“Chiamati a Servire” di Mario Elpini - Comunità del Diaconato in Italia

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“Chiamati a Servire” di Mario Elpini

Diaconato
Tesi sul diaconato di Mario Elpini
ISTITUTO DI SCIENZE RELIGIOSE
“Mons. LORENZO GARGIULO”


CHIAMATI A SERVIRE

Dissertazione sull’Ordine Sacro,
in particolare il Diaconato Permanente,
per il conseguimento del diploma in scienze religiose


RELATORE CANDIDATO
Prof. Erasmo Matarazzo Mario Elpini

ANNO ACCADEMICO
2007-2008

INTRODUZIONE

Giusto un anno e mezzo fa sono stato ordinato Diacono permanente della Chiesa Diocesana che è in Gaeta e svolgo il mio servizio nelle Comunità Parrocchiali di Ausonia dove sono nato, cresciuto e dove vivo con la mia famiglia.

Nei sette anni di formazione che hanno preceduto l’ordinazione non mi sono posto mai il problema di conseguire un titolo, poi, avendo avuto la possibilità di integrare la formazione stessa con altri esami specifici, ho preso in considerazione il fatto di conseguire il Diploma in Scienze Religiose e mettere a servizio queste ulteriori competenze.
Ecco, la parola chiave è venuta fuori! S E R V I Z I O

Questo termine, spesso anche abusato e mal interpretato, mi ha sempre inquietato proprio perché si presta ad essere frainteso, anche in riferimento al servo inutile del Vangelo.

Il diacono, ci hanno ripetuto sempre, ripresenta Cristo Servo e, il tema di Cristo Servo è stato anche il filo conduttore degli esercizi spirituali in preparazione all’ordinazione.
Cristo che serve, lavando i piedi agli Apostoli, è anche l’icona che abbiamo scelto per ricordare il giorno dell’ordinazione.
Cristo però, serve anche ripresentandosi come capo e come pastore nella persona del presbitero e del Vescovo.

Allora, cercando di mettere insieme documenti esaminati durante la formazione, concetti e riflessioni acquisite nei convegni, negli incontri di spiritualità e nella lettura di testi di vario genere, ho pensato alla redazione di questo elaborato che ho intenzione di mettere a disposizione, a servizio, anche a livello mediatico, perché continui e si alimenti la riflessione, sul ministero in generale e specialmente sul diaconato permanente.

Mons. Claude Dagens nel suo ultimo libro ha delle parole molto forti riguardo “il ministero apostolico dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi”, definisce “vitale il fatto che esso sia al servizio del popolo dei battezzati e chiaramente stretto alla sconcertante rivelazione di Dio che passa attraverso l’umanità umiliata di Gesù e anche attraverso le umiliazioni di cui soffriamo noi stessi”.
“Un popolo di battezzati che è “la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce” (1 Pt 2,9) e al servizio del quale ci sono degli uomini chiamati da Cristo, investiti dal suo Santo Spirito per donarsi totalmente, essere testimoni e missionari”.
Questo “ministero (servizio) insostituibile non può ridursi ad una “funzione” più o meno provvisoria, ma va compreso, esercitato, impiegato allo stesso tempo come legame personale al mistero di Gesù Cristo e come solidarietà costitutiva con la Chiesa, Corpo di Cristo”.[1]

Il ministro rende visibile Cristo, vedremo, nei vari gradi dell’ordine.

Le parole attuali di Mons. Dagens, insieme alla bellezza della figura evangelica pastore-gregge che è tutta impregnata di opposizione e reciprocità e tuttavia non ha nulla a che vedere con la presunta superiorità del pastore sul gregge, mi hanno indirizzato, intanto nel titolo di questa dissertazione e nello schema che ho cercato di dargli.
Il pastore già nell’AT è una figura di solidarietà, perché carica delle sofferenze del popolo ed in questa prospettiva si può comprendere la figura di Cristo, il “pastore percosso” (Mc 14,27). Sarà così anche per Pietro (Gv 21,18), per Paolo (2 Cor 4, 8 e ss) ed infine per il ministero post-apostolico (1 Pt 5,1-4).

Mons. Dagens usa il brano (2 Cor) citato prima, come inno di speranza per la Chiesa francese, “indebolita istituzionalmente ma che si riconosce come corpo, forse ferito, stanco, ma vivo della vita di Cristo”.
Il brano di Pietro che ricorre nella liturgia delle ore è anch’esso eloquente nel contenuto di solidarietà e di speranza mostrando chiaramente come il ministro deve essere modello del popolo a lui affidato “per ricevere la corona della gloria che non appassisce”.

Pertanto cercherò di trattare brevemente l’episcopato, altrettanto il presbiterato mettendo in risalto il servizio alla speranza e alla comunione e nel capitolo che riguarda il diaconato il servizio alla carità, all’amore, riferendomi ad un “fatto degno di nota: il Nuovo Testamento evita, a proposito dei ministeri, ogni termine che indichi sovranità, dignità, onore. E’ usato invece il termine diakonìa (servizio, ministero), che rimanda chiaramente al modo con cui Gesù aveva concepito la sua missione in mezzo agli uomini: “Io sono in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,17).
Questo evidentemente non esclude che gli Apostoli e gli altri ministri abbiano una exusìa (autorità) ma ci dice che il concetto cristiano di autorità è essenzialmente diverso da altri modelli di autorità”.[2]

Dopo questa breve introduzione, nel primo capitolo è delineata l’evoluzione del ministero ordinato con una breve premessa, alcuni riferimenti scritturistici, una carrellata dei periodi storici salienti fino al Concilio Vaticano II accennando anche gli aspetti teologici.

Nel secondo capitolo dedicato all’episcopato è affrontato il tema della sacramentalità, il significato dei “munus” specifici del Vescovo e il concetto di collegialità. Il capitolo termina esaminando il contesto attuale e vedendo il Vescovo come servitore della speranza.

Nel terzo capitolo riguardante il presbiterato si pone l’attenzione sul sacramento e sul carattere, si argomenta sull’ordinazione riservata ai soli uomini e sul celibato, al termine, sempre considerando il tempo presente, è sottolineata la figura del presbitero come servitore della comunione.

Il quarto capitolo, più ampio, sul diaconato, è così suddiviso:
In una breve introduzione è data la definizione del diacono così come ce la presenta il Vaticano II, successivamente è delineata l’evoluzione del ministero partendo dalle origini, passando attraverso il tempo della crisi fino alla sua reintroduzione in quanto diaconato permanente, citando i testi Magisteriali.
E’ affrontato il tema della sacramentalità e una riflessione sul binomio matrimonio-diaconato; ancora, una sintesi sulla formazione ed i compiti liturgici propri del diacono, infine qualche suggestione su alcuni segni del rito di ordinazione. “Non per il sacerdozio ma per il servizio”… considerazioni per cercare di esplicitare ancora le peculiarità proprie del ministero diaconale.

Nelle conclusioni sono presentate alcune esperienze che mostrano come
- sono parole del Papa - “ci possono essere applicazioni e concretizzazioni diversissime per i diaconi, sempre in comunione con il vescovo e con la parrocchia, naturalmente" ed anche prospettive, orizzonti da esplorare lasciandosi guidare dallo Spirito, che sicuramente possono far crescere nelle sue membra tutta la Chiesa sposa di Cristo che è venuto per servire…


CAPITOLO PRIMO

CENNI STORICI SUL MINISTERO ORDINATO



1.1 Premessa


Il ministero ordinato, oggi vissuto concretamente nei distinti ruoli del diacono, del prete e del vescovo, ha subito lungo la storia una complessa evoluzione[3]. L’elemento più vistoso di questo processo è l’assunzione di un forte carattere sacrale e sacerdotale, che all’inizio gli era estraneo.
In questo capitolo cercherò di affrontare per grandi linee l’evoluzione storica del sacramento dell’ordine. Come premessa va detto che l’ordine si affianca al matrimonio come quel sacramento che serve per edificare il regno di Dio. Nella comune missione della Chiesa alla quale ogni battezzato è chiamato in virtù del proprio Battesimo, il ministero ordinato viene a configurarsi come un peculiare servizio. Il ministro ordinato, da un lato appartiene alla comunità, ma dall’altro egli se ne distacca assumendo un ruolo del tutto particolare. S. Agostino, nel sermone 46, lo esprime con chiarezza: ”cristiani lo siamo per noi, capi per voi; il fatto che siamo cristiani torna a nostra utilità, che siamo capi alla vostra”.

Per comprendere meglio il ruolo del ministro ordinato (sacerdote) è bene gettare uno sguardo su come il divino e il sacerdote siano stati considerati nello sviluppo religioso dell’umanità. Nelle religioni naturali il divino viene identificato con delle potenze, principalmente della natura, davanti alle quali l’uomo altro non può fare che sperimentare la sua piccolezza e impotenza. È compito del sacerdote quello di difendere l’uomo e chiedere aiuto per il singolo e la comunità attraverso alcune pratiche misteriose, segrete. La religione cultuale presenta gli dèi come fondatori e custodi dei valori e dei beni della società; nella persona del sacerdote vengono uniti diversi ruoli, per cui esiste il re-sacerdote che si preoccupa anche del potere politico, il sacerdote legislatore e giudice che si interessa dell’aspetto morale della vita.

Il passaggio alla religione rivelata, in particolare il giudaismo, modifica radicalmente la comprensione di Dio e del sacerdote. Dio, infatti, è il Signore, il totalmente altro, il Trascendente per eccellenza. Il sacerdote assume il compito di essere mediatore tra Dio e l’uomo. La venuta di Gesù Cristo impone un superamento del sacerdozio veterotestamentario.
Il sacerdozio nella Chiesa dovrà essere determinato totalmente a partire da Cristo. La prospettiva che diventa quindi centrale è ben riassunta nell’espressione dell’Apostolo Paolo “ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” (1Cor 4,1). Pertanto diventa qualificante ed essenziale la relazione con Cristo. Infatti il ministero si svolge in virtù di una chiamata (vocazione), che consiste nell’elezione da parte di Cristo del ministro e non più per discendenza come avveniva per i levìti nel Vecchio Testamento. A questa vocazione corrisponde il conferimento di un incarico da parte di Cristo e non della comunità, in modo che il servizio venga svolto in luogo di Cristo, tanto che il teologo Ratzinger ha più volte ribadito la classica nozione dell’agire “in persona Christi”.


1.2 Riferimenti biblici

I dati biblici ci consentono di individuare nell’imposizione delle mani il gesto classico con il quale fin dal Vecchio Testamento veniva conferito un incarico importante. Troviamo questo gesto in Num 8,10 e 27,18-20, dove Mosè con questo gesto indica in Giosuè il suo successore. Successivamente ritroviamo il gesto sia nell’elezione dei sette (At 6,6) che in 13,2, in cui la Chiesa di Antiochia invia in missione Paolo e Barnaba. In 1Tim 4,14 e 2Tim 1,16 emerge chiaramente come diaconi, presbiteri ed episcopi vengano ordinati tutti mediante lo stesso rito che comporta anche “l’implorazione di una grazia per esercitarlo”[4].
Però non è senza significato che mai si applichi al loro ministero la terminologia propria della ritualità e del sacerdozio[5] e che si debba attendere la metà del secondo secolo per sentire da Ignazio di Antiochia l’affermazione che senza il vescovo non si può celebrare l’eucarestia.[6]

Accanto a quella degli apostoli nel Nuovo Testamento si delinea un’altra figura, questa sì abbastanza chiaramente destinata a riprodursi lungo la storia, proprio perché appare funzionale alla trasmissione fedele del patrimonio della fede apostolica: è la figura dei presbiteri-episcopi. [7]
Nel Nuovo Testamento essi non denotano ancora funzioni distinte: i due termini sembrano essere sinonimi, come risulta, per esempio, da At 20,17 e 28, dove si racconta di Paolo che invita a Mileto i presbiteri di Efeso, ai quali poi, nella sua esortazione, dice che lo Spirito Santo li ha costituiti episcopi[8].
Per il Nuovo Testamento si tratta di una istituzione legata all’idea della costituzione definitiva, nella loro forma completa, delle chiese.[9]
In At 15 essi risultano presenti accanto agli apostoli nella famosa riunione di Gerusalemme, responsabili insieme con loro della decisione.
Gc 5,14, infine, li vede impegnati anche a dare l’unzione per la cura dei malati.


1.3 II e III secolo

La divisione in tre gradi dell’ordine è già presente alla fine del I secolo. Ignazio di Antiochia nelle lettere scritte alle diverse comunità cristiane durante il suo viaggio verso Roma, fa più volte riferimento al vescovo, ai presbiteri e ai diaconi. Sia Papa Clemente che Ignazio affidano al vescovo il potere di celebrare i sacramenti, in particolare l’Eucaristia. Il processo di sacerdotalizzazione si avvia molto presto: già papa Clemente alla fine del I secolo si lascia prendere dalla suggestione delle gerarchie sacerdotali di Israele, per disegnare alcuni profili particolari del ministero ordinato, traducendo la terna “vescovo, prete, diacono” nei termini usati nell’ebraismo della diaspora di archiereús, iereús, e leuítēs. Man mano che la liturgia cristiana si sviluppa e si arricchisce, i pastori della chiesa, naturalmente, ne diventano i principali protagonisti[10]. Il processo fra l’altro va di pari passo con una progressiva crisi del ministero della Parola, dovuta sia al rallentarsi delle missioni di evangelizzazione, sia al fatto che la predicazione all’interno delle comunità, ormai numerose e raccolte in solenni assemblee, diventa molto impegnativa e difficile, per cui la praticheranno sempre di più solo i grandi artisti dell’oratoria e i vescovi teologi di alto livello.
La cena del Signore viene sempre di più sentita e vissuta come il rinnovamento dello stesso sacrificio di Cristo in croce e colui che ne presiede la celebrazione appare come il sacerdote che offre a Dio la vittima a lui gradita[11].
Abbiamo delle attestazioni che già nel III secolo (Ippolito discepolo di Ireneo nella Traditio Apostolica) nell’ordinazione episcopale più vescovi imponevano le mani. Tertulliano parla del lettorato, mentre papa Fabiano (morto nel 250) parla del suddiaconato e il suo successore Cornelio (251-253) parla espressamente degli ordini minori.
Un primo significativo dibattito teologico si apre quando Girolamo e Ambrosiater avvicinano l’episcopato e il presbiterato in quanto ad entrambi i gradi può essere applicato il termine di sacerdos. Contro questa interpretazione reagiscono, riconoscendo la superiorità dell’episcopato, sia Ambrogio che Agostino.
“Da quando, in seguito alla crisi donatista, si afferma, soprattutto per opera di Agostino, la fede nella trascendenza del sacramento rispetto alla condizione dei soggetti e delle comunità che lo celebrano, anche il ministero ordinato si carica di un valore che va oltre la pura attitudine della sua persona e le funzioni di fatto da questa esercitate: il sacramento segna di sé colui che lo riceve e lo rende in qualche modo persona sacra[12].”

1.4 Il medioevo

Dal IV secolo in poi, la società, in Occidente, registra un grave collasso delle sue istituzioni e il crollo vero e proprio dell’antica struttura sacerdotale pagana, con i suoi riti, le sue feste, i suoi templi, alla quale spontaneamente la chiesa sembra sovvenire sostituendo al primitivo impianto pagano i suoi templi e i suoi riti, quindi anche il suo sacerdozio. Non si dimentichi che nel mondo antico il potere sacerdotale era un pilastro portante di tutta la vita sociale. Nonostante la novità della concezione cristiana, risultò praticamente impensabile una società priva di una vera e propria pubblica e imponente istituzione sacerdotale[13].
Correlativo al processo di sacerdotalizzazione del ministero fu lo sviluppo del suo carattere giurisdizionale. Man mano che la linea sacramentale dell’ordinazione si stava dirigendo verso la funzione di celebrazione dei sacramenti, le altre funzioni del ministero ordinato, quella della predicazione e quella della cura pastorale della comunità, sembrarono separarsi per percorrere un loro cammino autonomo[14]. Così, mentre gradualmente la figura del diacono scompariva dalla scena, quella del prete si concentrava nella funzione sacramentale, mentre quella del vescovo si risolveva quasi esclusivamente sul piano giurisdizionale, cioè del governo della chiesa e dell’esercizio dell’autorità.

