purificazione in base ad un criterio “di sangue”, senza nessuna carità né misericordia, viene alla luce questo libro, che pone una moabita tra gli antenati del re David, quindi tra gli ascendenti del futuro Messia.
Ma per meglio capire come questo libro “amplia” l’intero orizzonte del disegno di salvezza, dobbiamo fare riferimento anche ad un altro passo: “L’Ammonita e il Moabita non entreranno nella comunità del Signore; nessuno dei loro discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nella comunità del Signore; non vi entreranno mai perché non vi vennero incontro con il pane e con l’acqua nel vostro cammino quando uscivate dall’Egitto e perché hanno prezzolato contro di te Balaam, figlio di Beor, da Petor nel paese dei due fiumi, perché ti maledicesse. Ma il Signore tuo Dio non volle ascoltare Balaam e il Signore tuo Dio mutò per te la maledizione in benedizione, perché il Signore tuo Dio ti ama. Non cercherai né la loro pace, né la loro prosperità, finché tu viva, mai.” (
Dt 23, 4-7
).
È per volere di Dio che Rut non porta “ombra” in mezzo al popolo di Israele, ma, anzi, ne è una luce. Fin dall’inizio infatti emerge uno dei temi del libro: appartengono al popolo di Dio tutti quelli che il Signore stesso rende partecipi della sua bontà, della sua rettitudine, della sua santità.
Il libro di Rut è uno dei cinque
 
Meghillot
, cioè i “Rotoli”, opere bibliche particolarmente care alla liturgia sinagogale (gli altri testi sono il
 
Cantico
, le
 
Lamentazioni
,
 
Qohelet
 
ed
Ester
). Il “rotolo” di Rut è letto nella festa di Pentecoste, forse per l’incontro notturno tra Rut e Booz, in occasione della mietitura e dell’estate (capitolo 3).
Vi facevo già notare l’anno scorso che Rut è una delle pochissime donne (quattro) inserite nella genealogia di Gesù tracciata da Matteo in apertura al suo vangelo (cap 1: “
5
 
Salmòn generò Booz da Racab,
 
Booz generò Obed da Rut
, Obed generò Jesse, 6 Jesse generò il re Davide.”).
 

Il racconto (Ru 1,1-22)
1
 
Al tempo in cui governavano i giudici, ci fu nel paese una carestia e un uomo di Betlemme di Giuda emigrò nella campagna di Moab, con la moglie e i suoi due figli.
 
2
Quest’uomo si chiamava Elimèlech, sua moglie Noemi e i suoi due figli Maclon e Chilion; erano Efratei di Betlemme di Giuda. Giunti nella campagna di Moab, vi si stabilirono.
 
3
 
Poi Elimèlech, marito di Noemi, morì ed essa rimase con i due figli.
 
4
Questi sposarono donne di Moab, delle quali una si chiamava Orpa e l’altra Rut. Abitavano in quel luogo da circa dieci anni,
 
5
 
quando anche Maclon e Chilion morirono tutti e due e la donna rimase priva dei suoi due figli e del marito.
6
 
Allora si alzò con le sue nuore per andarsene dalla campagna di Moab, perché aveva sentito dire che il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli pane.
 
7
 
Partì dunque con le due nuore da quel luogo e mentre era in cammino per tornare nel paese di Giuda
8
 
Noemi disse alle due nuore: “Andate, tornate ciascuna a casa di vostra madre; il Signore usi bontà con voi, come voi avete fatto con quelli che sono morti e con me!
 
9
 
Il Signore conceda a ciascuna di voi di trovare riposo in casa di un marito”. Essa le baciò, ma quelle piansero ad alta voce
 
10
 
e le dissero: “No, noi verremo con te al tuo popolo”.
 
11
 
Noemi rispose: “Tornate indietro, figlie mie! Perché verreste con me? Ho io ancora figli in seno, che possano diventare vostri mariti?
 