Dal medioevo in poi si ordinano preti destinati di fatto solamente a celebrare l’eucarestia, come avviene con l’ordinazione dei monaci, mentre tanti vescovi governano le chiese e allo stesso tempo, ordinariamente, non ne celebrano l’eucarestia, ma vi assistono (nasce lo strano rito della messa con “assistenza pontificale”) lasciando il compito di celebrarla ai canonici della cattedrale.
L’epoca medievale poi vedrà un diffuso scadere della predicazione e delle funzioni pastorali del clero, -come abbiamo già sottolineato- con l’esaltazione conseguente di quell’aspetto del suo carattere sacerdotale che si realizza nelle celebrazioni rituali[15].
“Al tempo della Riforma ciò fu oggetto di critiche violente, quasi che la tradizione cattolica avesse riportato indietro il suo principale ministero verso forme non solo veterotestamentarie ma addirittura pagane.”[16]

Con Pietro Lombardo (1160) si afferma il principio che il vero sacramento è solo l’ordinazione sacerdotale. Da questa affermazione ne consegue che la consacrazione episcopale non aggiunge nulla a livello sacramentale, ma l’episcopato sarebbe soltanto una dignità e una potestà amministrativa superiore rispetto al presbiterato e in pratica avrebbe soltanto una maggiore pienezza giurisdizionale. Per Tommaso d’Aquino l’ordinazione episcopale non conferisce, in riferimento all’Eucaristia, un potere diverso dal ministero sacerdotale. È significativo che in questo periodo per l’essenza del sacramento oltre all’imposizione delle mani e alla preghiera sia necessaria anche la consegna delle suppellettili.

1.5 Il Concilio di Trento

Anche il Concilio di Trento si occupò dell’Ordine, in particolare nella 23a sessione che il 15 luglio 1563 pubblicò la dottrina. È importante sottolineare come questa sessione seguì immediatamente quella dedicata alla S. Messa: in tal modo si voleva ancora una volta sottolineare nel potere di consacrare l’Eucaristia l’essenza dell’Ordine. Fu, però, grande limite del Tridentino l’aver ridotto il suo discorso all’aspetto sacerdotale del ministero ordinato, intendendo per sacerdozio esclusivamente il potere di offrire il sacrificio eucaristico e di celebrare i sacramenti.
La stragrande maggioranza dei vescovi e dei preti non predicava affatto!
Però la teologia della trascendenza del sacramento, sia dell’ordine che dell’eucarestia, ha permesso di conservare e di esplicitare ciò che fin dall’inizio faceva parte della fede della chiesa e cioè che l’ordinazione è actio Dei, per la quale un cristiano diventa pastore nella chiesa, e che, di conseguenza, sarà actio Dei il suo gesto quando, nella celebrazione eucaristica, egli spezzerà il pane per la comunità. È in forza del sacramento che il ministro ordinato presiede l’eucarestia e per questo la comunità senza di lui non la celebra affatto. Il Concilio di Trento quindi, pur desiderando accedere alla esigenza dei protestanti di ricondurre il ministero ordinato al compito fondamentale della predicazione, non ha potuto fare a meno di confermare la tradizione e di valorizzare il carattere sacerdotale dei pastori della chiesa in ordine al culto[17].

Nonostante la forte avversione dei teologi spagnoli il Concilio non approvò la tesi che l’ufficio del vescovo sia, per diritto divino, superiore a quello sacerdotale. La superiorità, che venne riconosciuta nel capitolo 4, è definita in base ad alcune facoltà che spettano solo ai vescovi: quella di cresimare e quella di ordinare i ministri della Chiesa. In tal modo il ministero sacerdotale è subordinato ad esso.
1.6 Verso il Vaticano II

La teologia del post Concilio, che ha in S. Roberto Bellarmino, uno dei suoi maggiori esponenti, riprende la sacramentalità dell’Ordine. Viene nuovamente sottolineata la centralità del gesto dell’imposizione delle mani, dopo che il Concilio aveva detto che l’unzione non doveva essere disprezzata.
Mentre le diverse scuole teologiche iniziano ad ammettere la sacramentalità dell’episcopato, essa sarà negata dai teologi tomisti fino a L. Billot nel 1931.
Pio XII il 30 novembre del 1944 adotta un provvedimento disciplinare non dogmatico, che nulla dice però sulla sacramentalità dell’ordinazione: la Episcopalis consecrationis prescrive infatti che l’ordinazione avvenga tramite un vescovo e che gli altri due siano conconsacranti. Dopo tre anni il Papa pubblica la Costituzione apostolica Sacramentum ordinis, nella quale ribadisce per tutti e tre i gradi dell’ordine che la materia del sacramento è l’imposizione delle mani mentre la forma sono le parole della preghiera di ordinazione[18]. È interessante osservare che questo documento ribadisce che la consegna degli strumenti per la validità dell’ordinazione era una legge della chiesa e non la volontà del Signore e quindi “se questa, per volontà e prescrizione della Chiesa, talvolta è stata necessaria anche per la validità, tutti sanno che la chiesa ha il potere anche di cambiare e abrogare ciò che essa ha stabilito.”[19]

Sarà il concilio Vaticano II che costruirà una visione più armoniosa del complesso delle funzioni e dell’articolazione del ministero ordinato[20].
Si ritorna alla dottrina del I millennio che sosteneva la sacramentalità dell’episcopato, come viene espressamente affermato dalla Costituzione Lumen gentium al n. 21; si ridelinea anche la triade dei ministeri della tradizione, superando l’impostazione di un ministero articolato in sette ordini che si era affermato ai tempi di Pietro Lombardo e che il Concilio di Trento aveva ratificato.


CAPITOLO SECONDO

L’EPISCOPATO


2.1 La sacramentalità dell’Episcopato

Risulta evidente il riferimento a Cristo Buon Pastore nel momento in cui si affronta il tema dell’episcopato. “I pastori del gregge, nell’adempimento del loro ministero di Vescovi, sanno di poter contare su di una speciale grazia divina”: con queste parole Giovanni Paolo II, nel 2003, inizia l’Esortazione apostolica Pastores gregis, dedicata al ministero episcopale, frutto della X Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi del 2001. In seguito poi la Congregazione per i Vescovi ha emanato, sempre nel 2003, il Direttorio per il ministero dei Vescovi. La riflessione sull’episcopato era iniziata durante il Concilio Vaticano II con ampio spazio, sia nella Costituzione sulla Chiesa, dove viene affermata definitivamente la sacramentalità, sia nel Decreto Christus Dominus, dove invece il ministero del vescovo viene presentato in una chiave più pastorale.

La testimonianza dei Vangeli è concorde nel sostenere che il Signore ebbe fra i suoi discepoli sia uomini che donne, ma è rigoroso nell’affermare che fra essi Egli liberamente, dopo una notte di preghiera, scelse Dodici uomini – tanto che gli evangelisti riportano anche i loro nomi – “perché stessero con Lui, e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni” (Mc 3, 14-15). Sempre ai Dodici egli comandò di ripetere il gesto, da lui compiuto durante l’ultima cena, di spezzare il pane. Inoltre, gli Apostoli, attraverso l’imposizione delle mani, trasmisero il dono spirituale ad altri fino a giungere ai nostri giorni. In tal modo “il Buon Pastore non abbandona il suo gregge, ma lo custodisce e lo protegge sempre mediante coloro che, in forza della partecipazione ontologica alla sua vita e alla sua missione, svolgendone in modo eminente e visibile la parte di maestro, pastore e sacerdote, agiscono in sua vece”[21], in modo che sia realmente Cristo a “guidare, reggere e santificare la sua Chiesa”[22], ciò significa che attraverso l’ordinazione viene impresso un sacro carattere.
Scrive il Papa Giovanni Paolo: “tutti si sono trovati d’accordo nel ritenere che la figura di Gesù Buon Pastore costituisce l’immagine privilegiata a cui fare costante riferimento”[23].

La sacramentalità dell’episcopato è una delle acquisizioni del Vaticano II. Infatti, in precedenza si era sostenuto, anche alla luce dell’insegnamento di S. Tommaso, che, non differendo il potere del vescovo da quello del sacerdote in relazione all’Eucarestia, l’episcopato fosse semplicemente una dignità concessa alla persona. Però è vero anche che il Vescovo ha un potere superiore a quello del sacerdote, cioè quello di confermare e ordinare. Per quanto riguarda il carattere, forse non si tratta di riceverne uno interamente nuovo, ma, più probabilmente di una intensificazione e di un completamento di quello già ricevuto con l’ordinazione presbiterale[24], come del resto avviene con la Cresima che perfeziona l’opera del Battesimo.
Questo perfezionamento significa che “viene conferita la pienezza del sacramento dell’Ordine, quella cioè che dalla consuetudine liturgica della Chiesa e dalla voce dei santi padri viene chiamato il sommo sacerdozio, il vertice del sacro ministero.”[25]




2.2 I tre munus: Sanctificandi, Docendi, Regendi

Il munus sanctificandi è l’ufficio di santificare. E’ proprio il ministero liturgico del vescovo che “si presenta come il momento centrale nella sua attività mirante alla santificazione del popolo di Dio”[26] infatti, “i vescovi sono i principali dispensatori dei misteri di Dio[27]” e da loro dipendono nel ministero sia i sacerdoti che i diaconi. Quanto sia importante questa dimensione lo sottolinea anche il rito dell’ordinazione nel quale l’eletto invoca l’aiuto di Dio per “esercitare in modo irreprensibile il ministero del sommo sacerdozio”[28].
Questo ufficio risulta essere anche il fondamento degli altri due ricevuti con la consacrazione episcopale: quello dottrinale e quello di governare.
“Ogni vescovo mentre esercita il ministero della santificazione (munus sanctificandi) attua ciò a cui mira il ministero dell’insegnamento (munus docendi) e, insieme, attinge la grazia per il ministero del governo (munus regendi), modellando i suoi atteggiamenti ad immagine di Cristo Sommo Sacerdote”[29]. La celebrazione dell’Eucarestia – “cuore del munus sanctificandi del Vescovo”[30]- è il momento più importante della vita della Chiesa locale. Chiamato a guidare la propria Chiesa “è soprattutto presiedendo l’assemblea eucaristica che il Vescovo contribuisce all’edificazione della Chiesa, mistero di comunione e di missione”[31]. I Vescovi celebrano “in persona Christi”: sono il principio visibile e il fondamento dell’unità nelle loro chiese particolari”[32].
Il Vescovo esercita il proprio munus sanctificandi anche attraverso la preghiera, la Liturgia delle Ore e la presidenza degli altri riti sacri. E’ importante che la liturgia, “con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengano santificati”[33], sia sempre epifania del mistero, ma a maggior ragione quando è presieduta dal Vescovo nella Chiesa cattedrale[34]. Infatti “essa esige che nel modo di celebrare si annunci con chiarezza la verità rivelata, si trasmetta fedelmente la vita divina, si esprima senza ambiguità la genuina natura della Chiesa”[35].

Grazie all’ordinazione “i vescovi sono i dottori autentici, cioè rivestiti dell’autorità di Cristo, che predicano al popolo loro affidato la fede da credere e da applicare nella pratica della vita”[36]. Queste parole della Lumen gentium esprimono tutta l’importanza di questo aspetto del ministero episcopale tanto che la “confessione della fede fa parte dei primi doveri del Vescovo”[37]. La Chiesa, infatti, esiste per evangelizzare, per adempire a quel mandato missionario che il Signore risorto affidò agli Apostoli poco prima della sua ascensione: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”(Mt 28,19). La predicazione costituisce uno dei primi doveri del vescovo, specie nel contesto culturale contemporaneo, tanto che Benedetto XVI, ricevendo i vescovi ordinati nel 2005, ha detto “fra i vostri compiti vorrei sottolineare quello di essere Maestri della fede”[38].

Esiste un deposito che il Vescovo è chiamato a custodire intatto, “il senso del munus docendi episcopale scaturisce dalla natura stessa di ciò che deve essere custodito, cioè il deposito della fede”[39]. È chiaro che il cuore di questo deposito è il Vangelo nel suo primo e più autentico significato: Gesù Cristo morto per noi e risorto. È lui, infatti, la buona novella che gli Apostoli annunciarono a partire dalla Pentecoste.
La dimensione missionaria costituisce una componente essenziale del ministero del vescovo, egli deve diventare il promotore della missione “ad gentes” ma anche di quella che, con felice intuizione, Giovanni Paolo II chiamò nuova evangelizzazione. Vi è dunque la necessità per il vescovo di elaborare “un’analisi costante della società in modo tale che essa possa essere illuminata a partire dalla fede”[40]. L’insegnamento morale non può essere escluso dal munus docendi del ministero episcopale tanto che il Sinodo ha “pure richiamato l’attenzione dei Vescovi sulle loro responsabilità magisteriali in campo morale”[41]. Questo insegnamento deve essere proposto “con un linguaggio e una forma appropriata al nostro tempo”[42] e sebbene la virtù della prudenza sia da tenere in massima considerazione essa “non deve impedirci di presentare la Parola di Dio in tutta chiarezza, anche quelle cose che si ascoltano meno volentieri o che suscitano certamente reazioni di protesta e derisione”[43].

L’esortazione apostolica non dimentica l’importanza della coerenza fra l’annuncio della Parola e la testimonianza della vita. Ciò significa che il Vescovo per adempire realmente la sua missione non ha bisogno solo dell’autorità, ma deve essere autorevole. Già Paolo VI aveva detto che il mondo ascolta i maestri solo se sono anche testimoni e tanti Vescovi hanno confermato con il sangue l’annuncio della parola.
L’autorità è componente essenziale per svolgere il ministero del pastore ed esercitare il munus regendi, ossia il compito di governare. Il capitolo della Pastores gregis che tratta di tale aspetto è intitolato “Il governo pastorale del Vescovo”. È ovvio che la prospettiva con la quale deve essere esercitato questo munus è sempre quella di un servizio per il bene della comunità e del singolo credente, infatti il Papa sottolinea quanto sia importante per i vescovi avere “sempre sotto gli occhi l’esempio del Buon Pastore, che è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita per le pecore”[44]. L’esercizio dell’autorità non diventa autoritarismo solo se è radicato nel mistero di Cristo che unisce a sé nel dono della propria vita per la salvezza e la santificazione dei fratelli; per cui “quella del Vescovo è una vera potestà, ma una potestà illuminata dalla luce del Buon Pastore”[45]. I Vescovi, successori degli Apostoli, “non devono essere considerati i vicari dei romani pontefici”[46] ma al contrario “reggono le chiese particolari a loro affidate, come vicari e delegati di Cristo”[47]. Ricorda l’apostolo Paolo ai credenti “voi non siete più stranieri né ospiti ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti” (Ef 2,19-20). L’Apostolo è dunque il fondamento della Chiesa, colui sul quale si edifica la comunità in una logica di comunione. Il Vescovo è dunque chiamato a un’esemplarità di vita che permette ai suoi fedeli di “appoggiare” la propria vita e la propria fede su questo esempio.

Proprio perché chiamato a promuovere e costruire la comunione ecclesiale, essendone il fondamento, il Vescovo deve improntare la sua azione ricercando la piena collaborazione con tutti. Il Papa invita anche i vescovi a sostenere i presbiteri e, “nel caso di crisi vocazionale…il Vescovo dovrebbe fare il possibile per sostenerli e per restituire loro lo slancio originale e l’amore per Cristo e per la Chiesa”[48]. Ciò comporta che il Vescovo dovrà, se necessario, anche correggere e ammonire senza però che venga mai messo in dubbio l’amore paterno.





2.3 La collegialità Episcopale

Aspetto particolarmente importante del ministero episcopale è quello della collegialità, spesso posto in relazione al primato esercitato dal Vescovo di Roma, pensando ad una contrapposizione fra la dimensione della collegialità e quella del primato, come se l’una escludesse l’altra. In realtà entrambe sono vere e necessarie e appartengono alla struttura della Chiesa, la Lumen gentium introduce il tema con queste parole: “Come San Pietro e gli altri apostoli costituirono per istituzione del Signore, un unico collegio apostolico, similmente il romano Pontefice, successore di Pietro, e i Vescovi, successori degli apostoli, sono fra loro uniti”[49].
“Uno viene costituito membro del corpo episcopale in virtù della consacrazione episcopale e mediante la comunione gerarchica del capo del collegio e con i membri”[50]. Le parole della Lumen gentium sottolineano l’importanza dell’azione sacramentale: ”in virtù di essa”, è l’ordinazione che conferisce la triplice funzione che, per essere poi lecitamente esercitata, richiede come condizione la comunione con il Vescovo di Roma e di conseguenza quella con gli altri vescovi, essendo il successore di Pietro il “perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli”[51].

“Ne costituì Dodici”(Mc 3,14), c’è qui la volontà del Signore di affidare contemporaneamente al singolo e al collegio una specifica missione, tanto che parlando dei singoli apostoli spesso i Vangeli li definiscono come “uno dei Dodici”. A fianco di questi brevi e sintetici dati biblici si colloca la prassi della Chiesa primitiva nella quale i vescovi da sempre comunicavano fra loro e con il Vescovo di Roma, ma soprattutto “il riunirsi in concili per decidere in comune anche delle questioni più importanti, dopo aver ponderato ed esaminato il parere di molti”[52]. Non si deve trascurare neanche la tradizione che prescrive che l’ordinazione episcopale venga conferita da tre vescovi ordinandi, anche se poi tutti i vescovi presenti al rito impongono le mani sul capo dell’eletto.
Esiste, dunque, un affetto collegiale che “vige sempre tra i vescovi come communio episcoporum.

“La Conferenza Episcopale è stata istituita affinché possa oggi giorno portare un molteplice e fecondo contributo all’applicazione concreta dell’affetto collegiale”, sostiene il Direttorio pastorale dei Vescovi del 1973. Questa dimensione di collegialità non comporta tuttavia un governo “collegiale” nelle singole Chiese particolari. Infatti “a livello di singola Chiesa, il Vescovo diocesano pasce nel nome del Signore il gregge a lui affidato come Padre proprio, ordinario e immediato e il suo agire è strettamente personale, non collegiale, anche se animato dallo spirito comunionale”. Questo stesso spirito comunionale, che conduce il Vescovo comunque ad interessarsi del bene della Chiesa universale e delle altre chiese locali, non nasce tanto da vincoli di umana solidarietà e condivisione di una medesima missione ma, come ricorda il Concilio,” per istituzione e precetto di Cristo”[53].


2.4 A servizio della Speranza

Il vescovo non soltanto insegna le verità della fede, ma è anche maestro di speranza per il popolo a lui affidato. Speranza che nasce dall’essersi affidati a Cristo – credere significa infatti affidarsi a Cristo, farlo essere il fondamento della nostra vita – e di conseguenza avere la consapevolezza di sapere che Egli ci ama e questo suo amore dà senso alla vita nostra e a quella del mondo, ed è dunque capace di illuminare anche quella valle oscura che spesso la vita ci richiede di attraversare.
Assai opportunamente i lavori del Sinodo del 2001 avevano come tema “Il vescovo servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo”. Il contesto culturale nel quale oggi la Chiesa e l’umanità si trovano a vivere rende più che mai necessario che il Vescovo sia annunciatore del Vangelo per portare quella Speranza che nel Vangelo è annunciata e incarnata da Gesù Cristo.

Molteplici sono le sfide che oggi l’uomo è chiamato ad affrontare e che lasciano presagire un futuro oscuro per l’umanità. L’imperante progresso scientifico e tecnologico conduce sempre più velocemente a una codificazione dell’uomo, come ha ricordato Benedetto XVI, dove l’essere umano viene ridotto a pura materia, dimenticando o negando la dimensione spirituale, che ne costituisce, al contrario, l’essenza più vera e profonda. È dunque quanto mai necessario annunciare il Vangelo che ricorda che l’uomo non può essere ridotto a una parte della natura essendo creato a immagine di Dio ed oggetto dell’amore infinito e fedele del suo Creatore. L’annuncio della misericordia e della prossimità di Dio costituiscono il motivo principale di quella speranza, di chi comprende che la propria esistenza non ha un orizzonte limitato a questa vita, ma si apre all’eternità di Dio. E’ proprio in un panorama culturale complesso come quello attuale che il vescovo è chiamato ad annunciare la speranza della vita eterna. Una speranza che nasce dalla consapevolezza che “Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario”[54]e non invece che siamo frutto casuale dell’evoluzione, come sostengono le diverse teorie scientifiche, spesso assunte ad ideologie.
Il fallimento delle varie ideologie, che avevano promesso la felicità su questa terra, non ha spento quella sete di gioia che è presente nel cuore dell’uomo e che continuamente chiede di essere saziata. Il vescovo, annunciando il Vangelo di Gesù Cristo, può essere portatore di questa speranza: la sete di felicità dell’uomo può essere saziata nell’incontro con il Redentore.
Il relativismo di cui tanto si parla come caratteristica principale dell’epoca che viviamo ha condotto alla mancanza di una verità certa da conoscere e su cui costruire la propria esistenza. Oggi più che nel passato, l’uomo costruisce la propria esistenza senza solide basi, con il timore che tutto possa crollare. Annunciando invece che la Verità si è rivelata agli uomini, il Vescovo offre ad ognuno la possibilità di edificarsi su un solido fondamento, capace di resistere ai venti e alle tempeste che si abbattono nel corso della vita.

Il grande fenomeno della globalizzazione non genera certo sicurezza. L’incontro con culture e religioni differenti, spesso segnato da scontri non solo verbali ma anche violenti, sta generando una notevole insicurezza nel futuro. Il Vescovo facendosi maestro nel dialogo, leale e sincero con interlocutori di altre religioni, fermamente consapevole della propria identità e dell’apporto che la fede cristiana può offrire nella costruzione di una società migliore, offre all’umanità la speranza di un domani dove la solidarietà, la giustizia e la pace possono essere un dato acquisito e vissuto nella convivenza tra i popoli.

”La Chiesa in quanto famiglia di Dio deve essere, oggi come ieri, un luogo di aiuto vicendevole e al contempo un luogo di disponibilità a servire anche coloro che, al di fuori di essa, hanno bisogno di aiuto”.[55] In questo compito il Vescovo è aiutato dal diacono che, come ricorda la Didascalia degli Apostoli al capitolo 16, è “orecchio, bocca, cuore e anima” del vescovo nell’esercizio della carità, al punto da sostenere “due in una sola volontà”. La Tradizione Apostolica afferma che il diacono “ha gli occhi aperti ai bisogni della comunità e indica al Vescovo i bisogni che gli sembrano più urgenti (9,3)”. Vediamo, dunque, come fin dall’inizio la figura del diacono sia legata al vescovo e al tempo stesso all’esercizio della carità.


CAPITOLO TERZO

IL PRESBITERATO



3.1 Il Sacramento

Una prospettiva cristologica riferisce più direttamente il ministero ordinato alla figura di Cristo sia in una visione concentrata sulla funzione sacramentale, sia in una direzione più pastorale nella quale il prete viene considerato segno di Cristo capo della Chiesa[56]. Va sottolineato come questa prospettiva “non nega il carattere di servizio del sacerdozio, lo vede però ancorato all’essere del ministero e ritiene che questo essere è determinato da un dono concesso dal Signore attraverso la mediazione della Chiesa, il cui nome è sacramento”[57]. La conformazione a Cristo Buon Pastore non è una scelta libera dell’uomo ma “si entra nel sacerdozio, attraverso il sacramento – e ciò significa appunto: attraverso la donazione di se stessi a Cristo, affinché egli disponga di me”[58]. Nessun uomo, infatti, potrebbe compiere per propria virtù quelle azioni che sono caratteristiche del sacerdozio ministeriale.
Le parole “Io ti assolvo”, ”Questo è il mio corpo” non avrebbero alcun valore salvifico se fossero pronunciate da un uomo. È per questo che il sacerdozio ministeriale è un sacramento, ossia “io do ciò che io stesso non posso dare; faccio qualcosa che non dipende da me; sono in una missione e sono diventato portatore di ciò che l’altro mi ha trasmesso”[59].

Il ministero apostolico, così come ci viene presentato dagli Atti degli Apostoli e dalle Lettere del Nuovo Testamento, è “ministero della Parola e inseparabilmente amministrazione dei misteri di Dio, ministero della riconciliazione con Dio in Gesù Cristo”[60]. Possiamo, dunque, parlare di un’indole essenzialmente cristologica del ministero ordinato, che illumina quella ecclesiologica dal momento che “il riferimento a Cristo non è contro la finalizzazione alla comunità (Chiesa), ne è anzi il fondamento e le dà tutta la profondità […] la costituzione ontologica del ministero sacerdotale che giunge fin nell’essere dell’interessato non si oppone alla serietà del servizio funzionale, sociale ma crea una radicalità del servire che nell’ambito meramente profano è inimmaginabile”[61]. Benedetto XVI ha ribadito la teocentricità dell’esistenza sacerdotale: la profonda relazione con Cristo diventa così fondamentale per portarlo agli uomini, in quanto il Signore è la terra sulla quale il sacerdote costruisce la propria esistenza.



3.2 Il carattere sacerdotale

Il presbiterato conferisce la grazia e imprime il carattere; attraverso l’ordinazione sacerdotale il presbitero è conformato a Cristo Buon Pastore, ricevendo direttamente da lui l’autorità e la potestà per guidare, nel suo nome, il popolo di Dio. I presbiteri “sono nella chiesa e per la chiesa, una ripresentazione sacramentale di Gesù Cristo, capo e pastore”[62],ossia sono il segno efficace del Signore Gesù. Se la ministerialità nella Chiesa è partecipazione in forme differenti della pastoralità di Cristo, il presbitero vi partecipa in modo del tutto eminente e unico: attraverso il dono della grazia, Cristo sceglie gli uomini che possano efficacemente prolungare nel tempo la sua stessa missione attraverso quel particolare stile di vita che la Pastores dabo vobis definisce come “carità pastorale”.

La relazione con Cristo è fondamentale: la grazia agisce sull’essere della persona trasformandola radicalmente. Parlando dell’identità del sacerdote, il Papa nell’Esortazione Apostolica ricorda l’importanza di una profonda “coscienza del legame ontologico specifico che unisce il sacerdote a Cristo, sommo sacerdote e buon pastore”[63]. Questo legame teologicamente inteso è la nozione di carattere che l’ordinazione presbiterale imprime. Perciò il sacerdozio ministeriale differisce non solo di grado ma anche di essenza da quello dei fedeli: l’ordinazione, infatti, provoca una trasformazione al livello più intimo della persona rendendola totalmente nuova, “in quanto lo Spirito Santo mediante l’unzione sacramentale dell’ordine configura, a un titolo nuovo e specifico, a Gesù Cristo, capo e pastore”[64].

Il carattere esprime l’appartenenza a qualcun altro. Questa appartenenza dipende dalla libera iniziativa di Dio e dalla conseguente risposta dell’uomo ed è simboleggiata nel rito di ordinazione “dal gesto antichissimo dell’imposizione delle mani, col quale Egli ha preso possesso di me dicendomi “Tu mi appartieni”[65]. Proprio per questa intima comunione Benedetto XVI afferma: “il nucleo del sacerdozio è l’essere amici di Gesù Cristo”[66] alla luce della parole di Gesù: “Non vi chiamo più servi, ma amici”, che, dice il Papa, sono parole “in cui si potrebbe addirittura vedere l’istituzione del sacerdozio”[67]. L’ordinazione sacerdotale è “l’iniziazione nella comunità degli amici di Gesù, che sono chiamati a stare con Lui e ad annunciare il Suo messaggio”[68].

3.3 L’ordinazione solo per gli uomini

Una questione nuova rispetto a tutta la riflessione tradizionale sul ministero ordinato, si è posta dopo il concilio, dando luogo a vivaci dibattiti, quella della discriminazione della donna, alla quale il sacramento dell’ordine, almeno nel grado dell’episcopato e del presbiterato, mai è stato conferito. Una volta aperto il problema, le chiese protestanti assai rapidamente, la chiesa anglicana più lentamente e con più fatica, hanno abbandonato il tradizionale divieto di ordinare le donne. Le chiese ortodosse invece e quella cattolica vi si sono attestate con fermezza.[69] La consapevolezza del ministero come dono – e ciò comporta che nessuno, né maschio né femmina, può avanzare il diritto a diventare sacerdote – non deve far perdere di vista che il Signore ha donato alla sua Chiesa una struttura gerarchica e anche una antropologia teologica.[70]

Dunque, è nella volontà stessa di Cristo che risiede il fondamento dell’esclusione delle donne dal ministero sacerdotale, e di conseguenza ciò comporta che tale norma sia diritto divino e, dunque, non modificabile nel tempo. Lo ha ribadito il Papa Giovanni Paolo II: “in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa”[71], affermando che “questa dottrina appartiene al deposito della fede”[72], e ai fedeli è richiesto “un pieno assenso definitivo, vale a dire irrevocabile, a una dottrina proposta infallibilmente dalla Chiesa.”[73]

Per il ruolo sacramentale che il presbitero è chiamato ad osservare non si può dimenticare o negare che “il Cristo stesso fu e resta un uomo”[74] e “non si deve mai trascurare questo fatto”[75]. Siccome agisce “in persona Christi” egli rappresenta Cristo, cioè lo rende presente, e questo segno deve essere facilmente percettibile: i fedeli devono poterlo riconoscere facilmente. Ciò sarebbe più difficile nel caso in cui il sacerdote fosse una donna.

Il Papa fa riferimento anche alla prassi apostolica tramandata dalla vivente tradizione della Chiesa. Cristo non è stato condizionato da motivazioni culturali per scegliere solo uomini, ma ciò fu un suo atto, libero e sovrano; in tanti altri casi ebbe gesti di rottura “voluta e coraggiosa”[76] verso la mentalità del tempo nei confronti delle donne. Tuttavia “è importante tenere presente che la volontà umana di Cristo non soltanto non è arbitraria […] ma è intimamente unita con la volontà divina del Figlio eterno, dalla quale dipende la verità ontologica e antropologica della creazione di ambedue i sessi”[77].


3.4 Il celibato

E’ l’aspetto, tuttora valido per la Chiesa cattolica di rito latino, obbligatorio per coloro che accedono al sacerdozio. Non è diritto divino, ma appartiene al diritto ecclesiastico, e pertanto potrebbe essere modificato per disposizione della suprema autorità della Chiesa. Papa Paolo VI nell’Enciclica Sacerdotalis caelibatus, parla di una “molteplice convenienza del celibato per i ministri di Dio”[78], che segue i tre aggettivi “antica, sacra, provvidenziale”[79], con i quali il Papa aveva definito tale norma. “Gesù non ha promulgato una legge, ma proposto un ideale del celibato per il nuovo sacerdozio che istituiva […] In base all’esperienza e alla riflessione si è progressivamente affermata la disciplina del celibato fino a generalizzarsi nella Chiesa occidentale in forza della legislazione canonica”. Questo si evince anche “dalla congruenza sempre meglio scoperta tra il celibato e le esigenze del sacerdozio.”[80]

Il celibato comunque è innanzitutto un carisma donato al singolo. Il Papa Giovanni Paolo II nella sua prima lettera ai sacerdoti in occasione del Giovedì Santo del 1979 scriveva: “il celibato è un dono dello Spirito” e poco dopo aggiungeva: “Egli (il candidato al sacerdozio) prende la decisione per la vita nel celibato dopo essere giunto alla ferma convinzione che Cristo gli concede questo dono per il bene della Chiesa e per il servizio degli altri.”[81] Nella Pastores dabo vobis leggiamo: ”questo Sinodo nuovamente e con forza afferma quanto la Chiesa latina e alcuni riti orientali richiedono e cioè che il sacerdozio venga conferito solo a quegli uomini che hanno ricevuto da Dio il dono della vocazione alla castità celibe.”[82] Sebbene sia sempre più difficile comprendere e vivere il celibato, va tenuto conto che “questo carisma dello Spirito racchiude anche la grazia perché colui che lo riceve rimanga fedele per tutta la vita.”[83]

Il sacerdote “lasciando il padre e la madre, segue Gesù buon pastore, in una comunione apostolica, a servizio del popolo di Dio. Il celibato è dunque da accogliere […] come dono inestimabile di Dio, come stimolo della carità pastorale.”[84] Il pastore è chiamato ad amare con cuore indiviso il proprio gregge, anzi come ricorda S.Agostino “Sit amoris officium pascere dominicum gregem”[85]. L’offerta della propria vita, comporta anche l’offerta del proprio cuore e della propria sessualità come espressione di un amore totale e totalizzante, capace di riempire tutte le dimensioni che compongono la persona. Cristo ha vissuto in maniera celibataria, così i pastori della Chiesa, lo imitano in questo modo di vivere. Rifacendosi al Salmo 16 (15), 5 il Papa ha detto che il vero fondamento del celibato può essere racchiuso nella frase “Tu sei la mia terra”[86]: il celibato può essere accolto e vissuto solo se Dio è la realtà totalizzante dell’esistenza sacerdotale.