12
 
Tornate indietro, figlie mie, andate! Io sono troppo vecchia per avere un marito. Se dicessi: Ne ho speranza, e se anche avessi un marito questa notte e anche partorissi figli,
 
13
 
vorreste voi aspettare che diventino grandi e vi asterreste per questo dal maritarvi? No, figlie mie; io sono troppo infelice per potervi giovare, perché la mano del Signore è stesa contro di me”.
 
14
Allora esse alzarono la voce e piansero di nuovo; Orpa baciò la suocera e partì, ma Rut non si staccò da lei.
 
15
 
Allora Noemi le disse: “Ecco, tua cognata è tornata al suo popolo e ai suoi dèi; torna indietro anche tu, come tua cognata”.
 
16
 
Ma Rut rispose: “Non insistere con me perché ti abbandoni e torni indietro senza di te; perché dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio;
 
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dove morirai tu, morirò anch’io e vi sarò sepolta. Il Signore mi punisca come vuole, se altra cosa che la morte mi separerà da te”.
 
18
 
Quando Noemi la vide così decisa ad accompagnarla, cessò di insistere.
 
19
 
Così fecero il viaggio insieme fino a Betlemme. Quando giunsero a Betlemme, tutta la città s’interessò di loro. Le donne dicevano: “È proprio Noemi!”.
 
20
 
Essa rispondeva: “Non mi chiamate Noemi, chiamatemi Mara, perché l’Onnipotente mi ha tanto amareggiata!
 
21
 
Io ero partita piena e il Signore mi fa tornare vuota. Perché chiamarmi Noemi, quando il Signore si è dichiarato contro di me e l’Onnipotente mi ha resa infelice?”.
 
22
 
Così Noemi tornò con Rut, la Moabita, sua nuora, venuta dalle campagne di Moab. Esse arrivarono a Betlemme quando si cominciava a mietere l’orzo.
 

 
Il commento
In questo libro ci sono pochi ed essenziali personaggi, che si muovono in una scena agreste. Una famiglia emigra spinta dal bisogno, dalla fame. Tali migrazioni era allora molto frequenti, come d’altra parte anche oggi. Possiamo quindi leggerlo anche come se fosse ambientato nella nostra epoca, in cui moltissime persone sono costrette a spostarsi da un paese all’altro in cerca di casa, lavoro, pace.
Qui abbiamo un padre di famiglia che, a causa della carestia e della fame, lascia la sua casa e va a stabilirsi insieme alla moglie e ai due figli nella fertile pianura di Moab. Una situazione pesante, ma normale, almeno per quei tempi. Ma per gli israeliti è un’illusione anche solo pensare di poter trovare la felicità fuori dalla Terra Promessa. Ma qui ci troviamo di fronte ad un povero che ha bisogno di altri popoli (i quali a loro volta sono però poveri dal punto di vista della fede). In questo però c’è un disegno divino: Israele deve essere un seme sparso tra gli altri popoli per far conoscere il suo Dio e attrarre tutti a Lui.
 

Abbiamo quindi una partenza, che è sempre dolorosa, ma è sostenuta dalla speranza di andare verso una situazione più favorevole. Ma ecco che dopo pochi anni Noemi rimane sola, perde tutto: il marito muore e anche i figli muoiono, senza lasciargli nipoti. Si sente sola e disperata. Però anche questa situazione, apparentemente senza via d’uscita, si rivelerà provvidenziale. Questo perché la storia di ogni persona, come di ogni famiglia e di ogni popolo, è condotta da Dio, è nelle sue mani e nel suo cuore.
 