In chiave ecclesiologica il celibato consente la “massima efficienza e la migliore attitudine psicologica ed affettiva per l’esercizio di quella carità perfetta”[87], cui è chiamato il presbitero per essere realmente segno sacramentale di Cristo. “La Chiesa, infatti, come sposa di Gesù Cristo vuole essere amata dal sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui Gesù Cristo capo e sposo l’ha amata”[88]. Questa esclusività dell’amore fa parte della natura umana e il cuore dell’uomo non può appartenere contemporaneamente a due persone!

In una visione escatologica il celibato è anticipazione di quello stato definitivo dell’uomo alla risurrezione dei morti, come ricorda il Signore in Mt 22,30. Il Santo Padre ha detto che “il nostro mondo diventato totalmente positivistico, in cui Dio entra in gioco tutt’al più come ipotesi, ma non come realtà concreta, ha bisogno di questo poggiare su Dio nel modo più concreto e radicale possibile. Ha bisogno della testimonianza che sta nella decisione di accogliere Dio come terra su cui si fonda la propria esistenza”[89].





3.5 A servizio della comunione

Il Vangelo ci mostra in che modo il ministero presbiterale apporti il proprio contributo nell’edificare la Chiesa come comunione. Compito primario del pastore è quello di custodire nell’unità e nella verità il proprio gregge e di costruire giorno dopo giorno la comunione, attraverso il dono della propria vita ad immagine del Buon Pastore che offre la vita per le sue pecore. In questo caso è fondamentale la celebrazione dell’Eucaristia, anche perché, come ricordavano i Padri, “l’Eucaristia fa la Chiesa”. Ricordiamo, inoltre, le parole dell’Apostolo Paolo alla comunità: “poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane”(1 Cor 10,17), dove il riferimento all’unico pane è quello eucaristico. Presiedendo la celebrazione dell’Eucaristia, il presbitero esercita il ruolo di radunare nell’unità il popolo a lui affidato. Al tempo stesso, però, essendo ogni eucaristia celebrata in comunione con quella del Vescovo, il presbitero mantiene nella comunione dell’intera Chiesa cattolica la propria comunità. Essa si edifica nell’unità pur rispettando la molteplicità.

Non si può prescindere dal sacramento della Riconciliazione attraverso il quale il peccatore rientra nella piena comunione con Dio e con la comunità ecclesiale. Anche qui possiamo cogliere, alla luce dell’insegnamento del Signore contenuto in Lc 15, 4-7, la sollecitudine del pastore verso la pecora smarrita per ricondurla all’ovile. Il pastore è chiamato a custodire tutti coloro che gli sono stati affidati, senza che alcuno vada smarrito, per condurli alla vita eterna. L’appartenenza a un solo ovile testimonia quindi la comunione che raduna i molti in quella unità alla quale tutti devono essere ricondotti anche se per libera scelta se ne sono allontanati. È il Signore con il suo sacrificio che raduna e riconcilia a sé l’intera umanità. Se, dunque, le celebrazioni sacramentali fossero semplicemente azioni compiute da un uomo esse non avrebbero quella capacità di realizzare quanto annunciano.
Il sacerdozio è un dono che Dio concede alla sua Chiesa e come tale deve essere costantemente richiesto, alla luce dell’insegnamento del Signore che ha invitato a pregare perché il padrone della messe conceda operai alla sua messe.

Nel discorso del buon Pastore Gesù dice: ”E ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore” (Gv 10,16). Attraverso la predicazione, compito non secondario del pastore, la parola di Dio convoca l’uomo, lo conduce all’incontro con il Signore e raduna la comunità costituendola come assemblea raccolta nel nome di Dio. Gli Apostoli elessero i sette proprio per dedicarsi al ministero della parola, come ricordato in Atti.
In parte, i sacerdoti esercitano anche un munus docendi e, al tempo stesso, anche quello regendi “secondo la loro parte di autorità”[90], attraverso il quale possono radunare e guidare il popolo loro affidato.

“I presbiteri sono consacrati per predicare il Vangelo, essere pastori fedeli e celebrare il culto divino, quali veri sacerdoti del Nuovo Testamento”[91]. E’ importante ed unico il ruolo del sacerdote nella Chiesa, le sue funzioni non sono delegabili ad altri. La Chiesa si edifica proprio grazie al sacerdozio ministeriale, al dono completo di uomini che, sull’esempio di Cristo, si consacrano interamente e per sempre al servizio dei fratelli nella Chiesa.
Alla luce dell’immagine del Buon Pastore, che spesso ricorre, possiamo dire che il sacerdote è oggi chiamato ad essere l’uomo della comunione e della missione o per usare le parole di Benedetto XVI è “a servizio dell’unità.”[92]

Il sacerdote deve conoscere il gregge affidato alle sue cure pastorali con una conoscenza che deve essere modellata sulle parole di Gesù “Io conosco le mie pecore” e deve essere interpretata con il significato che la Bibbia attribuisce al verbo conoscere. Una conoscenza, dunque, pratica e concreta, per la quale “il pastore non può accontentarsi di sapere i nomi e le date. Il suo conoscere le pecore deve essere sempre anche un conoscere il cuore”[93]. Come uomo della comunione il presbitero deve possedere anche una profonda capacità di ascolto delle necessità e dei bisogni non solo fisici o materiali, ma anche spirituali e affettivi, per diventare il pastore che accompagna,[94] con un cammino personale, la pecora che fiduciosamente si affida a lui per ritrovare la via e sentirsi protetta e amata.
È quanto mai importante oggi, che il sacerdote dedichi tempo all’accompagnamento spirituale delle persone, annunciando loro il Vangelo come la roccia su cui edificare la casa della propria vita ed abbia “l’inquietudine di portare a tutti il dono della fede, di offrire a tutti quella salvezza che, sola, rimane in eterno”[95].

I presbiteri, per un certo verso, nel territorio di cui hanno la cura pastorale rendono presente il Vescovo; i diaconi pertanto, sono chiamati ad una leale e sincera collaborazione con essi. Un valore importante è l’obbedienza che il diacono è chiamato a vivere non solo nei confronti del Vescovo ma anche verso i sacerdoti, tanto che “l’indole di questo servizio è caratterizzata dall’obbedienza fiduciosa, rispettosa e impegnata.”[96] Tuttavia, nello spirito della collaborazione nella comunione, risulta veramente eloquente l’invito che fratel Arturo Paoli ha rivolto ai diaconi convenuti al convegno di Assisi nel 2007: “ Siate amici dei preti, aiutateli e loro aiuteranno voi”.




CAPITOLO QUARTO

IL DIACONATO


4.1 Chi è il diacono?

Il Concilio Vaticano II così descrive i diaconi e le loro funzioni “sommamente necessarie alla vita della Chiesa”[97]:
“In un grado inferiore della gerarchia, stanno i diaconi, ai quali sono imposte le mani “non per il sacerdozio ma per il servizio”. Infatti sostenuti dalla grazia sacramentale, nel servizio (diaconia) della liturgia, della parola e della carità sono al servizio del popolo di Dio, in comunione con il vescovo e il suo presbiterio. Appartiene al diacono, conforme [a quanto] gli sarà stato assegnato dalla competente autorità, amministrare solennemente il battesimo, conservare e distribuire l’eucarestia, in nome della Chiesa assistere e benedire il matrimonio, portare il viatico ai moribondi, leggere la sacra scrittura ai fedeli, istruire ed esortare il popolo, presiedere al culto e alla preghiera dei fedeli, amministrare i sacramentali, presiedere al rito del funerale e della sepoltura. Dediti alle opere di carità e di assistenza, i diaconi si ricordino del monito del beato Policarpo: “Siano misericordiosi, attivi, e camminino nella verità del Signore, il quale si è fatto servo di tutti […] Col consenso del romano Pontefice questo diaconato potrà essere conferito a uomini di età matura anche viventi nel matrimonio, e così pure a dei giovani idonei, per i quali però deve rimanere ferma la legge del celibato"[98].
Quindi, i diaconi sono coloro che hanno ricevuto il sacramento dell’Ordine nel primo dei suoi tre gradi o livelli. Di conseguenza sono chiamati a svolgere nella Chiesa, con il sostegno della grazia che è propria di questo sacramento, una serie di funzioni riassumibili nel triplice servizio della liturgia, della parola e della carità[99]. Alla luce di ciò, e usando un’espressione impegnativa, si può affermare che i diaconi sono chiamati a rendere presente, nella chiesa e nel mondo, Gesù Cristo in quanto servo di Dio e servo dell’umanità[100].

Nella nota introduttiva alla versione italiana della seconda edizione tipica del Pontificale Romano, in parte riscritta, si definiscono i diaconi “animatori della vocazione di servizio nella Chiesa in comunione con i vescovi e con i presbiteri”.


4.2 Alle origini

Lo svilupparsi della prima comunità cristiana a Gerusalemme provocò un aumento degli impegni degli apostoli e, come ci viene narrato in At 6, 1-6, i Dodici scelsero sette uomini “pieni di Spirito Santo e di saggezza” ai quali venne affidato il “servizio delle mense” perché essi potessero dedicarsi pienamente “alla preghiera e al ministero della parola”. Questo brano viene comunemente definito come l’elezione dei diaconi, sebbene in realtà i sette non vengano mai definiti con questo nome. E’ interessante però che nel versetto 2 Luca ci presenta una diaconia della “parola” e una diaconia delle “mense”, (At 6, 2) che sono una diversificazione dell’unica diaconia di Cristo, la quale rende “diaconale” ogni ministero ecclesiale compreso quello degli apostoli.

È significativa l’imposizione delle mani ricordata al versetto 6, espressione di un’azione sacra e della trasmissione dello Spirito, che avviene dopo la preghiera da parte degli apostoli. Nonostante qualche controversia, “è escluso che si tratti di semplici laici, dal momento che quell’istituzione avviene con preghiere e imposizione delle mani”[101].
Benedetto XVI nella Deus caritas est così si esprime: “il servizio sociale che dovevano effettuare era assolutamente concreto, ma al contempo era senz’altro anche un servizio spirituale; il loro perciò era un vero ufficio spirituale, che realizzava un compito essenziale della Chiesa, quello dell’amore ben ordinato al prossimo”.

La figura dei diaconi è attestata nei primi tempi del cristianesimo da due richiami che si trovano nella lettera ai Filippesi (Fil 1,1) e in quella a Timoteo (1Tm 3,8-12), ma soprattutto emerge dalle lettere di Ignazio di Antiochia, che presenta la struttura della Chiesa individuando la ministerialità del vescovo, del presbitero e dei diaconi, definendo questi ultimi come “servitori della Chiesa di Dio”. Alla fine del I secolo e all’inizio del II secolo il posto del diaconato appare ben determinato, almeno in alcune Chiese, come un grado della gerarchia ministeriale. Infatti l’impegno nell’assistenza ai poveri è tramandato dalla prima alla seconda generazione cristiana e il Vescovo, come responsabile della Chiesa, organizza e guida personalmente l’attività di assistenza. “Uno dei centri di interesse del diaconato delle origini risiede nella simbiosi che esso tenta di esprimere, sulla base della nozione di servizio, tra la funzione liturgica e l’azione concreta. Servire coloro che celebrano e servire coloro che soffrono, è tutt’uno per il diacono.”[102]

In una lettera di Plinio all’imperatore Traiano interessa in modo particolare l’allusione a due schiave cristiane, da Plinio stesso sottoposte a un interrogatorio serrato; nell’intento di assecondare la volontà dell’imperatore, egli precisa: “ Ho creduto ancor più necessario procedere alla ricerca della verità, anche mediante la tortura, su due schiave che essi chiamano ministre. Io non ho trovato nulla, se non una superstizione irragionevole e smodata”.

Di quali “ministre” si tratta? Di solito il termine latino ministrae si traduce con “diaconesse”, traduzione che sembra essere stata determinata dalla successiva situazione dei ministeri della chiesa. Abbiamo forse qui l’indicazione di un ministero specifico e femminile di diacono? Non è impossibile, dal momento che queste donne erano chiamate ministrae dal loro stesso ambiente, secondo l’affermazione di Plinio. Ma potrebbe anche trattarsi di una funzione ministeriale più ampia, nel senso incontrato inizialmente dalle comunità paoline. In mancanza di indicazioni complementari, è impossibile conoscere con maggiore precisione in che consista una simile funzione e quale sia il posto di queste donne “ministre” e, per di più, schiave nella comunità considerata[103].

Nella Chiesa antica sembra che anche le diaconesse venissero consacrate con il medesimo rito (chiamato cheirotesia nella chiesa orientale) ma i vari canones della Chiesa stabilirono tuttavia che la consacrazione delle diaconesse non era un sacramento (Nicea can.19; Laodicea 11; Ippolito nella Tradizione apostolica 37 e 47). Nonostante l’imposizione delle mani, dai testi antichi non emerge che queste diaconesse avessero un ruolo nella celebrazione liturgica e nella predicazione[104], anche perché tale imposizione poteva essere una semplice benedizione delle vedove e delle vergini destinate al servizio e non invece un’ordinazione di tipo sacramentale.





4.3 La crisi del diaconato

“La Chiesa che si struttura in occidente durante il periodo che va dal IV sec. all’epoca di Carlo Magno non sapeva che farsene del diaconato delle origini, anzi doveva sbarazzarsene.”[105]

Progressivamente i diaconi lasciano le loro funzioni originali ad altri ministeri e si vedono attribuire compiti liturgici, entrando quindi in conflitto con i presbiteri i quali, a loro volta, esercitano sempre più le funzioni riservate ai diaconi[106]. Ricordiamo che già nel V secolo la gerarchia ecclesiastica era composta da vescovi, preti e “liturghi” o ministri e questi, a loro volta, comprendevano dal diacono all’ostiario[107]. In genere, ma non sempre e non ovunque, la “scala” gerarchica prevedeva: diacono, suddiacono, accolito, esorcista, lettore, ostiario. Il ruolo e le funzioni specifiche del diacono diventano tappe verso il sacerdozio. A Roma, nel IX secolo, il suddiacono è l’ultimo passaggio obbligatorio per accedere a funzioni superiori. Quando nascono le parrocchie rurali, i Concili insistono affinché siano animate da presbiteri, e non da diaconi. E nel Pontificale romano-germanico, composto a Magonza verso il 950 e, in seguito, adottato anche a Roma, il diacono è più vicino al suddiacono che al presbitero. A ciò si aggiungerà un altro fenomeno: l’assorbimento di ciò che resta della figura e del ministero del diacono da parte dell’arcidiacono, al quale sono progressivamente conferiti incarichi di grande responsabilità, come ad esempio essere messaggero del vescovo o nunzio del papa. Un compito, quello dell’arcidiacono, molto ambito per la grande influenza che esercitava ma che era riservato a pochi[108].
Un ulteriore elemento di crisi del diaconato sarà costituito dal livello della formazione che, garantita nella sede vescovile, non era invece assicurata a coloro che erano addetti alle chiese di campagna.

La diffusione del monachesimo, infine, introdusse una forza nuova che avrebbe comportato nel tempo un’ulteriore sostituzione del diacono nel servizio dei poveri. I monasteri, sorti ovunque, furono modelli di agricoltura, sollevarono i poveri, soccorsero i malati, offrirono ospitalità a forestieri e pellegrini e aprirono scuole le quali, sebbene ordinate alla vita religiosa, accoglievano tanti ragazzi desiderosi di istruzione. Si assistette così al trasferimento delle opere di carità dal diacono al monaco e, in seguito, con la nascita degli ordini mendicanti e delle congregazioni religiose, dai monaci ai religiosi che si sarebbero dedicati al servizio dei poveri negli ospedali, nei ricoveri, nelle scuole.

Un’altra realtà che farà sentire il suo peso sul diaconato sarà l’obbligo del celibato[109], una forma di vita più consona al sacerdote che al diacono, in quanto il sacerdote esercitava pienamente il suo ministero, mentre il diacono solo parzialmente come ”liturgo”. Un obbligo che farà fatica ad imporsi, visto che i Concilii Lateranense I (1123) e Lateranense II (1139) dovranno minacciare di privare dell’ufficio quanti, dal suddiacono in su, si fossero sposati e dichiarare nulli i loro eventuali matrimoni. In altre parole, da quel momento, la Chiesa d’Occidente ordina soltanto celibi[110].