Difatti, in quella terra lontana, Noemi sente dire che “il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli pane”. E allora si alza. Pur nella diversità della situazione, non possiamo fare a meno di pensare alla parabola del figliol prodigo. Anche lei si alza e intraprende il cammino di ritorno.
E qui entrano in scena altri due personaggi: le due nuore, che sono moabite. Noemi conosce benissimo tutti i pregiudizi e le prescrizioni che gravano su di loro nella sua patria. Ma d’altra parte Rut e Orpa sono sinceramente affezionate alla suocera. Inizia quindi un dialogo in cui si vede una gara di solidarietà tra questa vedove, povere economicamente, ma ricche di un profondo affetto reciproco. Noemi, che ha deciso di partire, vuole partire da sola perché sa che in Israele non hanno nessuna speranza di essere bene accolte. E come potrebbe lei, il cui nome significa “
mia dolcezza
“, accettare di essere causa di amarezza per queste due giovani donne già duramente provate? Però le due donne non vogliono separarsi da lei. Ma non hanno entrambe la stessa decisione, e anche qui il loro nome è indicativo: Rut significa “
l’amica
“, mentre Orpa significa “
colei che volta le spalle
“. E difatti è quest’ultima che, dopo le insistenze della suocera, fa ritorno alla sua famiglia e alla sua gente. I Padri ne fanno il simbolo del discepolo che, chiamato a decidersi per il Signore, cede e rinuncia alla propria vocazione.
Rut invece è pronta a seguire Noemi ovunque essa vada. Le parole con cui esprime la sua decisione sono sponsali. In effetti il Talmud, commento rabbinico alle scritture, presenta una versione del dialogo tra suocera a nuora sulla falsariga dello “scrutinio” a cui sono sottoposti i credenti al momento di sposarsi:
“Allora Noemi capì che Rut era ormai decisa ad andare con lei e non aggiunse altro.
 

Dice Noemi: “Noi abbiamo limiti da rispettare i giorni di sabato”
 

Rispose Rut. “Dove tu andrai, andrò”
 

– “I rapporti tra uomini e donne sono sottomessi a restrizioni.”
 

– “Dove tu dormirai, dormirò”
 

– “Siamo sottomessi a 613 comandamenti”
 

– “Il tuo popolo sarà il mio popolo”
 

– “L’idolatria è proibita per noi”
 

– “Il tuo Dio sarà il mio Dio”
 

– “Noi abbiamo un tribunale che ci può condannare a morte in quattro modi”
 

– “Dove tu morrai, morirò anch’io”
 

– “Questo tribunale può decidere di seppellirci nell’uno o nell’altro cimitero”
 

– “E là voglio essere sepolta”
 

Allora Noemi capì che Rut era ormai decisa…” (
Talmud, n. 47, 7
)
Quindi Rut, usando la formula matrimoniale, si lega indissolubilmente a Noemi: sposando un figlio di Israele, ha stretto un’alleanza anche col suo Dio e questi, nel suo amoroso disegno di salvezza per tutti, chiama a sé anche i pagani per farne dei veri figli di Abramo.
 

Le due donne fanno insieme il viaggio fino a Betlemme. E in questo viaggio possiamo vedere prefigurato il ritorno di tutto il popolo d’Israele che dalla dispersione fa ritorno al suo Dio, ma non più da solo bensì accompagnato anche da altri popoli.
 

Questo viaggio, che per Noemi è un ritorno, per Rut invece è un vero e proprio esodo. Anche lei, come Abramo, lascia la sua terra, i suoi parenti e il suo popolo per entrare nella famiglia dei figli di Abramo, nel popolo eletto.
Anche l’ambientazione geografica è molto significativa: è un cammino dalla pianura di Moab alle montagne di Israele. È quindi una vera e propria ascesa fisica, che è simbolo di un’ascesi spirituale. E avviene nel silenzio.
L’arrivo avviene “
quando si cominciava a mietere l’orzo
” (
v. 22
). Tutta la popolazione riconosce Noemi come colei che era partita. Ma lei vuole che il suo stesso nome non indichi più la “dolcezza”, ma l’amarezza, la sua amarezza, la sua sofferenza dovuta alle esperienze dolorose vissute nella terra di Moab.
Io ero partita piena
 