A questo punto, quando “il cursus clericale si è stabilizzato, ogni grado possiede competenze supplementari in rapporto al grado inferiore: ciò che fa un diacono lo può fare anche un presbitero. Al vertice della gerarchia, il vescovo può esercitare la totalità delle funzioni ecclesiastiche. Questo fenomeno di concentrazione delle competenze e di sostituzione delle funzioni inferiori con quelle superiori, la frammentazione delle competenze originarie dei diaconi in molte funzioni subalterne clericalizzate, l’accesso alle funzioni superiori per gradum spiegano come il diaconato, in quanto ministero permanente, abbia perduto la sua ragion d’essere. Gli rimanevano soltanto i compiti liturgici esercitati ad tempus dai candidati al sacerdozio”[111].
Questa breve analisi sulla crisi del diaconato, ci fa dire, parafrasando Mt 13, 45-46, che il diacono è scomparso perché con il tempo ha perso la sua “perla preziosa”: riconoscere Cristo nel povero, nell’ammalato, nel sofferente. Ha perso, cioè, il suo elemento distintivo di annunciatore del Vangelo e ministro della Carità della soglia, della periferia, anello di aggancio tra le diverse povertà e il vescovo, è diventato un semplice “liturgo”.

4.4 La restaurazione: i documenti del Magistero

L’idea di ristabilire il diaconato come grado permanente della gerarchia non è nata durante il Concilio, ma circolava già prima del secondo conflitto mondiale, sviluppandosi ulteriormente dopo il 1945, soprattutto nei paesi di lingua tedesca.[112] Una teologia rinnovata della Chiesa sorta dal contributo di numerosi movimenti biblici ecumenici e liturgici, aprì la possibilità al rinnovamento della funzione di diacono. A partire dal 1951, in una Germania ancora scossa dal conflitto mondiale,
nasce, fondata da Kramer la prima “Comunità del Diaconato”. Questo organismo si diede il duplice compito di studiare e reintrodurre il diaconato permanente. Anche in Francia e in altri paesi, grazie all’opera degli ordini missionari, si diffuse un movimento che chiedeva la restaurazione del diaconato come ordine autonomo.
Un’altra comunità del diaconato viene creata a Monaco nel 1954 con l’appoggio del vescovo e del teologo K. Rahner .

La riflessione di quegli anni venne arricchita dallo storico protestante H.Krimm , oltre che dalla testimonianza di alcuni diaconi luterani. Nel 1957, il 5 ottobre, Pio XII in un’allocuzione al congresso mondiale dell’Apostolato dei Laici – circostanza da non sottovalutare – affermava che l’idea di una reintroduzione del diaconato come funzione distinta dal sacerdozio in quel momento storico non era ancora matura, ma che poteva diventarlo. Il Papa però sosteneva che in ogni caso il diaconato sarebbe stato collocato nel quadro del ministero gerarchico fissato dalla più antica tradizione.

Il Vaticano II recepì le varie istanze in diversi documenti (Sacrosantum Concilium 35, Ad Gentes 15 e in particolare Lumen Gentium 29). Fu il Papa Paolo VI a realizzare concretamente quanto richiesto dall’assise conciliare. Infatti con il Motu proprio Sacrum diaconatus del 18 giugno 1967 “vengono impartite norme per il ristabilimento del diaconato permanente nella Chiesa”.

Anche in Italia venne fondata una comunità del diaconato animata prima da don Dino Torreggiani e poi da don Alberto Altana, ad essa si deve fin dal 1968 la pubblicazione della rivista “il diaconato in Italia”.

L’Assemblea della Conferenza Episcopale Italiana del 13 novembre 1970, ha approvato la restaurazione del diaconato in Italia.[113] Questo testo redatto l’8 dicembre 1971, viene ratificato e approvato dalla Santa Sede nel marzo del 1972 data in cui si ripristina ufficialmente il diaconato permanente in Italia. Il segretariato della CEI , nel maggio del 1972, ha inviato a tutti i Vescovi un regolamento applicativo dal titolo: Norme e direttive per la scelta e la formazione dei candidati al ministero diaconale.

Con l’altro Motu proprio Ad pascendum del 15 agosto 1972 vengono ulteriormente delineate le norme.

Tali documenti hanno circa 30 anni e dobbiamo pertanto essere ben consapevoli che “l’esperienza del ministero diaconale restaurato dal Concilio è ancora troppo breve per poterci offrire le linee di un’identità precisa”. [114]

Riprendendo la riflessione e aggiornando gli indirizzi “nell’intento di accompagnare la crescita dell’apporto che il diaconato permanente è chiamato a offrire alle Chiese particolari”[115] i nostri vescovi pubblicano nel 1993 in sostituzione del precedente, un nuovo documento dal titolo: I diaconi permanenti nella chiesa in Italia . Orientamenti e norme. Anche a livello internazionale le Congregazioni per l’Educazione Cattolica e per il Clero hanno raccolto i fermenti , i suggerimenti e le istanze post-conciliari ed hanno prodotto nel 1998 dei documenti atti a disciplinare concretamente l’istituto del ministero diaconale: le Norme fondamentali per la formazione dei diaconi permanenti e il Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi permanenti.


4.5 La sacramentalità del diaconato

Nell’affrontare il tema della sacramentalità del diaconato il documento della COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE “il Diaconato: evoluzione e prospettive” così si esprime: “è un problema che rimane implicito nelle testimonianze bibliche, patristiche e liturgiche da noi sin qui esposte. Occorre vedere come la Chiesa ne ha preso coscienza esplicita”. Anche se nel dibattito conciliare che ha portato al ripristino del ministero diaconale non c’è stata un’unanimità rispetto a tale problematica, la maggioranza ha sostenuto la natura sacramentale del diaconato: tra i documenti conciliari (cfr: SC, 86; LG, 20, 28, 29, 41; OE, 17; CD, 25; AG, 15, 16) l’affermazione riferita più direttamente alla sacramentalità del diaconato rimane sicuramente LG 29, dove si dice che “sostenuti dalla grazia sacramentale” (Gratia enim sacramentali roborati) i diaconi esercitano “la diaconia della Parola, della liturgia e della carità” e a tale affermazione può aggiungersi AG 16f., dove si auspica la restaurazione “dell’ordine diaconale come stato permanente” poiché “ è bene che uomini che già esercitano un ministero veramente diaconale… siano conformati e stabilizzati per mezzo della imposizione delle mani… per poter esplicitare più fruttuosamente il loro ministero con l’aiuto della grazia sacramentale del diaconato ”.

La preghiera di ordinazione richiama più volte e in forme diverse il “carattere indelebile” che il Rito imprime nel “consacrato/diacono”, tanto da costituire quasi – nel suo articolarsi – una sorta di graduale esplicazione della sacramentalità specifica del ministero diaconale: “In antico scegliesti i figli di Levi a servizio del tabernacolo santo. Agli inizi della tua Chiesa gli apostoli del tuo Figlio, guidati dallo Spirito Santo, scelsero sette uomini stimati dal popolo, come collaboratori nel ministero. Con la preghiera e con l’imposizione delle mani, affidarono loro il servizio della carità, per potersi dedicare pienamente all’ora­zione e all’annunzio della parola”. Nel momento invocativo dell’effusione dello Spirito sul candidato, la preghiera di ordinazione diaconale è “una vera e propria consacrazione di ordine sacramentale: Ora, o Padre, ascolta la nostra preghiera: guarda con bontà questo tuo figlio che noi consacriamo come diacono, perché serva al tuo altare nella santa Chiesa. Ti supplichiamo, o Signore, effondi in lui lo Spirito Santo, che lo fortifichi con i sette doni della tua grazia, perché compia fedelmente l’opera del ministero”. “Queste parole costituiscono la formula essenziale dell’ordine diaconale, sono richieste per la validità dell’ordinazione e insieme con tutta la pre­ghiera di ordinazione specificano l’imposizione delle mani comune ai tre ordini secondo la grazia propria dell’ordine del diaconato. Tutta la preghiera di ordinazione è la “forma” del sacramento dell’Ordine nel grado in cui viene conferito. La fissazione di una parte come essenziale per la validità è disposizione positiva della suprema auto­rità apostolica”.[116]

Nella preghiera di ordinazione, dunque, il dono dello Spirito invocato sul candidato è differente da quello ricevuto da ogni credente col Battesimo e con la Cresima: esso opera in lui una trasformazione, rendendolo soprannaturalmente somigliante a Cristo Servo e capace di rappresentarlo sacramentalmente nella Chiesa – al cui servizio egli porrà tutto il suo essere – e nel mondo – dove egli sarà segno visibile della “diakonia” del Signore. Il dono dello Spirito, quindi, imprime nel diacono un indelebile carattere sacramentale ed è per la sua vita ministeriale fonte di grazia. Il riferimento dell’epiclesi ai “sette doni dello Spirito” esprime proprio questa abbondanza di effetti spirituali. In questa luce si recupera anche il significato della dottrina sul carattere sacramentale elaborata dalla Scolastica in relazione all’effetto permanente del Battesimo, della Cresima e dell’Ordine sacro. Secondo san Tommaso[117], infatti, rispetto ai primi due sacramenti, che già conferiscono “il potere spirituale di compiere alcune azioni sacre” e “una certa partecipazione al sacerdozio di Cristo”, l’Ordine conferisce il potere di amministrare i sacramenti agli altri fedeli; non solo, ma è proprio l’ordinazione diaconale – egli continua – che conferisce al candidato il “carattere sacramentale” e lo abilita a quei compiti che competono solo a lui e non ai fedeli laici: “Alcuni affermano che solo nell’ordine sacerdotale viene im­presso il carattere. Ma ciò non è vero, perché nessuno che non sia diacono può lecitamente compiere atti del diacono. Ed è perciò chiaro che egli ha nell’amministrazione dei sacramenti un potere che altri non hanno”. La configurazione a Cristo attraverso l’ordinazione sacramentale avviene in modo tale che “ogni ministro è immagine di Cristo sotto un determinato aspetto”.


4.6 Diaconato e Matrimonio

Il diacono permanente nella quasi totalità dei casi è un uomo sposato e dal suo essere è indeducibile il sacramento del Matrimonio.

Nel profondo, il diacono sposato, è segnato-consacrato una prima volta nel sacramento del Matrimonio ed una seconda volta nel sacramento dell’Ordine.Il diacono assume una nuova condizione d’essere che non è quella del semplice coniugato né quella del semplice ordinato. Se lo sposo diventa diacono, in un certo senso la coppia diventa “diaconale”: ma solo uno degli sposi è ordinato, non la coppia! Siccome però, l’ordinazione riguarda la coppia, qualunque divisione, soprattutto se causata dal ministero del marito comporterebbe il venir meno della condizione necessaria posta sin dal principio dal creatore e che cioè i due diventino una sola carne.

L’ordinazione dello sposo non cambia lo statuto personale della sposa nell’ambito del popolo di Dio. Tuttavia nell’unità e nell’intimità coniugale, la sposa misteriosamente porta con il suo sposo il sacramento da lui ricevuto. Giustamente dunque la Chiesa richiede per l’ordinazione di un diacono sposato il consenso scritto della moglie[118]. Viene chiesto alle spose un concorso della fede; un atto libero, responsabile e volontario di amorevole ed amorosa accoglienza al disegno di Dio sul proprio sposo e sul proprio matrimonio. La sposa dona al marito, alla Chiesa e a se stessa il consenso alla realizzazione del progetto di Dio sul suo sposo, sul suo matrimonio, su di sé, sulla sua famiglia.

La scrittura narra di molte storie di donne che sono state chiamate a condividere la vita di fede dei loro mariti assumendo un ruolo decisivo nella storia della salvezza: Sara moglie di Abramo, Rebecca moglie di Isacco, Elisabetta moglie del sacerdote Zaccaria e, in un certo modo, si può parlare anche di Giuseppe e Maria che hanno condiviso il progetto di Dio nel loro matrimonio.
In Maria c’è l’intima unità di amore e servizio che deve essere fatta propria da quanti vivono lo stato coniugale-diaconale.

Il diacono coniugato ha dunque il compito insieme alla sua famiglia di essere segno e testimone della fedeltà dell’amore coniugale, dell’unità dell’amore coniugale, della fecondità educante dell’amore coniugale nella grazia dello Spirito Santo. Il diacono, meglio ancora, la coppia diaconale possono essere segno e strumento di una rinnovata pastorale famigliare[119].

4.7 La Formazione

Le Norme fondamentali per la formazione dei diaconi permanenti hanno lo “scopo di porsi come strumento per orientare ed armonizzare, nel rispetto delle legittime diversità, i programmi educativi tracciati dalle Conferenze Episcopali e dalle diocesi, che a volte risultano essere molto diversi tra di loro”[120].Secondo il can. 236 “siano le Conferenze Episcopali ad emanare, in base alle circostanze di luogo, le norme opportune perché i candidati al diaconato permanente, sia giovani sia di età più matura, sia celibi sia coniugati, “siano formati a condurre una vita evangelica e siano preparati a compiere nel debito modo i doveri propri dell'ordine“[121].
“Nella formazione dei diaconi permanenti, il primo segno e strumento dello Spirito di Cristo è il Vescovo diocesano proprio, è lui il responsabile ultimo del loro discernimento e della loro formazione”[122], dunque “provvederà ad erigere le strutture necessarie all'opera formativa ed a nominare dei collaboratori idonei che lo coadiuvino come responsabili diretti della formazione, oppure, a seconda delle circostanze, si impegnerà a valorizzare le strutture formative di altre diocesi, o quelle regionali o nazionali.”[123] Intervengono in modo incisivo nella responsabilità formativa: il direttore per la formazione, eventualmente il tutore, il direttore spirituale e il parroco,[124] ma altri elementi inscindibili sono presenti in questo processo: per prima la famiglia, la comunità parrocchiale e le aggregazioni o movimenti ecclesiali; non ultima l’autoformazione.[125]
E’ il parroco, in genere, che, a nome della comunità, presenta al Vescovo gli aspiranti al diaconato permanente, per i quali, una volta ammessi, è previsto un periodo propedeutico (in genere uno, due anni), il cui programma, di norma, “non dovrebbe prevedere lezioni scolastiche, ma incontri di preghiera, istruzioni, momenti di riflessione e di confronto orientati a favorire l'obiettività del discernimento vocazionale, secondo un piano ben strutturato. Già in questo periodo si abbia cura di coinvolgere, per quanto possibile, anche le spose degli aspiranti.”[126]
Dopo il rito di ammissione, gli aspiranti diventano candidati, in genere hanno un’età più matura, per essi, sia celibi sia coniugati, il Codice di Diritto Canonico prescrive che ricevano la loro formazione “mediante un progetto formativo della durata di tre anni, determinato dalla Conferenza Episcopale“. “Esso deve essere attivato, dove le circostanze lo permettono, nel contesto di una viva partecipazione alla comunità dei candidati, che avrà un proprio calendario di incontri di preghiera e di formazione e prevederà anche momenti comuni con la comunità degli aspiranti. Per questi candidati sono possibili diversi modelli di organizzazione della formazione. A motivo degli impegni lavorativi e familiari, i modelli più comuni prevedono gli incontri formativi e scolastici nelle ore serali, durante i fine settimana, nel tempo delle ferie o secondo una combinazione delle varie possibilità”. [127]
Di fatto le varie Diocesi attivano dei corsi di formazione diversi, nei modi e nei tempi. In genere il tempo della formazione si va allungando, come d’altronde avviene anche per i seminaristi, perché c’è sempre più la consapevolezza della necessità di avere ministri ben formati sotto tutti gli aspetti. La formazione investe l’aspetto umano, per sviluppare nel candidato le virtù e la capacità di relazionarsi, la sfera spirituale e non ultimo la parte culturale e dottrinale. Non andrebbe trascurato l’accompagnamento delle famiglie dei candidati con percorsi idonei.
In ogni caso nella predisposizione dei corsi di formazione si tiene conto dei seguenti criteri:
a) la necessità che il diacono sia capace di rendere conto della sua fede e maturi una viva coscienza ecclesiale;
b) l'attenzione che egli sia formato ai compiti specifici del suo ministero;
c) l'importanza che acquisisca la capacità di lettura della situazione e di un'adeguata inculturazione del Vangelo;
d) l'utilità che conosca tecniche di comunicazione e di animazione delle riunioni, come pure che sappia parlare in pubblico, che sia in grado di guidare e consigliare. [128]
Tenendo conto di questi criteri, i contenuti che si dovranno prendere in considerazione sono:
a) l’introduzione alla Sacra Scrittura e alla sua retta interpretazione; la teologia dell'Antico e del Nuovo Testamento; l'interrelazione tra Scrittura e Tradizione; l'uso della Scrittura nella predicazione, nella catechesi e nell'attività pastorale in genere;
b) l'iniziazione allo studio dei Padri della Chiesa e una prima conoscenza della storia della Chiesa;
c) la teologia fondamentale, con l'illustrazione delle fonti, dei temi e dei metodi della teologia, la presentazione delle questioni relative alla Rivelazione e l'impostazione del rapporto tra fede e ragione, che abilita i futuri diaconi ad esprimere la ragionevolezza della fede;
d) la teologia dogmatica, con i suoi diversi trattati: trinitaria, creazione, cristologia, ecclesiologia ed ecumenismo, mariologia, antropologia cristiana, sacramenti (specialmente la teologia del ministero ordinato), escatologia;
e) la morale cristiana, nelle sue dimensioni personali e sociali, e in particolare la dottrina sociale della Chiesa;
f) la teologia spirituale;
g) la liturgia;
h) il diritto canonico.
A seconda delle situazioni e delle necessità, si integrerà il programma degli studi con altre discipline, quali lo studio delle altre religioni, il complesso delle questioni filosofiche, l'approfondimento di certi problemi economici e politici.[129]
Per la formazione teologica ci si avvalga, dove è possibile, degli istituti di scienze religiose che già esistono o di altri istituti di formazione teologica.[130]
Un ambito importantissimo è quello della formazione permanente, i diaconi devono alimentare la loro vita spirituale con la preghiera, i sacramenti, la lectio divina, la partecipazione agli esercizi spirituali annuali ed aggiornarsi mediante la partecipazione a convegni, incontri, seminari e non ultimo con la lettura assidua di documenti del Magistero, riviste pastorali, liturgiche, ecc.

4.8 Compiti liturgici del diacono

Attraverso una breve carrellata delle premesse dei libri liturgici, vediamo qual è il servizio ministeriale del diacono nella liturgia. [131]

“Spetta al diacono… conferire solennemente il battesimo”: così viene riportato nelle premesse del Rito di ordinazione.[132]

Nel capitolo secondo dell’Introduzione al Rito per l’Iniziazione Cristiana degli Adulti, a proposito degli uffici e dei ministeri, si parla del diacono concretamente impegnato in questo compito. I diaconi devono offrire la loro disponibilità per il “servizio catecumenale”. Addirittura si invitano le Conferenze episcopali a ripristinare il diaconato in maniera sufficiente, perché si possano svolgere dappertutto “i gradi, i tempi e la pratica del catecumenato” (n. 47). I diaconi devono cooperare e prestare la loro opera nella preparazione del battesimo (n. 14) e possono anche conferire il sacramento, se hanno l’assenso del vescovo, e in ogni caso prestare il loro aiuto nel rito per le parti loro spettanti come (n. 15):
a) la presentazione dei candidati (n. 143);
b) la celebrazione del rito dell’esorcismo (n. 156);
c) la chiamata degli eletti per la consegna del simbolo (n. 186) e per la consegna della preghiera del Signore (n. 191);
d) l’unzione con l’olio dei catecumeni, l’unzione con il crisma (n. 224) e il battesimo (n. 220), se gli eletti sono molto numerosi (n. 207);
e) Viene infine specificato che, in pericolo di morte, il diacono può usare, se necessario, il rito più breve (n. 222).
Oltre a questo quadro celebrativo, il diacono ha la funzione di animare la comunità cristiana, per far maturare progressivamente le iniziative pastorali progettate dai pastori e coinvolgere nella crescita ecclesiale le famiglie e le parrocchie.

Il Codice di diritto canonico, al n. 1108,1 stabilisce che il diacono può assistere in nome della Chiesa a un matrimonio e benedire gli sposi. I termini usati, “assistere” e “benedire”, indicano in ogni caso la funzione di tutti i ministri, vescovi e presbiteri, in quanto di fatto “ministri” del sacramento del matrimonio sono gli sposi.

Nell’Introduzione Generale al Messale Romano (IGMR) viene dedicata al diacono una parte abbastanza ampia. Parlando degli uffici e dei ministeri dell’ordine sacro, si dice che tra i ministri ha il primo posto il diacono il quale fin dagli inizi della Chiesa è stato tenuto in “grande onore” (n. 61).
Successivamente si specificano quali sono gli uffici proprio nella celebrazione eucaristica. In generale il diacono deve:
· Annunciare il Vangelo;
· Predicare, talvolta, la Parola di Dio;
· Proporre ai fedeli le intenzioni della preghiera universale;
· Servire ed aiutare il sacerdote, standogli accanto;
· Distribuire ai fedeli, come ministro ordinario, l’Eucarestia, specialmente sotto la specie del vino;
· Indicare, eventualmente, all’assemblea i gesti e gli atteggiamenti da assumere.
E ancora: all’altare, presta il suo servizio al calice e al libro; compie, se non è presente nessun altro ministro, secondo la necessità, gli uffici degli altri ministri (n. 127).
È ancora compito del diacono, insieme con gli altri ministri, predisporre prima tutto ciò che è necessario per la celebrazione.

Altro compito tradizionalmente attribuito al diacono è il canto dell’Exultet (o Preconio pasquale)[133] nella Veglia di Pasqua.

Non andrebbe tralasciato, come servizio proprio del diacono, almeno nella Messa domenicale, il Rito di accoglienza, dando alle assemblee liturgiche quel carattere di fraternità umana e cristiana, che potrà suscitare anche rapporti che andranno al di là della celebrazione stessa.

Quando, nei riti introduttivi, il sacerdote invita i fedeli all’atto penitenziale, il diacono canta o dice alcune invocazioni a cui il popolo risponde. Terminate le invocazioni il sacerdote dà l’assoluzione.

Il diacono è a servizio della parola di Dio in un rapporto ritualmente dialogico. Dove la Parola viene presentata, proclamata, ascoltata:
Mentre si canta l’Alleluia o un altro canto, se si usa il turibolo il diacono aiuta il sacerdote nell’infusione dell’incenso, quindi, inchinandosi dinanzi al sacerdote, chiede la benedizione dicendo a bassa voce: “benedicimi o padre”. […] saluta il popolo, incensa il libro e proclama il Vangelo. Terminata la lettura, bacia il libro in segno di venerazione…(IGMR 131)

Alla preghiera dei fedeli, dopo l’introduzione del sacerdote, il diacono propone le varie intenzioni, stando all’ambone o in altro luogo adatto. (IGMR 132)

Alla presentazione dei doni, oltre alle offerte per il sacrificio, non devono mai mancare anche quelle per i poveri e per le necessità della Chiesa. È compito del diacono, in quanto “ministro della carità”, organizzare anche questo momento. Liturgicamente i diaconi si presentano in Gesù Cristo come segni di salvezza, come prova della misericordia di Dio per tutti espressa nella condivisione reale e quotidiana con i fratelli. Questo momento particolare tipico della funzione diaconale nell’eucarestia prende il nome di offertorio.[134]

All'offertorio, mentre il sacerdote rimane seduto alla sede, il diacono prepara l'altare con l'aiuto degli altri ministri; spetta a lui la cura dei vasi sacri. Sta accanto al sacerdote e lo aiuta nel ricevere i doni del popolo. Presenta al sacerdote la patena con il pane da consacrare; versa il vino e un po' d'acqua nel calice dicendo sottovoce: "L'acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana" e lo presenta poi al sacerdote. (IGMR 133)

Anticamente, il diacono richiamava l’attenzione dell’assemblea con una breve monizione, all’inizio della preghiera eucaristica. Oggi troviamo tale richiamo espresso dal diacono nella liturgia di Rito Bizantino di san Giovanni Crisostomo.

Con il rito della pace l’assemblea implora la pace e l’unità per la Chiesa e per l’intera famiglia umana. Prima di partecipare all’unico pane, il diacono, secondo l’opportunità, invita i fedeli a esprimere fra di loro l’amore vicendevole. È bene che tale invito a scambiarsi la pace non consista mai nel pronunciare sempre la stessa formula: l’assemblea deve conoscere le motivazioni per le quali in quella celebrazione, viene scambiata la pace.

E’ compito del diacono aiutare il presbitero nello spezzare il pane per la comunione. La frazione del pane non deve essere un atto puramente simbolico ma reale, accompagnato dal canto dell’Agnello di Dio.
Il diacono è ministro ordinario della comunione, Giustino nella sua Apologia, intorno al 150 , così descrive il momento della distribuzione dell’Eucaristia: “dopo che il presidente ha reso grazie e tutto il popolo ha confermato acclamando, quelli che da noi sono chiamati diaconi fanno partecipi ciascuno dei presenti al pane e al vino e poi portano questo cibo a coloro che non sono presenti.”[135].

Dopo che il sacerdote si è comunicato, il diacono riceve la comunione sotto le due specie, quindi aiuta il sacerdote a distribuire la comunione al popolo. Se la comunione viene data sotto le due specie, porge il calice ai singoli, e beve al calice per ultimo. (IGMR 137)

Le numerose sottolineature dell’introduzione al Messale mettono sempre al primo posto il diacono per far risaltare che egli è considerato il “ministro proprio” della distribuzione della comunione eucaristica sotto la specie del vino[136]. Nella prospettiva teologica di san Tommaso, il servizio che il diacono compie come ministro della comunione al calice va letto secondo quanto afferma: “ il sangue significa la redenzione che deriva al popolo da Cristo: tanto che al sangue viene mescolata l’acqua per indicare il popolo. Ora, poiché i diaconi stanno tra il sacerdote e il popolo, ai diaconi si addice più la distribuzione del sangue che la distribuzione del corpo”[137]. Questa affermazione di San Tommaso offre l’interpretazione autentica del ministero del diacono, il quale, amministrando l’Eucaristia sotto la specie del vino si mostra come colui che fa da tramite tra chi presiede la celebrazione e l’assemblea celebrante, interpretando così la necessità e i desideri della comunità cristiana. Da questa prospettiva teologica scaturiscono sul versante ecclesiale importanti implicazioni spirituali e pastorali per l’efficace esercizio della missione del diacono.

Detta l'orazione dopo la Comunione, il diacono dà al popolo brevi comunicazioni, a meno che il sacerdote preferisca darle personalmente. (IGMR 139)

Dopo la benedizione del sacerdote, il diacono congeda il popolo dicendo, a mani giunte e rivolto verso il popolo: La Messa è finita andate in pace. (IGMR 140)

Quindi, insieme con il sacerdote, venera l'altare con il bacio e, fatto un profondo inchino, ritorna allo stesso modo come era venuto. (IGMR 141)

Per il viatico, che può essere portato a un moribondo anche da un diacono, il rito liturgico è descritto ai nn. 148-164 del Sacramento dell’unzione e cura pastorale degli infermi. Anche se qui si parla solamente del sacerdote, senza nominare il diacono, questa facoltà gli deriva da una chiara esplicitazione riportata al n. 58 del Rito della comunione fuori della Messa e culto eucaristico.
Per l’esposizione della Santissima Eucaristia, viene detto al n. 99, che ministro ordinario è il diacono, il quale, al termine dell’adorazione impartisce “con il Sacramento la benedizione al popolo”. Infine per quanto riguarda le processioni eucaristiche, per analogia può essere applicato al diacono ciò che è previsto per il sacerdote.

“ Spetta al diacono… presiedere al rito del funerale e della sepoltura” (LG, n. 29). Pertanto “le esequie senza la Messa possono essere celebrate dal diacono”, secondo quanto stabilito dal Rituale al n. 19. Concrete situazioni, particolari circostanze o eventuali richieste dei familiari dei defunti rendono necessario che il diacono, per poter presiedere tali celebrazioni, sia a conoscenza delle varie possibilità proposte dal rito (nn. 23-24).
Tra gli impegni che gli eletti al diaconato assumono davanti al vescovo e al popolo di Dio c’è la risposta alla seguente interrogazione:“Volete custodire e alimentare nel vostro stato di vita lo spirito di orazione e adempiere fedelmente l’impegno della Liturgia delle Ore, secondo la vostra condizione, insieme con il popolo di Dio per la Chiesa e il mondo intero?” Da questo impegno solenne i diaconi sono chiamati a recitare ogni giorno la parte della Liturgia delle Ore stabilita dalla Conferenza dei vescovi, nello specifico: Lodi, Vespri e Compieta. (Lit. Ore, n. 30; CIC, can 276, 2 e 3).

Il diacono, che ha il compito di presiedere la celebrazione comunitaria, può indossare la stola o la dalmatica, soprattutto nelle maggiori solennità, a lui compete, dalla sede di presidenza, iniziare la preghiera del Signore; recitare l’orazione conclusiva; salutare il popolo, benedirlo e congedarlo come specificato ai nn. 255 e 256 dei Principi e Norme per la Liturgia delle Ore.

Infine “spetta ai diaconi […] amministrare i sacramentali”[138] (usando il benedizionale).


4.9 Alcune suggestioni dal rito di ordinazione

La prima grande cosa che il rito sottolinea, è il fatto che si sceglie una terra, la famosa incardinazione per chi è sacerdote, per i diaconi in modo analogo, ma in maniera densissima, perchè nella incardinazione si sceglie di amare in maniera sacramentale una terra che diventa la propria sposa. “la tua terrà avrà uno sposo, non sarà più né abbandonata né devastata”(Is 61). Il diacono è colui che sceglie la propria terra come sposa. Si è legati ad un’esperienza di chiesa, ad un vescovo, a dei presbiteri, alla gente. L’incardinazione non è un rito giuridico, ma è una scelta intima, profonda, che caratterizza.

Poi c’è la capacità di servire. Don Tonino Bello la identifica con una sua immagine bellissima, storica ormai, che affascina: il grembiule e la stola.
Com’è forte il segno della stola che lascia libera la spalla destra. Questa spalla ricorda che la chiesa è nata per servire. Rappresenta la capacità del diacono di dire al vescovo o agli altri presbiteri, alla chiesa, che siamo nati per servire, pronti anche alle ingratitudini, talvolta alla non comprensione. Anche questo è diaconato; servire in gratuità, anche di fronte alle situazioni dove non si è capiti.

C’è anche, però, la dalmatica che è la luminosità del servizio, che è la preziosità e la bellezza: servire Deo regnare est. C’è questa passione, questo zelo, questa intensità che diventa, come dono, la grazia di annunciare il Vangelo, anzi, di portare il Vangelo. È molto bella come immagine, più che annunciare, portare il Vangelo. L’omelia del diacono non sia intessuta di preoccupazioni esegetiche, vanno lasciate ad altri; nemmeno ai preti, ma ai professori, in seminario. Nelle omelie, più che preoccupazioni esegetiche, ci siano esperienze esistenziali intense e appassionate, che diano alla gente la certezza che quel Vangelo è risposta.
Sant’Agostino afferma: “Voi siete la voce, Cristo è la parola”. I diaconi sono la voce, senza voce non si può annunciare il Vangelo, ma non sono i diaconi la Parola, la Parola è Gesù Cristo. Dei diaconi c’è bisogno, ma nella misura strumentale, di servizio autentico.

E’ fondamentale per il diacono la dimensione della liturgia, della preghiera, che diventa il tempo per Dio. Il Vangelo di Marta e Maria ( non vanno messe mai in contrapposizione) ci aiuta a sapere che possiamo essere affannati e preoccupati di troppe cose e agitati, sia nel servire, che nel pregare. Dipende che tono si da alla propria vita, a chi si da priorità e come lo si vive. La preghiera deve farsi intercessione, condivisione, passo sollecito, come Maria nel Magnificat.[139]




4.10 Non per il sacerdozio ma per il servizio…


Sicuramente il testo così come si trova nella Lumen Gentium esprime un dato teologico presente nella tradizione della chiesa, quello di evidenziare che al diacono non spetta la presidenza dell’Eucaristia e l’assoluzione sacra­mentale.