…” (
v. 21
) Piena di speranza, di desideri. Ma speranza e desideri di ricchezze e di benessere. Il Signore invece la fa tornare “vuota”. È una constatazione realistica. Ma Noemi non comprende ancora che il Signore l’ha spogliata, l’ha svuotata per colmarla della vera ricchezza e del vero bene. Per ora invece Noemi sente solo che la mano del Signore “pesa” sul suo capo: l’Onnipotente l’ha resa infelice. Ecco il lamento che sgorga dal suo cuore, e questo perché non sa ancora vedere, nella trama degli avvenimenti e delle tristi vicende della sua vita, il disegno di Dio, la sua provvidenza.
 

Ma Dio porta avanti il suo progetto, posa il suo sguardo sulla piccola moabita, sulla sua fedeltà, che non è un sentimento solamente umano, ma rientra pienamente tra i valori religiosi, quelli che danno come frutto dolcezza, serenità, pace. Questa donna straniera, ignara, porta a Betlemme una ricchezza umana e spirituale di valore immenso. In tutti i popoli Dio ha scelto qualcuno che, sia pure senza saperlo, lo loda; anzi, si può dire che talvolta Dio rievangelizza il suo popolo mediante altri che non gli appartengono di nome, ma che sono suoi di fatto
Messaggio per noi
Uno dei messaggi per noi, per la nostra esistenza di ogni giorno intesa come un cammino alla ricerca di Dio è che bisogna partire dalla nostra povertà senza di Lui. Come Noemi, dalle pianure di una terra straniera ritorniamo alla terra promessa e precisamente a Betlemme, alla “casa del pane” (questo è il significato di Betlemme) dove il Verbo di Dio si è fatto uomo per essere l’Emmanuele, il Dio-con-noi. Questa è la nostra meta perché tutti da stranieri dobbiamo diventare familiari di Dio. L’unica condizione è lasciarsi “educare”, cioè condurre da Dio, accogliendo e coltivando in noi gli stessi sentimenti del Padre misericordioso, pietoso e pieno di bontà verso
 
tutti
 
i suoi figli. Egli opera sempre miracoli in coloro che hanno il coraggio di staccarsi da situazioni che sembrano umanamente sicure per andare verso la terra che il Signore indica come “sua terra”. Si tratta di staccarsi dalle proprie abitudini, dal proprio “popolo”, per aderire al disegno che Dio ha voluto per noi, al suo popolo.
 

Rut ha portato a termine il suo cammino ed è arrivata a Betlemme al tempo della mietitura. Questo è significativo. Si parte piangendo, portando il seme da gettare (cfr
Sal 126 (125)
) e si arriva nel giubilo del raccolto. “Se il seme caduto in terra muore, fa molto frutto” (cfr
 
Gv 12, 24
) dirà Gesù riferendosi alla sua morte e risurrezione, ma anche alla nostra partecipazione al suo mistero pasquale.
Ma un altro messaggio possiamo cogliere, in particolare per quelli di voi che sono ancora alla ricerca di uno stato di vita definitivo. Il Signore ci prende per mano, ci guida a quella “vocazione” che ci darà maggiore gioia e felicità. Il cammino può essere lungo, a volte anche del tutto “buio”, silenzioso come quello di Noemi e Rut, ma alla fine arriva sempre il momento del raccolto, della gioia, della speranza del futuro. E soprattutto, come vedremo in questi incontri, Dio non ci abbandona mai.
E infine per quelli che si orientano al matrimonio: sposarsi significa anche dire al proprio coniuge le stesse parole di Rut: “
dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio
“. Il matrimonio è un uscire dalle proprie abitudini, dal proprio popolo (cioè la propria famiglia) per andare
insieme
 
verso il Signore.
 

Ma anche per chi si orienta verso il celibato ha lo stesso significato. Anche il celibato è una scelta d’amore che prevede una donazione totale per andare insieme non ad una persona, ma alla Chiesa, alla comunità verso il Signore.
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