Nella Chiesa esistono due ordini di sacerdozio, il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, distinti essenzialmente tra loro, e non solo di grado, insieme, però, profonda­mente ordinati l’uno all’altro: “Il sacerdozio comune e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo[140]. Ora, se il ministero diaconale è “un grado gerarchico proprio e perma­nente della Chiesa”, conferito attraverso il Sacra­mento dell’Ordine, è chiaro che l’espressione non va letta come esclusione del diacono dalla partecipazione ministeriale al sacerdozio di Cristo, bensì come chiarificazione dei “compiti” ministeriali e come distinzione della propria adesione sacramentale a Cristo rispetto a quella battesimale che accomuna gli altri fedeli.
Inoltre è da tenere presente che la formula “…non ad sacerdotium, sed ad ministerium” ha una sua particolare connotazione cultuale che richiama il “proprium” del ministero diaconale, cioè la diakonia. Un “servizio” che ha uno stretto legame al sacerdozio ministeriale del Vescovo e dei Presbiteri e si congiunge al sacerdozio comune di tutti i fedeli. Una diakonia che ha la sua fonte ed il suo culmine nel servizio al banchetto della Parola e dell’Eucaristia e con il servizio ai poveri.

La preghiera di ordinazione diaconale esplicita in maniera chiara il significato fondamentale della diaconia ministeriale: essere presenza e segno del Signore Gesù-Servo del Padre, il quale non venne per essere servito ma per servire, all’interno dei tre alvei costitutivi la vita della Chiesa: la liturgia, l’evangelizzazione e la testimonianza della carità: “i diaconi si ricordino del monito di san Policarpo: “Mise­ricordiosi, attivi, camminanti nella verità del Signore, il quale si è fatto servo di tutti” [141].
Anche la spiritualità del diacono è essenzialmente, in modo radicale, una spiritualità di servizio. “San Francesco, il diacono di Assisi, è la figura più bella del Sacramentum Caritatis per il mondo. La bellezza del diaconato, è proprio questa: la saggezza che si impara dalla vita e, nello stesso tempo, una grande densità di fede. Per fede si è diaconi, anche per carità, ma per fede si è diaconi. E questo è il punto decisivo: essere uomini di fede, capaci di porre Dio al primo posto, in assoluto”[142]

Se la dimensione del servizio è denominatore comune di tutti i ministeri nella Chiesa, per il diacono essa è lo specifico. Avevano visto bene i vescovi italiani nel lontano 1977 quando, nella nota Evangelizzazione e Ministeri, al n. 60, affermavano che “Col ripristino del Diaconato permanente la Chiesa ha la consapevolezza di accogliere un dono dello Spirito e di immettere così nel tessuto del corpo eccle­siale energie cariche di una grazia peculiare e sacramentale, capaci perciò di maggiore fecondità pastorale”. “Se tutti i ministeri sono servizi, il diacono è il servo per antonomasia, il consacrato al servizio. Egli partecipa del ministero del vescovo, per l’aspetto in cui questo implica una rappresentanza di Cristo servo”. Il diacono pertanto è:
· rappresentante di Cristo servo nella comunità, e perciò:
· animatore della comune vocazione al servizio.

In tal modo il diacono diventa “segno sacramentale” di Cristo servo e della diaconia comune del popolo di Dio. Il vescovo infatti è “segno” di Cristo servo, oltre che di Cristo capo. Certamente questi due aspetti della rappresentanza di Cristo si implicano, perché l’autorità di Cristo è servizio. Ma nel loro pro­lungarsi in coloro che partecipano al ministero episcopale, questi due aspetti si distinguono nel segno sacramentale. Il diacono dunque è “segno di Cristo servo in quanto prolunga la diaconia del Vescovo”.[143]














CONCLUSIONI

E’ arduo pensare di dare una conclusione ad un lavoro come questo, è un po’ come tratteggiare un sentiero lungo il quale si è camminato, ben sapendo di non aver potuto esplorare tutto lo spazio circostante, perciò è anche gettare uno sguardo sull’orizzonte, su scenari nuovi, sul futuro. Si tratta di esprimere una speranza capace di orientare il cammino e indicare una meta che pur non essendo definita lascia intravedere cose nuove e cose antiche capaci di dare senso al nostro presente. E’ in questa luce fatta di passato e di presente che guarda al futuro che ritengo essenziale provare ad immaginare un itinerario che sviluppi la presenza del ministero ordinato in tutte le sue componenti.

La teologia, la dottrina e la riflessione passata e attuale si è molto soffermata ad esaminare e sviscerare, nell’ambito del ministero ordinato, l’episcopato e il presbiterato lasciando un po’ in disparte il diaconato che costituisce, invece, una parte essenziale dello stesso ordine sacro. Perché ciò sia accaduto può essere in parte spiegato se si tiene presente quanto evidenziato nel capitolo di questa tesi dedicata al diaconato e, in special modo, alla sua crisi. Quello però che in questo contesto mi interessa, proprio perché intendo gettare uno sguardo sul futuro, è evidenziare qualche prospettiva circa l’impiego dei diaconi nella pastorale. Un impiego che, in ogni caso, deve restare ancorato al servizio della carità nel senso che, anche il servizio pastorale, va inquadrato e compreso come espressione della carità = amore.

In questa direzione è bene sottolineare come già sono in atto in tante parti del mondo, ma da qualche tempo anche in Italia, una serie articolata di esperienze che offrono l’opportunità di una verifica sul campo rispetto all’esercizio del servizio pastorale del diacono; provo a fare degli esempi concreti:

Il Vescovo di Vicenza, Mons. Cesare Nosiglia, così si esprime circa i compiti dei diaconi: “Quali sono oggi i compiti che la chiesa di Vicenza e il suo vescovo affidano ai diaconi permanenti? In realtà come la nostra, dove si lavora molto ma si fa fatica a lavorare insieme, credo che il diacono permanente possa esprimere il suo ministero anzitutto favorendo la comunione tra presbiteri e laici e le varie realtà ecclesiali, di cui è ricca la vita delle parrocchie: come pure una sintonia pastorale costruendo reti di dialogo, di collaborazione e un cammino di mutua conoscenza e di incontro fraterno”. Questa indicazione Mons. Nosiglia la scrive nel documento sui diaconi permanenti dal titolo “Servi per amore” inviato alla sua diocesi in occasione del giovedì santo del 2008. Nello stesso documento Mons. Nosiglia, dopo aver sottolineato il ministero dell’ascolto e il rapporto con la famiglia evidenzia, sempre a proposito della pastorale, che il diacono è chiamato “a rendersi testimone e promotore di una pastorale di prima evangelizzazione e di accoglienza di tanti battezzati che vivono ai margini della comunità”. Il vescovo elenca anche gli ambienti dove il diacono potrebbe esercitare il suo ministero specifico: “l’ambiente della sanità, il settore della Caritas, la pastorale del lavoro, l’incontro con i genitori che chiedono i sacramenti dell’iniziazione cristiana dei figli, a cominciare dal battesimo e, infine, l’ambito delle “unità pastorali” con i suoi gruppi “ministeriali”.
Ma quello di Vicenza non è l’unico esempio. Ce ne sono anche altri. Pensiamo ai vescovi del triveneto che in un documento dell’inizio del 2008 dal titolo “Diaconato permanente nelle Chiese del Triveneto” ritengono che “nelle parrocchie ove non sia possibile la presenza costante di un presbitero la cura pastorale potrà essere affidata ad un diacono”. Si tratta di una possibilità che si sta già attuando in alcune Diocesi.

In questo quadro i vescovi del triveneto hanno evidenziato gli ambiti di servizio che intendono privilegiare: cooperatore parrocchiale all’interno di comunità in cui già operi il parroco da solo o con altri presbiteri, oppure affidate in solidum a più presbiteri. Oltre ai compiti e ai ministeri consueti del diacono, gli possono essere assegnati specifici ambiti di competenza all’interno della pastorale parrocchiale, determinati dal decreto di nomina e precisati nel progetto pastorale parrocchiale. Nello svolgimento di tali compiti, rapportati realisticamente alla situazione personale, familiare e professionale dei diaconi, si è attenti affinché non vengano relegati a impegni marginali, a funzioni meramente suppletive:

– Ministero diocesano: oltre agli uffici propriamente ecclesiastici che possono essere affidati ai ministri ordinati non presbiteri nella curia e negli organismi diocesani, può assumere particolare rilievo il ministero diaconale nell’ambito di settori specifici della pastorale diocesana o interparrocchiale, ad esempio la pastorale della solidarietà, dei gruppi etnici, della famiglia, del mondo del lavoro, della salute, ecc.
– In alcune Diocesi, si sta prospettando che una parrocchia dove non sia possibile la presenza costante di un presbitero, venga affidata alla cura pastorale di un Diacono alle condizioni previste dal can. 517 § 2.

Merita di essere ancora posto in evidenza come nella diocesi di Udine, da anni, ci sono alcuni diaconi che fanno da amministratori parrocchiali (e lo stesso avviene anche in altre diocesi italiane, non solo nel triveneto). Inoltre un paio d'anni fa la convenzione tra la regione Friuli-Venezia Giulia e le diocesi regionali aveva già stabilito che l'assistenza religiosa nelle strutture sanitarie regionali poteva essere svolta non solo da presbiteri, ma anche dai diaconi.

Lo stesso Santo Padre, a proposito del diaconato, sempre ad inizio 2008, incontrando il clero di Roma ha risposto ad una domanda posta da un diacono con queste parole: “Vorrei esprimere la mia gioia e la mia gratitudine al Concilio, perché ha restaurato questo importante ministero nella Chiesa universale. Devo dire che quando ero arcivescovo di Monaco non ho trovato forse più di tre o quattro diaconi e ho favorito molto questo ministero, perché mi sembra che appartenga alla ricchezza del ministero sacramentale nella Chiesa. Nello stesso tempo, può essere anche un collegamento tra il mondo laico, il mondo professionale e il mondo del ministero sacerdotale. Perchè molti diaconi continuano a svolgere le loro professioni e mantengono le loro posizioni, importanti o anche di vita semplice, mentre il sabato e la domenica lavorano nella Chiesa. Così testimoniano nel mondo di oggi, anche nel mondo del lavoro, la presenza della fede, il ministero sacramentale dell'Ordine. Questo mi sembra molto importante: la visibilità della dimensione diaconale".
"Io penso - ha ancora detto al Santo Padre al clero romano nel corso dell'incontro di giovedì 7 febbraio 2008 - che una caratteristica del ministero dei diaconi è proprio la molteplicità delle applicazioni del diaconato. Nella Commissione teologica internazionale, alcuni anni fa, abbiamo studiato a lungo il diaconato nella storia e anche nel presente della Chiesa. E abbiamo scoperto proprio questo: non c'è un profilo unico. Quanto si deve fare, varia a seconda della preparazione delle persone, delle situazioni nelle quali si trovano. Ci possono essere applicazioni e concretizzazioni diversissime, sempre in comunione con il vescovo e con la parrocchia, naturalmente".
Questo secondo stralcio della risposta del Santo Padre ad una specifica domanda da parte di un diacono di Roma mostra come il Papa sia attento alla realtà del diaconato che si presenta in maniera diversificata e attesta una ricchezza di presenza in tutti gli ambiti pastorali. E più avanti nella stessa risposta il Papa dice ancora: "...potrebbero essere impegnati nel settore culturale, oggi così importante, o potrebbero avere una voce e un posto significativo nel settore educativo. Pensiamo quest'anno proprio al problema dell'educazione come centrale per il nostro futuro, per il futuro dell'umanità. Certo, -ha detto ancora il Papa- il settore della carità era a Roma il settore originario, perché i titoli presbiterali e le diaconie erano centri della carità cristiana. Questo era fin dall'inizio nella città di Roma un settore fondamentale. Nella mia enciclica Deus Caritas est ho mostrato che non solo la predicazione e la liturgia sono essenziali per la Chiesa e per il ministero della Chiesa, ma lo è altrettanto l'essere per i poveri, per i bisognosi, il servizio della caritas nelle sue molteplici dimensioni. Quindi spero che in ogni tempo, in ogni diocesi, pur con situazioni diverse, questa rimarrà una dimensione fondamentale e anche prioritaria per l'impegno dei diaconi, sia pure non l'unica, come ci mostra anche la Chiesa primitiva, dove i sette diaconi erano stati eletti proprio per consentire agli apostoli di dedicarsi alla preghiera, alla liturgia, alla predicazione. Anche se poi Stefano si trova nella situazione di dover predicare agli ellenisti, agli ebrei di lingua greca e così si allarga il campo della predicazione....".
Parole chiare e precise che lasciano intravedere una prospettiva ricca e densa di sviluppi.

Potrebbe anche essere interessante gettare uno sguardo sulla presenza e sul ruolo che i diaconi rivestono in Europa e nel mondo e questa luce può anche aiutare a orientare meglio il cammino che anche in Italia siamo tutti chiamati a fare.
Di recente Alphon-Borras, vicario generale della diocesi di Liegi in Belgio e docente di diritto canonico a Lovanio, intervenendo ad una giornata di formazione per i diaconi della diocesi di Milano, ha fatto un’analisi, con spiccata originalità, della teologia conciliare sul diaconato e delle “forme” che esso tende ad assumere, spesso in riferimento ai bisogni immediati della comunità e sulla base di una riflessione teologica e pastorale non ancora pienamente assestata. Borras parte dalla constatazione che il “ripristino” del diaconato permanente è stato determinato da un insieme di circostanze: la realtà concreta delle chiese locali, la loro storia, le loro prospettive missionarie, il loro progetto pastorale, la volontà dei vescovi e il sentire dei presbiteri. In Francia, per esempio, i diaconi permanenti hanno trovato il loro inserimento in tre ambiti: nell’ambito caritativo o umanitario che va dal sociale, al medico, passando per l’educazione e l’istruzione; nell’ambiente professionale, socioculturale o associativo; al servizio delle parrocchie “per esercitare incarichi ecclesiali” non solo in ambito liturgico ma anche nell’ambito dell’annuncio della fede e della “direzione” pastorale delle comunità.

Per avere un quadro della realtà risulta utile presentare alcuni dati ufficiali circa il numero dei diaconi nel mondo. Oggi i diaconi presenti nei cinque continenti sono 34.033 di cui 29.720 appartengono al clero diocesano. Ci sono diaconi in 132 paesi e il documento della Commissione teologica internazionale rileva che l’82,2% dei diaconi nel mondo è presente nei paesi maggiormente industrializzati. Di questi ben il 70% appartiene a diocesi del continente americano. Solo negli Stati Uniti ci sono 15.763 diaconi. Ci sono poi le esperienze dell’America Latina dove anche a causa dell’alto tasso di disoccupazione, capita di frequente che anche i diaconi siano senza lavoro, e questo comporta difficoltà difficilmente immaginabili. In Argentina, ad esempio, non è inconsueto vedere il diacono e la sua famiglia fare la fila con gli altri abitanti del paese alla mensa sociale condividendo i bisogni e le attese dei poveri.
Difficili, purtroppo, sono ancora i contatti con i diaconi che operano nel vastissimo continente asiatico (128 in 23 paesi) e in Oceania (180 in 16 paesi). Per l’Asia (147 diaconi) la diaconia è una sfida che si consuma quotidianamente nel segno di un servizio spesso silenzioso che, già di per se, è annuncio e presenza visibile dell’amore di Dio Padre. Interessante risulta l’esperienza e la testimonianza dell’arcipelago di Moorea in Oceania dove ci sono ben 17 diaconi. Qui la chiesa diocesana guidata da Mons. Itchel Coppenrath ha preferito concentrare i preti nel centro diocesi affidando le comunità locali a 17 diaconi permanenti. Anche in Africa il numero dei diaconi è esiguo. Ci sono infatti 385 diaconi di cui 224 nel solo Sudafrica. E proprio a Johannesburg-Durban, si è tenuto dal 7 al 16 aprile scorso, l’incontro dei delegati del Centro Internazionale del diaconato. In queste regioni esistono essenzialmente tre forme di presenza diaconale: la prima riguarda la figura del diacono che collabora con il sacerdote in una parrocchia di periferia; la seconda vede parrocchie dei sobborghi senza presbitero, affidate al servizio di un diacono; la terza è caratterizzata da un diacono a capo di un gruppo di cinque parrocchie periferiche, visitate solo raramente dal sacerdote.

Da questo quadro sintetico emerge una realtà variegata e diversificata dove si intravedono scelte di servizio per i diaconi che sono profetiche che in ogni caso evidenziano una direzione, un cammino, un orientamento che si sta delineando e che vede il diaconato sempre più presente nella vita della comunità: lavoro, educazione, istruzione, sanità, carità, evangelizzazione e guida di piccole comunità di periferia. Insomma l’esperienza accredita il diaconato come un ministero di frontiera, un segno di attenzione per gli ultimi, i poveri, i diseredati, un servizio rivolto alle quelle persone che Gesù ha sempre amato e privilegiato e contemporaneamente un servizio alla Chiesa, ai Vescovi ai Presbiteri. Proprio quella spalla destra, lasciata libera dalla stola, ricorda che la chiesa è nata per servire. Rappresenta la capacità del diacono di dire al vescovo o agli altri presbiteri, alla chiesa, che siamo nati per servire, pronti anche alle ingratitudini, talvolta alla non comprensione.

Occorre maturare la convinzione che le “applicazioni” del ministero diaconale sono molteplici, le sperimentazioni in attuazione in Italia e nel mondo lo dimostrano. E’ necessario perciò aiutare e sostenere da un lato il cammino di servizio che i diaconi sono chiamati a percorrere e dall’altro incoraggiare le chiese diocesane a fornire indicazioni perché questo ministero possa contribuire, come è giusto che sia, all’edificazione della Chiesa e non subisca un altro oblio.





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FONTI

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SACROSANCTUM CONCILIUM, Costituzione conciliare sulla sacra liturgia, 4 Dicembre 1963, Ed. Paoline, Torino, 2000.




sitologia
http://diaconi.blogspot.com/
http://http://www.chiesacattolica.it/
http://http://www.papanews.it/
http://http://www.vatican.va/








INDICE


INTRODUZIONE

CAPITOLO PRIMO

CENNI STORICI SUL MINISTERO ORDINATO

1.1 Premessa
1.2 Riferimenti Biblici
1.3 II e III secolo
1.4 Il Medioevo
1.5 Il Concilio di Trento
1.6 Verso il Vaticano II

CAPITOLO SECONDO

L’EPISCOPATO

2.1 La sacramentalità dell’Episcopato
2.2 I tre munus: sanctificandi, regendi, docendi
2.3 La collegialità
2.4 A servizio della speranza


CAPITOLO TERZO

IL PRESBITERATO

3.1 Il sacramento
3.2 Il carattere
3.3 L’Ordinazione solo per gli uomini
3.4 Il celibato
3.5 A servizio della comunione

CAPITOLO QUARTO

IL DIACONATO

4.1 Chi è il diacono?
4.2 Alle origini
4.3 La crisi del diaconato
4.4 La restaurazione: i documenti del Magistero
4.5 La sacramentalità del diaconato
4.6 Matrimonio e diaconato
4.7 La formazione
4.8 Compiti liturgici del diacono
4.9 Alcune suggestioni dal rito di ordinazione
4.10 Non per il sacerdozio ma per il servizio…

CONCLUSIONI

BIBLIOGRAFIA






[1] Cfr. Mons. C. DAGENS, Meditation sur l’Eglise Catholique en France: Libre et présente, Ed. du cerf, 2008, pag. 35, 36.
[2] Cfr. G. COLOMBO, I segni del servizio Il ministero ordinato e il matrimonio, Elle Di Ci, 1991, 3B.
[3] S. DIANICH, Teologia del ministero ordinato. Un’interpretazione ecclesiologica, Paoline, Roma, 1984, pp.52-69;

[4] BENEDETTO XVI, Udienza generale, 10/1/2007.
[5] P.M. GY, Vocabolario antico per il sacerdozio cristiano, in AA. VV., Studi sul sacramento dell’ordine, Mame, Roma 1959, pp. 91-110.
[6] Cfr. S. DIANICH, S. NOCETI, Trattato sulla Chiesa Ed. Queriniana 2002, 2005. pag. 437.
[7] G. BORNKAMM, Presbys, Presbyteros, in Grande Lessico del Nuovo Testamento, Paideia, Brescia 1977, XI, pp.81-164.
[8] Cfr. S. DIANICH, S. NOCETI, Trattato sulla Chiesa , op. cit., pag. 433.
[9] E. TESTA, La missione e la catechesi nella Bibbia, Paideia, Brescia 1981, pp. 317-318.
[10] A. DI BERARDINO, La chiesa antica: ecclesiologia e istituzioni, Borla, Roma 1984, 245-252.
[11] S. DIANICH, Trattato sulla Chiesa, op. cit., p. 437.
[12] Cfr. S. DIANICH, S. NOCETI, Trattato sulla Chiesa, op. cit. pag. 437.
[13] Cfr. P. SINISCALCO, Il cammino di Cristo nell’impero romano, Laterza, Bari 1983, 157-250.
[14] K. NASILOWSKY, Potere di ordine e giurisdizione. Nuove prospettive, Paoline, Roma 1971.
[15] Cfr. E. CASTELLUCCI, Il ministero ordinato, Queriniana, Brescia 2002.
[16] Cfr. J. J. VON ALLMEN, Le saint ministère selon la convinction et la volonté des Réformés du XVI siècle, Delachaux-Niestlé, Neuchatel 1968.
[17] Cfr. S. DIANICH, S. NOCETI, Trattato sulla Chiesa, op. cit., pag. 439.
[18] PIO XII, Sacramentum ordinis, 4.
[19] PIO XII, ivi, 3.
[20] U. BETTI, La dottrina dell’episcopato del Concilio Vaticano II, cap. III Lumen Gentium, Antonianum, Roma, 1984.
[21] GIOVANNI PAOLO II, Pastores gregis, 6.
[22] BENEDETTO XVI, Ai vescovi della Bulgaria, 12/11/2005
[23] GIOVANNI PAOLO II, Pastores gregis, 1.
[24] Cfr. G. PHILIPS, La chiesa e il suo mistero, Jaca Book, MILANO 1975, 231.
[25] Lumen Gentium, Costituzione Dogmatica sulla Chiesa, 21
[26] GIOVANNI PAOLO II, Pastores gregis, 32
[27] PAOLO VI, Decreto Christus Dominus sull’ufficio pastorale dei Vescovi, 28 Ottobre 1965, 15
[28] CEI, Rito dell' "Ordinazione del vescovo, dei presbiteri e dei diaconi". Decreto del Presidente della CEI e Premesse della Commissione episcopale per la liturgia (25 novembre 1979), 44
[29] GIOVANNI PAOLO II, Pastores gregis, 32
[30] ivi, 37
[31] ibidem
[32] LG 23
[33] Sacrosantum Concilium, Costituzione conciliare sulla sacra liturgia, 7
[34] GIOVANNI PAOLO II, Pastores gregis, 35
[35] ibidem
[36] LG 25
[37] BENEDETTO XVI, Ai vescovi dell’Austria, 5/11/2006
[38] BENEDETTO XVI, Discorso ai vescovi del 2005, 19/09/2005
[39] GIOVANNI PAOLO II, Pastores gregis, 28
[40] BENEDETTO XVI, Ai vescovi del Messico, 23/09/2005
[41] GIOVANNI PAOLO II, Pastores gregis, 29.
[42] BENEDETTO XVI, Ai vescovi del Messico, 23/09/2005
[43] BENEDETTO XVI, Ai vescovi dell’Austria, 5/11/2006
[44] GIOVANNI PAOLO II, Pastores gregis, 42.
[45] Ivi, 43.
[46] LG 27.
[47] ibidem
[48] BENEDETTO XVI, Ai vescovi della Polonia, 3/12/2005
[49] LG 23
[50] Ivi, 22
[51] Ivi, 23
[52] Ivi, 22
[53] LG 23

[54] BENEDETTO XVI, Omelia 24/04/2005
[55] BENEDETTO XVI, Deus Caritas est, Ed. Vaticana, 2006, n. 32
[56] Cfr. G. COLOMBO, I segni del servizio Il ministero ordinato e il matrimonio, Elle Di Ci 1991, 3B
[57]J. RATZINGER, La Comunione nella Chiesa, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2004, 173
[58] BENEDETTO XVI, Omelia Ordinazioni sacerdotali, 7/5/2006
[59] J. RATZINGER, La Comunione nella Chiesa, op.cit., 173
[60] C. RUINI, Prolusione all’Assemblea Generale della CEI, 15/05/2006
[61] J. RATZINGER, La Comunione nella Chiesa, op.cit., 173
[62] GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica post-sinodale, Pastores dabo vobis, 25 Marzo 1992, 15

[63] GIOVANNI PAOLO II, Pastores dabo vobis,15
[64] ibidem
[65] BENEDETTO XVI, Omelia Messa crismale, 13/4/2006
[66] ibidem
[67] ibidem
[68] BENEDETTO XVI, Freising, 14/9/2006
[69] Cfr. S. DIANICH, S.NOCETI, Trattato sulla Chiesa, op. cit.
[70] Cfr Paolo VI, discorso del 30/01/1977
[71] GIOVANNI PAOLO II, Lettera Apostolica Ordinatio Sacerdotalis, 22 Maggio 1994, 4
[72] Risposta a una domanda su Ordinatio sacerdotalis, 22/10/1995
[73] ibidem
[74] CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dichiarazione Inter insignores, V
[75] ibidem
[76] ivi, II
[77] Risposta a una domanda su Ordinatio sacerdotalis, 22/10/1995
[78] PAOLO VI, Enciclica Sacerdotalis Caelibatus, 24 Giugno 1967, 17
[79] ibidem
[80] GIOVANNI PAOLO II, Udienza Generale, 14/07/1993
[81] GIOVANNI PAOLO II, Lettera ai sacerdoti per il Giovedì Santo del 1979
[82] GIOVANNI PAOLO II, Pastores dabo vobis, 29
[83] ivi 49
[84] ivi 29
[85] AGOSTINO, Commento al Vangelo di Giovanni, Tractatus 123,5 (…Sia dunque impegno di amore pascere il gregge del Signore).
[86] BENEDETTO XVI, Auguri alla curia romana 22/12/2006
[87] PAOLO VI, Enciclica Sacerdotalis Caelibatus, 32.
[88] GIOVANNI PAOLO II, Pastores dabo vobis, 29
[89] BENEDETTO XVI, Auguri alla curia romana, 22/12/2006.
[90] LG 28
[91] ibidem
[92] BENEDETTO XVI, Omelia Ordinazioni sacerdotali, 7/5/2006
[93] BENEDETTO XVI, Omelia Ordinazioni sacerdotali, 7/5/2006
[94] BENEDETTO XVI, Discorso Ai sacerdoti di Roma, 13/05/2006
[95] ibidem
[96] J. RATZINGER, La Chiesa, Ed. Paoline, 1991, p. 439
[97] LG 29
[98] ibidem
[99] S. DIANICH, Teologia del ministero ordinato, Paoline, Roma 1984, p.112.
[100] Cfr. G. LECUYER, I diaconi nel Nuovo Testamento, in P. WINNINGER-Y. CONGAR, Il diacono nella chiesa e nel mondo di oggi, Gregoriana Editrice, Padova 1968, pp.15-33.
[101] G. PHILIPS, La chiesa e il suo mistero, Jaca Book, Milano 1975, p. 327.
[102] C. BRIDEL, Aux seuils de l’espérance, Delachaux, Neuchatel,1971, p.33
[103] Cfr. G.HAMMAN, Storia del diaconato, ed. Quiqajon Bose 2004, p.63,64.
[104] Cfr. G. PHILIPS, La Chiesa e il suo mistero, op. cit. p. 238.
[105] C. BRIDEL , Aux seuils de l’espérance, Delachaux, Neuchatel 1971, p. 27.
[106] Cfr. M. BENNARDO, L. BORTOLIN, B. CUTELLE: il diacono Chi è. Cosa fa. Come diventarlo, 2007 Ed. Effatà, p. 48.
[107] Cfr. PSEUDO-DIONIGI, Gerarchia ecclesiastica, V, 7; V, 6 in J-P MIGNE (a cura di), Patrologia cursus completus. Series greca, vol. 3, Paris 1857 ss., pp.506-508.
[108] Cfr. M. BENNARDO, L. BORTOLIN, B. CUTELLE, op. cit. p. 49.
[109] Cfr. Concilio di Elvira (300-303), can. 33; Concilio di Orange (441); Concilio di Adge (506) e di Toledo (527)
[110] Cfr, G. ALBERIGO, Les Conciles oecumeniques. Les Décretes, t. II/1, Paris 1994, pp. 419 e 435.
[111] COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Il Diaconato: evoluzione e prospettive, cit., p.50.
[112] RAHNER K., Diaconia in Cristo, (qd 15/16) Freiburg, 1962.
[113] CEI, La restaurazione del diaconato permanente in Italia, 8 dicembre 1971, Edizioni Paoline, Roma 1971, p. 16.
[114] Cfr. S. DIANICH, S. NOCETI, Trattato sulla Chiesa, op. cit., p.458.
[115] CEI, I diaconi permanenti nella Chiesa in Italia Orientamenti e Norme, 1 Giugno 1993.
[116] G. FERRARO, Le preghiere di ordinazione al diaconato, al presbiterato e all’episcopato, Napoli 1977, p. 28; Cfr. E. PETROLINO, Diaconato servizio missione, Ed.Vaticana, 2006.
[117] Commento alle sentenze, art. 2, III, 4
[118] CODICE DI DIRITTO CANONICO, can. 1031§ 2.
[119] Cfr. S. CAPELLO: tesi sul diaconato, 2007 http:/diaconi.blogspot.com/
[120] CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA, Norme fondamentali per la formazione dei diaconi permanenti, ed. Paoline1998, n. 2
[121]CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA, Norme fondamentali per la formazione dei diaconi permanenti, ed. Paoline1998, n. 13
[122] Ivi n. 19
[123] Ivi n. 16
[124] Ivi n. 20
[125] Ivi n. 27
[126] Ivi n. 43
[127] CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA, Norme fondamentali per la formazione dei diaconi permanenti, ed. Paoline1998, n. 51
[128] CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA, Norme fondamentali per la formazione dei diaconi permanenti, ed. Paoline1998, n. 80
[129] CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA, Norme fondamentali per la formazione dei diaconi permanenti, ed. Paoline1998, n. 81
[130] Ivi n. 82
[131] Cfr. E. PETROLINO, I Diaconi annunziatori della Parola, ministri dell’altare e della carità, Ed. S. Paolo, 1998, p. 46; Cfr. LG, n. 29.
[132] Cfr. Premesse del Rito di ordinazione dei vescovi, presbiteri, diaconi, CEI, Roma 1979; n.192
[133] Cfr. F. DELL’ORTO, La solenne Veglia Pasquale, in Rivista Liturgica 40 (1953) 44, n.118.
[134] G. DIX, Le ministère dans l’église ancienne, Delechaux, Neuchatel, 1955, p.65.
[135] GIUSTINO, I apologia 65,5 in gli Apologeti greci a cura di C. Burini ,Città Nuova, Roma 1986 p. 146
[136] Cfr. E. PETROLINO, I Diaconi annunziatori della Parola, ministri dell’altare e della carità, ed. S. Paolo 1998, p. 56.
[137] Cfr. T. D’AQUINO, Summa Theologiae, ed. S. Paolo,1999, III.
[138] LG 29
[139] Cfr. Mons. BREGANTINI, Relazione al convegno nazionale dei diaconi - Assisi, 2007 (in rivista “Il diaconato in Italia” n. 145/146)
[140] LG 10
[141] LG 29
[142] Cfr. Mons. BREGANTINI, Relazione al convegno nazionale dei diaconi. Assisi 2007

[143] Cfr. ALBERTO ALTANA, Vocazione cristiana e ministeri ecclesiali, Ed. Rogate, Roma 1978.
Pubblicato da aquila.priscilla a  
1 commento:
Anonimo ha detto...
Ho letto con grande interesse e soddisfazione,complimenti vivissimi.Purtroppo la realta è molto diversa;faccio parte di una diocesi dove sono presenti 11 diaconi con anzianità di ordinazione dai 10 ai 30 anni, ma nessuno di noi ha un mandato pastorale.Il presbiterio diocesano non vuole la collaborazione del diacono siamo stati emarginati ed umiliati fin dall'inizio.Per noi non c'è nessun futuro nella Chiesa di Gesu.

Fraterni saluti in Cristo. dAF
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